Bere tanti succhi di frutta fa male

Sulla mia bacheca Facebook appaiono tante notizie. Sono soprattutto di carattere scientifico, dal momento che ho selezionato le cose in modo tale che mi appaiano prima queste rispetto ad altre. Tra le notizie scientifiche, oggi mi compare quella che dà il titolo a questo breve articoletto: “Bere tanti succhi di frutta fa male” (in basso lo screenshot dalla mia bacheca. Se cliccate sull’immagine si apre il link alla fonte della notizia)

Il web-magazine che riporta questa notizia è una fonte attendibile nell’ambito della divulgazione scientifica. Peraltro fa un lavoro egregio riportando notizie di lavori recenti in ambito medico senza alcuna inferenza soggettiva. Insomma, riportano le notizie che appaiono sulle riviste specialistiche traducendo il linguaggio tecnico in uno più facilmente comprensibile dalla massa delle persone che non hanno una preparazione specialistica. Fanno, in altre parole, quello che ci si aspetta da professionisti della divulgazione.

Ed allora perché sto scrivendo questa nota con termini che fanno chiaramente capire i miei intenti polemici? Non me la prendo con MedicalXpress, bensì con gli autori del lavoro che essi citano e che potete trovare cliccando sull’immagine qui sotto


Proviamo a leggerlo assieme.

Gli autori si chiedono ” Is the consumption of sugary beverages (ie, sugar-sweetened beverages and fruit juices) associated with an increased mortality risk?” ovvero: il consumo di bevande dolcificate – laddove per dolcificate intendono addizionate di zucchero (che si suppone sia il saccarosio) – tra cui i succhi di frutta, sono legate al rischio di una mortalità più elevata?

La domanda sembra legittima: se abusiamo di bevande zuccherate rischiamo o no di accorciare la nostra vita?

Per rispondere a questa domanda, gli autori hanno raccolto una serie di dati studiando il comportamento di ben 13 440 adulti con età ≥ 45 anni, specificando che hanno preso in considerazione sia bianchi che neri, nell’ambito di un progetto intitolato: “The Reasons for Geographic and Racial Differences in Stroke (REGARDS)“.

Considerazioni sul termine “razza”

Già il titolo del progetto, molto onestamente, mi dà fastidio.

Non sono un native English speaker, per cui mi faccio aiutare da un dizionario monolingue (TheSage, scaricabile liberamente qui) per capire cosa voglia dire “racial”. Qui sotto ciò che mi ha fornito la ricerca:

Da quanto si legge nella figura, il termine “racial” in inglese ha la stessa accezione di “razziale” in italiano.

Che il termine “razza” e gli aggettivi ad esso correlati vengano utilizzati da politici di varia estrazione per far leva sulla pancia di persone che hanno una visione della società civile che non va oltre il proprio ombelico, mi sta bene. Si tratta di politica. Secondo me andrebbe fatta in un altro modo, ma non si può pretendere che tutti abbiano il medesimo livello culturale. E’ compito del comparto istruzione, quindi anche il mio, fare in modo che certi concetti vengano diffusi e compresi, sempre che non ci sia asservimento al potere (qui il manifesto della razza del 1938 che fu firmato da “eminenti scienziati” dell’epoca, mentre qui  un eloquente documento che riporta anche la lista dei 12 professori universitari, gli unici, che rifiutarono il giuramento al fascismo – quindi al potere costituito – nel 1931).

Che il termine venga utilizzato da scienziati per dar titolo ad un progetto scientifico, mi infastidisce non poco. Cliccando sull’immagine qui sotto si apre un ottimo articolo apparso nel 2005 a firma del Prof. Luigi Cavalli Sforza e riproposto da Il Sole24Ore nel Settembre 2018 – per commemorare la morte del Prof. Cavalli Sforza avvenuta un paio di giorni prima – in cui si capisce come il concetto di “razza” applicato agli esseri umani non abbia alcun significato.

Tutti coloro che si occupano di scienza dovrebbero sapere ciò che dice il Prof. Cavalli Sforza, anche gli scienziati che hanno firmato l’articolo di cui si sta discutendo in questa sede e che lavorano ad Atlanta – capitale della Georgia (USA), uno dei sette stati che diedero vita alla Confederazione che scatenò la guerra civile americana e combatté contro l’abolizione della schiavitù.

Ma la mia vena polemica non è destinata all’uso inopportuno dell’aggettivo “razziale”. Va ben oltre.

Continuiamo la lettura.

Gli autori dichiarano

On enrollment in the REGARDS study, diet was assessed using a self-administered Block 98 food frequency questionnaire (FFQ), a validated semiquantitative FFQ that assesses the usual dietary consumption of 110 food items (NutritionQuest). For each food item included in the FFQ, participants were asked about their usual consumption patterns during the preceding year, with response options ranging from never to every day. In addition to frequency of consumption, participants were asked to estimate the usual quantity of food consumed as either the number of specified units or the portion of food served on a plate. The FFQ survey form was given to participants during the baseline in-home visit. Once completed, they were mailed by participants in preaddressed envelopes to the REGARDS operations center. Questionnaires were verified for completeness and sent to NutritionQuest for analysis”.

In pratica è stato somministrato un questionario al quale i candidati al progetto hanno dovuto dare risposta. A questo questionario che ha consentito la selezione dei pazienti, hanno fatto seguito interviste telefoniche a cadenza semestrale:

Study participants (or their family members) were interviewed by telephone every 6 months to log all hospital visits or death events“.

