Della Xylella e del metodo Scortichini

Sulla epidemia di Xylella che imperversa in Puglia è stato scritto di tutto. Uno dei più impegnati nella rilevazione delle bufale che si leggono in giro per la rete su tale epidemia è Enrico Bucci del quale potete leggere ai seguenti link: qui, qui, qui e qui. Naturalmente, però, a fare più rumore sono soprattutto quei pochi che, non essendo del settore e non capendo nulla di scienza, sbraitano di attentati all’eccellenza Italiana, di boicottaggio della produzione olivicola pugliese e chi più ne ha più ne metta. E come al solito a farne le spese è l’intera società.

Eh…sì…intanto grazie all’azione rumorosa di pochi pseudo scienziati che hanno una grande influenza sull’opinione pubblica[1], l’epidemia di Xylella, che si sta propagando sempre più a Nord della Puglia e del nostro paese[2], sta avendo un impatto notevole sull’economia italiana.

Ma non è di economia che voglio scrivere, anche perché non sono un esperto e rischierei di dire delle grosse sciocchezze. Voglio, piuttosto, puntare l’attenzione su un metodo che secondo alcuni sarebbe la panacea che salverà gli olivi e l’olivicoltura italiana dal dramma Xylella. Si tratta di un metodo che prende il nome dal ricercatore che per primo ne ha pubblicato i risultati su Phytopatologia Mediterranea: metodo Scortichini.

La rivista

Phytopatologia Mediterranea è una rivista di fitopatologia della Firenze University Press con un impact factor di 1.974 per il 2018. Si tratta di un’ottima rivista nel settore della scienza delle piante sebbene l’impact factor sembri molto basso. Per capire perché ritengo questa un’ottima rivista, rimando alla lettura delle note generali in fondo a questo articolo.

Il metodo Scortichini

Lo studio in cui si descrive il metodo che dà il titolo a questo paragrafo è reperibile al link seguente: Scortichini et al. (2018) A zinc, copper and citric acid biocomplex shows promise for control of Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive trees in Apulia region (southern Italy), Phytopathologia Mediterranea DOI:  10.14601/Phytopathol_Mediterr-21985

Gli autori descrivono la potenzialità di un preparato, indicato come Dentamet®, nel debellare la Xylella fastidiosa subsp. pauca dalle piante infettate.

Come si valuta la validità di un lavoro?

Una delle prime cose che bisogna fare è andare a verificare la validità dell’impianto sperimentale al netto delle tecniche analitiche utilizzate e dei risultati che da esse vengono ottenuti.

Come indicato nel sito del produttore (qui), il Dentamet® è un concime a base di rame e zinco complessati all’acido citrico. Nello studio summenzionato, tale preparato viene usato in due esperimenti in vitro e due esperimenti in vivo. In entrambi gli esperimenti in vitro è stata valutata la capacità del preparato di inibire la crescita del batterio. Negli esperimenti in vivo, invece, è stata valutata la capacità del rimedio di eliminare il batterio dalle foglie di piante infettate. Bisogna notare che solo quattro foglie sono state usate negli esperimenti in vivo per ogni diluizione del Dentamet®. Infine, gli autori hanno condotto degli esperimenti in campo usando ben quattro piante malate.

Non so…forse il numero quattro è un numero magico per gli autori

Apparentemente sembra tutto ok. Gli autori fanno prima delle indagini in laboratorio per capire se il rimedio funziona ed infine decidono di andare in campo per valutare l’efficienza del rimedio su piante malate. Il problema è che se in laboratorio gli autori sperimentano l’efficienza del preparato su Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa – come indicato nel rigo 6 della seconda colonna di pagina 3 nel paragrafo intitolato “Preliminary assays for inhibition efficacy of Dentamet® against Xylella fastidiosa” – in campo, la tipologia di batterio è Xylella fastidiosa subsp. pauca – come indicato anche nel titolo del lavoro stesso. Si potrebbe obiettare: “va bene ed allora? Sempre di Xylella si tratta”. Il punto è che gli essere viventi, quali sono i batteri, sono tutti differenti tra di loro e possono reagire differentemente allo stesso trattamento. Un lavoro sperimentale di tipo biologico progettato bene deve prevedere una congruenza tra ciò che si fa in vitro e ciò che viene sperimentato in campo. Se non c’è congruenza, i risultati ottenuti in campo non si possono spiegare con i modelli ottenuti in laboratorio.

