Numeri, numerielli e numericchi: la qualità dei dati scientifici (Parte I)

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Internet è alla portata di tutti. Basta pagare un abbonamento flat ad una qualsiasi delle innumerevoli aziende telefoniche del nostro paese per avere un accesso illimitato a siti di ogni tipo, inclusi quelli di carattere scientifico. Naturalmente, chi non fa parte di un ente (pubblico o privato) che ha accesso alle banche dati scientifiche non può leggere e scaricare lavori che non sono “open access”.

“Open access”. Oggi sembra essere la moda. Tante istituzioni, anche a livello trans nazionale, invitano i ricercatori a pubblicare su riviste accessibili a tutti. Devo dire che la questione delle pubblicazioni scientifiche accessibili a tutti è un argomento spinoso. In linea di principio io sono molto d’accordo.

Sistema open access contro sistema chiuso

Nel business editoriale scientifico chiuso gli editori sono gli unici ad attuare una politica win-win-win-win. Win-1 perché fanno pagare il download di un singolo articolo da pochi dollari a qualche centinaio (dipende dall’importanza della rivista e solo nel caso in cui non sia stato pagato un abbonamento). Tuttavia, a livello istituzionale, impongono agli enti di ricerca e/o di didattica il pagamento di un abbonamento che non è certo economico. I dipendenti di quella istituzione che paga l’abbonamento (annuale) possono accedere a tutti i lavori scientifici che desiderano per le riviste per cui è stato pagato l’abbonamento.  Win-2 perché, affinchè  possa essere pubblicato, un lavoro deve essere sottoposto a revisione tra pari. Gli editor-in-chief di una rivista chiedono ad esperti di settore di fare la revisione dei lavori. Il punto è che chiedono ai revisori un surplus di lavoro gratuito (per quanto ne so, una sola rivista in campo medico dà un gettone per il lavoro di revisione).  Ed arriviamo, adesso, a win-3. I lavori che vengono inviati alle riviste scientifiche sono finanziati dalle stesse istituzioni che pagano l’abbonamento alle riviste (oltre a pagare lo stipendio ai ricercatori perché facciano il loro lavoro di ricerca). Possiamo chiudere il cerchio con win-4: le riviste vendono un prodotto che non comprano e, di conseguenza, per il quale non pagano. Insomma, per come la vedo io, il sistema closed usato fino ad ora non solo non consente la libera circolazione delle informazioni scientifiche ma è abbastanza oneroso per le università/enti di ricerca che, pur non avendo grosse disponibilità economiche, si trovano a dover pagare la ricerca (con opportuni finanziamenti), i ricercatori (sia per il lavoro che devono svolgere sia per le revisioni editoriali richieste da terzi), l’abbonamento alle riviste per poter ottenere i lavori pubblicati dai propri ricercatori.

Meglio l’open access, allora? Beh, in qualche modo sì. In questo caso, il singolo ricercatore o, meglio ancora, l’istituzione di appartenenza paga una cifra per la pubblicazione del lavoro di ricerca che viene, però, reso accessibile a tutti. Insomma, a pagare non è chi necessita della lettura di un rapporto scientifico, ma paga chi pubblica, sempre che il lavoro venga accettato per la pubblicazione. Il costo dei lavori è molto variabile: può andare dalle poche decine di euro fino alle migliaia. Quindi, occorre reperire fondi da destinare alla pubblicazione. Ma del resto è così anche nel sistema chiuso: se non ci sono fondi disponibili, non posso comprare gli articoli che mi servono per aggiornarmi.

E poi ci sono le riviste chiuse che chiedono un contributo per la stampa a colori, ma questo è altro e per le finalità del discorso non è molto importante parlarne.

Vantaggi e svantaggi

Se sono un ricercatore che studia un ambito scientifico molto ristretto per cui è difficile reperire fondi, mi conviene il sistema chiuso. Faccio il mio lavoro col minimo di soldi che riesco a trovare, scrivo il mio rapporto scientifico e invio il lavoro ad una delle riviste che non mi chiedono di pagare per la pubblicazione. Pagherà chi ha bisogno di sapere cosa ho fatto, fermo restando che, come autore, posso inviare gratuitamente il lavoro pubblicato a chiunque me ne faccia richiesta.

Se sono un ricercatore che è in grado di attrarre molti fondi, mi conviene pubblicare sulle riviste open. Parte dei miei fondi sono, in ogni caso, destinati alla mia università per spese di gestione; mettiamo tra queste anche il libero accesso alle informazioni scientifiche. Questo implica una maggiore visibilità ed una maggiore penetrazione delle mie ricerche nel mondo scientifico, anche quello non direttamente collegato al mio specifico settore disciplinare.

Maggiore visibilità per il ricercatore significa anche maggiore visibilità per l’istituzione di appartenenza che, quindi, ha tutto l’interesse a privilegiare l’open access invece che la pubblicazione chiusa. Ed infatti, attualmente molte, se non tutte, le università in Italia chiedono che i lavori scientifici vengano pubblicati anche sulle riviste open access.

Il problema è che quando il mercato diventa libero si innesca la concorrenza ed è possibile, anzi certo, che si possa incorrere in delle truffe.

La truffa dell’open access

Posso fondare una rivista (per esempio Journal of Scientific Folly-news) e chiedere un obolo di, mettiamo, 20 euro a chiunque mi invii un articolo che verrà accettato per la pubblicazione. Mi conviene accettare per la pubblicazione 20 articoli al giorno in modo tale che in un mese io possa fare un introito di 12000 € di cui solo una piccola parte destinata a pagare lo stipendio di chi si occupa di impaginare e gestire il sito web. Se poi sono ingordo, invece di accettare 20 articoli al giorno ne posso accettare un po’ di più in modo da migliorare i margini di guadagno. Però…se un articolo costa solo 20 €, faccio la figura dell’accattone. Meglio imporre un obolo di 50 € (tanto vuoi che un ricercatore non possa pagare anche di tasca sua una cifra così bassa?) e far finta di accettare solo il 20 % di tutti gli articoli inviati (tanto chi mi controlla?). Ed ecco che cominciano i problemi. Se voglio accettare più lavori possibili devo essere di bocca buona: devo fare in modo che la peer review sia più labile possibile o del tutto inesistente. Meglio se inesistente: magari io stesso, come editor, posso far finta di leggere il lavoro e imporre delle banali revisioni agli autori.

I predatory jounals

Pensate che sia impossibile? Ebbene, vi sbagliate. C’è stato qualcuno che si è preso la briga di studiare il comportamento degli editori in ambito scientifico ed ha fatto un elenco di tutte quelle riviste che pubblicano qualsiasi cosa, indipendentemente dalla qualità dei dati sperimentali. Si chiama Beall’s list of predatory journals and editors (Figura 1)Beall è il nome di chi ha avuto la pazienza di raccogliere tutte le informazioni che potete leggere qui.

