Irpinia 1980 – Genova 2018

Reading Time: 4 minutes

Impazzano in questi giorni polemiche di ogni tipo in merito al crollo del ponte Morandi di Genova. Non entro nel merito delle questioni politiche. Non è questo il fine di questa pagina. Voglio solo rendere omaggio alla popolazione di Genova attraverso il racconto di un adolescente che ha vissuto le ore terribili del terremoto dell’Irpinia nel 1980. Tragedia diversa, è vero, ma, per molti versi, simile a ciò che è accaduto a Genova per quanto riguarda i drammi personali e le polemiche che seguono. Vi siete mai chiesti cosa prova un ragazzino che ha vissuto un dramma di questo tipo? Che magari ha subito una e perdita? Ecco qui una cronaca di una tragedia vista con gli occhi di un adolescente

_______________________________________________

23 Novembre 1980.
Paura e rabbia. Sembra morta anche la speranza. Paura: siamo davanti ad un fenomeno naturale, il terremoto, di cui non si conosce nulla e da cui non ci si può difendere. Rabbia: dalle prime convulse notizie si intravede la grande entità della tragedia e le responsabilità, dirette ed indirette, di chi ha da sempre dimenticato il Sud; di chi pensava che Avellino fosse un paese in provincia di Napoli.
Alba del 24 Novembre.
Le telecamere delle reti nazionali portano nelle nostre case, fortunatamente solo sfiorate dalla distruzione, immagini di paesi totalmente rasi al suolo, di persone che non hanno nemmeno la forza di piangere, di soccorsi che arrivano, quando arrivano, tardi e male.
Add’à passà a nuttata.
Sono passati anni, trentacinque, e si chiamano Polesine, Vajont, Firenze, Belice, Friuli, Valnerina, Lucania ed Irpinia.
La nostra situazione, quella dei paesi solamente sfiorati dall’onda sismica, è schizofrenica: siamo in piena emergenza per le scosse di assestamento che si susseguono a breve distanza temporale le une dalle altre; sentiamo, sotto la spinta emozionale delle notizie che ci arrivano, di non poter restare con le mani in mano; in qualche modo dobbiamo aiutare i nostri fratelli irpini e lucani. Ed eccoci qui, noi giovani del paese: ci ritroviamo, senza coordinamento e senza alcun segnale preciso, a raccogliere cibo ed indumenti; alcuni, quelli più grandi, sono partiti per il centro del “cratere”.
Nei primi giorni dalla prima grande scossa, al terremoto si oppone un contro-terremoto fatto di solidarietà. Viene soprattutto dal Nord. Un Nord che, probabilmente, è travolto da uno storico senso di colpa verso il Sud.
Tutte le sensazioni provate in quei giorni, di paura, di angoscia, di solidarietà, di immagini dirette e testimonianze indirette si riassumono nel pianto che troppe volte ha risolto le mie nottate passate all’addiaccio. Un pianto indefinibile che assomma in sé non tanto la paura della morte e l’angoscia di un futuro incerto, quanto la gioia – ebbene sì, proprio la gioia – che finalmente gli esseri umani fanno qualcosa di spontaneo, non dettato dall’interesse egoistico, che finalmente i “terroni” vengono aiutati e non sfruttati dai fratelli del Nord.
Tutto ciò sembra una favola. Una favola nata da una tragedia, quindi una favola assurda. Una favola che non può resistere a lungo. Ed infatti viene il tempo delle incomprensioni e delle polemiche; noi tutti paghiamo il triste tributo che ci siamo procurati da soli: lotta tra i partiti per il potere, crisi di governo, riforme rimaste lettera morta, leggi anacronistiche, ignoranza, ingiustizia, corruzione, confusione, terrorismo, camorra, droga, assenteismo, disoccupazione, scandali.
Troppe volte la solidarietà arriva agli incroci sbagliati e non si incontra con un’intelligenza dei soccorsi. Soldi sviati, pratiche chiuse nei cassetti sbagliati, tir fermi su strade chiuse col loro carico inutile.
Ed allora? È inutile riportare le cifre che la solidarietà europea e del Nord Italia ha convogliato verso il Sud. È noto che nessun paese al mondo ha lesinato aiuti materiali per far fronte alla prima emergenza; come è arcinoto che enti di molti paesi stanno ancora lavorando nei luoghi del “cratere”, che molte amministrazioni del Nord sono ancora in prima linea nella delicata fase della ricostruzione e della ripresa economica dei paesi terremotati: il comune di Firenze sta operando a Sant’Angelo dei Lombardi nel settore dei beni culturali; a Solofra, la provincia di Brescia sta operando per la realizzazione di un migliaio di alloggi nella “167”; a San Michele di Serino stanno ancora operando I volontari della città e della provincia di Cremona; a Montoro Superiore i tecnici della provincia di Varese stanno lavorando per lo sviluppo della cooperazione; e si potrebbe continuare all’infinito.
Ciò che è da sottolineare è lo scontro culturale tra i soccorritori del Nord e dei paesi europei, soprattutto giovani, e le popolazioni locali. Più volte i primi hanno espresso meraviglia per la passività degli irpini, per il loro stare a guardare mentre essi scavano tra le macerie, abbattono mura pericolanti e cercano di ricostruire un minimo di vita civile. Questi giovani sono venuti al Sud conoscendo solo qualche luogo di villeggiatura, credendo che il modo di vita delle genti irpine fosse quello letto o visto in libri e film di successo. Invece si sono trovati davanti ad una realtà ben diversa. Non capiscono come quella gente sia così abbandonata spiritualmente, come e perché si rifiutino di andare nelle case sulla costa. Si aspettavano una terra più aiutabile, più disponibile, meno drammatica, non così complicata dalle contraddizioni e dalle lacerazioni provocate dal cattivo governo di secoli.
Ed allora? Allora, sotto tutti i punti di vista il terremoto del 23 Novembre 1980 deve essere inteso come una forza eversiva, come una grande calamità che deve, però, segnare un’inversione di tendenza: basta con le discussioni sui fenomeni di accaparramento e di piccola speculazione che pure ci sono, inevitabilmente, in una società disgregata. Il fine ultimo, quello vero, deve essere un altro: individuare le linee di una politica di autentico rinnovamento che non riguarda solo il Sud, ma l’intera Italia. Perché ci si dimentica troppo spesso che il Mezzogiorno, così com’è, con le sue contraddizioni ed I suoi vittimismi, non è una parte della lontana Papuasia, ma è figlio di questo Paese, figlio legittimo della madre Italia.
_______________________________________________

Ebbene sì. L’adolescente che ha scritto queste cose ero io. Non me lo ricordavo. Mi era completamente passato di mente. Devo ringraziare mio fratello che, rovistando nelle vecchie carte di famiglia, ha trovato, probabilmente nascosta tra le carte di mio padre, questa vecchia digressione che fu all’epoca un “tema” non mi ricordo più se di terza media o di quarta/quinta ginnasio. Nel rileggere ciò che fu scritto ormai quasi quaranta anni fa, non ho potuto che fare un parallelismo con quanto accade in queste ore a Genova. Mi sono messo nei panni di un giovane genovese e ho pensato che se sostituisco “terremoto” con “crollo”, le sensazioni di rabbia ed impotenza, di angoscia e di sollievo sono esattamente le stesse. A distanza di tempo e nonostante la politica, l’Irpinia, bene o male, si è ripresa. Sono sicuro che Genova sarà in grado di fare di più e meglio.
Auguri a Genova

Per saperne di più: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/11/19/terremoto-in-irpinia-quel-23-novembre-di-35-anni-fa-_ee36c97a-de8f-47ee-86e6-f6547f8ac530.html

Fonte dell’immagine di copertina: https://vivicentro.it/nazionale-24h/cronaca/crollo-ponte-morandi-genova-video-dei-primi-soccorsi-si-temono-decine-vittime/

Avventure di un paleopatologo. I casi del Prof. Francesco M. Galassi

Reading Time: 3 minutes
Un mistero si aggira per I cimiteri d’Europa*

È una notte buia e tempestosa. Un’ombra si aggira per Frankfurt am Mein e si immette in Ratt-beil-straße. È il famoso paleopatologo e cacciatore di misteri irrisolti Prof. Francesco Maria Galassi chiamato ad indagare su alcuni misteri della simpatica ed attivissima città tedesca. Da alcuni mesi gli abitanti odono tonfi sordi, scricchiolii, gemiti e lamenti. Sono sicuri che provengano dal locale cimitero.

Cosa succede? Come mai da un po’ di tempo non si riesce più a dormire ed il terrore serpeggia infido negli animi di adulti e bambini?

WOSHHHHHHHH SBAM AHHHHHHIIIIIIIIIIII

Sono solo alcuni dei suoni che raggelano I cittadini di Frankfurt am Mein.

Il Prof. Francesco Maria Galassi si dirige intrepido tra i sentieri del cimitero ed arriva finalmente davanti al sepolcro che contiene i resti mortali di Emil Adolph von Behring, scopritore sia del siero che del vaccino antidifterico ed antitetanico. Grande scienziato, il Dr. Emil Adolph von Behring è stato il primo medico a essere insignito del neocostituito Premio Nobel.

Il sommovimento dei suoi resti mortali sembra essere la sola e unica causa del putiferio che spaventa i cittadini di Frankfurt am Mein. La situazione, già tesa da qualche tempo, è precipitata quando il povero Erlich ha saputo come si sia espresso un genitore italiano, tal Maurizio, su faccialibro.

Post preso da un gruppo di antivaccinisti

Per nostra fortuna Herr Professor non conosce l’italiano e ha letto il post tradotto in tedesco, cosicché ci siamo risparmiati almeno la vergogna legata agli svarioni grammaticali. Tuttavia le affermazioni surreali di Maurizio hanno lasciato il segno. In particolare, per mezzo del suo stimato collega Galassi, il Professore vorrebbe dirci che somministrare immunoglobuline per ottenere una protezione passiva (come vorrebbe fare Maurizio) non è poi un gran colpo di genio. Il siero antitetanico, infatti, si ottiene da plasma di donatori immuni e potrebbe, almeno in via teorica, essere veicolo di gravi malattie infettive: AIDS, epatite da virus B o C e altre ancora. Insomma, il prode antivax ha fatto come quel tale che “Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim”

Intanto anche a Milano, Ravenna, Arquà e Certaldo…

L’attività investigativa del Prof. Francesco Maria Galassi si sta intensificando. Nei cimiteri di mezza Europa si segnalano tonfi sordi, scricchiolii, gemiti e lamenti.

Al Famedio del celebre Cimitero monumentale presso la tomba del Manzoni si odono echi di antiche litanie e profonde preghiere.

Da bravo cattolico praticante e osservante, il celebre scrittore invoca tutti i Santi del Paradiso, un po’ perché leggere il post di Maurizio (così zeppo di strafalcioni) lo sconvolge, un po’ perché teme (per ottime ragioni) un’altra epidemia simile a quella che ha descritto ne I Promessi sposi.