Il resto dello studio è tutta una descrizione dei risultati ed una discussione che mi ricorda molto da vicino quella fatta per il progetto EPI3 di cui ho parlato sia nel mio libro “Frammenti di chimica” che nel mio blog (qui sotto):

Omeopatia e fantasia. Parte V. Aggiornamenti

Manca un controllo, un bianco, da usare come riferimento per capire se, effettivamente, l’abuso delle bevande dolcificate sia veramente correlato ad una elevata probabilità di morte. Inoltre, il lavoro si basa su interviste (come per il progetto EPI3 già ampiamente criticato) in cui si dà una grande importanza alla componente soggettiva di chi viene intervistato. Come conseguenza dei pochi limiti che ho evidenziato, viene elaborata una correlazione che potrebbe essere senza causazione tra mortalità e bevande dolcificate.

Correlazione e casusazione

Immaginiamo di elaborare un progetto nel quale è previsto che vengano intervistate qualcosa come 50000 persone. Le domande vertono sull’uso di prodotti da agricoltura biologica e sulla eventuale presenza, in ogni famiglia, di individui con disturbi dello spettro autistico. Una possibile correlazione è quella riportata nella seguente figura:

fonte

Da questa figura si può concludere che il consumo di cibo biologico è correlato ai disturbi dello spettro autistico. Invito, tuttavia, i lettori a voler leggere la fonte prima di trarre conclusioni in merito.

Immaginiamo ora un altro progetto in cui, attraverso interviste telefoniche, si cerca di comprendere quanti suicidi attraverso impiccagione, strangolamento e soffocamento siano avvenuti in un certo lasso di tempo e quale tipologia di rivista stessero leggendo i malcapitati nel periodo immediatamente precedente la loro morte. Potrebbe venir fuori una cosa come quella della figura qui sotto:

fonte

Da questa figura si capisce che le spese per finanziare la scienza, lo sviluppo delle tecnologie in generale e quelle per andare nello spazio, in particolare, sono direttamente responsabili dei suicidi per impiccagione, strangolamento e soffocamento. Anche in questo caso invito i lettori ad accedere alla fonte della figura prima di esprimere ogni opinione in merito.

Di correlazioni senza causazioni ne possiamo fare parecchie. Anche un paio di anni fa avevo evidenziato come il consumo abitudinario di mozzarelle fosse direttamente responsabile della capacità degli studenti statunitensi di conseguire un dottorato in ingegneria civile (qui sotto il link)

Correlazioni e causalità ovvero delle fallacie degli antivaccinisti

Conclusioni

A onor del vero, gli autori dello studio concludono il loro lavoro scrivendo:

Despite the availability of a large national sample, the number of participants who died during the relatively short follow-up period was small. This increases the risk of a type 2 error, particularly in stratified analyses. In addition, sugary beverage consumption was based on self-report, which is subject to an underreporting bias, specifically for SSBs, that has been shown to differ by a respondent’s weight status, among other factors.25 In addition, beverage exposure estimates were available only at baseline. The extent to which that measure reflects consumption throughout the follow-up period is unknown. Furthermore, we were unable to estimate consumption of all types of SSBs, including sweetened teas, which is known to be high among some adults. Nevertheless, it is important to note that the absence of these data is likely to have biased the observed associations toward the null. Third, nearly one-third of the REGARDS cohort did not complete an FFQ, which may have led to selection bias, compromising the interval validity of our study“.

In altre parole, gli stessi autori si rendono perfettamente conto che le loro conclusioni non sono definitive e che lo studio avrebbe dovuto essere fatto prendendo in considerazione un approccio differente.

Nonostante questa conclusione che consente di dire che lo studio deve essere preso con le mollette, cosa pensate titoleranno le migliori testate giornalistiche quando si accorgeranno di poter scrivere “contrordine compagni. I succhi di frutta fanno male“, potendo in questo modo ottenere tanti like e tante condivisioni che vuol dire anche tanta pubblicità?

Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto io mi vado a sbafare un ottimo succo di frutta. Visto che aumento la mia possibilità di morire (cosa che comunque accadrà), che almeno possa avvenire mentre si sviluppa in me la sensazione di soddisfazione conseguente all’aver assunto una bevanda dolcificata.

Fonte dell’immagine di copertina

Rete informale SETA – Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura

È nata la Rete Informale SETA – Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura che raccoglie professionisti del settore (accademici, liberi professionisti ed operatori agricoli) per lo sviluppo ed il sostegno ad una agricoltura sostenibile mediante l’uso delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie più attuali.

Nelle immagini che seguono potete leggere il Manifesto per l’Agricoltura del XXI secolo da cui riporto uno stralcio:

<Crediamo necessario guardare all’agricoltura in un’ampia prospettiva di spazio e di tempo: essa si deve prioritariamente preoccupare di assicurare ad un’Umanità in crescita cibo sufficiente in termini quantitativi, sicuro in termini qualitativi, appropriato in termini nutrizionali ed equamente distribuito; lo deve fare incrementando la propria capacità produttiva – quanto meno fintanto che non si giungerà alla stabilità demografica – senza provocare il depauperamento irreversibile delle risorse naturali, al contempo adottando logiche di multifunzionalità che mirino alla tutela del paesaggio, del benessere e della cultura delle comunità locali. In tal senso riteniamo che questi obiettivi possano essere raggiunti soltanto attraverso l’impiego integrato di tutte le tecnologie disponibili, sulla base dei principi di sostenibilità economica, sociale e ambientale>

Potete chiedere informazioni scrivendo all’indirizzo: info@setanet.it

A breve sarà disponibile anche il modulo per l’adesione alla Rete Informale SETA.

