Omeopatia e fantasia

Omeopatia e fantasia. La proposta di Benveniste
Nel 1988 il gruppo di ricerca gestito dal Professor Benveniste pubblica su Nature un lavoro nel quale si evidenzia come l’attività di certi anticorpi permane anche dopo le diluizioni estreme tipiche dei rimedi omeopatici. L’ipotesi formulata per spiegare questi risultati inattesi è che l’impronta degli anticorpi venga in qualche modo “memorizzata” all’interno della struttura dell’insieme di molecole di acqua. Sarebbe questa “traccia” lasciata dagli anticorpi a indurre gli effetti biochimici dei rimedi omeopatici, secondo i fautori dell’omeopatia. Ipotesi indubbiamente affascinante ma che, essendo basata su affermazioni straordinarie, richiede prove straordinarie.
Ho già avuto modo di spiegare che gli stessi editor di Nature si riservarono la possibilità di verificare la validità delle procedure utilizzate per l’ottenimento di quei risultati che apparentemente avrebbero dovuto consentire la riscrittura completa di tutti i libri di testo di chimica e fisica.
I risultati dell’indagine condotta dal comitato di esperti di Nature non hanno lasciato dubbi: il lavoro del gruppo gestito da Benveniste sopravvaluta gli effetti che gli autori riportano nelle loro conclusioni, manca di riproducibilità, manca di una seria valutazione degli errori sperimentali sia casuali che sistematici (per esempio gli autori non hanno fatto sforzi per eliminare i pregiudizi di conferma) e le condizioni del laboratorio non offrono sufficienti garanzie per una interpretazione oggettiva, e quindi credibile, dei dati
Nonostante la bocciatura, gli amici dell’omeopatia tornano periodicamente alla carica con la memoria dell’acqua.

Omeopatia e fantasia. La proposta di Montagnier
Subito dopo aver vinto il Nobel per la scoperta del virus HIV, quello responsabile dell’AIDS, Luc Montagnier pubblica un lavoro dal titolo “Electromagnetic signals are produced by aqueous nanostructures derived from bacterial DNA sequences”. I risultati di questo lavoro hanno eccitato, e tuttora eccitano, i fautori dei rimedi omeopatici. Infatti, Montagnier riporta che alcune sequenze di DNA sarebbero in grado di emettere delle radiazioni elettromagnetiche a bassa frequenza capaci di produrre degli insiemi nano-strutturati di molecole di acqua che permarrebbero in soluzione anche in assenza delle sequenze di DNA che li hanno prodotti. I nano-aggregati sarebbero a loro volta in grado di emettere le stesse onde elettromagnetiche delle sequenze di DNA. Si ottiene, in definitiva, una trasmissione delle informazioni contenute nelle sequenze di DNA a tutta la soluzione.
La novità del lavoro di Luc Montagnier è legata al fatto che la trasmissione elettromagnetica descritta occorre anche in assenza di soluto. In altre parole, i frammenti di DNA che innescano la trasmissione sembrano lasciare il loro “ricordo” all’interno della soluzione. Questo ricordo è riconducibile alle nano-strutture acquose che contengono l’informazione lasciata dal DNA. Montagnier si spinge anche oltre. Egli, infatti, ipotizza che tutte le patologie possano essere di origine batterica o virale, anche quelle per cui attualmente non sono riconosciute cause di questo tipo, come per esempio l’autismo. Secondo Montagnier, le non determinabili quantità di DNA immerse nel nostro organismo da questi “vettori” trasmetterebbero, attraverso l’acqua presente nel nostro sangue, le informazioni relative alle patologie di cui cadiamo preda.

Bello vero? L’ha detto un premio Nobel. Chi sono io per contraddire uno che è arrivato nell’Olimpo degli scienziati? Devo essere umile ed accettare le parole di Montagnier.

Sapete qual è il problema? Che io non solo non sono umile quando si parla di scienza, ma lo sono ancora meno quando si parla di chimica. Divento veramente antipatico se chi mi dice queste cose è uno che non solo non conosce la chimica, ma si dice pure simpatizzante dell’omeopatia. Se poi è un chimico (o in generale uno scienziato) simpatizzante dell’omeopatia, allora divento un antipatico intransigente e passo a trattare questo scienziato per quello che è: un ignorante assoluto.

Ma vediamo perché.