A Ravenna, ove riposa il Sommo Poeta, risuonano invettive e grida scomposte.

Ad Arquà il grande Francesco Petrarca piange e si dispera per la prematura dipartita dell’amata Laura, uccisa dalla peste.

Non parliamo poi delle ingiurie che si odono presso la tomba di Ser Giovanni Boccaccio: da buon toscano l’autore del Decameron impreca senza freni, anche perché il suo libro più famoso è incentrato proprio su una epidemia di peste che colpisce Firenze. Avendone avuto esperienza il Boccaccio paventa il ripetersi di cotale sciagura.

Insomma, Maurizio ha sconvolto post-mortem i nostri più importanti scrittori e poeti. Un risultato di cui vantarsi!

* Da un’idea di Annalisa Neviani. Riadattato per il blog da Pellegrino Conte. Si ringrazia per la sua disponibilità il Prof. Francesco M. Galassi che è autore del famoso libro divulgativo edito dalla C1V dal titolo “Un mondo senza vaccini? La vera storia

Acqua e sua qualità: per cosa dobbiamo preoccuparci?

Reading Time: 5 minutes

Estate. Tempo di caldo. In città c’è una cappa fatta di smog che aumenta la sensazione di disagio per il caldo torrido. Cosa c’è di meglio che una bella bevuta di acqua fresca per reidratarci?

Qui a Palermo, ma in genere in gran parte del paese, si consuma tantissima acqua imbottigliata. Ce n’è per tutti i gusti. Acqua alcalina (ne ho già parlato qui), acqua ricca di ossigeno (ne ho parlato qui), acqua a basso contenuto di residuo fisso (ne ho scritto qui), acqua a basso contenuto di sodio (non ne ho ancora scritto, ma anche questa è una bufala commerciale), per non parlare dell’acqua contenente arsenico, nitrati e fluoruri che viene considerata tossica per cui meglio starne lontani ed impiantare inchieste giornalistiche prive di ogni senso.

La normativa sull’acqua

Avete mai letto l’etichetta di un’acqua in bottiglia? Non è che i gestori dell’imbottigliamento inseriscano le analisi delle acque che vendono per amore della chiarezza e dell’umanità. Essi sono costretti a farlo da tutta una normativa che, nel tempo, è diventata sempre più stringente e ha come punto focale la tutela della salute pubblica. Siete interessati a sapere quali sono le norme in merito? Eccone un elenco:

Per le acque destinate al consumo umano

D.L. n. 31 del 02 febbraio 2001 (Attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità delle acque destinate al consumo umano) pubblicato sulla G.U. Serie Generale n. 52 del 03 Marzo 2001

D.M. n. 174 del 06 aprile 2004 (Regolamento concernente i materiali e gli oggetti che possono essere utilizzati negli impianti fissi di captazione, trattamento, adduzione e distribuzione delle acque destinate al consumo umano) pubblicato sulla G.U. Serie Generale n. 166 del 17 Luglio 2004.

Per le acque minerali, ovvero quelle in bottiglia che troviamo al supermercato

D.L. n. 105 del 25 Gennaio 1992 (Attuazione della direttiva 80/777/CEE relativa alla utilizzazione e alla commercializzazione delle acque minerali naturali) pubblicato sulla G.U. n. 39 del 17 Febbraio 1992 e sue successive modifiche ed integrazioni

D.L. n. 239 del 4 Agosto 1999 (Disciplina delle acque di sorgente e modificazioni al decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, concernente le acque minerali naturali, in attuazione della direttiva 96/70/CE) pubblicato sulla G.U. n. 231 del 1 Ottobre 1999

D.M. del 11 settembre 2003 (Attuazione della direttiva 2003/40/CE della Commissione nella parte relativa all’etichettatura delle acque minerali e delle acque di sorgente) pubblicato sulla G.U. n. 229 del 2 Ottobre 2003

D.M. del 29 dicembre 2003 (Attuazione della direttiva n. 2003/40/CE della Commissione nella parte relativa ai criteri dei valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali di cui al decreto ministeriale 12 novembre 1992, n. 542, e successive modificazioni, nonché alle condizioni di utilizzazione dei trattamenti delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente) pubblicato nella G.U. n. 302 del 31 Dicembre 2003

D.M. del 24 marzo 2005 (Gamme delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente destinate alla somministrazione) pubblicato nella G.U. n. 78 del 5 Aprile 2005

D.L. n. 176 del 8 Ottobre 2011 (Attuazione della direttiva 2009/54/CE, sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali) pubblicata sulla G.U. Serie Generale n. 258 del 05 Novembre 2011

D.M. del 10 febbraio 2015 (Criteri di valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali) pubblicato sulla G.U. n. 50 del 2-3-2015

I limiti di legge

Tutta questa normativa impone l’obbligo di chiarezza stabilendo anche ciò che deve essere riportato sulle etichette. Inoltre impone anche dei limiti in merito alle sostanze che possono essere contenute nelle acque destinate al consumo umano ed imbottigliate. Volete un esempio? Leggete la tabella della Figura 1 qui sotto.

Figura 1. Alcuni dei parametri i cui limiti sono riportati nella normativa vigente in merito alla qualità delle acque destinate al consumo umano ed imbottigliate
Alluminio, Arsenico, Fluoro, Nitrato

Se non siete chimici, biochimici, biologi o medici, la lettura della Tabella di Figura 1 può fare impressione.

Ma come? La legge permette che ci siano sostanze tossiche come alluminio, arsenico, fluoro e nitrato? Ma lo sanno tutti (tipico dei bufalari) che sono sostanze che dovrebbero essere assenti dalle acque.

Chi fa queste affermazioni non sa che “è la dose che fa il veleno”.  Il nostro organismo è in grado di “sopportare” una certa quantità di sostanza ritenuta tossica senza alcuna conseguenza. È solo quando l’ammontare di una certa sostanza supera un dato limite che sopravvengono i problemi. Nella fattispecie i limiti riportati in tabella sono ben al di sotto di quelli pericolosi.

Cosa ci fanno sostanze potenzialmente tossiche nelle acque che compriamo?

Per rispondere alla domanda occorre sapere che l’acqua è uno dei quattro comparti ambientali con cui noi umani interagiamo. Gli altri sono suolo, sedimenti ed atmosfera.

L’acqua come comparto ambientale non è un sistema isolato, ma interagisce con tutti gli altri.

Figura 2. Ciclo idrologico (Fonte)

La Figura 2 mostra come l’acqua a livello globale interagisca con suolo, sedimenti ed atmosfera.

Il processo di evapotraspirazione porta l’acqua dalle riserve oceaniche, laghi, fiumi, mari e suolo verso l’atmosfera. Durante questo processo l’acqua perde il suo contenuto disciolto, disperso e sospeso.

Una volta in atmosfera, l’acqua gas (che per convenzione noi indichiamo come vapore) si muove per effetto delle correnti aeree. Quando si realizzano condizioni di temperatura e pressione adatti, le molecole di acqua vapore condensano a formare delle goccioline che diventano progressivamente sempre più grandi. Quando la forza di gravità prevale sulle forze dispersive (quelle che tengono disperse in atmosfera le microgocce di acqua), l’acqua ritorna sulla superficie terrestre sotto forma di pioggia.

Durante il processo di condensazione, l’acqua discioglie i gas dispersi in atmosfera come per esempio anidride carbonica, ossigeno, azoto, ossidi di azoto, ossidi di zolfo e così via di seguito. Molti di questi gas sono in atmosfera sia a causa dell’attività tellurica (per esempio eruzioni vulcaniche) che dell’attività antropica (per esempio gas di scarico delle automobili, residui della lavorazione industriale etc.).

Man mano che le gocce di acqua crescono, aumentano di peso e tendono, come già scritto, ad essere soggette alla forza di gravità. Nel loro movimento verso la superficie terrestre, le molecole di acqua condensata si arricchiscono di pulviscolo, batteri e spore di microorganismi. Questo vuol dire che quando arriva sulla superficie terrestre, l’acqua piovana non è pura nel senso chimico. Contiene già sostanze disciolte, in dispersione ed in sospensione.

Una volta al suolo, l’acqua si infiltra e/o scivola scorrendo verso le falde e le altre riserve di acqua. Durante il processo fisico di infiltrazione e/o scivolamento, l’acqua interagisce con tutto ciò con cui viene a contatto sia con meccanismi fisici che con meccanismi chimici.

Da un punto di vista fisico, lo “sfregamento” del liquido sulle rocce determina lo “sfaldamento” delle stesse e la formazione di particolato solido che entra in dispersione/sospensione nelle acque.

Da un punto di vista chimico possono avvenire tante reazioni. Per esempio, l’anidride carbonica disciolta durante il processo di condensazione atmosferica contribuisce ad aumentare la velocità dei processi di dissoluzione di rocce che contengono carbonati di calcio e magnesio facendo, così, in modo che l’acqua si arricchisca di questi composti. L’ossigeno disciolto, invece, contribuisce a reazioni di ossido-riduzione grazie alle quali l’acqua si arricchisce di solfati e nitrati.

Sistemi chimici come alluminio, arsenico e fluoro sono componenti di molte rocce per cui essi possono finire in acqua grazie ai processi chimico-fisici appena descritti e dovuti all’interazione tra l’acqua e la componente solida della superficie terrestre.

Conclusioni

Non ci dobbiamo preoccupare quando sulle etichette delle acque che compriamo al supermercato leggiamo della presenza di sostanze a cui il senso comune attribuisce una qualità negativa. Come esseri viventi noi siamo “nati” grazie all’acqua presente sul pianeta. A questo punto è chiaro che il termine “acqua” è molto più complesso del semplice “H2O” che impariamo fin dalle scuole medie. Esso, infatti, non si riferisce solo alle molecole di acqua in senso proprio, ma a tutto ciò che il sistema acqua, come sistema chimico complesso, contiene. Noi esseri viventi siamo adattati a resistere a tutto ciò che l’acqua contiene entro certi limiti. Oltre questi, noi parliamo di inquinamento e contaminazione (i due termini non sono esattamente sinonimi, ma ne parlerò altrove) per cui possiamo incorrere in seri problemi di salute.

State lontani da giornali e siti internet in cui si propaga un facile allarmismo sul contenuto tossico delle acque. Come la chimica ci insegna, noi abbiamo bisogno di acqua e di tutto ciò che essa contiene per la nostra sopravvivenza.