Nuove frontiere nella sintesi delle plastiche

Oggi sono stato intervistato da Juanne Pili su una nuova tecnologia per la sintesi di plastiche che cambiano il nostro approccio al riciclaggio.

Si tratta di plastiche in cui i sistemi carboniosi polimerici contengono dei legami dichetoenamminici (Figura 1).

Figura 1. Fonte

Questi  legami rendono le nuove plastiche più facilmente idrolizzabili in soluzioni acquose di  acidi forti rispetto alle plastiche tradizionali. Una volta idrolizzate le plastiche di nuova generazione, è possibile isolare i prodotti che si ottengono che possono essere riutilizzati per la sintesi di altra plastica.

L’intervista completa è su Open al seguente link:

Per saperne di più

1. https://www.nature.com/articles/d41586-019-01209-3?error=cookies_not_supported&code=297942b7-4d78-4834-a981-f524d7334160

2. https://www.nature.com/articles/s41557-019-0249-2

 

Xylella, scienza e superstizioni

Riporto da un post di Enrico Bucci:

“Le misure contro la Xylella fastidiosa sono spesso attaccate da un variegato mondo che ama definirsi ambientalista e libertario, il quale ciancia di attacco alla democrazia, di misure imposte senza prove e di pericoli per la salute.

Oltre 150 scienziati del settore, tra cui alcuni Lincei, ricercatori, medici, giuristi, amministratori locali, imprenditori agricoli, naturalisti e chi è o è stato in prima linea – tra loro il generale Silletti – ci dicono una sola cosa: non è così, basta bugie.

Trovate al link qui sotto le loro considerazioni e la possibilità di lasciare il vostro nome per unirvi a loro.”

Contro la disinformazione sull’epidemia di Xylella fastidiosa

Io ho firmato perché ritengo che il mondo scientifico debba risollevarsi contro questo rigurgito di superstizioni che alimenta solo interessi personali.

Fonte dell’immagine di copertina: https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Ostuni_olive_grove_SS379-3339.jpg

Fart chemistry

Stavolta il titolo è in inglese. “Fart chemistry” dà l’idea di qualcosa legato alla fantascienza. Invece si tratta di una chimica legata alla salute umana, e che, prosaicamente, può essere identificata come “chimica delle scoregge“. Ebbene sì. Le flatulenze con odori più o meno forti sono inquadrate nell’ambito di quel ramo della chimica/biochimica/medicina che viene indicato come “flatologia“. Gli scienziati che si occupano di flatologia sono indicati come “flatologi“.

Fart composition

La composizione chimica di una flatulenza cambia da individuo ad individuo in funzione delle caratteristiche del suo metabolismo e da ciò che mangia.

La composizione tipica, ma anche più semplice, è: azoto molecolare, idrogeno molecolare, anidride carbonica, ossigeno molecolare e metano. Si tratta, insomma, della composizione dell’aria che respiriamo, sebbene con rapporti relativi alquanto differenti. Per esempio il metano può raggiungere l’ammontare del 10% in volume nei casi più estremi.

Nessuno dei gas citati ha odore. Allora la domanda nasce spontanea: come mai le flatulenze hanno odori sgradevoli che vanno da quello delle uova marce a quello del pesce e della carne in putrefazione?

Ebbene, tutto dipende da ciò che mangiamo, come dicevo. La Figura 1 mostra le molecole più importanti che sono state identificate nei gas prodotti dal nostro intestino

Figura 1. Molecole tipiche presenti nei gas prodotti dal nostro intestino

Tra tutte le molecole mostrate in Figura 1, il tipico odore di uova marce è dovuto ai composti contenenti zolfo, l’odore di feci è dovuto a scatolo e indolo, le ammine volatili “sanno” di pesce andato a male, mentre l’odore degli acidi grassi a catena corta assomiglia a quello del burro rancido.

La cosa “simpatica” è che quando ero studente, i professori ci dicevano di fare attenzione quando maneggiavamo sistemi volatili contenenti zolfo. Questi hanno non solo la peculiarità del cattivo odore, ma anche quella di attaccarsi ai tessuti. Per questo motivo, i profs ci invitavano caldamente ad usare le cappe ed i camici per non rischiare di impestare i vestiti ed essere costretti a denudarci prima di poter entrare in casa. Insomma…se vi scappano flatulenze dal caratteristico odore di uova marce mentre siete seduti sul divano, ricordatevi che l’odore può persistere nel tempo perché le molecole descritte nella Figura 1 possono attaccarsi al tessuto del divano allontanandosi da esso molto lentamente.

Non c’è che dire. Una miscela micidiale in quanto a “profumo”. Apriamo le finestre

Fonte: http://ilsilenziodielia.blogspot.com/2010/07/finestre-aperte.html
Per saperne di più

What Is a Fart Made Of?

The chemistry of farts

The composition of human fart gas

Fonte dell’immagine di copertinahttps://m.baklol.com/baks/Health/12-Shocking-Reasons-Why-You-Sh-_2236/1

Orbitali e premi Nobel

Mettendo ordine nel mio ufficio, mi è capitato tra le mani un articolo che avevo stampato tempo fa ed apparso su Angewandte Chemie International Edition English nel 1969. Chi si occupa di scienza nel campo chimico sa che si tratta di una delle riviste più accreditate del settore: i chimici farebbero carte false pur di veder pubblicato un lavoro su questa rivista. Il lavoro in questione è quello che vedete nell’immagine seguente: The conservation of Orbital Symmetry.