Figura 1. La Beall’s list of predatory journals

Mi chiederete: possibile che ci siano giornali che, pur dichiarando di essere peer review, non attuano alcuna politica di valutazione della qualità dei dati e per la verifica della congruenza dei dati sperimentali con le ipotesi proposte?

Beh…date un’occhiata alla Figura 2.

Figura 2. Esempio di articolo apparso in letteratura. Evidentemente non è stato utilizzato alcun processo di selezione

Di questo ho già parlato. Se volete leggere la storia (da cui si riprende anche in parte ciò che è scriutto in questo primo articolo di un reportage più ampio) basta cliccare qui.

Per ora mi fermo. Nelle prossime puntate del reportage andrò a valutare la qualità dei dati pubblicati. Stay Tuned

Fonte dell’immagine di copertinahttps://www.corriere.it/spettacoli/16_febbraio_25/storie-scienza-adbb2aec-dba3-11e5-b9ca-09e1837d908b.shtml

Frammenti di chimica: un estratto

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Chimica e bufale. In che modo la chimica ci può aiutare a comprendere le mezze verità, le leggende, i miti, insomma quelle che in rete vengono identificate come bufale? Ne parlo in Frammenti di Chimica.

Volete avere qualche dettaglio in più?

D’accordo con l’editore della C1V Edizioni, è possibile richiedere un estratto del libro collegandosi al sito della casa editrice www.c1vedizioni.com e riempiendo la form che è in basso a destra.

Riceverete anche un invito ad iscrivervi alla newsletter (e questo vi consentirà di ottenere un regalo dalla casa editrice).

Entro 48 ore riceverete una mail con l’estratto del libro ed un codice promozionale di 4€ per il suo acquisto.

grazie di cuore e buona lettura

 

 

Avviso ai naviganti

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Ancora un post di servizio. Un ”avviso ai naviganti” per informare tutti coloro che hanno ordinato “Frammenti di Chimica” che sono iniziate le spedizioni. La settimana prossima (probabilmente tra lunedì e martedì) comincerete a ricevere il libro. Chi abita sulle isole (incluso me) dovranno aspettare un giorno in più, purtroppo. Cinzia Tocci, editor-in-chief della C1V edizioni, ha appena informato dalla pagina Facebook della C1V della partenza dei primi corrieri

 

Dicesi "Effetto Domino" quello che caratterizza la pioggia di ordini arrivati per il libro FRAMMENTI DI CHIMICA. Come…

Publiée par C1V Edizioni. Oltre i libri sur Mercredi 29 août 2018

Grazie ancora una volta a tutti voi che avete avuto fiducia in me.

 

Frammenti di Chimica

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Mi perdonerete se utilizzo il blog per una volta non per motivi scientifici.  Desidero ringraziare ognuno di voi che ha avuto fiducia in me ed ha deciso di prenotare una copia di “Frammenti di Chimica” che ho appena scritto e che uscirà il 3 Settembre prossimo. Ho appena visto la notizia che Cinzia Tocci ha inserito nelle news della pagina Facebook della C1V edizioni (il link è qui sotto). Che dire…non mi aspettavo questo successo. Addirittura il volume varcherà i confini nazionali per approdare in Svizzera e Germania e so che volerà anche nel Regno Unito. Non conosco tutti quelli che lo hanno prenotato o lo prenderanno nel futuro; non ho nemmeno la possibilità di incontrarvi personalmente. Ecco perché uso questo mezzo, l’unico di cui posso disporre, per ringraziarvi personalmente uno per uno. Spero vi possiate divertire nella lettura come io mi sono divertito nella scrittura.

Da nord a sud Italia e oltre i confini, in Svizzera e in Germania, ecco dove è stato richiesto il nuovo volume di…

Publiée par C1V Edizioni. Oltre i libri sur Lundi 27 août 2018

 

La chimica del pulito

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Vi siete mai chiesti come mai per lavare qualcosa bisogna usare il sapone e, preferibilmente, acqua calda? È tutta questione di chimica fisica.

Più volte ho scritto in merito all’acqua ed alle sue proprietà. Per esempio, qui e qui potete leggere in merito alle proprietà dei legami a idrogeno, qui in merito al ruolo dei legami a idrogeno nell’innalzamento ebullioscopico, qui trovate il significato di pH e la sua dipendenza dalla temperatura.

La chimica dei saponi

Il funzionamento dei saponi è molto semplice e lo ho già descritto qui, quando ho parlato di acqua micellare. In sintesi, un sapone è fatto da molecole anfifiliche, ovvero che hanno caratteristiche sia idrofiliche che idrofobiche. In particolare, le molecole si arrangiano in modo tale da permettere che le teste idrofiliche, rimanendo a contatto con l’acqua, isolino dall’acqua le code idrofobiche che non hanno con essa una buona affinità (Figura 1).

Figura 1. Struttura di una micella. Le teste idrofiliche formano una “pellicola” che separa le code idrofobiche dal contatto con l’acqua (Fonte)

La natura delle micelle è tale da “indebolire” i legami a idrogeno dell’acqua con la conseguenza che si riduce la tensione superficiale del liquido stesso (Figura 2).

Figura 2. La tensione superficiale permette alle zanzare di “camminare” sull’acqua (Fonte)

La riduzione della tensione superficiale consente alle molecole di acqua di penetrare meglio all’interno dei pori dei tessuti degli abiti o della pelle (in generale di tutti i sistemi porosi) così da permettere alle micelle del sapone di interagire meglio con lo sporco.

Quando ciò accade, le micelle “inglobano” lo sporco nella parte idrofobica mentre le teste polari a contatto con l’acqua fanno in modo che lo sporco venga trascinato via dall’acqua stessa (Figura 3).

Figura 3. Funzionamento dei saponi. I punti rossi sono le teste idofiliche, i bastoncini gialli sono le code idrofobiche (Fonte)
Cosa c’entra la temperatura?

Ormai anche le pietre sanno che l’acqua è una molecola polare. La polarità dell’acqua è dovuta alla distribuzione degli elettroni all’interno della stessa molecola. Essa è tale che il centro delle cariche negative è preferenzialmente localizzato sull’ossigeno, mentre quello delle cariche positive sugli atomi di idrogeno (Figura 4).

Figura 4. Distribuzione della densità elettronica nella molecola di acqua (Fonte)

Alla polarità della molecola di acqua, in genere, si attribuisce la “responsabilità” dei legami a idrogeno summenzionati. La polarità dell’acqua è legata anche a quella che si chiama costante dielettrica. La costante dielettrica è una misura della capacità delle molecole di un mezzo (in questo caso l’acqua) di allineare il proprio dipolo elettrico secondo le linee di forza di un campo elettrico applicato (Figura 5).