Fonte dell’immagine di copertinahttp://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-03-21/la-giornata-dell-acqua-primo-comandamento-riciclarla-192438.shtml?uuid=AEobRjq

Matematica, fisica e medicina: debunking e fact checking

Reading Time: 6 minutes

Viaggio tanto. In aereo, in treno, in autobus e porto sempre con me qualche libro da leggere per evitare di annoiarmi e tenere acceso, per quanto possibile, il cervello. Nel mio ultimo viaggio ho portato con me l’ultimo di Walter Quattrociocchi ed Antonella Vicini dal titolo “Liberi di crederci” (Figura 1). In esso gli autori  focalizzano la loro attenzione sulla loro ipotesi in base alla quale debunking e fact checking sono inutili. Il motivo è che queste due pratiche non fanno altro che rafforzare le convinzioni di chi è già orientato ideologicamente verso certe posizioni politiche, scientifiche o altro.

Figura 1. Copertina del libro del Dr. Walter Quattrociocchi e della Dr.ssa Antonella Vicini

Ho, tuttavia, notato che gli autori nella loro disamina commettono a mio modesto parere un paio di ingenuità.

Ad un certo punto essi scrivono a proposito di vaccinazioni in questi termini:  “La legge ha innalzato l’obbligo a dieci vaccinazioni, pena il divieto di frequentare l’asilo nido e la scuola dell’infanzia per i non vaccinati”.
Ecco. Questo è il tipico modo di esprimersi dei no-vaxx. Non sto dicendo che Quattrociocchi/Vicini lo siano. Sto solo dicendo che hanno usato una terminologia non corretta. Le vaccinazioni non sono 10. Dieci sono le patologie contro cui si viene vaccinati. Le vaccinazioni che bisogna fare sono solo due: vaccino esavalente e vaccino MPRV. In totale, seguendo il calendario vaccinale, le iniezioni che bisogna fare sono cinque, diluite nei primi 5/6 anni di vita del bambino. In particolare, il vaccino esavalente (che copre per difterite, tetano, pertosse, polio, Hib, epatite B) viene fatto dopo il secondo mese di vita (ed ha 2 richiami); il vaccino MPRV (che copre per morbillo, parotite, rosolia e varicella) viene fatto dopo l’anno di età (con richiamo singolo dopo i 5/6 anni). In definitiva, quindi, non si fanno 10 iniezioni con relativi richiami (come verrebbe da dedurre dalla terminologia usata da Quattrociocchi/Vicini), ma 3 + 2 iniezioni. Giusto per completezza non è neanche vero che il numero di antigeni è enorme (a onor del vero Quattrociocchi/Vicini non ne discutono, ma lo faccio io per completare il discorso vaccini in questa sede). Infatti, i due vaccini che vengono inoculati e che coprono per 10 patologie contengono circa 260 antigeni contro, per esempio, i 3000 che anni fa erano contenuti nel solo vaccino anti morbillo.

Leggere questa inesattezza mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Non potevano chiedere informazioni a qualche esperto (come ho fatto io per scrivere queste poche righe) prima di pubblicare il loro libro? Quando trattano dei propri argomenti Quattrociocchi/Vicini sono veramente pignoli. Perché non lo sono altrettanto quando si riferiscono a campi scientifici che prevedono competenze diverse dalle loro? O non è una distrazione e questa frase con relativo linguaggio è voluta?

Ma andiamo oltre.

A parte ciò che ho appena evidenziato, nella loro discussione in merito alle echo chamber, Quattrociocchi/Vicini scrivono: “Un altro errore comune è confondere le scienze come la fisica o la matematica, i cui risultati si ottengono con metodologie rigorose, con la medicina”.

Qui entriamo in un campo minato perché tutti quelli che si occupano di scienza e di filosofia della scienza possono avere idee differenti.
Io qui dico la mia con la consapevolezza di innescare una miccia.

Innanzi tutto: cos’è la scienza? È il complesso di conoscenze che si ottiene applicando un metodo, quello scientifico, alle osservazioni fisiche che si fanno: vedo; faccio un’ipotesi; sulla base di questa ipotesi faccio una previsione; verifico la previsione mediante degli esperimenti; se la risposta sperimentale è sì, l’ipotesi è corretta; se la risposta è no, l’ipotesi va riformulata. Questo, in sintesi, il metodo scientifico (ne avevo parlato anche qui). Sulla base di quanto scritto, può la matematica essere definita scienza? Diciamo che la matematica è nata per risolvere problemi concreti legati al commercio in senso lato (mi perdonino i miei amici matematici se sono un po’ troppo superficiale). Quindi, usando il pensiero moderno, mi sento di dire che la matematica è nata come una forma di scienza. Tuttavia, da quando abbiamo imparato a contare per risolvere problemi concreti, è passata tanta acqua sotto ai ponti. La matematica ha subito una evoluzione che altre discipline scientifiche non hanno ancora avuto. La matematica, per come la vedo io, è diventata una struttura del pensiero. Non ha più bisogno delle osservazioni fisiche (come quelle legate al commercio in senso lato) per poter avanzare.

Ad oggi, come sovrastruttura del pensiero, la matematica è al di sopra di quelle che possono essere indicate come scienze (ovvero tutti quei campi che hanno bisogno di osservazioni sperimentali per poter avanzare) e fornisce gli strumenti (logici e fisici) ad ognuna di esse. Esistono scienze che sono come la matematica? Qualcosa che ci si avvicina sono la fisica e la chimica teorica. Tuttavia, entrambe hanno poi bisogno di procedure sperimentali per poter validare ciò che sono le conclusioni del pensiero. Senza esperimenti sia la chimica che la fisica teorica sono fini a se stesse e non hanno validità alcuna.

E la medicina? In quanto forma di conoscenza basata sul metodo induttivo – cioè trarre un giudizio generale o universale partendo dall’osservazione di uno o più fatti particolari, di dati contingenti, v. vocabolario Treccani – (esattamente come fisica e chimica), anche la medicina è una scienza. Gli strumenti logici e fisici con cui procedere vengono forniti alla medicina dalla matematica (proprio come nel caso di fisica e chimica). Quali sono le metodologie rigorose che accomunerebbero matematica e fisica, ma non la medicina come scritto da Quattrociocchi/Vicini nel loro libro? Forse la statistica, su cui si basa principalmente la medicina, non è ritenuta rigorosa? Ed allora la termodinamica statistica elaborata da Boltzmann? E la meccanica quantistica (che fornisce gli strumenti per la diagnostica per immagini) basata sulla statistica? E potrei continuare perché anche la biologia, altra branca della conoscenza scientifica, si basa sulla statistica. Forse l’autore si riferisce alla discrezionalità umana che sembra essere presente nella medicina ma non nella fisica? Non è così. Entrambe le forme di conoscenza sono soggette a discrezionalità umana: un medico può sbagliare una diagnosi, così come un fisico può sbagliare l’impianto sperimentale oppure, pur avendo un impianto sperimentale corretto, non riuscire a “vedere” ciò che ha “sotto il naso”. In altre parole, anche un fisico può sbagliare la diagnosi.
In definitiva, secondo me, nella loro affermazione, gli autori sono stati un po’ superficiali (come lo sono stati nel caso dei vaccini). Questa superficialità può avere conseguenze notevoli perché chi non è avvezzo al metodo scientifico può essere portato a pensare che la medicina sia roba da stregoni, mentre la fisica sia una materia con dignità superiore. Non è così. Entrambe le discipline hanno pari dignità ed entrambe fanno buon uso di tutti gli strumenti, egualmente rigorosi, messi a disposizione dalla sovrastruttura matematica. E tanto per evidenziare che il lavoro medico prevede un approccio rigoroso ed interdisciplinare, inserisco la notizia che potete leggere ingrandendo la Figura 2 (oppure cliccando qui).

Figura 2. La medicina riesce a salvare la vita ad un bambino con rara patologia

È finita qui? No. Perché basandosi sulle loro osservazioni, come scritto nel paragrafetto introduttivo, Quattrociocchi/Vicini evidenziano l’inutilità del fact checking. Mi sembra allora interessante riportare una notizia apparsa recentemente su La Gazzetta di Modena (qui e Figura 3) e su altri siti minori (per esempio qui).

Figura 3. Un fact checking test ha avuto successo tra gli studenti di un istituto professionale

Una professoressa di un istituto tecnico industriale di Modena ha ideato un fact checking test con cui si sono cimentati i suoi allievi. A quanto pare il fact checking ha funzionato. Alcuni pregiudizi sono stati rimossi. Mi rendo conto che questo è un fatto isolato rispetto ai grandi numeri di cui dispone Quattrociocchi. Mi permetto di pensare, però, che c’è qualcosa di positivo. Da un punto di vista scientifico posso dire che il fact checking ha funzionato date le condizioni al contorno utilizzate (ragazzini di un istituto tecnico industriale costretti ad imparare). Se riformulassimo le condizioni al contorno in modo da adattarle ai grandi numeri, sarebbe possibile un esito positivo del fact checking e, di conseguenza, la rimozione dell’ipotesi di inutilità dello stesso evidenziata dagli studi di Quattrociocchi? Non lo so e qui mi fermo. Non è il mio campo ma qualcun altro con più competenze di me potrebbe anche farci un pensiero sopra e dire a noi se questa ipotesi di lavoro potrebbe funzionare o meno.

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.insidemarketing.it/fact-checking-strumenti-verifica-notizie/

Storia chimica delle armi. I gas nervini

Reading Time: 5 minutes

Quanti di noi hanno sentito parlare dei gas tossici usati tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta del XX secolo da Saddam Hussein per sterminare i Curdi (qui)? E quanti ricordano l’attentato alla metropolitana di Tokyo nel 1995 le cui vicende giudiziarie si sono  concluse solo qualche giorno fa con la morte dei responsabili  (qui)?

Non voglio discutere dell’etica nell’uso delle armi. Non è il compito che mi sono dato nella gestione di questo blog. Oggi voglio semplicemente descrivere i meccasnismi con cui i gas nervini funzionano sull’organismo umano prendendo spunto da un articolo apparso su American Scientist (May-June 2018, pp. 138-140; qui).

Sapete cos’è la nicotina? È la molecola mostrata in Figura 1.

Figura 1. Struttura della nicotina (Fonte)

Si tratta di un alcaloide la cui funzione all’interno delle piante che lo producono è di tipo difensivo. Serve, in altre parole, per la protezione dai predatori. Ma qual è la relazione tra i gas nervini e la nicotina?

Erano gli anni ‘30 del XX secolo. In Italia era già presente il fascismo e da poco in Germania era salito al potere Hitler col suo partito nazionalsocialista.

Gli scienziati tedeschi erano alla ricerca di insetticidi alternativi alla nicotina. Nei laboratori chimici si sperimentavano nuove reazioni di sintesi e da una di queste venne ottenuto il (RS)-2-(fluoro-metil-fosforil)ossipropano che è più noto col nome comune di Sarin (Figura 2).

Figura 2. I due isomeri del Sarin (Fonte)

Il nome comune di questo biocida deriva da quello dei chimici che per primi lo sintetizzarono: Schrader, Ambros, Rüdiger e Van der Linde.