Ma andiamo oltre e guardiamo il numero magico. Gli autori fanno gli esperimenti in vivo, quelli in vitro e quelli in campo su un numero di campioni veramente limitato. In genere, i lavori in ambito biologico che coinvolgono batteri vengono effettuati su un numero enorme di campioni. Questo è necessario per assicurare una significatività statistica che su un numero così piccolo di campioni non è certa.  Stiamo parlando di esseri viventi. Come scritto poche righe più sopra, gli esseri viventi possono reagire in modo differente ai trattamenti che ricevono. In particolare si può dire che dato un numero N sufficientemente grande di campioni, il comportamento della media di essi è centrato sul massimo di una curva come quella rappresentata in Figura 1. Tuttavia un certo numero di campioni avrà un comportamento che si discosterà dal valore medio rappresentato dal massimo indicato in Figura 1 sia verso sinistra che verso destra.

Figura 1. Il comportamento di un numero N di campioni segue l’andamento di una curva come quella Lorentziana usata qui come esempio. La maggior parte dei campioni si attesta intorno al massimo della curva. Alcuni dei campioni hanno un comportamento che si discosta dal massimo sia verso destra che verso sinistra. La curva è stata ottenuta mediante una simulazione con Origin 7.5

Se selezioniamo un numero statisticamente non significativo di campioni, per esempio quattro – come nel caso del lavoro preso in considerazione, è possibile che vengano selezionati sistemi che si trovano lontano dal comportamento medio come nei casi A e B di Figura 2 oppure che per semplice fortuna si ottengano comportamenti centrati intorno al massimo come in Figura 2C. Al contrario solo il campionamento di un gran numero di sistemi consente di ottenere un valore statisticamente significativo come indicato in Figura 2D. C’è da aggiungere anche che più elevato è il numero di campioni analizzati più è possibile applicare metodi di indagine statistica che solo su quattro punti non possono essere utilizzati.

Figura 2. Esempi di campionamenti sbagliati. Campionando solo quattro punti è possibile ottenere comportamenti molto diversificati tra loro come in A e B; solo per caso è possibile che i quattro punti siano centrati attorno al comportamento medio come in C; un numero elevato di campioni si attesta mediamente intorno al comportamento medio come in D.
Conclusioni

Come si vede da tutto quanto scritto fino ad ora, mi sono attenuto solo alla valutazione dei materiali e metodi riportati nel lavoro di Scortichini et al. ed ho centrato la mia attenzione su due cose: la tipologia di batterio su cui gli autori hanno deciso di porre l’attenzione ed il numero statisticamente non significativo di campioni analizzati. Se avessi fatto io la revisione del lavoro citato, lo avrei bocciato solo per questi motivi che peraltro sono stati anche evidenziati dalla European Food Safety Authority (EFSA) in una pubblicazione che si può trovare al seguente link: Effectiveness of in planta control measures for Xylella fastidiosa.

Alcune delle conclusioni dell’EFSA sono:

This control measure may temporarily reduce disease severity in some situations, but some of these studies are based on a limited sample size and additional data are thus needed to verify their effectiveness in reducing the disease. There is no evidence that this treatment could eliminate X. Fastidiosa in field conditions during a long period of time”.

Sono un reviewer piuttosto severo e tra i parametri che valuto per accettare o meno un lavoro, ci sono sia l’analisi statistica che l’indicazione corretta delle cifre significative nelle tabelle che analizzo. Solo dopo positiva valutazione dei parametri anzidetti, passo alla lettura completa dello studio e certifico la congruenza delle conclusioni con i risultati analitici riportati. Il motivo di questo mio modo di agire è che se io pretendo dai miei studenti la corretta indagine statistica e la corretta indicazione delle cifre significative nei loro rapporti scientifici, pretendo allo stesso modo medesima accuratezza da chi studente non è e svolge un lavoro che richiede rigore scientifico ed onestà intellettuale.