Figura 5. Orientamento del dipolo acqua all’interno di un campo elettrico. Il centro delle cariche positive del dipolo si orienta verso il polo negativo mentre quello delle cariche negative si orienta verso il polo positivo (Fonte)

Più elevata è la costante dielettrica, più facilmente le molecole si allineano al campo elettrico applicato.

Da un punto di vista sperimentale, la costante dielettrica dell’acqua riduce di circa 80 volte la forza con cui interagiscono gli ioni presenti in un composto chimico. È per questo motivo che i sali tendono a sciogliersi bene in acqua.

Il valore della costante dielettrica è anche una misura della tensione superficiale del sistema liquido per cui esso è misurato. Più elevato è il valore di questa costante, maggiore è la tensione superficiale del liquido.

La Figura 6 mostra come varia il valore della costante dielettrica dell’acqua al variare della temperatura. In parole povere, l’aumento della temperatura comporta una diminuzione della costante dielettrica, ovvero una diminuzione della polarità dell’acqua ed una riduzione della sua tensione superficiale.

Figura 6. Variazione della costante dielettrica relativa dell’acqua con la temperatura

Come già spiegato nel paragrafo precedente, la riduzione della tensione superficiale permette all’acqua di “interagire” meglio con la superficie dei mezzi porosi (per esempio la pelle o un tessuto di un abito).

Conclusioni

L’uso combinato dei saponi e dell’alta temperatura permette una drastica riduzione della tensione superficiale dell’acqua aumentandone la capacità pulente. L’aumento della temperatura consente anche di sterilizzare gli “oggetti” che vengono lavati. La sterilizzazione, naturalmente, ha luogo solo se i microorganismi che contaminano gli oggetti non sono termofili, ovvero in grado di resistere alle classiche temperature usate negli elettrodomestici di casa (gli organismi termofili sono in grado di resistere anche a temperature di 80-90 °C).

Simpatico, vero, l’effetto della temperatura sulle proprietà dell’acqua?

 

Per saperne di più

Fonte dell’immagine di copertina

Irpinia 1980 – Genova 2018

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Impazzano in questi giorni polemiche di ogni tipo in merito al crollo del ponte Morandi di Genova. Non entro nel merito delle questioni politiche. Non è questo il fine di questa pagina. Voglio solo rendere omaggio alla popolazione di Genova attraverso il racconto di un adolescente che ha vissuto le ore terribili del terremoto dell’Irpinia nel 1980. Tragedia diversa, è vero, ma, per molti versi, simile a ciò che è accaduto a Genova per quanto riguarda i drammi personali e le polemiche che seguono. Vi siete mai chiesti cosa prova un ragazzino che ha vissuto un dramma di questo tipo? Che magari ha subito una e perdita? Ecco qui una cronaca di una tragedia vista con gli occhi di un adolescente

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23 Novembre 1980.
Paura e rabbia. Sembra morta anche la speranza. Paura: siamo davanti ad un fenomeno naturale, il terremoto, di cui non si conosce nulla e da cui non ci si può difendere. Rabbia: dalle prime convulse notizie si intravede la grande entità della tragedia e le responsabilità, dirette ed indirette, di chi ha da sempre dimenticato il Sud; di chi pensava che Avellino fosse un paese in provincia di Napoli.
Alba del 24 Novembre.
Le telecamere delle reti nazionali portano nelle nostre case, fortunatamente solo sfiorate dalla distruzione, immagini di paesi totalmente rasi al suolo, di persone che non hanno nemmeno la forza di piangere, di soccorsi che arrivano, quando arrivano, tardi e male.
Add’à passà a nuttata.
Sono passati anni, trentacinque, e si chiamano Polesine, Vajont, Firenze, Belice, Friuli, Valnerina, Lucania ed Irpinia.
La nostra situazione, quella dei paesi solamente sfiorati dall’onda sismica, è schizofrenica: siamo in piena emergenza per le scosse di assestamento che si susseguono a breve distanza temporale le une dalle altre; sentiamo, sotto la spinta emozionale delle notizie che ci arrivano, di non poter restare con le mani in mano; in qualche modo dobbiamo aiutare i nostri fratelli irpini e lucani. Ed eccoci qui, noi giovani del paese: ci ritroviamo, senza coordinamento e senza alcun segnale preciso, a raccogliere cibo ed indumenti; alcuni, quelli più grandi, sono partiti per il centro del “cratere”.
Nei primi giorni dalla prima grande scossa, al terremoto si oppone un contro-terremoto fatto di solidarietà. Viene soprattutto dal Nord. Un Nord che, probabilmente, è travolto da uno storico senso di colpa verso il Sud.
Tutte le sensazioni provate in quei giorni, di paura, di angoscia, di solidarietà, di immagini dirette e testimonianze indirette si riassumono nel pianto che troppe volte ha risolto le mie nottate passate all’addiaccio. Un pianto indefinibile che assomma in sé non tanto la paura della morte e l’angoscia di un futuro incerto, quanto la gioia – ebbene sì, proprio la gioia – che finalmente gli esseri umani fanno qualcosa di spontaneo, non dettato dall’interesse egoistico, che finalmente i “terroni” vengono aiutati e non sfruttati dai fratelli del Nord.
Tutto ciò sembra una favola. Una favola nata da una tragedia, quindi una favola assurda. Una favola che non può resistere a lungo. Ed infatti viene il tempo delle incomprensioni e delle polemiche; noi tutti paghiamo il triste tributo che ci siamo procurati da soli: lotta tra i partiti per il potere, crisi di governo, riforme rimaste lettera morta, leggi anacronistiche, ignoranza, ingiustizia, corruzione, confusione, terrorismo, camorra, droga, assenteismo, disoccupazione, scandali.
Troppe volte la solidarietà arriva agli incroci sbagliati e non si incontra con un’intelligenza dei soccorsi. Soldi sviati, pratiche chiuse nei cassetti sbagliati, tir fermi su strade chiuse col loro carico inutile.
Ed allora? È inutile riportare le cifre che la solidarietà europea e del Nord Italia ha convogliato verso il Sud. È noto che nessun paese al mondo ha lesinato aiuti materiali per far fronte alla prima emergenza; come è arcinoto che enti di molti paesi stanno ancora lavorando nei luoghi del “cratere”, che molte amministrazioni del Nord sono ancora in prima linea nella delicata fase della ricostruzione e della ripresa economica dei paesi terremotati: il comune di Firenze sta operando a Sant’Angelo dei Lombardi nel settore dei beni culturali; a Solofra, la provincia di Brescia sta operando per la realizzazione di un migliaio di alloggi nella “167”; a San Michele di Serino stanno ancora operando I volontari della città e della provincia di Cremona; a Montoro Superiore i tecnici della provincia di Varese stanno lavorando per lo sviluppo della cooperazione; e si potrebbe continuare all’infinito.
Ciò che è da sottolineare è lo scontro culturale tra i soccorritori del Nord e dei paesi europei, soprattutto giovani, e le popolazioni locali. Più volte i primi hanno espresso meraviglia per la passività degli irpini, per il loro stare a guardare mentre essi scavano tra le macerie, abbattono mura pericolanti e cercano di ricostruire un minimo di vita civile. Questi giovani sono venuti al Sud conoscendo solo qualche luogo di villeggiatura, credendo che il modo di vita delle genti irpine fosse quello letto o visto in libri e film di successo. Invece si sono trovati davanti ad una realtà ben diversa. Non capiscono come quella gente sia così abbandonata spiritualmente, come e perché si rifiutino di andare nelle case sulla costa. Si aspettavano una terra più aiutabile, più disponibile, meno drammatica, non così complicata dalle contraddizioni e dalle lacerazioni provocate dal cattivo governo di secoli.
Ed allora? Allora, sotto tutti i punti di vista il terremoto del 23 Novembre 1980 deve essere inteso come una forza eversiva, come una grande calamità che deve, però, segnare un’inversione di tendenza: basta con le discussioni sui fenomeni di accaparramento e di piccola speculazione che pure ci sono, inevitabilmente, in una società disgregata. Il fine ultimo, quello vero, deve essere un altro: individuare le linee di una politica di autentico rinnovamento che non riguarda solo il Sud, ma l’intera Italia. Perché ci si dimentica troppo spesso che il Mezzogiorno, così com’è, con le sue contraddizioni ed I suoi vittimismi, non è una parte della lontana Papuasia, ma è figlio di questo Paese, figlio legittimo della madre Italia.
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Ebbene sì. L’adolescente che ha scritto queste cose ero io. Non me lo ricordavo. Mi era completamente passato di mente. Devo ringraziare mio fratello che, rovistando nelle vecchie carte di famiglia, ha trovato, probabilmente nascosta tra le carte di mio padre, questa vecchia digressione che fu all’epoca un “tema” non mi ricordo più se di terza media o di quarta/quinta ginnasio. Nel rileggere ciò che fu scritto ormai quasi quaranta anni fa, non ho potuto che fare un parallelismo con quanto accade in queste ore a Genova. Mi sono messo nei panni di un giovane genovese e ho pensato che se sostituisco “terremoto” con “crollo”, le sensazioni di rabbia ed impotenza, di angoscia e di sollievo sono esattamente le stesse. A distanza di tempo e nonostante la politica, l’Irpinia, bene o male, si è ripresa. Sono sicuro che Genova sarà in grado di fare di più e meglio.
Auguri a Genova