La molecola è un derivato organo fosfato, volatile ed incolore, del 2-propanolo che, fin da subito, mostrò enormi potenzialità biocide. Potenzialità talmente buone che risultò troppo tossico, anche per gli umani, per gli usi in agricoltura. Per questo motivo la descrizione del processo di sintesi fu passata ai chimici della Wehrmacht che cercarono fin da subito di industrializzarne la produzione per l’ottenimento di un’arma di distruzione di massa micidiale.

Sappiamo come è finita la seconda guerra mondiale. Per fortuna i tedeschi non furono in grado di produrre il Sarin in quantità belliche ed alla caduta del Reich millenario non avevano ancora risolto il problema di come passare la produzione dalla scala di laboratorio a quella industriale. Si racconta che durante il tentativo di upgrade alla sintesi industriale, due chimici della Wehrmacht fossero venuti a contatto con questo liquido volatile attraverso dei microstrappi nelle loro tute di protezione e siano morti. Questo episodio sembra sia stato poi alla base per la comprensione dei meccanismi di azione del Sarin.

La ricerca di alternative alla nicotina, portò gli scienziati tedeschi non solo alla sintesi del Sarin, ma anche a quella del N,N-Dimetilfosforamidocianidato di etile meglio noto col nome comune di Tabun (Figura 3).

Figura 3. Struttura del Tabun (Fonte)

Anche questo sistema chimico risultò troppo tossico per l’uso in agricoltura e la descrizione del suo processo di sintesi fu passato ai chimici dell’esercito Tedesco. Come nel caso del Sarin, gli scienziati della Wehrmacht non furono  in grado di operare l’upgrade alla scala bellica del Tabun che non fu mai operativamente utilizzato nella seconda guerra mondiale contro gli alleati (qui e qui degli articoli interessanti sul ruolo dei chimici nazisti nella seconda guerra mondiale, mentre qui si trovano un po’ di articoli interessanti sull’invenzione delle armi di distruzione di massa, come oggi vengono indicati i gas a scopo bellico).

Dagli anni ’30 del XX secolo ad oggi, sono stati fatti notevoli progressi in termini di efficienza dei gas nervini (da qui, potete scaricare una interessante review in merito ai gas nervini: Wiener and Hoffman (2004) Nerve Agents: A Comprehensive Review, Journal of Intensive Care Medicine 19: 23-38).

Dal Sarin e dal Tabun si è passati ai Novichock agents (anche indicati con la sigla VX) la cui struttura non è ancora ben nota. In Figura 4 si riportano ipotesi di struttura per i gas VX.

Figura 4. Possibili strutture degli agenti nervini indicati con la sigla VX (Fonte)
Come funzionano i gas nervini?

Uno degli enzimi più importanti nel nostro metabolismo legato alla trasmissione degli impulsi nervosi è l’acetilcolinesterasi (AChE, Figura 5).

Figura 5. Acetilcolinesterasi, enzima coinvolto nella trasmissione degli impulsi nervosi (Fonte)

Il ruolo dell’AChE è quello di idrolizzare (in termini più semplici “distruggere”) l’acetilcolina (ACh, Figura 6), un neurotrasmettitore che, quando si accumula nelle sinapsi o nelle giunzioni neuromuscolari, causa:

  1. contrazione delle pupille
  2. eccessiva produzione di muchi, lacrime, saliva e sudore
  3. nausea e dolori gastrointestinali
  4. broncocostrizione e irrigidimento del torso
  5. spasmi, convulsioni e perdita del controllo delle funzioni intestinali
  6. coma
  7. morte
Figura 6. Struttura chimica del neurotrasmettitore acetilcolina (Fonte)

Il processo di idrolisi dell’acetilcolina ad opera dell’acetilcolinesterasi è mediato dalla presenza di due siti attivi nell’enzima: il primo (un sito con caratteristiche anioniche, ovvero carico negativamente) serve per posizionare (attraverso l’interazione con la carica positiva che vedete nella Figura 6) l’acetilcolina nel modo giusto accanto al secondo sito che funziona da “forbice” per “tagliare” la molecola nel punto indicato dalla freccia di Figura 6.

La reazione complessiva è, quindi, quella che vedete in Figura 7

Figura 7. Schema dell’idrolisi dell’acetilcolina

I gas nervini competono con l’acetilcolina per i siti attivi dell’acetilcolinesterasi (bello, vero, scritto così? significa che i gas nervini si legano all’acetilcolinesterasi al posto dell’acetilcolina), impedendo in questo modo la reazione di Figura 7 e consentendo l’accumulo di ACh nelle sinapsi e nelle giunzioni neuromuscolari con le conseguenze descritte poco più sopra.

Conclusioni

La morte per inalazione o contatto con gas nervini non è bella. Ci si rende conto della propria fine e, se non si utilizzano in tempo gli antitodi necessari a rompere le molecole di gas nervino, si muore soffrendo parecchio.

A margine di questa conclusione a cui si può arrivare intuitivamente leggendo le poche cose che ho scritto, voglio semplicemente aggiungere che tutto quello che ho scritto (sicuramente in modo semplicistico e non completo) è parte del bagaglio culturale di ogni chimico, biologo, medico o professionista del settore “scienze della vita” (per es. anche farmacisti e CTF) che, nel corso dei suoi studi, ha avuto a che fare con la biochimica.

Se la biochimica ci consente di spiegare in modo dettagliato il funzionamento di queste terribili armi chimiche, non si capisce perché stuoli di ignoranti imperversano in rete dispensando consigli non solo inutili ma anche palesemente falsi, perchè basati su nessuna conoscenza o su pseudo scienza, in merito al funzionamento di vaccini, omeopatia, scie chimiche e altre baggianate del genere.

La biochimica, cari i miei ignoranti, si studia all’università. È grazie al suo sviluppo ed alla sua evoluzione  che noi oggi siamo in grado di vivere mediamente fino ad ottanta anni contro i 30/40 di un secolo fa.

Prima di dire idiozie in merito al funzionamento dei vaccini o pontificare sulla biodinamica e sull’omeopatia, studiate. Solo dopo aver studiato ed aver capito le basi del metabolismo animale avete il diritto di parlare. Prima di allora non avete alcun diritto di confrontarvi con chi ne sa più di voi il cui unico titolo di studio in termini chimici, biologici e medici è equivalente al vostro certificato di battesimo.

Fonte della foto di copertina

Anche i vaccini fanno oh!

Reading Time: 7 minutes

È di queste ore la notizia che il nostro Ministro degli Interni (Salvini) nella sua campagna elettorale permanente ha strizzato gli occhi alla fazione antivaccinista presente in Italia nel tentativo di racimolare voti per le elezioni che si terranno nel momento in cui egli deciderà di far cadere questo governo: “Alcuni vaccini salvano la vita ma dieci vaccini per alcuni bambini sono inutili ed alcuni pericolosi. Non sono un ‘no vax’ e ci sono tante reazioni avverse documentate. Io ritengo che la salute dei bambini spetti alla mamma e al papà e quindi alcuni vaccini sono fondamentali, troppi vaccini rischiano di far male” (qui il link alla notizia).

Opinioni in ambito scientifico da parte di non addetti al settore lasciano il tempo che trovano, ma quando certe cose vengono dette da un esponente politico che ricopre una carica istituzionale importante come quella di Ministro degli Interni, le cose cambiano.

Se i vaccini sono pericolosi, non è certo togliendo l’obbligo vaccinale che essi diventano meno pericolosi.  Siano essi uno, due o dieci,  restano comunque pericolosi. Ed allora dovere delle istituzioni, incluso quello del Ministro degli Interni, è la salvaguardia della salute pubblica (Art. 32 della Costituzione). Alla pericolosità dei vaccini si risponde non solo togliendo l’obbligo ma anche eliminando del tutto le vaccinazioni. Perché se i vaccini sono pericolosi, più pericolosi delle malattie da cui si pretende essi ci proteggano, allora ne va impedita la somministrazione a tutti e non solo ai pochi illuminati ai quali si consentirebbe, abolendo l’obbligo vaccinale attualmente in vigore,  la libera scelta di non vaccinare.

Naturalmente la mia è una provocazione. Bene hanno fatto il Prof. Burioni ed il Prof. Lopalco ad alzare gli scudi contro questa infelice uscita del Ministro Salvini evidenziandone tutta l’inconsistenza scientifica (qui e qui le posizioni di Burioni e Lopalco, mentre qui quelle del Ministro della Salute).

Su cosa poggia l’idea sulla pericolosità dei vaccini del Ministro Salvini? La risposta la dà lui stesso quando loda Gatti e Montanari per il loro coraggio nel denunciare il contenuto tossico dei vaccini da essi analizzati mediante microscopia elettronica (qui la notizia).

Veniamo, quindi, al punto.

Non voglio entrare nel merito scientifico della validità dei vaccini.  Fior di medici (Burioni e Lopalco sono solo i front men) ne sanno molto più di me e  sono bravissimi a fugare ogni dubbio in merito.

Come chimico  voglio, invece, entrare nei dettagli del lavoro di Gatti e Montanari che è preso come riferimento dagli anti-vaccinisti e dal Ministro Salvini che, nonostante le sue dichiarazioni, si dice non anti-vaccinista (caro Ministro, la sua opinione di padre in merito all’utilità dei vaccini, purtroppo per lei, non è significativa. Non è lei, non virologo e non medico, a poter dire “i vaccini sono utili” oppure “alcuni vaccini sì, tanti altri no”. Sono gli addetti ai lavori che hanno passato anni sui libri e nelle corsie degli ospedali ad avere l’ultima parola sulla parte tecnica della prevenzione vaccinale, non lei. Lei può indicare la strada da percorrere in senso politico per le cose che le competono; ma, mi dispiace per lei, in merito agli aspetti tecnici sui vaccini e sulla validità del lavoro di Gatti e Montanari, le sue opinioni non hanno alcuna consistenza).

Nel 2016, I dottori Antonietta Gatti e Stefano Montanari hanno pubblicato un lavoro dal titolo “New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination” su una rivista che si chiama International Journal of Vaccines and Vaccination. Questa rivista è inserita nella lista Beall degli editori e delle riviste predatorie. Una rivista predatoria è tale quando, a fronte di una tassa più o meno elevata, pubblica un lavoro senza una attenta valutazione in peer review. Per questo motivo articoli di natura pseudo scientifica appaiono in letteratura e diventano il baluardo di tante persone che, non abituate al pensiero razionale, non sono in grado di comprendere che le conclusioni riportate in questi lavori sono completamente sbagliate. Tuttavia, come ho avuto già modo di scrivere (qui), non bisogna focalizzarsi sul contenitore per giudicare un lavoro scientifico, bensì sul contenuto del lavoro stesso.

Ed eccoci qui. Leggiamo il lavoro assieme (qui).