Cosa non va nel lavoro di Montagnier (parte I)
Se si legge il lavoro di Montagnier si nota subito una cosa. Esso è stato inviato alla rivista il 3 Gennaio, revisionato dopo suggerimenti ricevuti da revisori anonimi il 5 Gennaio e pubblicato in via definitiva il 6 Gennaio 2009. Tre giorni per inviare, revisionare e pubblicare un lavoro scientifico in cui si riportano delle informazioni che possono cambiare radicalmente le nostre conoscenze chimiche e fisiche, è eccezionale. L’ipotesi di Montagnier, infatti, tenderebbe a ridisegnare completamente tutto quanto sappiamo sull’acqua. I modelli che abbiamo usato fino ad ora e che funzionano perfettamente devono essere o rivisti o abbandonati.
Una rivista che pubblica così velocemente è encomiabile. Vuol dire che essa è molto efficiente nella scelta dei revisori anonimi e nel successivo processo di revisione ed editing. I revisori si sono, evidentemente, dichiarati disponibili a leggere e commentare il lavoro di Montagnier in tempi veramente ridotti. Si sono detti disponibili a sottrarre tempo prezioso al loro lavoro di ricerca e didattica per una incombenza che è fondamentale nel mondo scientifico: la peer review o revisione tra pari. Questo va bene. Anche a me capita di fare revisioni solo uno o due giorni dopo aver ricevuto la richiesta da parte delle riviste del mio settore.
Cosa dire, però, del servizio editoriale della rivista? Indubbiamente si è dimostrato particolarmente efficiente. Infatti, poche ore dopo aver ricevuto i commenti dei revisori, l’editore ha contattato gli autori che immediatamente hanno provveduto alle eventuali revisioni suggerite. Infine, nel giro di altre poche ore il lavoro è stato formattato secondo gli schemi della rivista, le bozze inviate agli autori, corrette e restituite alla rivista che ha poi pubblicato immediatamente il lavoro.
Posso dire che sono invidioso? A me è capitato che le uniche volte in cui le informazioni in merito ad un mio lavoro siano arrivate entro 48 ore dall’invio ad una rivista è perché il lavoro non era stato considerato pubblicabile sulla rivista stessa. Ma io non sono un Nobel e devo essere umile.
Peraltro io non sono neanche editor-in-chief né chairman dell’editorial board delle riviste su cui pubblico come, invece, lo è Luc Montagnier. Basta andare sul sito de “Interdisciplinary Sciences: Computational Life Sciences” della Springer e cercare nell’editorial board staff per trovare il nome di Montagnier associato alla carica di Chairman dell’editorial board staff. Non è che l’efficienza precedentemente discussa potrebbe essere dovuta al fatto che il Professor Montagnier abbia agito contemporaneamente come autore, editore e revisore del suo stesso lavoro? Se fosse così, sarebbe un plateale caso di scienza patologica legato ad un comportamento an-etico.
Ma io non sono nessuno e devo essere umile. Soprattutto queste mie elucubrazioni sanno di complottismo. Ed allora entriamo nel merito.

Cosa non va nel lavoro di Montagnier (parte II)
Da una lettura accurata del lavoro si evince che Montagnier fa ampio uso della tecnica PCR (polymerase chain reaction che in Italiano è conosciuta come reazione di amplificazione a catena). Si tratta di una tecnica che consente di amplificare (ovvero ottenere in gran quantità ed in poche ore) una specifica sequenza di DNA. Il limite di questa tecnica risiede nel fatto che occorre molta attenzione perché il rischio di contaminazione dei campioni è molto alto. Per esempio, l’amplificazione del DNA umano risulta facilitata dal fatto che frammenti di pelle sono presenti un po’ ovunque. Essi tendono ad accumularsi, anche se non ce ne accorgiamo, nei tubicini Eppendorf (citati nel lavoro di Montagnier) utilizzati proprio per la reazione di amplificazione a catena. Una volta che il DNA, o suoi residui, sono stati amplificati, non è possibile riconoscere quale parte del campione prodotto viene dal contaminante e quale, invece, dal sistema nucleotidico che si intendeva realmente amplificare. Un altro limite della tecnica è che possono avvenire delle reazioni collaterali tra i reagenti utilizzati che producono delle sequenze di DNA indistinguibili da quelle che realmente interessano. Per poter essere certi che la PCR abbia condotto ai risultati sperati è necessario effettuare dei controlli negativi, ovvero dei test che consentano di escludere senza ombra di dubbio che le reazioni occorse durante l’amplificazione non prodotto contaminazione. Nel lavoro di Montagnier non c’è alcuna descrizione di tali controlli. I suoi risultati possono essere inficiati da ogni possibile tipo di contaminazione. In altre parole tutto ciò che è stato detto in merito al lavoro di Benveniste si può riprendere e ripetere per quello di Montagnier.