Roald Hoffmann ha vinto il premio Nobel nel 1981 per i suoi studi sui meccanismi di reazione assieme a Kenichi Fukui. I due scienziati svilupparono, indipendentemente l’uno dall’altro, la teoria in base alla quale si sviluppano le reazioni chimiche. Sul sito di Ang. Chemie Int. Ed. En. si trovano sia la Nobel lecture di Fukui dal titolo The Role of Frontier Orbitals in Chemical Reactions (immagine qui sotto)

che quella di Hoffmann dal titolo Building Bridges Between Inorganic and Organic Chemistry (immagine qui sotto)

Se Hoffmann e Fukui hanno vinto il premio Nobel per le loro ricerche nell’ambito della chimica teorica che hanno consentito l’elaborazione dei meccanismi di reazione come oggi li conosciamo, Robert B. Woodward (il primo autore della prima immagine riportata in questa breve nota) vinse il premio Nobel quattro anni prima del predetto articolo su Angew. Chemie Int. Ed. En. “for his outstanding achievements in the art of organic synthesis“.  Da notare: “art of organic synthesis“. Eh…sì…perché la sintesi chimica è a metà tra scienza ed arte. Occorre una enorme fantasia associata ad una profonda conoscenza chimica per poter sintetizzare un qualsiasi composto chimico. Il contributo di Woodward va dall’elaborazione della via sintetica della chinina, a quella del colesterolo, passando per il cortisone, la stricnina, l’acido lisergico e la cefalosporina. Sicuramente notevole è la via che egli elaborò per ottenere in laboratorio la vitamina B12 di cui potete trovare un pezzo nella figura qui sotto e nel link ad essa associato (basta cliccare sull’immagine).

Come dicevo altrove, la chimica ci è amica. Non tutti i prodotti di sintesi sono pericolosi, ma del resto la pericolosità di un prodotto è solo legata al cattivo uso che di esso si fa, come scrivevo già un po’ di tempo fa:

Contraddizioni culturali e paradossi cognitivi. Naturale / buono = chimico / tossico

Fonte dell’immagina di copertinahttps://www.unidformazione.com/orbitali-ibridi/

Pillole di chimica: il Bitrex

 

Bitrex. Sebbene sia l’anagramma di brexit, non ha nulla a che vedere con la politica. Si tratta del nome commerciale del benzoato di denatonio la cui struttura è riportata nella figura qui sotto e nell’immagine di copertina.

Cos’è il bitrex?

Come si evince dalla struttura, si tratta di un sale di ammonio quaternario. Questo lo rende solubile in acqua. Ma ciò che è più interessante è che esso non è tossico ed ha un sapore estremamente sgradevole. In effetti, sembra che questo sale sia entrato nel Guinness dei primati come la sostanza più amara in assoluto (qui).

La sua scoperta risale al 1958 ad opera dei chimici della T & H Smith, una casa farmaceutica di Edimburgo, che in quel periodo stava studiando la sintesi di nuovi prodotti antidolorifici (qui).

A cosa serve il bitrex?

Quale può essere l’utilità commerciale di un composto così amaro che appena messo sulla lingua fa venir voglia di sputarlo subito via?

Quanti sono i prodotti pericolosi che abbiamo a casa e che possono attirare l’attenzione dei bambini per il loro colore, le confezioni che li contengono o semplicemente perché i bambini sono curiosi per natura e hanno la tendenza a mettere tutto quello che trovano in bocca?

Chi ha bambini sa certamente rispondere: shampoo, medicinali, detersivi per la disinfezione e la pulizia della casa e chi più ne ha più ne metta.

Ebbene, il bitrex è sicuramente uno degli additivi più usati in questi prodotti per renderli di sapore disgustoso ed evitare una loro possibile ingestione accidentale.

Ne volete qualche esempio?

Qui il link al Luma KL un agrofarmaco che viene usato per la lotta a limacce, lumache, chiocciole e gasteropodi che possono infestare gli orti nei quali vengono coltivati asparagi, carciofi, cavolo cappuccio, finocchi, porro e sedano. Potete facilmente individuare la presenza del bitrex, ovvero denatonio benzoato, che viene addizionato proprio per limitare l’ingestione casuale di questo prodotto che può portare a danni epatici e renali molto seri.

Altro esempio?

Quanti di noi hanno genitori o nonni che preparano bevande alcoliche in casa? Magari qualcuno di voi può essere appassionato di limoncello ed ogni anno va al mercato per comprare limoni IGP di Sorrento la cui buccia viene estratta in alcol etilico per ottenere questa bevanda  molto apprezzata nelle regioni del Sud Italia (qui una interessante ricetta per produrlo in casa). E quanti si sono chiesti perché bisogna comprare alcol etilico per uso alimentare, che costa un occhio della testa a causa delle accise che gravano su di esso, e non è possibile, invece, approntare un piccolo distillatore casalingo per purificare l’alcol etilico denaturato che costa pochi centesimi di euro al litro?

Come si denatura l’alcol etilico

L’alcol etilico denaturato, quello che si vende nei supermercati ed è di colore rosso, costa pochi centesimi al litro perché, non potendo essere usato per l’alimentazione, non viene gravato dalle accise che pesano, invece, sull’alcol puro che usiamo in cucina. L’alcol etilico viene denaturato aggiungendo il bitrex, così da produrre un sapore disgustoso, un colorante e tanti altri composti a seconda dell’uso a cui l’alcol etilico è destinato . Per esempio la denaturazione si può ottenere aggiungendo anche canfora, olio di ricino, acetone, kerosene metanolo, aldeidi varie, isopropanolo e benzene.