Lasciamo da parte i fronzoli dell’introduzione. Questa in genere è scritta per riassumere i punti salienti che spingono una ricerca in una certa direzione. A noi non interessa. Sappiamo che gli autori vogliono trovare conferma ai loro bias cognitivi, ovvero vogliono dimostrare che i vaccini sono pericolosi perché contengono sistemi chimici di natura tossica. Soffermiamoci, invece, sull’aspetto tecnico e valutiamone la consistenza scientifica.

Dopo la lista delle preparazioni vaccinali che hanno deciso di analizzare, gli autori scrivono:

we performed a new kind of investigation based on observations under a Field Emission Gun Environmental Electron Scanning Microscope (FEG-ESEM, Quanta 200, FEI, The Netherlands) equipped with the X-ray microprobe of an Energy Dispersive Spectroscope (EDS, EDAX, Mahwah, NJ, USA) to detect the possible presence of inorganic, particulate contaminants and identify their chemical composition“.

La tecnica, i cui dettagli sono descritti qui,  qui e qui, consente di “vedere” e “quantificare” il contenuto elementare di sistemi inorganici presenti in micro-campioni rappresentativi dei sistemi sotto indagine.

La Figura 1 mostra il risultato quali- quantitativo ottenuto dall’analisi di una microgoccia (20 μL) di uno dei vaccini presi in considerazione (la microgoccia viene seccata prima di ogni analisi per cui quest’ultima viene effettuata sulla fase solida che si ottiene dal trattamento del campione).

Figura 1. Cristalli di vari sali identificati mediante spettroscopia EDS (Fonte)

Gli autori scrivono:

Figure 1a shows a layer of crystals of Sodium chloride (NaCl) embedding salts of Aluminum phosphate (AlPO4) in a drop of Gardasil (anti-HPV vaccine by Merck) as the EDS spectrum (Figure 1b) shows. Saline is the fluid base to any vaccine preparation and Aluminum salts or Aluminum hydroxide [Al(OH)3] are the adjuvants which are usually added. Looking at the area outside these precipitates but inside the liquid drop, we identified other things: single particles, clusters of particles and aggregates (organic-inorganic composites) that are due to an interaction of the inorganic particulate matter with the organic part of the vaccine“.

In altre parole, Gatti e Montanari, dicono di aver trovato cristalli di cloruro di sodio (il normale sale da cucina) assieme a fosfato di alluminio la cui presenza è giustificata dal fatto che, come adiuvante vaccinale, vengono utilizzati sia sali di alluminio che idrossido di alluminio. Oltre a quanto già riportato,  gli autori evidenziano come abbiano trovato anche complessi metallo-organici come conseguenza delle interazioni tra le componenti inorganiche e quelle organiche presenti nei vaccini.

Subito dopo la fotografia mostrata in Figura 1, gli autori riportano tutta una serie di foto al microscopio elettronico dalle quali affermano di aver trovato tanti altri metalli pesanti e tante altre sostanze addirittura non dichiarate nella composizione dei vaccini che di solito si legge sui bugiardini. Per esempio, riportano della presenza di ferro, rame, cromo, silicio, titanio, piombo etc etc etc.

Sono veramente informazioni che fanno paura, vero? Una persona a digiuno di chimica quando legge che nei vaccini sono stati trovati miscele di metalli pesanti come quelli indicati, ha ragione a preoccuparsi. Ma come? Si parla tanto dei pericoli dei metalli pesanti e ce li ritroviamo nei vaccini che vengono iniettati in esserini indifesi come sono i neonati?

Che dire. Le preoccupazioni sarebbero fondate se non ci fosse un “ma”. Prendiamo per esempio il cromo. Simbolo Cr, il cromo è un metallo di transizione (Figura 2) con due stati di ossidazione importanti sotto l’aspetto biochimico: Cr3+ (anche indicato come Cr(III)) e Cr6+ (anche indicato come Cr(VI)).

Figura 2. Tavola periodica degli elementi (Fonte)

Come indicato in tutti i testi di farmacologia, l’attività biochimica delle due forme di cromo è diversa. Il Cr(III) è un microelemento essenziale per la vita dell’uomo. Esso è coinvolto nel metabolismo del glucosio cosicché una sua carenza può provocare il diabete oltre che problemi cardiaci. Un suo eccesso nella nostra dieta può portare a problemi di salute come l’insorgenza di macchie cutanee. Il Cr(VI), a differenza del Cr(III), non è un micronutriente e l’esposizione al cromo (VI)  provoca eruzioni cutanee, problemi di stomaco e ulcera, problemi respiratori, indebolimento del sistema immunitario, danni a fegato e polmoni, alterazione del materiale genetico, cancro ai polmoni e morte.

Questa breve disamina sul cromo mi serve solo per far capire che non basta dire che in un sistema chimico ci sono metalli pesanti per aver paura. Per potersi preoccupare è necessario che si conosca anche sotto quale forma è presente quel determinato metallo pesante. Nei vaccini non è presente il cromo nello stato di ossidazione +6.

È vero che alte concentrazioni di uno qualsiasi dei metalli anzidetti, anche se biochimicamente non tossico, può provocare danni alla salute. Tuttavia, sono gli stessi autori del lavoro che ci aiutano a capire che non dobbiamo preoccuparci. Vediamo perché.

Leggiamo la tabella 3 del lavoro di Gatti e Montanari. In particolare, facciamo attenzione alla seconda colonna, quella indicata come “Total Debris n.”, ovvero numero di particelle sotto forma di precipitato. Si legge che gli autori hanno individuato nelle diverse tipologie di vaccino un numero di particelle solide che va da 2 (in Anatetall) a 2723 (in Varilrix). Sono veramente tante, vero? Direi di si. Trovare ben 2723 particelle solide in 20 μL di vaccino (questa è la quantità usata per le analisi) vuol dire che in 1 mL di una dose vaccinale ci sono 136150 particelle solide. È un numero veramente grande. Perché dovremmo consentire che ad un neonato vengano iniettate queste enormi quantità di particelle solide? Chi ci può assicurare che questo numero così alto di particelle solide non porti problemi ai bambini?

A questo punto bisogna ricorrere alle conoscenze di chimica elementare e ricordare che il parametro che ci consente di valutare l’effetto di una sostanza sulla salute umana è la concentrazione. La concentrazione in chimica si riferisce al numero di moli di una sostanza per unità di volume. In altre parole la concentrazione è un parametro che ci consente di dire quanto di una data sostanza è presente in dato volume di soluzione.

Ricordo anche che un parametro molto importante in chimica è il numero di Avogadro. Esso ci dice che una mole di sostanza contiene 6.022 x 1023 particelle elementari. In altre parole, per esempio, una mole di acqua pesa 18 g e contiene 6.022 x 1023 molecole del tipo H2O.

A questo punto ci possiamo chiedere: 136150 particelle differenti a che concentrazione corrispondono?

Semplice. Basta dividere il numero di particelle per il numero di Avogadro e per il volume iniettato. Supponiamo, allora, di fare un’iniezione di 1 mL (cioè 1 x 10-3 L), si ottiene:

[136150/6.022 x 1023]/1 x 10-3 mol/L = 2.26 x 10-16 mol/L

In altre parole, la concentrazione di sostanza corrispondente a 2723 particelle solide ottenute per evaporazione di 20 μL di vaccino è al di sotto delle femto moli (< 10-15 mol, oppure fmol) per litro. Si tratta, insomma, di una quantità di materia che è assolutamente innocua sotto il profilo farmacologico.

Gli autori del lavoro giocano semplicemente col modo di esprimere le misure. 2723 particelle in 20 μL sembra un numero elevatissimo. Ma se lo esprimiamo  in unità mol/L, che sono quelle normalmente utilizzate in farmacologia, ne viene che i vaccini sono assolutamente puri sotto l’aspetto chimico.

Conclusioni

Gatti e Montanari, col loro lavoro, hanno semplicemente dimostrato che i vaccini hanno una elevatissima purezza chimica. Caro Ministro Salvini, forse farebbe meglio a far leggere certi riferimenti ai suoi consulenti scientifici prima di fare le dichiarazioni che ho letto.

Altre letture

I love it when an antivax study meant to show dirty vaccines are backfires so spectacularly

 

Fonte immagine di copertina: Wikimedia Commons. Photo Credit: James GathanyContent Providers(s): CDC – This media comes from the Centers for Disease Control and Prevention’s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #2674.

 

”Acqua che squilli, acqua che brilli, dacci l’ossigeno senza rovelli”, ovvero sul perché l’acqua ricca di ossigeno è una bufala

Reading Time: 6 minutes

Sì, lo so. Come poeta non sono un granché. Niente al confronto con D’Annunzio che scriveva:

Acqua di monte,
acqua di fonte,
acqua piovana,
acqua sovrana,
acqua che odo,
acqua che lodo,
acqua che squilli,
acqua che brilli,
acqua che canti e piangi,
acqua che ridi e muggi.
Tu sei la vita
e sempre sempre fuggi.

(“Acqua” di G. D’Annunzio)

Ma se io sono una scarpa come poeta, ci sono persone che possono essere considerate delle vere e proprie ciabatte in ambito scientifico ed in particolare nel settore chimico.

In questi giorni sto intervenendo su una pagina facebook di una ditta che produce acqua arricchita di ossigeno. Addirittura nella loro pagina internet affermano di solubilizzare fino al 3000 % di ossigeno rispetto alle normali acque da tavola. Ad onor del vero, sembra che le acque ricche di ossigeno siano di moda attualmente. Basta andare in Google e digitare “acqua ricca di ossigeno” perché vengano trovate pagine internet di aziende che mettono in vendita questa acqua ritenuta più salutare della normale acqua da rubinetto, sia che l’ossigeno sia presente in modo “naturale”, sia che questo vi sia stato aggiunto.

Ma perché si sente l’esigenza di porre l’accento sul contenuto di ossigeno disciolto nelle acque?

Il BOD ed Il COD

Da un punto di vista squisitamente chimico spiego ai miei studenti (insegno sia ”Chimica del Suolo“ che ”Recupero di aree degradate”) che il contenuto di ossigeno disciolto nell’acqua è un parametro molto importante per la qualità (in termini positivi) di questo comparto ambientale. Infatti, anche gli organismi marini hanno bisogno di ossigeno per sopravvivere, esattamente come noi organismi terrestri. La differenza è che mentre noi siamo adatti a vivere in un fluido gassoso, ovvero l’aria fatta da circa il 79% di azoto molecolare, il 20% di ossigeno molecolare e l’1% di altri gas come l’anidride carbonica e l’argon, gli organismi marini sono adatti a vivere in un  liquido, cioè l’acqua, da cui riescono ad estrarre l’ossigeno che occorre per i loro processi metabolici.

In termini fisiologici, l’ossigeno di cui abbisognano le nostre cellule viene “catturato” dai polmoni, “legato” all’emoglobina e trasportato dove serve (Figura 1).