Conclusioni
Anche se i lavori cardine cui fanno riferimento gli amici dell’omeopatia sono fallaci sotto l’aspetto metodologico, ci sarà sempre qualcuno che dirà: “va bene. I lavori che hai preso in considerazione hanno dei punti deboli, ma l’omeopatia funziona. Bisogna solo cercare il perché”.
Non è così, mio caro lettore ignorante e seguace della fede omeopatica. L’omeopatia funziona solo nella tua testa. I rimedi omeopatici non hanno alcun effetto se non quello placebo. E quest’ultimo funziona solo se sei in stato di veglia, cosciente e se nessuno ti dice che quanto assumi è solo acqua e zucchero. Insomma, il rimedio omeopatico su di te funziona perché, anche se non lo vuoi ammettere (e chi lo vorrebbe?), sei un ipocondriaco, cioè un malato immaginario. Questa tua condizione, che ti piaccia o no, ti rende facile preda di maghi, fattucchiere, imbonitori e venditori di olio di serpente.

Post-Conclusioni
Il mondo scientifico non è rimasto indifferente all’ipotesi di Montagnier. Esistono un po’ di lavori con i quali gli scienziati hanno cercato di individuare le nano-strutture acquose. Ma questa è storia per un altro post.

 

La scienza è malata?

Le notizie che compaiono ultimamente in merito a fatti che di scientifico hanno poco o nulla, mi portano a delle riflessioni.

Faccio parte del mondo scientifico. Ho fatto questa scelta di vita fin dai tempi del liceo pensando di accedere ad un mondo fatto di sogni dove poter realizzare il mio spirito “salgariano” di avventure nel mondo del microscopico, di ciò che non si può vedere se non con la fantasia.

Durante la mia vita scientifica ho incontrato tante persone meravigliose, ma altrettante abbiette e degne solo di disprezzo.

Ancora mi ricordo delle sensazioni che ho provato quando Morris Schnitzer, il padre della chimica delle sostanze umiche, si alzò dalla platea per salire sul palco dove avevo appena finito la mia presentazione in cui lo attaccavo pesantemente, per stringermi la mano e complimentarsi con me. Io avevo 31 anni, lui era sulla settantina. In quel momento ho avuto sentimenti contrastanti ed ho capito quello che deve essere un vero scienziato. Mi sono sentito orgoglioso per quel riconoscimento che mi veniva dalla vecchia guardia, ma nello stesso tempo mi sono sentito umiliato perché quella persona non meritava l’attacco ad alzo zero che avevo fatto. Tra i due, io avevo un deficit di signorilità; il Prof. Schnitzer, dall’alto della sua esperienza, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato un giovane a far progredire il campo di cui lui era stato fondatore; se lo aspettava perché questo è il mondo scientifico. Ci si fanno domande, si cerca di dare una risposta. È quella giusta? Non lo so. Di sicuro lo è sulla base delle conoscenze del momento, fino a che qualcuno non si alza e dice “guardiamo le cose da un altro punto di vista” e nasce qualcosa di nuovo.

Credo che questo sia ciò che tutti noi, che apparteniamo a questo mondo, dovremmo fare. Non a tutti è dato fare delle rivoluzioni, ma tutti possiamo, e dobbiamo, contribuire a che ciò si verifichi. Anche il lavoro oscuro di chi non sarà mai ricordato è preziosissimo. È proprio sul lavoro di questi “stregoni” oscuri che si costruiscono le basi per l’avanzamento delle conoscenze.

Eppure siamo tutti umani. Quando il proprio egocentrismo prevale sul mondo ideale fatto principalmente di sogni, accadono cose spiacevoli. Accade che un Wakefield si inventi dei dati su una correlazione inesistente vaccini/autismo; accade che uno Schoen si inventi di sana pianta dati sperimentali sui superconduttori organici; accade che dei Fleischmann e Pons interpretino dei fenomeni casuali invocando quella che potrei definire la pietra filosofale della chimica nucleare; accade che qualcuno si inventi dati sulla tossicità, finora inesistente, degli organismi geneticamente modificati; accade che qualcuno, operando come revisore, bocci un lavoro per sostituire il nome del legittimo autore col proprio; accade anche che, approfittando della propria posizione dominante, editors di riviste più o meno importanti impongano citazioni, anche fuori luogo, ad autori di studi inviati a quelle stesse riviste. Lo scopo è  incrementare in modo artificioso il valore di quei parametri che il mondo scientifico ha deciso di utilizzare per classificare la qualità delle diverse tipologie di ricerca.