NOTE GENERALI

Impact factor

Il valore dell’impact factor di Phytopatologia Mediterranea sembra un valore basso, non è vero? In realtà, come ho avuto modo di scrivere nel mio libro “Frammenti di chimica”, l’impact factor è un valore numerico che si calcola confrontando il numero di citazioni di tutti gli studi pubblicati in un biennio col numero totale di studi pubblicati nello stesso biennio. Facciamo un esempio concreto perché è più semplice a farsi che a dirsi. Immaginiamo che nel 2018 tutti i lavori pubblicati nel 2017 e 2016 nella rivista Tal-dei-Tali siano stati citati 9000 volte. Negli stessi due anni (ovvero 2016 e 2017) il numero totale di lavori pubblicati è stato 13500. Ne viene che l’impact factor è pari a 9000/13500=1.5. Tutte le riviste sono raggruppate assieme per settore scientifico. In altre parole, l’impact factor della rivista Tal-dei-Tali che si occupa, per esempio, di fisiologia vegetale non può essere paragonato a quello della rivista Tizio-Caio che si occupa di chimica dei composti metallorganici. Questo vuol dire che nell’ambito di un dato settore, un impact factor di 1.5 può consentire alla rivista Tal-dei-Tali di essere in alto nella classifica del proprio settore. A questo punto è chiaro che non ha senso parlare di impact factor in senso assoluto ma solo riferito all’ambito disciplinare (ovvero collocazione editoriale) al quale si riferisce la rivista stessa. Nel caso specifico, Phytopatologia Mediterranea è una ottima rivista perché è in alto nella classifica dei settori Agronomy and Crop Science, Horticolture e Plant Science.

Impact factor e qualità della ricerca scientifica

Il valore dell’impact factor e la collocazione editoriale assicurano l’elevata qualità dei lavori pubblicati sulla rivista. Infatti, la citabilità di un lavoro dipende dalla sua qualità, ovvero dalla bontà dell’impianto sperimentale e dalla congruenza dei modelli discussi con i risultati ottenuti. La qualità di un lavoro viene assicurata dal processo di revisione tra pari (la cosiddetta peer review) che a sua volta dipende da quanto bene lavorano tutti quanti fanno parte dell’editorial board della rivista stessa ed i reviewers. Questi ultimi sono i professionisti chiamati a giudicare lo studio inviato per la pubblicazione. Da quanto appena scritto ne viene che impact factor e collocazione editoriale sono condizione necessaria ma non sufficiente ad assicurare la qualità di uno studio pubblicato. Infatti, un qualsiasi intoppo nel processo di revisione tra pari come per esempio la distrazione dei revisori, la loro inesperienza o anche la loro non specificità per l’argomento trattato possono portare alla pubblicazione di studi fallati o con conclusioni parziali ed errate. Più bassa è la qualità della rivista, più elevata è la probabilità di immettere nella letteratura scientifica studi di bassa qualità.

ALTRE NOTE

[1] Sul modo con cui l’opinione pubblica può essere manipolata ci sono trattati di ogni tipo e non è questo il posto adatto per discuterne. Si rimanda alla lettura di saggi specifici come “Propaganda. L’arte di manipolare l’opinione pubblica (La mala parte)” di Edward L. Bernays oppure “Il grande inganno di internet. False notizie e veri complotti. Come difendersi?” di David Puente

[2] Per avere un’idea dei danni che sta provocando l’epidemia di Xylilella basta leggere tutto il reportage apparso sulla rivista divulgativa Le Scienze: http://www.lescienze.it/topics/news/emergenza_xylella-3060239/

Fonte dell’immagine di copertina

Quando anche i cani fanno scienza

Che dire. La fantasia non ha limiti. Un paio di migliaia di anni fa Caligola fece senatore il suo cavallo. Un po’ più recentemente la storia si è ripetuta. Tuttavia, ad essere diventato famoso è stato un cane nominato associate editor di una rivista scientifica che pubblica lavori sull’omeopatia, pratica di cui ho già avuto modo di scrivere più volte (qui). Non ci credete? Veramente non credete che un cane possa essere stato inserito nel board di una rivista scientifica? Ebbene, allora vi invito a leggere le ultime novità in merito all’omeopatia scritte in un articolo pubblicato dal Patto Trasversale per la Scienza (PTS) . Basta cliccare sull’immagine qui sotto e si aprirà una pagina che, se non descrivesse cose reali, farebbe sorridere.