È possibile distillare l’etanolo denaturato per ottenere quello alimentare?

È vero che si potrebbe distillare la miscela descritta e dal sapore disgustoso per tentare di isolare l’alcol etilico. Tuttavia, ciò che è poco noto ai non chimici è che la distillazione non riesce ad eliminare completamente le sostanze che si aggiungono all’alcol etilico per denaturarlo. Dopo un certo numero di cicli di distillazione si ottiene una miscela che si chiama “azeotropo” nella quale sono ancora presenti gli additivi summenzionati che rendono il prodotto ottenuto per distillazione ancora non adatto all’alimentazione umana. Nel caso della denaturazione dell’etanolo, l’addizione di piccole quantità di acetone è quella che non consente di purificare oltre l’azeotropo.

Chimico amico

Beh, il titolo del paragrafo è fuorviante. Non è detto che tutti i chimici siano simpatici. So di sicuro di essere antipatico almeno ad una persona: a chi ha fatto una recensione su Amazon al mio libro “Frammenti di Chimica” scrivendo che non compra il libro perché non si comprano i libri di chi offende gli ignoranti indicandoli come tali. Questo la dice lunga sull’onestà intellettuale di omeopati, biodinamici e compagnia bella: parlano senza cognizione di causa e senza leggere ciò di cui sentono il bisogno di discutere. Tuttavia, la chimica è amica di tutti. È un corpo di conoscenze che ci permette di comprendere il mondo che ci circonda: come è fatto, perché è fatto così e come funziona.

Ed ora: buon limoncello a tutti!

Fonte: https://ricette.giallozafferano.it/Limoncello.html

 

C’è nessunooooooo? Giocare con i numeri

Quando ero più giovane andava per la maggiore una simpatica pubblicità sulla particella di sodio. Ve la ricordate?

Era simpatica, in effetti.

Il sodio in acqua

Il sodio è un elemento del primo gruppo della tavola periodica che ha la caratteristica di reagire violentemente con l’acqua in una reazione di ossido-riduzione che porta alla formazione dello ione Na+.

Ma non è di questo che voglio parlavi.

Il sodio e la salute umana

Che lo ione sodio sia coinvolto nei problemi cardiovascolari è ben acclarato nella letteratura medica. Di conseguenza, quando un individuo è affetto da ipertensione, il medico può consigliare l’uso di acque adatte alle diete iposodiche.

In base al D.L. n. 176 del 8/10/2011, su G.U.  Serie Generale n. 258 del 5/11/2011, possono essere definite acque adatte alle diete povere di sodio tutte quelle in cui il contenuto dello ione Na+ è ≤ 20 mg L-1. L’ho scritto anche nel mio libro “Frammenti di Chimica. Come smascherare falsi miti e leggende“, dove riporto  che se anche le acque hanno un contenuto di sodio ≥ 20 mg L-1 sono comunque potabili. L’unico inconveniente è che possono avere un sapore non necessariamente gradito.

Lo stesso D.L. n. 176 del 8/10/2011, su G.U.  Serie Generale n. 258 del 5/11/2011 citato poco fa, prende in considerazione la possibilità che un’acqua potabile possa avere un elevato contenuto di ione sodio. Infatti viene riportato che quando un’acqua ha un contenuto di sodio ≥ 200 mg L-1 essa deve essere obbligatoriamente indicata come “acqua sodica”.  Come riportato nell’Enciclopedia Medica, le acque sodiche “sono indicate in stati di carenze specifiche”.

Consigli del Ministero della Salute

Se andiamo sul sito internet del Ministero della Salute (qui), leggiamo che “l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda un consumo massimo di 5 grammi al giorno di sale, corrispondenti a circa 2 grammi al giorno di sodio“. Questo vuol dire che dobbiamo limitare il consumo di sodio nell’alimentazione giornaliera utilizzando una corretta pratica alimentare. Si parla di ione sodio, non dell’elemento metallico che dà l’esplosione a contatto con l’acqua che avete visto nel secondo filmato di quest’articolo.

In che modo tenere sotto controllo l’assunzione di ione sodio? È lo stesso Ministero della Salute a suggerircelo:

  • Leggiamo attentamente l’etichetta nutrizionale per scegliere, in ciascuna categoria, i prodotti a minore contenuto di sale e cercare i prodotti a basso contenuto di sale, cioè inferiore a 0.3 grammi per 100 g (corrispondenti a 0.12 g di sodio)
  • Riduciamo l’uso di sale aggiunto in cucina, preferendo comunque, ove necessario, minime quantità di sale iodato.
  • Limitiamo l’uso di altri condimenti contenenti sodio (dadi da brodo, maionese, salse, ecc.) e utilizziamo in alternativa spezie, erbe aromatiche, succo di limone o aceto per insaporire ed esaltare il sapore dei cibi.
  • Non portiamo in tavola sale o salse salate, in modo che non si acquisisca l’abitudine di aggiungere sale sui cibi, soprattutto tra i più giovani della famiglia.
  • Riduciamo il consumo di alimenti trasformati ricchi di sale (snack salati, patatine in sacchetto, alcuni salumi e formaggi, cibi in scatola).
  • Scoliamo e risciacquiamo verdure e legumi in scatola, prima di consumarli.
  • Evitiamo l’aggiunta di sale nelle pappe dei bambini, almeno per il primo anno di vita.
Giocare con i numeri

Ritorniamo ai consigli dell’OMS.  Dobbiamo scegliere quegli alimenti che  contengano meno di  1200 mg kg-1 di sodio.