Sono utili questi parametri? La risposta a questa domanda non è facile perché una risposta affermativa implicherebbe che esistono ricerche di serie A e ricerche di serie B. Significherebbe, nel mondo ideale, classificare la conoscenza né più né meno come fece Gentile con la sua riforma nel 1923: la ricerca tecnico-scientifica non è conoscenza; la cultura e la conoscenza è solo quella umanistica. Non si terrebbe, quindi, conto del fatto che tutti i saperi, da quelli matematici, fisici, chimici, a quelli storici, letterari etc, contribuiscono all’accrescimento della qualità della vita umana.

Una risposta negativa alla domanda succitata implicherebbe una scarsa considerazione della realtà in cui ci troviamo a vivere. Le risorse economiche ed umane sono limitate. Cosa e chi finanziare prima? Da qui la necessità di valutazioni quanto più oggettive possibili per poter stabilire, per esempio, che la salute umana viene prima della grotta di Platone.

Come in tutte le cose, però, in medio stat virtus.  Una ricerca sulla SLA è certamente importante per tantissime persone che soffrono le pene dell’inferno, ma altrettanto importante è poter rispondere alle tante domande sul ruolo che noi esseri umani abbiamo nel mondo in cui viviamo. Finanziare studi di un certo tipo prima di altri di diversa natura, va bene, ma tutta la conoscenza deve essere supportata. Non esiste una cultura di serie A ed una di serie B.

Purtroppo, devo aggiungere, la ricerca economy-driven sta generando mostri.  Carriere di sognatori sono nelle mani di pochi individui senza scrupoli che pur di lasciare un segno nei libri di storia pensano che ogni mezzo sia lecito per raggiungere l’obiettivo. Piuttosto che lavorare per migliorare la qualità delle proprie conoscenze, del proprio modo di porsi di fronte a chi conosce meno, pensano ad alterare artificialmente dati e numeri in modo da innalzare i parametri che servono per salire sempre più in alto nelle classifiche in modo da avere privilegi che non meritano.

Il mondo scientifico non differisce dalla società civile. In realtà ne è lo specchio fedele. Nella società civile ci sono milioni di persone che operano tutte assieme per migliorare la qualità del sistema in cui devono vivere. Tuttavia, ci sono anche migliaia di imbroglioni ed imbonitori che operano attuando atteggiamenti mafiosi e truffaldini. Allo stesso modo, nella società scientifica ci sono migliaia di persone oneste che operano facendo del loro meglio e cercando di apportare miglioramenti per il bene di tutti. Tuttavia, ci sono pochi mediocri che fanno tanto rumore e che operano imbrogliando. Approfittano delle loro posizioni dominanti per imporre il loro punto di vista mediocre quanto loro.

La scienza è malata? Non più di quanto lo sia la società civile. La cosa importante è non sottomettersi e combattere contro le intimidazioni ed i ricatti. C’è chi nella società civile ci ha rimesso la vita. Ricordo i tanti Falcone e Borsellino che hanno alzato la testa ed hanno detto “NO!”. Anche nel mondo scientifico ci sono tanti che dicono “NO!” e che sono felici di rimanere nell’anonimato e di pagare in prima persona per il loro “NO!” con l’ostracizzazione, la mancanza di fondi, i ricatti morali. Ciò che è importante è inseguire i propri sogni. Il sogno della propria dignità personale viene prima di tutto. Ben vengano le operazioni che tanti fanno per evidenziare ed ostracizzare le mele marce.

Immagine di copertinaPablo Picasso, Scienza e carità, 1897, Barcellona, Museo Picasso

Medicina e pseudoscienza. Considerazioni e note

Medicina e pseudoscienza.
La salute tra scienza e falsi miti nell’era 2.0
“.