Figura 1. Schema della respirazione polmonare (Fonte)

La stragrande maggioranza degli organismi marini è dotata, invece, di branchie (Figura 2).

Figura 2. Meccanismo di funzionamento delle branchie (Fonte)

L’acqua passa attraverso le branchie venendo a contatto con delle sottilissime membrane al di là delle quali si trova il sangue. L’ossigeno disciolto nell’acqua diffonde attraverso queste sottilissime membrane per diffondere nel sangue povero di ossigeno.
I diversi meccanismi con cui gli organismi terrestri e quelli marini assorbono l’ossigeno per la realizzazione dei propri processi metabolici, fanno in modo che noi non possiamo sopravvivere in acqua, né gli organismi marini possono sopravvivere al di fuori dell’acqua (mi scuso con i miei lettori biologi se non sono stato troppo corretto nella descrizione dei processi di assunzione dell’ossigeno).

Fatta questa premessa semplicistica, due dei parametri che i chimici usano per valutare la qualità di un’acqua riferita alla sua capacità di sostenere la vita marina sono il Biochemical Oxygen Demand (o BOD) ed il Chemical Oxygen Demand (anche indicato come COD).

Il “BOD” è una misura della quantità di ossigeno che i microorganismi presenti nelle acque usano per la decomposizione aerobica della sostanza organica. Più elevato è il BOD, meno ossigeno è disponibile per il sostentamento della vita degli organismi marini (per es. i pesci).

Il “COD” è una misura della quantità di ossigeno richiesta per l’ossidazione della sostanza organica presente nelle acque sia per effetto di reazioni di natura microbiologica che di reazioni in cui non sono coinvolti i microorganismi. Come per il BOD, più elevato è il valore del COD, meno ossigeno è disponibile per il sostentamento della vita acquatica.

L’ossigeno disciolto riguarda gli organismi terrestri?

Da quanto appena scritto, si capisce che la quantità di ossigeno molecolare disciolto in acqua è importante per la vita acquatica. Ma cosa c’entriamo noi? Perchè l’ossigeno disciolto dovrebbe riguardarci? Una risposta la si trova in rete cercando nei vari siti di aziende produttrici di acqua ad alto contenuto di ossigeno:

  1. l’ossigeno disciolto migliora le prestazioni lavorative
  2. l’ossigeno disciolto favorisce la digestione
  3. l’ossigeno disciolto esalta il gusto delle pietanze
  4. l’ossigeno disciolto aumenta la resistenza fisica

etc etc etc

Insomma, come si legge, sembra che l’ossigeno disciolto nelle acque che beviamo sia come l’olio di serpente, ovvero una panacea per tutti i mali. Peccato che non avendo branchie come i pesci, l’ossigeno disciolto nell’acqua a noi non serva assolutamente a nulla.  In altre parole, le acque cosiddette ricche di ossigeno non sono altro che acque potabili in grado di toglierci la sete e mantenerci idratati esattamente come tutte le acque potabili di questo mondo, incluse quelle dal rubinetto.

Quanto ossigeno può essere disciolto in acqua?

Chi studia la chimica, anche al livello di scuola superiore, sa benissimo che esiste una relazione diretta tra pressione parziale di un gas, temperatura e solubilità del gas in un liquido.

La Figura 3 mostra l’andamento della solubilità dell’ossigeno molecolare in acqua deionizzata.

Figura 3. Solubilità dell’ossigeno molecolare in acqua deionizzata (Fonte)

Le tre curve indicano la quantità di ossigeno disciolto in acqua deionizzata a tre pressioni differenti: 1 atm (curva blu), 2 atm (curva rossa) e 4 atm (curva gialla). Per spiegare la traslazione delle curve (ovvero perché quella gialla è più in alto e quella blu più in basso) immaginate di dover spingere sott’acqua dei palloncini gonfi di aria. Se ne volete spingere uno solo, dovete applicare una certa forza; per spingerne due, dovete applicare una forza maggiore; questa forza aumenta all’aumentare del numero di palloncini che intendete spingere sotto il pelo dell’acqua.

La Figura 4 mostra la solubiità dell’ossigeno molecolare in un’acqua contenente dei sali.

Figura 4. Solubilità dell’ossigeno molecolare in acqua salata (Fonte)

La posizione delle curve è identica a quella mostrata in Figura 3 (curva gialla in alto, curva blu in basso). Tuttavia, salta subito agli occhi che l’ammontare di ossigeno disciolto nelle stesse condizioni della Figura 3, è inferiore.  Perché? La solubilità di un gas in acqua (o in un liquido qualsiasi) non dipende solo da temperatura e pressione, ma anche dalla presenza di soluti disciolti.

Come ho già avuto modo di scrivere (qui), il processo di solubilizzazione di un soluto in un solvente può essere considerato come una vera e propria reazione chimica in tre stadi:

  1. soluto-soluto → 2 soluto
  2. solvente-solvente → 2 solvente
  3. soluto + solvente → soluto-solvente

in cui l’ultimo stadio descrive la formazione di interazioni tra il soluto ed il solvente. Più affini sono soluto e solvente, maggiore è la solubilità del primo nel secondo. Non discuto in questa sede delle condizioni di saturazione per cui non è possibile sciogliere un soluto in un solvente oltre una certa quantità.

Nel caso dell’ossigeno in acqua deionizzata, tutte le molecole di acqua sono “a disposizione” per l’interazione con l’ossigeno che si scioglie nel solvente. Se, però, nel solvente è già presente un soluto, lo schema di solubilizzazione a tre stadi precedentemente descritto, si arrichisce di due ulteriori stadi:

  1. soluto1-soluto1 → 2 soluto1
  2. soluto2-soluto2 → 2 soluto2
  3. solvente-solvente → 2 solvente
  4. soluto1 + solvente → soluto1-solvente
  5. soluto2 + solvente → soluto2-solvente

Se il secondo soluto corrisponde all’ossigeno molecolare in fase gassosa, lo stadio 2 appena descritto non deve essere preso in considerazione. Quello che accade è che l’ossigeno molecolare in forma di gas compete con il soluto1 disciolto per le interazioni col solvente. Poichè l’affinità tra acqua e sale è maggiore che tra acqua e ossigeno gas,  ne viene che quando l’ossigeno viene “spinto” nell’acqua salata, la quantità di ossigeno gas in grado di sciogliersi (secondo lo schema descritto) è inferiore a quella in grado di sciogliersi in acqua deionizzata.

In definitiva, più basso è il contenuto salino di un’acqua, più elevata è la quantità di ossigeno che si può sciogliere; più alta è la pressione esercitata sulla superficie del liquido, maggiore è la quantità di ossigeno disciolto; a parità di contenuto salino e di pressione, più bassa è la temperatura del sistema e maggiore è la quantità di ossigeno che si può sciogliere.

Conclusioni

Possiamo sciogliere tutto l’ossigeno che ci pare in un litro di acqua adottando gli accorgimenti descritti nella parte finale del paragrafo precedente, tuttavia questo ossigeno non ci serve perché non abbiamo le branchie come gli organismi marini; in ogni caso, una volta che non sono rispettate le condizioni atte a garantire la massima solubilizzazione del gas in acqua, valgono le condizioni di equilibrio alla temperatura ed alla pressione di esercizio. In altre parole, quando apriamo una bottiglia di acqua arricchita di ossigeno alla pressione atmosferica ed alle temperature di questi giorni (oltre i 30 °C) ci dobbiamo aspettare una effervescenza dovuta  alla fuoriuscita del gas per raggiungere le condizioni di equilibrio a quei valori di temperatura e pressione. Il prodotto che si beve è né più né meno che acqua potabile (e ci mancherebbe) con tutte le caratteristiche tipiche di un’acqua qualsiasi venduta al supermercato o presa al rubinetto di casa.

Fonte dell’immagine di copertina

 

 

 

I dolcificanti parte V. Potassio 6-metil-1,2,3 ossatiazin-4-(3H)-one 2,2-diossido

Reading Time: 2 minutes

Continuiamo il breve reportage sugli edulcoranti. Dopo aver discusso di alcuni dolcificanti di sintesi e chiarito il meccanismo per cui sentiamo il sapore dolce (qui il link ai diversi articoli pubblicati fino ad ora), passiamo ad una molecola molto usata in campo alimentare.

Avete mai sentito parlare del composto il cui nome è riportato nel titolo di questa nota? Si tratta della molecola mostrata in Figura 1.

Figura 1. Sale potassico del 6-metil-1,2,3-ossatiazin-4-(3H)-one 2,2-diossido meglio noto come acesulfame K o E950

Un po’ complicato, vero? In effetti, questa molecola è più nota col nome commerciale di acesulfame K o con la sigla E950. Si tratta di un edulcorante di sintesi scoperto per caso, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo, da Clauss e Jensen.

Si presenta come una polvere bianca con un potere dolcificante circa 120 volte più intenso di quello del saccarosio (riferimento qui). Essendo termicamente stabile, viene utilizzato nei prodotti dolciari destinati alla cottura, oltre che in numerosissimi altri prodotti come quelli farmaceutici e negli alimenti per animali.

Nonostante il suo elevato potere dolcificante, l’acesulfame K lascia un retrogusto amaro. Per questo motivo esso viene sempre usato assieme ad altri edulcoranti artificiali come sucralosio, fruttosio ed aspartame. Il sapore dei  co-edulcoranti copre il retrogusto amaro dell’acesulfame K oltre a potenziarne il potere dolcificante attraverso un effetto sinergico il cui meccanismo non è stato ancora ben chiarito.

Tossicità dell’acesulfame K

Essendo un edulcorante artificiale, l’acesulfame K rappresenta nell’immaginario collettivo il non plus ultra dei prodotti tossici. In realtà, questo edulcorante non viene metabolizzato dal nostro organismo. Infatti, è stato dimostrato che esso viene completamente escreto intatto nelle urine dei pazienti che lo assumono (riferimento qui).

Non essendo metabolizzato, esso risulta acariogeno (cioè non provoca la carie), e acalorico (ovvero non dà alcun apporto energetico per cui ne è indicato l’uso nelle diete ipocaloriche); ha anche un indice glicemico nullo, per cui è consigliato nei prodotti alimentari per diabetici.

Nessuno studio fino ad ora è riuscito a correlare l’insorgenza di una qualsivoglia forma tumorale all’uso di acesulfame K. L’unico studio che sembra suggerire una qualche tossicità di questo edulcorante è stato pubblicato nel 2010 (qui). In particolare, è stato evidenziato che un possibile prodotto di degradazione dell’acesulfame K usato nella produzione di lassi, è l’acetoacetammide che ha caratteristiche genotossiche. Tuttavia, la quantità di alimenti contenenti acesulfame K e l’eventuale suo prodotto di degradazione (cioè l’acetoacetammide) che assumiamo quotidianamente è così bassa da rendere del tutto inesistente ogni possibile rischio genotossico.