Per saperne di più: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/11/19/terremoto-in-irpinia-quel-23-novembre-di-35-anni-fa-_ee36c97a-de8f-47ee-86e6-f6547f8ac530.html

Fonte dell’immagine di copertina: https://vivicentro.it/nazionale-24h/cronaca/crollo-ponte-morandi-genova-video-dei-primi-soccorsi-si-temono-decine-vittime/

Avventure di un paleopatologo. I casi del Prof. Francesco M. Galassi

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Un mistero si aggira per I cimiteri d’Europa*

È una notte buia e tempestosa. Un’ombra si aggira per Frankfurt am Mein e si immette in Ratt-beil-straße. È il famoso paleopatologo e cacciatore di misteri irrisolti Prof. Francesco Maria Galassi chiamato ad indagare su alcuni misteri della simpatica ed attivissima città tedesca. Da alcuni mesi gli abitanti odono tonfi sordi, scricchiolii, gemiti e lamenti. Sono sicuri che provengano dal locale cimitero.

Cosa succede? Come mai da un po’ di tempo non si riesce più a dormire ed il terrore serpeggia infido negli animi di adulti e bambini?

WOSHHHHHHHH SBAM AHHHHHHIIIIIIIIIIII

Sono solo alcuni dei suoni che raggelano I cittadini di Frankfurt am Mein.

Il Prof. Francesco Maria Galassi si dirige intrepido tra i sentieri del cimitero ed arriva finalmente davanti al sepolcro che contiene i resti mortali di Emil Adolph von Behring, scopritore sia del siero che del vaccino antidifterico ed antitetanico. Grande scienziato, il Dr. Emil Adolph von Behring è stato il primo medico a essere insignito del neocostituito Premio Nobel.

Il sommovimento dei suoi resti mortali sembra essere la sola e unica causa del putiferio che spaventa i cittadini di Frankfurt am Mein. La situazione, già tesa da qualche tempo, è precipitata quando il povero Erlich ha saputo come si sia espresso un genitore italiano, tal Maurizio, su faccialibro.

Post preso da un gruppo di antivaccinisti

Per nostra fortuna Herr Professor non conosce l’italiano e ha letto il post tradotto in tedesco, cosicché ci siamo risparmiati almeno la vergogna legata agli svarioni grammaticali. Tuttavia le affermazioni surreali di Maurizio hanno lasciato il segno. In particolare, per mezzo del suo stimato collega Galassi, il Professore vorrebbe dirci che somministrare immunoglobuline per ottenere una protezione passiva (come vorrebbe fare Maurizio) non è poi un gran colpo di genio. Il siero antitetanico, infatti, si ottiene da plasma di donatori immuni e potrebbe, almeno in via teorica, essere veicolo di gravi malattie infettive: AIDS, epatite da virus B o C e altre ancora. Insomma, il prode antivax ha fatto come quel tale che “Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim”

Intanto anche a Milano, Ravenna, Arquà e Certaldo…

L’attività investigativa del Prof. Francesco Maria Galassi si sta intensificando. Nei cimiteri di mezza Europa si segnalano tonfi sordi, scricchiolii, gemiti e lamenti.

Al Famedio del celebre Cimitero monumentale presso la tomba del Manzoni si odono echi di antiche litanie e profonde preghiere.

Da bravo cattolico praticante e osservante, il celebre scrittore invoca tutti i Santi del Paradiso, un po’ perché leggere il post di Maurizio (così zeppo di strafalcioni) lo sconvolge, un po’ perché teme (per ottime ragioni) un’altra epidemia simile a quella che ha descritto ne I Promessi sposi.

A Ravenna, ove riposa il Sommo Poeta, risuonano invettive e grida scomposte.

Ad Arquà il grande Francesco Petrarca piange e si dispera per la prematura dipartita dell’amata Laura, uccisa dalla peste.

Non parliamo poi delle ingiurie che si odono presso la tomba di Ser Giovanni Boccaccio: da buon toscano l’autore del Decameron impreca senza freni, anche perché il suo libro più famoso è incentrato proprio su una epidemia di peste che colpisce Firenze. Avendone avuto esperienza il Boccaccio paventa il ripetersi di cotale sciagura.

Insomma, Maurizio ha sconvolto post-mortem i nostri più importanti scrittori e poeti. Un risultato di cui vantarsi!