A questo punto quelli di voi che leggono solo distrattamente mi daranno del pazzo: da dove è venuto fuori questo numero così elevato? È scritto sopra: 0.12 g di sodio per 100 g di sale corrispondono a 1200 mg di sodio ogni chilogrammo (cioè 1000 g) di sale; è molto semplice fare i calcoli per cui non offendo la vostra intelligenza proponendoveli.

In parole povere mi sono messo a giocare coi numeri. Questo vezzo di giocare coi numeri per dare l’impressione che qualcosa sia diverso da quello che effettivamente è, è tipico di quanti, per lavoro, impostano le campagne pubblicitarie di tanti prodotti alimentari come le acque destinate al consumo umano introdotte col filmato sulla particella di sodio inserito all’inizio di questo articolo.

Ne volete un esempio? Eccovi la foto dell’etichetta dell’acqua che ho preso oggi a pranzo

Figura 1. Etichetta di una nota acqua minerale. Si noti il modo in cui viene espressa la concentrazione di sodio

È perfettamente evidenziato che la quantità di sodio è < 0.0005 %. Un numero spaventosamente piccolo, vero? Uno che legge distrattamente pensa: “WOW, praticamente non c’è sodio. Deve essere particolarmente adatta per gli ipertesi”. Ma guardando con attenzione, poco più su nell’etichetta è scritto che il contenuto di sodio è 4.1 mg L-1. Alla luce del D.L. n. 176 del 8/10/2011, su G.U.  Serie Generale n. 258 del 5/11/2011 questa è un’acqua adatta per diete iposodiche.

Ma, adesso, dite la verità: 0.0005 non dà l’impressione di essere di gran lunga più piccolo di 4.1?

In realtà sono esattamente la stessa cosa. Sono state usate due unità di misura differenti per indicare lo stesso valore numerico (in realtà il valore percentuale è approssimato, ma non è importante ai fini della discussione). La legge impone di indicare il contenuto di sodio in mg L-1 ; l’azienda di imbottigliamento ha scelto di riportare, evidenziandolo a bella posta, anche il contenuto percentuale cosicché il consumatore distratto possa essere portato a pensare che la quantità di sodio sia molto più bassa di quella che effettivamente è. Si tratta di un escamotage che fa leva sulle sensazioni che nascono in noi quando leggiamo i numeri.

Conclusioni

Giocare con i numeri per suscitare sensazioni in modo da indirizzare le scelte dei consumatori è cosa molto comune. Non è una cosa grave. Non bisogna, tuttavia, farsi trarre in inganno. Le scelte, soprattutto alimentari, vanno fatte con oculatezza e sapendo ciò che si fa.

Fonte dell’immagine di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/Water#/media/File:Water_Impact_0.jpg

Biologi per la Scienza. #iohodonatoetu?

Biologi per la Scienza” è una pagina Facebook che si occupa di divulgazione scientifica e lo fa in modo egregio.

È gestita da tre ragazzi (mi permetto di appellare in questo modo tre giovani adulti per la differenza di età che ci contraddistingue – ben 29 anni) che studiano ed hanno fatto della divulgazione la loro missione. Come ho già scritto, fanno un lavoro egregio. Inutile dire che sono contro tutte le sciocchezze che si leggono in giro sulla rete o su giornali che, invece di fare corretta informazione, si trincerano dietro il politically correct e spalleggiano posizioni che indicare come antiscientifiche è il minimo.

Ma non è questo il punto.

I tre ragazzi stanno portando avanti una battaglia a favore delle vaccinazioni. Ne volete un esempio? Cliccate qui, qui e qui. Inutile dire che nella loro attività, sono molto critici nei confronti dell’ordine dei biologi la cui dirigenza ha finanziato analisi di alcuni vaccini ad una società che dichiara di aver trovato impurezze inquietanti in alcuni vaccini. Solo dopo il polverone mediatico (per esempio qui e qui) suscitato dall’analisi critica e nel merito di Enrico Bucci (la trovate qui) in cui si dimostrava l’infondatezza dei risultati ottenuti, l’ordine dei biologi ha fatto un passo indietro ritirando il finanziamento (qui), ma, evidentemente, non l’appoggio morale come si evince dall’intervista riportata qui in cui viene detto: “innanzitutto la notizia è quella che questo finanziamento, anche su invito di Corvelva, lo revochiamo” e dal convegno organizzato il 10 Marzo 2019 in cui si farà “il punto sui risultati delle analisi commissionate dall’associazione CORVELVA su lotti di vaccini usati sia per uso civile che militari” (qui).

L’attività dei Biologi per la Scienza è finita anche su Nature come si può leggere in questo link.

Cosa succede ora? Appare un appello sulla pagina  Biologi per la Scienza. Lo riporto per intero qui sotto:

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Cari lettori

Noi, Gianluca Masella, Giovanni Schiesaro e Riccardo Spanu, siamo gli amministratori di “Biologi per la Scienza”. Vi scriviamo questo post perché siamo siamo stati citati in giudizio al tribunale civile di Roma dall’ordine nazionale dei biologi.

La nostra pagina (di tre studenti di 23 anni) ha da sempre avuto un taglio irriverente a cui abbiamo coniugato una continua attenzione per una corretta divulgazione scientifica. Lo abbiamo fatto perché non potevamo ritenere corretto che un ordine come quello dei biologi potesse portare avanti conferenze e affermazioni infondate dal punto di vista scientifico.