È stato un convegno molto interessante e particolarmente istruttivo. Si sono ritrovati a Roma, nella sala convegni dell’Ergife Palace Hotel dal 7 all’8 Aprile 2017, medici, psicologi, chimici e divulgatori scientifici di varia estrazione culturale per fare il punto della situazione sul livello della comunicazione scientifica nell’era della post-verità. Oggi più che mai si sente la necessità di scendere dai propri scranni – una volta si sarebbe detto “uscire dalla torre eburnea” – per informare, al di fuori delle aule universitarie, l’intera comunità in merito al progresso a cui siamo arrivati per la salvaguardia della salute pubblica. Oggi, come un secolo fa, impazzano maghi, imbonitori e ciarlatani. Questi, sfruttando la buona fede delle persone, fanno circolare informazioni perniciose e fuorvianti in merito all’efficacia di farmaci e cure per malattie più o meno invalidanti. Il loro solo scopo è quello di vendere i propri rimedi universali a prezzi esorbitanti per arricchirsi mediante lo sfruttamento della disperazione di amici, parenti e familiari di persone affette da patologie attualmente incurabili e particolarmente dolorose. Fino ad ora gli esponenti del mondo scientifico avevano deciso di non scendere “in singolar tenzone” contro antivaccinisti, omeopati, venditori di fumo convinti che la “verità” si facesse strada da sola nelle menti delle persone; ma soprattutto convinti che la propria attività scientifica fosse molto più importante che scendere in strada a conversare col “volgo”: “faccio grandi scoperte che mi porteranno gloria e fama. Il popolo comune mi dovrà ringraziare per i miei sforzi”; ecco quello che, più o meno velatamente, tutti abbiamo pensato.
Purtroppo non funziona così.
Attualmente le fonti di informazione sono molteplici; non ci sono più solo le aule universitarie a cui possono accedere potenzialmente tutti, ma che sono aperte, praticamente, solo a chi se lo può permettere.

Il ruolo della rete

Oggi la rete è quella che corrisponde all’enciclopedia Britannica di quando ero piccolo. Anzi, sotto il profilo economico, la rete internet è anche migliore dell’enciclopedia Britannica perché più accessibile. Mentre scienziati e tecnici erano impegnati a discutere tra loro e produrre informazione su riviste tecniche non accessibili a tutti, i venditori di olio di serpente accedevano alla rete ed occupavano gli enormi spazi che gli scienziati avevano lasciato liberi nell’assurda convinzione che le cose si sarebbero “aggiustate” da sole. Il risultato è stato il proliferare di teorie astruse come quelle sulla terra piatta, l’antivaccinismo e l’omeopatia, solo per citarne alcune. Ma se la terra piatta può essere considerata una nota di colore nell’enorme autostrada dell’idiozia umana, antivaccinismo, omeopatia, teorie anti-chemioterapiche etc. non sono così innocue. I disperati, quelli che hanno ingiustificate paure ataviche, coloro che hanno timore delle responsabilità, possono “attaccarsi” alle forme più disparate di antiscientificità e diffondere informazioni sbagliate col rischio di sottrarsi alle cure efficaci o promuovere il ritorno di epidemie di patologie erroneamente ritenute scomparse. È notizia dell’ultima ora, per esempio, che gli Stati Uniti considerano l’Italia un paese a rischio a causa della progressiva riduzione vaccinale che sta facendo aumentare il numero di casi di morbillo nella popolazione. Pur essendo noi nell’Europa avanzata tecnologicamente, siamo considerati come un paese in via di sviluppo. E questo grazie alla capacità imbonitrice di maghi e fattucchieri ed alla “ignavia” di chi ha sempre considerato la comunicazione divulgativa non importante nel panorama della propria attività scientifica.

TIPPING POINT

Il convegno organizzato dalla C1V edizioni è stato un punto di svolta.

Ha evidenziato tutte le carenze attualmente presenti nel mondo scientifico in merito alla comunicazione di massa ed ha puntualizzato che occorrerebbero strumenti migliori di quelli attuali per contrastare l’antiscientificità dilagante. Quali? Per esempio l’apertura di corsi universitari dedicati alla comunicazione scientifica. Non basta essere ottimi ricercatori per saper comunicare, così come non basta essere ottimi divulgatori per saper fare ricerca. Occorrono figure intermedie; figure multilingue, ovvero che siano in grado di comprendere sia il linguaggio ipertecnico degli scienziati che quello più popolare delle persone comuni che, col loro contributo, permettono il lavoro dei tanti, sebbene ancora troppo pochi, impegnati nella ricerca e nello sviluppo della conoscenza. Non è più il tempo dei cavalieri solitari che partono lancia in resta ed affrontano i pericoli da soli; non è più il tempo di far combattere battaglie epiche ed epocali a persone solitarie; persone come Piero Angela hanno fatto scuola; hanno aperto la strada. Ora tocca a tutti noi, coinvolti più o meno approfonditamente nello sviluppo della ricerca scientifica, scendere in strada e far capire che non siamo novelli Frankenstein, non siamo mostri che vogliono assoggettare il mondo ai propri desideri, ma solo persone che, per più o meno ottimi motivi, hanno solo il desiderio di far progredire l’umanità.

Share