* Da un’idea di Annalisa Neviani. Riadattato per il blog da Pellegrino Conte. Si ringrazia per la sua disponibilità il Prof. Francesco M. Galassi che è autore del famoso libro divulgativo edito dalla C1V dal titolo “Un mondo senza vaccini? La vera storia

Acqua e sua qualità: per cosa dobbiamo preoccuparci?

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Estate. Tempo di caldo. In città c’è una cappa fatta di smog che aumenta la sensazione di disagio per il caldo torrido. Cosa c’è di meglio che una bella bevuta di acqua fresca per reidratarci?

Qui a Palermo, ma in genere in gran parte del paese, si consuma tantissima acqua imbottigliata. Ce n’è per tutti i gusti. Acqua alcalina (ne ho già parlato qui), acqua ricca di ossigeno (ne ho parlato qui), acqua a basso contenuto di residuo fisso (ne ho scritto qui), acqua a basso contenuto di sodio (non ne ho ancora scritto, ma anche questa è una bufala commerciale), per non parlare dell’acqua contenente arsenico, nitrati e fluoruri che viene considerata tossica per cui meglio starne lontani ed impiantare inchieste giornalistiche prive di ogni senso.

La normativa sull’acqua

Avete mai letto l’etichetta di un’acqua in bottiglia? Non è che i gestori dell’imbottigliamento inseriscano le analisi delle acque che vendono per amore della chiarezza e dell’umanità. Essi sono costretti a farlo da tutta una normativa che, nel tempo, è diventata sempre più stringente e ha come punto focale la tutela della salute pubblica. Siete interessati a sapere quali sono le norme in merito? Eccone un elenco:

Per le acque destinate al consumo umano

D.L. n. 31 del 02 febbraio 2001 (Attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità delle acque destinate al consumo umano) pubblicato sulla G.U. Serie Generale n. 52 del 03 Marzo 2001

D.M. n. 174 del 06 aprile 2004 (Regolamento concernente i materiali e gli oggetti che possono essere utilizzati negli impianti fissi di captazione, trattamento, adduzione e distribuzione delle acque destinate al consumo umano) pubblicato sulla G.U. Serie Generale n. 166 del 17 Luglio 2004.

Per le acque minerali, ovvero quelle in bottiglia che troviamo al supermercato

D.L. n. 105 del 25 Gennaio 1992 (Attuazione della direttiva 80/777/CEE relativa alla utilizzazione e alla commercializzazione delle acque minerali naturali) pubblicato sulla G.U. n. 39 del 17 Febbraio 1992 e sue successive modifiche ed integrazioni

D.L. n. 239 del 4 Agosto 1999 (Disciplina delle acque di sorgente e modificazioni al decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 105, concernente le acque minerali naturali, in attuazione della direttiva 96/70/CE) pubblicato sulla G.U. n. 231 del 1 Ottobre 1999

D.M. del 11 settembre 2003 (Attuazione della direttiva 2003/40/CE della Commissione nella parte relativa all’etichettatura delle acque minerali e delle acque di sorgente) pubblicato sulla G.U. n. 229 del 2 Ottobre 2003

D.M. del 29 dicembre 2003 (Attuazione della direttiva n. 2003/40/CE della Commissione nella parte relativa ai criteri dei valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali di cui al decreto ministeriale 12 novembre 1992, n. 542, e successive modificazioni, nonché alle condizioni di utilizzazione dei trattamenti delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente) pubblicato nella G.U. n. 302 del 31 Dicembre 2003

D.M. del 24 marzo 2005 (Gamme delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente destinate alla somministrazione) pubblicato nella G.U. n. 78 del 5 Aprile 2005

D.L. n. 176 del 8 Ottobre 2011 (Attuazione della direttiva 2009/54/CE, sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali) pubblicata sulla G.U. Serie Generale n. 258 del 05 Novembre 2011

D.M. del 10 febbraio 2015 (Criteri di valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali) pubblicato sulla G.U. n. 50 del 2-3-2015

I limiti di legge

Tutta questa normativa impone l’obbligo di chiarezza stabilendo anche ciò che deve essere riportato sulle etichette. Inoltre impone anche dei limiti in merito alle sostanze che possono essere contenute nelle acque destinate al consumo umano ed imbottigliate. Volete un esempio? Leggete la tabella della Figura 1 qui sotto.

Figura 1. Alcuni dei parametri i cui limiti sono riportati nella normativa vigente in merito alla qualità delle acque destinate al consumo umano ed imbottigliate
Alluminio, Arsenico, Fluoro, Nitrato

Se non siete chimici, biochimici, biologi o medici, la lettura della Tabella di Figura 1 può fare impressione.

Ma come? La legge permette che ci siano sostanze tossiche come alluminio, arsenico, fluoro e nitrato? Ma lo sanno tutti (tipico dei bufalari) che sono sostanze che dovrebbero essere assenti dalle acque.

Chi fa queste affermazioni non sa che “è la dose che fa il veleno”.  Il nostro organismo è in grado di “sopportare” una certa quantità di sostanza ritenuta tossica senza alcuna conseguenza. È solo quando l’ammontare di una certa sostanza supera un dato limite che sopravvengono i problemi. Nella fattispecie i limiti riportati in tabella sono ben al di sotto di quelli pericolosi.

Cosa ci fanno sostanze potenzialmente tossiche nelle acque che compriamo?

Per rispondere alla domanda occorre sapere che l’acqua è uno dei quattro comparti ambientali con cui noi umani interagiamo. Gli altri sono suolo, sedimenti ed atmosfera.

L’acqua come comparto ambientale non è un sistema isolato, ma interagisce con tutti gli altri.

Figura 2. Ciclo idrologico (Fonte)

La Figura 2 mostra come l’acqua a livello globale interagisca con suolo, sedimenti ed atmosfera.

Il processo di evapotraspirazione porta l’acqua dalle riserve oceaniche, laghi, fiumi, mari e suolo verso l’atmosfera. Durante questo processo l’acqua perde il suo contenuto disciolto, disperso e sospeso.

Una volta in atmosfera, l’acqua gas (che per convenzione noi indichiamo come vapore) si muove per effetto delle correnti aeree. Quando si realizzano condizioni di temperatura e pressione adatti, le molecole di acqua vapore condensano a formare delle goccioline che diventano progressivamente sempre più grandi. Quando la forza di gravità prevale sulle forze dispersive (quelle che tengono disperse in atmosfera le microgocce di acqua), l’acqua ritorna sulla superficie terrestre sotto forma di pioggia.

Durante il processo di condensazione, l’acqua discioglie i gas dispersi in atmosfera come per esempio anidride carbonica, ossigeno, azoto, ossidi di azoto, ossidi di zolfo e così via di seguito. Molti di questi gas sono in atmosfera sia a causa dell’attività tellurica (per esempio eruzioni vulcaniche) che dell’attività antropica (per esempio gas di scarico delle automobili, residui della lavorazione industriale etc.).