Il nostro è stato un impegno preso sia come cittadini sia, soprattutto, come studenti universitari che in un futuro prossimo lavoreranno nell’ambito scientifico e che si sentono in dovere di ritornare alla comunità il frutto dei propri studi.

Abbiamo preso contatto con un avvocato e per chi volesse sostenerci anche economicamente apriremo una donazione libera (qui sotto) attraverso una piattaforma di crowdfunding. Se la cifra dovesse superare i costi che avremo doneremo tutto in beneficienza a medici senza frontiere e alle loro campagne di vaccinazione nei paesi del terzo mondo.

A presto.

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L’appello originale è qui.

In altre parole, Davide (ovvero i ragazzi di Biologi per la Scienza) si è trovato ad affrontare Golia (nella persona del presidente dell’ordine dei biologi) che, grazie alla sua posizione dominante, ha pensato bene di “colpirne uno per educarne cento”. La querela di parte che devono affrontare dei ragazzini (e le loro famiglie) probabilmente finirà con un accordo, ma richiederà un sacrificio economico che è sicuramente sostenibile da parte di un ordine professionale ma è molto meno sostenibile (e, certamente, molto più gravoso) per degli studenti e le loro famiglie.

A me il messaggio che appare è: “state attenti tutti quanti perché in qualunque momento posso colpire il vostro portafogli”. Insomma, questa querela di parte viene usata come deterrente per tentare di arginare l’impatto mediatico che si è generato a causa delle analisi interpretate male da parte di una associazione di persone che si dichiarano preoccupate per la salute pubblica.

Adesso concludo.

I ragazzi di Biologi per la Scienza hanno richiesto un aiuto economico per sostenere le spese legali che necessariamente si troveranno ad affrontare (qui e qui trovate i link per le donazioni).

Io ho donato perché ritengo che le loro voci non debbano spegnersi; perché ritengo che come scienziato bisogna essere sempre vicini a chi cerca di fare del proprio meglio per la corretta divulgazione scientifica; perché ritengo che un ordine professionale che non sa affrontare con le argomentazioni una tenzóne scientifica ma usa la querela contro degli studenti come deterrente non stia dando una immagine di sè onorevole e specchiata.

#iohodonatoetu?

Di vaccini, feti e nanoparticelle di wolframio e tungsteno

di Enrico Bucci, Pellegrino Conte e Pierluigi Lopalco

Gli antivaccinisti italiani, a corto di argomenti scientifici ma non certo retorici, stanno creando un nuovo mostro nella loro fucina di memi: la preparazione dei vaccini richiederebbe aborti su commissione, per ottenere feti da utilizzare come materiale di partenza.

Inutile dire che per produrre i vaccini NON si usano feti umani, come spiegato in dettaglio in questo articolo.

Ma gli antivaccinisti, si sa, scelgono i propri argomenti non perché siano aderenti alla realtà, ma per i vantaggi che la propria causa potrebbe ottenere: ed il meme creato è utilissimo perché dal presunto uso di feti umani, assolutamente condannabile sotto l’aspetto etico generale, seguirebbe in particolare e senza dubbio che l’uso dei vaccini sarebbe incompatibile con la morale cattolica. Pertanto – questo è sottinteso – i cattolici osservanti dovrebbero sollevarsi in massa contro una pratica degna di scomunica.

Alla guida di questa nuova riscoperta religiosa dell’empietà delle vaccinazioni, seppure da posizioni apparentemente laiche, troviamo l’illustre dott. Stefano Montanari, che così scriveva per esempio il 31 gennaio:

Da un po’ di tempo, in realtà pochissimo, è venuta alla ribalta una pratica tecnica che esiste da decenni e che, tuttavia, pare essere sempre passata inosservata. Mi riferisco all’uso dei feti umani nel processo di produzione di alcune decine di tipi di vaccino, quasi tutti di larghissimo impiego e non di rado addirittura di somministrazione obbligatoria.
Come ripetuto più volte e come è ovvio, quei feti devono essere sani perché non è saggio usare materie prime che potrebbero rivelarsi deleterie alla buona riuscita del processo di produzione. E, allora, si ricorre alla pratica più elementare: si acquistano i feti da signore o signorine che si prestano ad abortire materiale conforme.

E poco più avanti, tuonando contro il Papa (a suo giudizio empio?)

Il Sommo Pontefice, allora, avrebbe potuto regalare un’indulgenza plenaria: tutti gli aborti sono cancellati dalla fedina penale celeste. Ma ci sarebbe stato il problema dell’oggi in poi. Se il passato risultava inesistente come nella società immaginata da George Orwell, che ne sarebbe stato del futuro? Sì, perché il business legato ai feti abortiti ed accuratamente sezionati (filetto, controfiletto, lombata…) mica poteva essere interrotto. Ecco, allora, il colpo di genio. Sul volo che lo riportava a Roma dal Centro America, il Sommo Pontefice dà a tutti i preti la facoltà di cancellare il peccato mortale di aborto.

Ora, che uno come Stefano Montanari scriva cose del genere potrebbe pure non destare meraviglia, viste le sue posizioni ed i suoi trascorsi.

Ci si chiede però chi sia quel dottor Stefano Montanari che pubblicava nel 2011 un lavoro dal titolo “Heavy metals nanoparticles in fetal kidney and liver tissues” (traduzione: Nanoparticelle di metalli pesanti in tessuti fetali da rene e fegato) [1].