I veri problemi dell’acesulfame K

Gli unici problemi legati all’assunzione di acesulfame K sono legati proprio alla sua elevata stabilità chimica. Infatti, quando se ne assume oltre la dose giornaliera consigliata (ovvero tra i 10 ed i 15 mg/kg di peso corporeo), l’acesulfame K può rimanere nel lume intestinale causando ritenzione idrica e diarrea (riferimento qui). È stato anche dimostrato che l’assunzione eccessiva di acesulfame K può provocare insulino-resistenza, ovvero la patologia di cui soffrono gli individui affetti da diabete di tipo II (riferimento qui).

In definitiva, come per tutti gli educloranti, anche per l’acesulfame K vale sempre la stessa raccomandazione: non bisogna esagerare con la sua assunzione. Come diceva già Paracelso: è la dose che fa il veleno.

Fonte dell’immagine di copertina

Acqua azzurra, acqua chiara, acqua alcalina

Reading Time: 7 minutes

Ebbene sì. Mi son trovato in una pizzeria del Nord Italia. Una di quelle pizzerie che vanno per la maggiore, un po’ chic (in realtà lo era, ora è una pizzeria come tante altre) e tanto bio. Non è che io mi faccia infinocchiare dalla storia del bio. So perfettamente che è solo marketing: quelli che pensano che i prodotti bio siano migliori a livello nutrizionale sono tanti ed hanno soldi; ma allora perché non dar loro quello che vogliono e far transitare i soldi dalle loro tasche a quelle dei venditori di fumo?

Ma andiamo con ordine.

Pizzeria del Nord Italia; tutto bio; famosa per fare pizze molto buone. Mi accomodo e mi viene fornito un menu. E cosa ti leggo? Guardate un po’ qui (Figura 1)

Figura 1. Dettaglio del menu in una pizzeria del Nord Italia in cui si evidenzia la possibilità di avere acqua a basso residuo fisso ed alcalina

Ora, passi per i succhi di frutta e le bevande con un po’ di succo e tanta anidride carbonica, ma come è possibile mettere tra le bibite “bio” anche l’acqua naturale e l’acqua frizzante? Esiste un’acqua non bio, forse? E la cosa più simpatica è che per attirare i gonzi (onestamente non so se quelli che lavorano lì credano veramente a queste scemenze) l’acqua naturale (che regalano loro; ma come sono generosi!) è alcalinizzata.
Sì, avete letto bene. Nelle mie peripezie ho finalmente trovato un locale che fornisce agli avventori acqua alcalinizzata. Potevo non assaggiarla? Ma certo che l’ho presa, tanto più che era regalata; non volevo offendere nessuno rifiutando un cotanto regalo.

cos’è l’acqua alcalina e ionizzata a basso residuo fisso?

Partiamo dal fatto che l’acqua chimicamente pura viene usata solo in laboratorio. È quella che noi chiamiamo acqua iperpura. Vuol dire che oltre alle molecole H2O non contiene niente altro o, se c’è qualcosa, questo non è rilevabile con le tecniche analitiche di cui disponiamo. Questa acqua da laboratorio non è potabile. E sapete perché? Perché quando la ingeriamo viene a contatto con le pareti cellulari delle nostre cellule. Nella parte interna delle cellule c’è una soluzione acquosa in cui c’è di tutto: dalle sostanze organiche disciolte ai sali minerali. La membrana cellulare quindi si trova circondata da un lato da una soluzione molto concentrata di soluti di natura differente, dall’altro da acqua che contiene soluti a concentrazioni analiticamente non rilevabili. Sapete cosa accade? Accade che l’acqua che sta fuori, quella da laboratorio, tende a penetrare attraverso la membrana cellulare per diluire la concentrazione dei soluti presenti nella soluzione all’interno della cellula. Il processo si chiama osmosi (Figura 2).

Figura 2. Rappresentazione schematica dell’osmosi (Fonte)

Il processo osmotico consiste, quindi, nella diluizione della soluzione più concentrata da parte di quella meno concentrata. Il passaggio del solvente attraverso la membrana termina quando le concentrazioni da entrambi i lati della membrana sono uguali. C’è un “ma”. La differenza di concentrazione tra la zona interna e quella esterna alla cellula, genera una differenza di potenziale osmotico così elevata che la membrana cellulare si rompe. Occorre, cioè, quella che si chiama lisi cellulare. In termini più umani come possiamo trasporre in immagini più immediate quello che ho scritto? L’acqua iperpura che abbiamo ingerito è a diluizione infinita (significa che non c’è nulla dentro, ovvero, nel linguaggio scientifico, non è possibile determinare la presenza di soluti). Questo vuol dire che il processo osmotico descritto sopra continua fino a quando anche la soluzione all’interno della cellula diventa infinitamente diluita. In altre parole, l’acqua continua a passare all’interno della cellula gonfiandola. La cellula si può gonfiare fino a un certo punto come un palloncino. Dopo un certo limite scoppia. Ora capite che se ingeriamo l’acqua iperpura che usiamo in laboratorio rischiamo la morte per lisi cellulare.
L’acqua che noi beviamo, in realtà, non è iperpura, ma contiene delle sostanze disciolte in quantità variabile in funzione della sorgente dell’acqua stessa. Il residuo fisso di cui si parla in Figura 1 non è altro che la quantità di materiale inorganico che è presente nell’acqua e che si rileva per differenza in peso dopo aver sottoposto una quantità nota di acqua ad un trattamento termico in stufa a 180 °C. Il residuo fisso non è un problema in termini di potabilità. Anzi, la sua presenza ci consente di dire che l’acqua che beviamo è sicura perché non innesca i processi descritti sopra. Ricordo che la potabilità dell’acqua non è solo chimica ma anche biologica; un’acqua chimicamente potabile potrebbe non esserlo microbiologicamente. Questo vuol dire che sto facendo un discorso non completo perché mi sto concentrando solo sulla composizione in termini chimici dell’acqua e non sulla presenza o meno di microorganismi.

Il residuo fisso è nocivo per la salute?

”Ma manco pe gniente” come direbbero in un improbabile dialetto. Tutto quello che leggete in merito ai danni sulla salute del residuo fisso sono sciocchezze messe in giro da gente che, molto probabilmente, non ha alcuna conoscenza chimica o, se ne ha, essa è abbastanza scarsa. Basta leggere, per esempio, il sito della Fondazione Veronesi o quello delle acque minerali italiane. In questo ultimo sito potete leggere che esistono delle acque con elevatissimo residuo fisso che vanno assunte sotto controllo medico. Alla luce di quanto ho spiegato sopra, si può capire perché. Se la concentrazione salina è troppo alta, la membrana cellulare si trova all’interfaccia di una soluzione poco concentrata, quella interna alla cellula, ed una molto concentrata, all’esterno della cellula. Il passaggio dell’acqua attraverso la membrana in base al meccanismo osmotico descritto, avviene dall’interno all’esterno della cellula. La conseguenza è ancora una volta la lisi cellulare ed il rischio di morte. Avete capito perché non possiamo bere l’acqua di mare? In definitiva le acque potabili che noi utilizziamo hanno un residuo fisso variabile in funzione della sorgente da cui preleviamo l’acqua. Se il residuo fisso è entro i limiti dei 1500 mg/L non ci sono problemi di sòrta (qui per i limiti del residuo fisso).

E l’acqua ionizzata alcalina?

Vi ricordate questa scena del film “Amici miei”?

Ecco. Si tratta di una supercazzola.

Uno ione è una qualsiasi specie chimica che ha una carica elettrica positiva (e si chiama catione) o negativa (e si chiama anione). Esistono anche specie chimiche che, pur essendo elettricamente neutre – ovvero non sono né cationi né anioni, sono comunque caratterizzate dalla presenza di cariche. Si tratta degli zwitterioni in cui il numero di cariche elettriche positive eguaglia quello delle cariche elettriche negative col risultato finale di non essere soggetti all’azione di un campo elettrico applicato. Quindi che vuol dire acqua ionizzata? Assolutamente nulla. A meno che questi chimici della domenica non intendano riferirsi all’equilibrio di dissociazione dell’acqua che è:

ed intendano dire che le specie a destra dell’equilibrio descritto siano acqua ionizzata. In realtà questi chimici improvvisati non sanno che  quello descritto è un processo di equilibrio che risponde a tutta una serie di parametri di cui ho già discusso tempo fa (qui). Il problema è che oggi va di moda l’acqua alcalinizzata. Banalmente è un’acqua il cui pH è > 7. Questo perché fin dalle scuole elementari viene insegnato che quando il pH < 7 l’acqua è acida, quando pH > 7 l’acqua è basica o alcalina, quando pH=7 l’acqua è neutra. Poiché ho già scritto in merito, non mi ripeto, ma vi invito ad andare a questo link per informazioni dettagliate. Basti solo ricordare che il valore del pH, tra le altre cose, dipende anche dalla temperatura e che non è possibile separare gli ioni H+ da quelli OH- come vogliono farci credere nella Figura 3.

Figura 3. Meccanismo secondo cui sarebbe possibile separare gli ioni H+ da quelli OH- (Fonte)
Perché l’acqua alcalinizzata dovrebbe far bene?

Semplicemente perché un giorno un medico, della cui professionalità dubito fortemente, fece una “scoperta” epocale: le zone limitrofe a tessuti tumorali avevano un pH acido per cui il contrasto del tumore può essere realizzato alcalinizzando il nostro organismo. Avete capito la scemenza? Un medico…cioè uno che avrebbe dovuto studiare la chimica, la biochimica e la fisiologia animale che afferma che è possibile combattere I tumori alcalinizzando i nostri tessuti. Questo bel tipo (taccio nomi e siti web perché non voglio offrire visibilità a questo pseudo scienziato) neanche sa cosa sia un sistema tampone e come lui tutti quegli altri ignoranti che propongono diete alcaline e rimedi alcalini.

Cosa c’è di vero nella relazione tumori-acidità?

Già da tempo è noto che le zone limitrofe di tessuti tumorali sono caratterizzati da un valore di pH acido (un lavoro di riferimento lo trovate qui). Il perché lo potete trovare in un lavoro del 2013 pubblicato su Cancer Cell Journal (qui). I ricercatori giapponesi, responsabili dello studio citato, hanno compreso che l’acidificazione dei tessuti tumorali è dovuta alla secrezione di acido lattico da un processo che si chiama glicolisi anaerobica, oltre che alla CO2 prodotta nella via dei pentoso fosfati. Non sto qui a descrivere i dettagli del lavoro, basti comprendere che questa secrezione non è la causa, ma la conseguenza del tumore. Tuttavia, l’acidificazione sembra inneschi un meccanismo a cascata in base al quale si velocizza la produzione di metastasi (mi scuso con i miei lettori medici se ho usato i termini sbagliati). Capite, ora, che non basta alcalinizzare il nostro organismo per curare I tumori. Prima di tutto perché i nostri tessuti sono dei veri e propri tamponi, quindi rispondono a piccole variazioni di pH in modo da ritornare alle condizioni fisiologiche; in secondo luogo perché anche se fossimo in grado di alterare il pH dei tessuti in modo da neutralizzare l’acido lattico e la CO2 responsabili del microambiente acido intorno alle cellule tumorali, non si risolverebbe la causa che ha innescato quelle alterazioni metaboliche, di cui secrezioni di acido lattico e incremento di CO2 sono la conseguenza. È come voler riparare la perdita di acqua da una tubazione eliminando l’acqua che esce, senza tappare il buco.