Man mano che le gocce di acqua crescono, aumentano di peso e tendono, come già scritto, ad essere soggette alla forza di gravità. Nel loro movimento verso la superficie terrestre, le molecole di acqua condensata si arricchiscono di pulviscolo, batteri e spore di microorganismi. Questo vuol dire che quando arriva sulla superficie terrestre, l’acqua piovana non è pura nel senso chimico. Contiene già sostanze disciolte, in dispersione ed in sospensione.

Una volta al suolo, l’acqua si infiltra e/o scivola scorrendo verso le falde e le altre riserve di acqua. Durante il processo fisico di infiltrazione e/o scivolamento, l’acqua interagisce con tutto ciò con cui viene a contatto sia con meccanismi fisici che con meccanismi chimici.

Da un punto di vista fisico, lo “sfregamento” del liquido sulle rocce determina lo “sfaldamento” delle stesse e la formazione di particolato solido che entra in dispersione/sospensione nelle acque.

Da un punto di vista chimico possono avvenire tante reazioni. Per esempio, l’anidride carbonica disciolta durante il processo di condensazione atmosferica contribuisce ad aumentare la velocità dei processi di dissoluzione di rocce che contengono carbonati di calcio e magnesio facendo, così, in modo che l’acqua si arricchisca di questi composti. L’ossigeno disciolto, invece, contribuisce a reazioni di ossido-riduzione grazie alle quali l’acqua si arricchisce di solfati e nitrati.

Sistemi chimici come alluminio, arsenico e fluoro sono componenti di molte rocce per cui essi possono finire in acqua grazie ai processi chimico-fisici appena descritti e dovuti all’interazione tra l’acqua e la componente solida della superficie terrestre.

Conclusioni

Non ci dobbiamo preoccupare quando sulle etichette delle acque che compriamo al supermercato leggiamo della presenza di sostanze a cui il senso comune attribuisce una qualità negativa. Come esseri viventi noi siamo “nati” grazie all’acqua presente sul pianeta. A questo punto è chiaro che il termine “acqua” è molto più complesso del semplice “H2O” che impariamo fin dalle scuole medie. Esso, infatti, non si riferisce solo alle molecole di acqua in senso proprio, ma a tutto ciò che il sistema acqua, come sistema chimico complesso, contiene. Noi esseri viventi siamo adattati a resistere a tutto ciò che l’acqua contiene entro certi limiti. Oltre questi, noi parliamo di inquinamento e contaminazione (i due termini non sono esattamente sinonimi, ma ne parlerò altrove) per cui possiamo incorrere in seri problemi di salute.

State lontani da giornali e siti internet in cui si propaga un facile allarmismo sul contenuto tossico delle acque. Come la chimica ci insegna, noi abbiamo bisogno di acqua e di tutto ciò che essa contiene per la nostra sopravvivenza.

Fonte dell’immagine di copertinahttp://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-03-21/la-giornata-dell-acqua-primo-comandamento-riciclarla-192438.shtml?uuid=AEobRjq

Matematica, fisica e medicina: debunking e fact checking

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Viaggio tanto. In aereo, in treno, in autobus e porto sempre con me qualche libro da leggere per evitare di annoiarmi e tenere acceso, per quanto possibile, il cervello. Nel mio ultimo viaggio ho portato con me l’ultimo di Walter Quattrociocchi ed Antonella Vicini dal titolo “Liberi di crederci” (Figura 1). In esso gli autori  focalizzano la loro attenzione sulla loro ipotesi in base alla quale debunking e fact checking sono inutili. Il motivo è che queste due pratiche non fanno altro che rafforzare le convinzioni di chi è già orientato ideologicamente verso certe posizioni politiche, scientifiche o altro.

Figura 1. Copertina del libro del Dr. Walter Quattrociocchi e della Dr.ssa Antonella Vicini

Ho, tuttavia, notato che gli autori nella loro disamina commettono a mio modesto parere un paio di ingenuità.

Ad un certo punto essi scrivono a proposito di vaccinazioni in questi termini:  “La legge ha innalzato l’obbligo a dieci vaccinazioni, pena il divieto di frequentare l’asilo nido e la scuola dell’infanzia per i non vaccinati”.
Ecco. Questo è il tipico modo di esprimersi dei no-vaxx. Non sto dicendo che Quattrociocchi/Vicini lo siano. Sto solo dicendo che hanno usato una terminologia non corretta. Le vaccinazioni non sono 10. Dieci sono le patologie contro cui si viene vaccinati. Le vaccinazioni che bisogna fare sono solo due: vaccino esavalente e vaccino MPRV. In totale, seguendo il calendario vaccinale, le iniezioni che bisogna fare sono cinque, diluite nei primi 5/6 anni di vita del bambino. In particolare, il vaccino esavalente (che copre per difterite, tetano, pertosse, polio, Hib, epatite B) viene fatto dopo il secondo mese di vita (ed ha 2 richiami); il vaccino MPRV (che copre per morbillo, parotite, rosolia e varicella) viene fatto dopo l’anno di età (con richiamo singolo dopo i 5/6 anni). In definitiva, quindi, non si fanno 10 iniezioni con relativi richiami (come verrebbe da dedurre dalla terminologia usata da Quattrociocchi/Vicini), ma 3 + 2 iniezioni. Giusto per completezza non è neanche vero che il numero di antigeni è enorme (a onor del vero Quattrociocchi/Vicini non ne discutono, ma lo faccio io per completare il discorso vaccini in questa sede). Infatti, i due vaccini che vengono inoculati e che coprono per 10 patologie contengono circa 260 antigeni contro, per esempio, i 3000 che anni fa erano contenuti nel solo vaccino anti morbillo.

Leggere questa inesattezza mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Non potevano chiedere informazioni a qualche esperto (come ho fatto io per scrivere queste poche righe) prima di pubblicare il loro libro? Quando trattano dei propri argomenti Quattrociocchi/Vicini sono veramente pignoli. Perché non lo sono altrettanto quando si riferiscono a campi scientifici che prevedono competenze diverse dalle loro? O non è una distrazione e questa frase con relativo linguaggio è voluta?

Ma andiamo oltre.

A parte ciò che ho appena evidenziato, nella loro discussione in merito alle echo chamber, Quattrociocchi/Vicini scrivono: “Un altro errore comune è confondere le scienze come la fisica o la matematica, i cui risultati si ottengono con metodologie rigorose, con la medicina”.

Qui entriamo in un campo minato perché tutti quelli che si occupano di scienza e di filosofia della scienza possono avere idee differenti.
Io qui dico la mia con la consapevolezza di innescare una miccia.