Come possiamo già ricavare dal titolo, il lavoro verte sull’analisi dei tessuti di 16 feti umani, i quali risultano descritti nell’abstract come feti “whose mothers obtained the authorization for abortion between 21-23 weeks of gestation”, cioè derivati da aborti in fase avanzata di gestazione, grazie ad una autorizzazione concessa alle madri.

Intanto, ci si chiede come chi accusa (senza fondamento) i produttori dei vaccini di alimentare un mercato per “fare a fettine” feti umani, sia lo stesso che partecipa ad un lavoro in cui 16 feti (8 “sani” e 8 con un difetto genetico, secondo il lavoro) si fanno davvero “a fettine” per scopi di ricerca.

Andando avanti nella lettura del lavoro, però, le domande aumentano: infatti, nella legenda della tabella 1 si legge che gli 8 feti sani utilizzati sarebbero ottenuti da “spontaneous miscarriages“, cioè aborti spontanei; ma, nell’abstract, non si parlava di procedure autorizzative all’aborto per tutti i 16 feti nello studio? E quale sarebbe allora la “procedura autorizzativa” richiesta per gli 8 aborti di feti sani, visto che nella legenda della tabella 1 sono dichiarati essere “spontanei?

Stando così le cose, sorge spontanea una ulteriore domanda. Siccome si legge nel lavoro che “The study protocol was approved by the local
ethics committee and pregnant women gave informed and signed consent
”, che razza di consenso informato è stato dato, se nemmeno si sa se gli 8 feti sani siano stati abortiti dopo induzione autorizzata o derivino da aborti spontanei? E il locale comitato etico ha approvato uno studio su quali feti?

Ma lasciamo perdere i particolari. Appurato che chi lancia terribili accuse agli altri, di fatto partecipa a studi in cui i feti si fanno davvero a fettine (in bella mostra, sotto forma di microfotografie, nell’articolo citato), uno si potrebbe chiedere il perché di tali studi.

La ragione, come possiamo aspettarci visti gli autori coinvolti, è la verifica degli eventuali effetti patogenetici di eventuali nanoparticelle trovate nei tessuti fetali.

Per capire di quale livello scientifico si parli, affascinati dall’argomento siamo ricorsi ad un altro lavoro del duo Montanari-Gatti, pubblicato nel 2004, dal titolo “Detection of micro- and nano-sized biocompatible particles in the blood” (traduzione: Rilevamento di micro- e nano-particelle biocompatibili nel sangue). In questo lavoro, si afferma che, con una nuova tecnica di microscopia elettronica, si sarebbe riusciti a rivelare una quantità di particelle molto varie per composizione nei tessuti di pazienti affetti da disordini ematologici. Anzi, la varietà chimica di tali particelle è tale che proprio nell’abstract gli autori scrivono (grassetto aggiunto):

The chemistry of these particles was different and varied, and unusual compounds containing non-biocompatible elements like bismuth, lead, wolfram, tungsten were also detected

È qui che uno di noi, professore di chimica, ha avuto uno svenimento, per poi unirsi ad un irrefrenabile e contagioso attacco di risa, che ci ha coinvolti tutti per qualche minuto.

Lasciamo all’arguto lettore il compito di verificare che wolframio e tungsteno sono lo stesso elemento chimico, indicato con il simbolo “W”, su quella tavola periodica – a cui non a caso è stato dedicato il 2019 – allegata a tutti i testi scolastici, ma evidentemente negletta dagli autori del lavoro, i quali, a quanto pare, considerano la varietà di nanoparticelle rivelata nei tessuti analizzati aumentabile anche alla luce dei sinonimi del vocabolario che descrivono un dato elemento chimico.

Mentre il lettore verifica, noi ci chiediamo: possibile che questo sia il livello di chi va in giro a parlare di nanoparticelle metalliche nei vaccini?

E come si combineranno le accuse di “fare i feti a fettine”, rivolte agli altri, con la partecipazione ad un lavoro di ricerca in cui si è fatto proprio quello (anche se non è ben chiaro su quali feti)?

E soprattutto, di cosa si parlerà nel prossimo evento del 13 marzo intitolato “Scienza e coscienza – l’utilizzo dei feti abortiti per la produzione farmaceutica”, in cui Montanari discetterà con Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Raymond Leo Burke?

Forse delle “fettine di feto” presenti nel suo lavoro, di cui riproduciamo in basso la figura numero 1? [2]

Note

[1] Caso strano, poi, l’autore primo nome di questo lavoro risulta essere quella dottoressa Antonietta Gatti, ricercatrice – fino al 2011 – dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e mai al lavoro in un inesistente “laboratorio dei biomateriali” di tale università (come dichiarato qui dal Rettore). La dottoressa, moglie del già citato dottor Montanari, incidentalmente non è da meno del marito quando si tratta di illustrare l’empietà, l’immoralità e la pericolosità dell’uso dei feti umani o dei vaccini.

[2] I dubbi e le riserve che abbiamo sollevato sui due lavori scientifici citati in questo articolo sono stati con poche differenze, ma molto prima di noi, riscontrati anche dal sito antifrode PubPeer, insieme a molte altre osservazioni critiche che riguardano anche altri lavori di Gatti e Montanari, che tralasciamo per il loro livello più tecnico, ma non per mancanza di validità.

Qui il link allo stesso articolo sul blog di Enrico Bucci (www.cattiviscienziati.com)

Nell’immagine di copertina della Organizzazione Mondiale della Sanità (Fonte Wikimedia Commons) la preparazione del vaccino contro il morbillo