Conclusioni

Andate a mangiare la pizza dove vi pare. Quella che ho mangiato io era buonissima. Sappiate però che se vi propongono cose strane, vi vogliono solo prendere soldi senza alcun motivo reale se non un loro personale arricchimento economico. L’arricchimento economico nel caso del locale dove ho mangiato non è certo legato al fatto che mi hanno regalato acqua ionizzata alcalinizzata, ma alla reputazione che guadagnano se questo regalo è fatto a persone ricettive del messaggio naturistico. Queste persone arricchiscono il locale col passaparola. Non è una cosa grave, per carità, l’importante è la consapevolezza di andare in un posto in cui i prezzi sono di un certo tipo perché seguono una moda che di scientifico non ha assolutamente nulla.

Buona pizza a tutti

Fonte dell’immagine di copertina

Come si costruiscono le bufale. Il caso dello zucchero raffinato

Reading Time: 5 minutes

Nella mia attività, sia di docente/ricercatore che, più recentemente, di divulgatore, mi trovo spesso di fronte a una serie di notizie che apparentemente sembrano serie, ma che in realtà sono delle vere e proprie bufale. La bufala nasce dal fatto che si mescolano ad arte informazioni vere con altre verosimili e con alcune del tutto prive di fondamento. L’obiettivo è quello di indurre il lettore poco preparato o poco attento a credere a delle vere e proprie sciocchezze. Volete un esempio?

Ho appena trovato un sito in cui si esaltano le proprietà della stevia partendo da presupposti tutt’altro che scientifici. Ecco il link.

Analizziamo quello che è scritto nell’incipit:

“Stevia, tutto quello che c’è da sapere sul dolcificante naturale del momento. Lo zucchero raffinato, si sa, non è benefico per il nostro organismo e molte persone cercano alternative naturali alla sua dolcezza artificiale

Ho colorato in rosso una frase in cui compare, messo lì apparentemente in modo casuale, “zucchero raffinato” e  “si sa”. Ovvero, secondo gli autori di questo articoletto, è noto ormai anche a cani e porci che lo zucchero raffinato non è benefico per il nostro organismo.

Cosa vuol dire “zucchero raffinato”?

La raffinazione dello zucchero è un processo che parte dalla frammentazione meccanica della barbabietola da zucchero (è la pianta da cui ricaviamo il saccarosio nelle zone a clima temperato come l’Europa; nei paesi tropicali, il saccarosio viene ricavato dalla canna da zucchero) e passa per l’estrazione delle componenti idrosolubili usando acqua calda. Non mi risulta che l’acqua calda sia tossica. Certo se uno immerge la mano in acqua bollente si ustiona, ma questa è un’altra storia e, comunque, l’elevata temperatura non rende l’acqua tossica. A questo link si trova il significato dell’aggettivo “tossico” secondo l’enciclopedia Treccani.

L’estrazione in acqua calda genera un miscuglio (o sugo grezzo) che contiene anche il saccarosio. Tale miscuglio, però, è ben lontano dall’essere appetibile. Per poter ottenere il saccarosio dal caratteristico sapore dolce, occorre usare idrossido di calcio (Ca(OH)2) che consente la precipitazione di tante componenti poco appetibili oltre che la neutralizzazione delle sostanze acide contenute nel sugo grezzo (il termine tecnico è “defecazione”, ma mi rendo conto che non è una parola molto gettonata nel linguaggio comune quando associata a qualcosa che dobbiamo mangiare). Anche l’idrossido di calcio non è tossico. Al massimo può causare irritazioni, ma solo quando non è sciolto in acqua alle concentrazioni usate per la raffinazione dello zucchero (qui la scheda tecnica). In ogni caso, la fase successiva è la rimozione di tutto il calcio mediante uso di anidride carbonica (CO2). Quest’ultima permette la precipitazione del carbonato di calcio che poi viene successivamente allontanato. Neanche l’anidride carbonica è tossica. Certo, se saturiamo un ambiente chiuso con questo gas moriamo, ma non perché la CO2 sia tossica, solo perché ci asfissiamo per mancanza di ossigeno. Non sto a farla lunga, aggiungo solo che dopo queste operazioni, vengono operati processi di cristallizzazione successivi che servono  per separare i cristalli di saccarosio dalle impurezze ancora presenti nel sugo che lo contiene. La cristallizzazione non viene fatta usando solventi organici (questi si potenzialmente tossici), ma attraverso variazioni di temperatura. Infine, lo sbiancamento definitivo viene fatto usando il vapor d’acqua. Anche il vapor d’acqua non è tossico. Se fosse così saremmo già morti da un pezzo considerando tutta l’umidità che è presente nell’aria.

Raffinato non non vuol dire tossico

Il termine “raffinato”, in definitiva, non è sinonimo di “pericoloso” o “tossico”. Non so da cosa nasca l’idea comune che tutto ciò che è raffinato sia pericoloso. Forse perché si associa l’idea di “raffinazione” alla lavorazione del petrolio (che certamente non è commestibile) per ottenerne le frazioni da usare nelle diverse attività antropiche? Ma cosa c’entra la raffinazione del petrolio con quella del saccarosio? Assolutamente nulla.

Sotto l’aspetto chimico, “raffinare” significa “purificare”, ovvero, nel caso specifico del saccarosio, eliminare dallo zucchero comune tutte quelle componenti che non lo rendono appetibile, come avete letto nel paragrafo precedente.

Vi sembra, allora, che la polvere bianca che usiamo per dolcificare il nostro cappuccino la mattina sia tossica? No. Non lo è. Non c’è nulla lì dentro che la renda tossica. Al più il saccarosio rappresenta un problema serio per i diabetici, ma questa è un’altra storia di cui ho già parlato qui.

Quindi se “raffinato” non è sinonimo di tossico, il “si sa” buttato lì è solo uno specchietto per le allodole. È solo un modo per attirare l’attezione dei gonzi e far loro credere che esiste una lobby del saccarosio (big-sucrose) che ci vuole tutti morti. Non c’è male come complottismo, devo dire. Fa il paio con “big-pharma”, le scie chimiche e, piuttosto di recente, con big-microwave (sì perché grazie al mio articolo sui forni a microonde sono stato indicato come servo del potere industriale dei forni a microonde).

In ogni caso, se non siamo soggetti a diabete e ci sentiamo male dopo aver esagerato con l’assunzione di dolci, il responsabile non è il saccarosio, ma la nostra intemperanza che non ci consente di controllarci e fare attenzione alle dosi di dolce che assumiamo.

Le bufale sulle alternative naturali

Come avete potuto leggere, ho evidenziato in blu un altro pezzo dell’incipit dell’articolo sulla stevia. “le persone cercano altenative naturali alla dolcezza artificiale”. Ma ha un senso questa frase? Il saccarosio viene estratto dalla barbabietola da zucchero (o dalla canna da zucchero). Si tratta per caso di sistemi artificiali? Cosa c’è di più naturale di una pianta come la barbabietola? Il saccarosio che si estrae dalla barbabietola non si forma per un atto magico. È un prodotto del metabolismo della pianta stessa. E perché la stevia dovrebbe essere una pianta più naturale della barbabietola?

La differenza tra un edulcorante steviolitico ed il saccarosio è che il primo non contiene il secondo e può essere usato senza problemi dai diabetici. È il glucosio contenuto nel saccarosio il vero problema per chi è affetto da diabete. Eliminando il saccarosio, si elimina il glucosio e si tengono sotto controllo i problemi di iperglicemia. La stevia, come qualsiasi altro edulcorante privo di glucosio, offre il vantaggio di poter essere assimilato anche da persone affette da questa patologia molto limitante.

Come si ottiene l’edulcorante steviolitico?

Nel paragrafo più su ho descritto per sommi capi l’estrazione del saccarosio dalla barbabietola da zucchero ed ho evidenziato che non vengono utilizzati solventi tossici. Peraltro, il processo di estrazione è progettato in modo tale da non lasciare alcun residuo dei composti usati durante il processo di raffinazione. Ma come si ottiene un sacchettino di edulcorante steviolitico? Non voglio entrare nei dettagli della composizione chimica di questo edulcorante. Basti sapere che si tratta solo di una miscela di diversi composti che vengono estratti dalla pianta che si chiama Stevia rebaudiana. Ebbene sì. Anche l’edulcorante noto col nome commerciale di stevia viene estratto da una pianta (esattamente come il saccarosio estrato dalla barbabietola). Ma sapete come? Esistono diversi metodi. Si può usare una miscela di acqua calda ed alcol etilico, oppure si può usare il metanolo. Sì. Avete letto bene. Si può usare il metanolo, ovvero un composto che è tossico nel vero senso della parola. Ne volete sapere di più? Basta leggere la scheda di sicurezza di questo alcol: qui. È ovvio che ci sono anche altre procedure estrattive oltre a quelle appena citate. Per esempio si può procedere per macerazione in acqua seguita da processi di filtrazione vari, scambio ionico, osmosi inversa ed essiccamento. Si tratta di un processo di produzione che può essere indicato come “raffinazione”, esattamente come quella del saccarosio. Il punto è che i supporters dei prodotti naturali a fini meramente commerciali si guardano bene dall’usare il termine “raffinazione” o “raffinato” quando parlano di dolcificante steviolitico. Anzi, molto subdolamente, come avete potuto leggere, parlano di dolcezza naturale dell’edulcorante steviolitico contro quella artificiale del saccarosio. Eppure si tratta di due edulcoranti entrambi di origine vegetale, con la stessa dignità chimica di fregiarsi dell’aggettivo “naturale”.

Conclusioni

Non lasciatevi fregare da chi esalta le proprietà della stevia spingendo sul concetto di edulcorante naturale. Da questa beve nota potete capire che non è così. Nessuno vieta di utilizzare la stevia al posto del saccarosio o di qualsiasi altro dolcificante di sintesi o meno. L’importante è essere coscienti del fatto che si tratta solo di una scelta soggettiva che deve incontrare i propri gusti personali. Per esempio, a me piace molto il sapore dell’aspartame rispetto a quello della stevia, ma è solo un fatto assolutamente soggettivo.

Fonte dell’immagine di copertina: Wikimedia Commons