Innanzi tutto: cos’è la scienza? È il complesso di conoscenze che si ottiene applicando un metodo, quello scientifico, alle osservazioni fisiche che si fanno: vedo; faccio un’ipotesi; sulla base di questa ipotesi faccio una previsione; verifico la previsione mediante degli esperimenti; se la risposta sperimentale è sì, l’ipotesi è corretta; se la risposta è no, l’ipotesi va riformulata. Questo, in sintesi, il metodo scientifico (ne avevo parlato anche qui). Sulla base di quanto scritto, può la matematica essere definita scienza? Diciamo che la matematica è nata per risolvere problemi concreti legati al commercio in senso lato (mi perdonino i miei amici matematici se sono un po’ troppo superficiale). Quindi, usando il pensiero moderno, mi sento di dire che la matematica è nata come una forma di scienza. Tuttavia, da quando abbiamo imparato a contare per risolvere problemi concreti, è passata tanta acqua sotto ai ponti. La matematica ha subito una evoluzione che altre discipline scientifiche non hanno ancora avuto. La matematica, per come la vedo io, è diventata una struttura del pensiero. Non ha più bisogno delle osservazioni fisiche (come quelle legate al commercio in senso lato) per poter avanzare.

Ad oggi, come sovrastruttura del pensiero, la matematica è al di sopra di quelle che possono essere indicate come scienze (ovvero tutti quei campi che hanno bisogno di osservazioni sperimentali per poter avanzare) e fornisce gli strumenti (logici e fisici) ad ognuna di esse. Esistono scienze che sono come la matematica? Qualcosa che ci si avvicina sono la fisica e la chimica teorica. Tuttavia, entrambe hanno poi bisogno di procedure sperimentali per poter validare ciò che sono le conclusioni del pensiero. Senza esperimenti sia la chimica che la fisica teorica sono fini a se stesse e non hanno validità alcuna.

E la medicina? In quanto forma di conoscenza basata sul metodo induttivo – cioè trarre un giudizio generale o universale partendo dall’osservazione di uno o più fatti particolari, di dati contingenti, v. vocabolario Treccani – (esattamente come fisica e chimica), anche la medicina è una scienza. Gli strumenti logici e fisici con cui procedere vengono forniti alla medicina dalla matematica (proprio come nel caso di fisica e chimica). Quali sono le metodologie rigorose che accomunerebbero matematica e fisica, ma non la medicina come scritto da Quattrociocchi/Vicini nel loro libro? Forse la statistica, su cui si basa principalmente la medicina, non è ritenuta rigorosa? Ed allora la termodinamica statistica elaborata da Boltzmann? E la meccanica quantistica (che fornisce gli strumenti per la diagnostica per immagini) basata sulla statistica? E potrei continuare perché anche la biologia, altra branca della conoscenza scientifica, si basa sulla statistica. Forse l’autore si riferisce alla discrezionalità umana che sembra essere presente nella medicina ma non nella fisica? Non è così. Entrambe le forme di conoscenza sono soggette a discrezionalità umana: un medico può sbagliare una diagnosi, così come un fisico può sbagliare l’impianto sperimentale oppure, pur avendo un impianto sperimentale corretto, non riuscire a “vedere” ciò che ha “sotto il naso”. In altre parole, anche un fisico può sbagliare la diagnosi.
In definitiva, secondo me, nella loro affermazione, gli autori sono stati un po’ superficiali (come lo sono stati nel caso dei vaccini). Questa superficialità può avere conseguenze notevoli perché chi non è avvezzo al metodo scientifico può essere portato a pensare che la medicina sia roba da stregoni, mentre la fisica sia una materia con dignità superiore. Non è così. Entrambe le discipline hanno pari dignità ed entrambe fanno buon uso di tutti gli strumenti, egualmente rigorosi, messi a disposizione dalla sovrastruttura matematica. E tanto per evidenziare che il lavoro medico prevede un approccio rigoroso ed interdisciplinare, inserisco la notizia che potete leggere ingrandendo la Figura 2 (oppure cliccando qui).

Figura 2. La medicina riesce a salvare la vita ad un bambino con rara patologia

È finita qui? No. Perché basandosi sulle loro osservazioni, come scritto nel paragrafetto introduttivo, Quattrociocchi/Vicini evidenziano l’inutilità del fact checking. Mi sembra allora interessante riportare una notizia apparsa recentemente su La Gazzetta di Modena (qui e Figura 3) e su altri siti minori (per esempio qui).

Figura 3. Un fact checking test ha avuto successo tra gli studenti di un istituto professionale

Una professoressa di un istituto tecnico industriale di Modena ha ideato un fact checking test con cui si sono cimentati i suoi allievi. A quanto pare il fact checking ha funzionato. Alcuni pregiudizi sono stati rimossi. Mi rendo conto che questo è un fatto isolato rispetto ai grandi numeri di cui dispone Quattrociocchi. Mi permetto di pensare, però, che c’è qualcosa di positivo. Da un punto di vista scientifico posso dire che il fact checking ha funzionato date le condizioni al contorno utilizzate (ragazzini di un istituto tecnico industriale costretti ad imparare). Se riformulassimo le condizioni al contorno in modo da adattarle ai grandi numeri, sarebbe possibile un esito positivo del fact checking e, di conseguenza, la rimozione dell’ipotesi di inutilità dello stesso evidenziata dagli studi di Quattrociocchi? Non lo so e qui mi fermo. Non è il mio campo ma qualcun altro con più competenze di me potrebbe anche farci un pensiero sopra e dire a noi se questa ipotesi di lavoro potrebbe funzionare o meno.

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.insidemarketing.it/fact-checking-strumenti-verifica-notizie/

Storia chimica delle armi. I gas nervini

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Quanti di noi hanno sentito parlare dei gas tossici usati tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta del XX secolo da Saddam Hussein per sterminare i Curdi (qui)? E quanti ricordano l’attentato alla metropolitana di Tokyo nel 1995 le cui vicende giudiziarie si sono  concluse solo qualche giorno fa con la morte dei responsabili  (qui)?

Non voglio discutere dell’etica nell’uso delle armi. Non è il compito che mi sono dato nella gestione di questo blog. Oggi voglio semplicemente descrivere i meccasnismi con cui i gas nervini funzionano sull’organismo umano prendendo spunto da un articolo apparso su American Scientist (May-June 2018, pp. 138-140; qui).

Sapete cos’è la nicotina? È la molecola mostrata in Figura 1.

Figura 1. Struttura della nicotina (Fonte)

Si tratta di un alcaloide la cui funzione all’interno delle piante che lo producono è di tipo difensivo. Serve, in altre parole, per la protezione dai predatori. Ma qual è la relazione tra i gas nervini e la nicotina?

Erano gli anni ‘30 del XX secolo. In Italia era già presente il fascismo e da poco in Germania era salito al potere Hitler col suo partito nazionalsocialista.

Gli scienziati tedeschi erano alla ricerca di insetticidi alternativi alla nicotina. Nei laboratori chimici si sperimentavano nuove reazioni di sintesi e da una di queste venne ottenuto il (RS)-2-(fluoro-metil-fosforil)ossipropano che è più noto col nome comune di Sarin (Figura 2).

Figura 2. I due isomeri del Sarin (Fonte)

Il nome comune di questo biocida deriva da quello dei chimici che per primi lo sintetizzarono: Schrader, Ambros, Rüdiger e Van der Linde.

La molecola è un derivato organo fosfato, volatile ed incolore, del 2-propanolo che, fin da subito, mostrò enormi potenzialità biocide. Potenzialità talmente buone che risultò troppo tossico, anche per gli umani, per gli usi in agricoltura. Per questo motivo la descrizione del processo di sintesi fu passata ai chimici della Wehrmacht che cercarono fin da subito di industrializzarne la produzione per l’ottenimento di un’arma di distruzione di massa micidiale.

Sappiamo come è finita la seconda guerra mondiale. Per fortuna i tedeschi non furono in grado di produrre il Sarin in quantità belliche ed alla caduta del Reich millenario non avevano ancora risolto il problema di come passare la produzione dalla scala di laboratorio a quella industriale. Si racconta che durante il tentativo di upgrade alla sintesi industriale, due chimici della Wehrmacht fossero venuti a contatto con questo liquido volatile attraverso dei microstrappi nelle loro tute di protezione e siano morti. Questo episodio sembra sia stato poi alla base per la comprensione dei meccanismi di azione del Sarin.

La ricerca di alternative alla nicotina, portò gli scienziati tedeschi non solo alla sintesi del Sarin, ma anche a quella del N,N-Dimetilfosforamidocianidato di etile meglio noto col nome comune di Tabun (Figura 3).

Figura 3. Struttura del Tabun (Fonte)

Anche questo sistema chimico risultò troppo tossico per l’uso in agricoltura e la descrizione del suo processo di sintesi fu passato ai chimici dell’esercito Tedesco. Come nel caso del Sarin, gli scienziati della Wehrmacht non furono  in grado di operare l’upgrade alla scala bellica del Tabun che non fu mai operativamente utilizzato nella seconda guerra mondiale contro gli alleati (qui e qui degli articoli interessanti sul ruolo dei chimici nazisti nella seconda guerra mondiale, mentre qui si trovano un po’ di articoli interessanti sull’invenzione delle armi di distruzione di massa, come oggi vengono indicati i gas a scopo bellico).

Dagli anni ’30 del XX secolo ad oggi, sono stati fatti notevoli progressi in termini di efficienza dei gas nervini (da qui, potete scaricare una interessante review in merito ai gas nervini: Wiener and Hoffman (2004) Nerve Agents: A Comprehensive Review, Journal of Intensive Care Medicine 19: 23-38).

Dal Sarin e dal Tabun si è passati ai Novichock agents (anche indicati con la sigla VX) la cui struttura non è ancora ben nota. In Figura 4 si riportano ipotesi di struttura per i gas VX.

Figura 4. Possibili strutture degli agenti nervini indicati con la sigla VX (Fonte)
Come funzionano i gas nervini?

Uno degli enzimi più importanti nel nostro metabolismo legato alla trasmissione degli impulsi nervosi è l’acetilcolinesterasi (AChE, Figura 5).

Figura 5. Acetilcolinesterasi, enzima coinvolto nella trasmissione degli impulsi nervosi (Fonte)

Il ruolo dell’AChE è quello di idrolizzare (in termini più semplici “distruggere”) l’acetilcolina (ACh, Figura 6), un neurotrasmettitore che, quando si accumula nelle sinapsi o nelle giunzioni neuromuscolari, causa:

  1. contrazione delle pupille
  2. eccessiva produzione di muchi, lacrime, saliva e sudore
  3. nausea e dolori gastrointestinali
  4. broncocostrizione e irrigidimento del torso
  5. spasmi, convulsioni e perdita del controllo delle funzioni intestinali
  6. coma
  7. morte
Figura 6. Struttura chimica del neurotrasmettitore acetilcolina (Fonte)

Il processo di idrolisi dell’acetilcolina ad opera dell’acetilcolinesterasi è mediato dalla presenza di due siti attivi nell’enzima: il primo (un sito con caratteristiche anioniche, ovvero carico negativamente) serve per posizionare (attraverso l’interazione con la carica positiva che vedete nella Figura 6) l’acetilcolina nel modo giusto accanto al secondo sito che funziona da “forbice” per “tagliare” la molecola nel punto indicato dalla freccia di Figura 6.

La reazione complessiva è, quindi, quella che vedete in Figura 7

Figura 7. Schema dell’idrolisi dell’acetilcolina

I gas nervini competono con l’acetilcolina per i siti attivi dell’acetilcolinesterasi (bello, vero, scritto così? significa che i gas nervini si legano all’acetilcolinesterasi al posto dell’acetilcolina), impedendo in questo modo la reazione di Figura 7 e consentendo l’accumulo di ACh nelle sinapsi e nelle giunzioni neuromuscolari con le conseguenze descritte poco più sopra.

Conclusioni

La morte per inalazione o contatto con gas nervini non è bella. Ci si rende conto della propria fine e, se non si utilizzano in tempo gli antitodi necessari a rompere le molecole di gas nervino, si muore soffrendo parecchio.

A margine di questa conclusione a cui si può arrivare intuitivamente leggendo le poche cose che ho scritto, voglio semplicemente aggiungere che tutto quello che ho scritto (sicuramente in modo semplicistico e non completo) è parte del bagaglio culturale di ogni chimico, biologo, medico o professionista del settore “scienze della vita” (per es. anche farmacisti e CTF) che, nel corso dei suoi studi, ha avuto a che fare con la biochimica.

Se la biochimica ci consente di spiegare in modo dettagliato il funzionamento di queste terribili armi chimiche, non si capisce perché stuoli di ignoranti imperversano in rete dispensando consigli non solo inutili ma anche palesemente falsi, perchè basati su nessuna conoscenza o su pseudo scienza, in merito al funzionamento di vaccini, omeopatia, scie chimiche e altre baggianate del genere.

La biochimica, cari i miei ignoranti, si studia all’università. È grazie al suo sviluppo ed alla sua evoluzione  che noi oggi siamo in grado di vivere mediamente fino ad ottanta anni contro i 30/40 di un secolo fa.

Prima di dire idiozie in merito al funzionamento dei vaccini o pontificare sulla biodinamica e sull’omeopatia, studiate. Solo dopo aver studiato ed aver capito le basi del metabolismo animale avete il diritto di parlare. Prima di allora non avete alcun diritto di confrontarvi con chi ne sa più di voi il cui unico titolo di studio in termini chimici, biologici e medici è equivalente al vostro certificato di battesimo.

Fonte della foto di copertina