Se volete, invece leggere un riassunto e comunque sorridere, benché di un riso amaro, potete cliccare sull’immagine qui sotto che vi indirizza alla pagina Facebook del Patto Trasversale per la Scienza.

La storia del cane come board member di riviste scientifiche è riportata anche su Science (qui).

Fonte dell’immagine di copertina

Agricoltura biodinamica – fatti, misfatti e contraddizioni. Parte I: Competenze

Recentemente, l’attività on line e in particolare nei social network degli attivisti per l’agricoltura biodinamica sembra essere in aumento. Questa recrudescenza è probabilmente dovuta alla lettera aperta che la Rete Informale SETA (Scienza e Tecnologie per l’Agricoltura) ha scritto al Parlamento in merito ai limiti del DDL 988 – Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico. La lettera o la rete sono infatti spesso citate in articoli online e post. Trovate la lettera aperta al seguente link.

Non voglio soffermarmi sulla lettera aperta per il momento. Voglio porre attenzione sulla Rete Informale SETA.

Cos’è il SeTA?

Si tratta di un gruppo di professionisti del settore agricolo e del settore accademico legato all’agricoltura. Chi sono questi professionisti? Un elenco completo lo trovate qui. A parte me (chi mi segue sia sul blog che sulla pagina Facebook ormai mi conosce molto bene), del gruppo fanno parte persone come Enrico Bucci che da anni è impegnato nella lotta alle frodi scientifiche. Enrico vigila e controlla il buon andamento della ricerca, cercando di difendere la dignità di chi opera correttamente da tutti quelli – pochi, per fortuna – che operano in malafede per perseguire propri fini personali; Roberto Defez che dirige il laboratorio di Biotecnologie Microbiche del CNR di Napoli, si occupa di genetica in ambito agricolo ed ha scritto diversi libri tra cui “Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l’Italia” in cui spiega il ruolo della ricerca scientifica nella società e la sua importanza strategica per lo sviluppo socio-economico del nostro paese; Donatello Sandroni, non solo agronomo ed ecotossicologo, ma anche giornalista scientifico, il quale ha all’attivo un libro inchiesta sul glifosato dal titolo “Orco glifosato” in cui, basandosi sull’attenta analisi della letteratura scientifica, smaschera le ragioni per cui un principio attivo molto importante in agricoltura oggi viene demonizzato. Ma non voglio fare un elenco di persone il cui curriculum è facilmente individuabile in rete. Qui mi preme evidenziare che il gruppo della Rete Informale SETA è eterogeneo ed unisce sia imprenditori agricoli (quindi persone che tutti i giorni devono risolvere problemi concreti legati alla produttività agricola), sia ricercatori e docenti universitari che si occupano non solo di didattica in ogni ambito del settore agricolo (dalla chimica all’agronomia, passando per la climatologia fino all’economia ed alla politica agraria), ma anche di ricerca nell’ambito della fertilità dei suoli, della produttività e del risanamento ambientale ivi inclusi in sistemi biologici.

“Esperti” o esperti?

La presentazione del gruppo della Rete Informale SETA si rende necessaria quando uno dei rappresentanti più chiacchierati dell’agricoltura biodinamica, Dr. Carlo Triarico, scrive, in riposta alla lettera aperta già citata:

Il documento degli “esperti” sull’agricoltura biologica e biodinamica rivolto alle Camere, interviene contro il consenso ampio che tale attività riscuote in sede italiana, europea e presso l’ONU e contro l’attività legislativa per la sua regolazione

Il documento originale del Dr. Triarico è qui. Il grassetto nel testo è mio e serve solo per evidenziare il virgolettato. Apriamo il dizionario Treccani on line e leggiamo la voce “Virgolette”:

Le virgolette possono essere di tre tipi:

– alte (“ ”)

– basse (« »)

– apici (‘ ’)

Si usano in diversi contesti e con diverse funzioni:

– per delimitare un discorso diretto

«Felice notte, venerabile Jorge,» disse. «Ci attendevi?» (U. Eco, Il nome della rosa)

– per delimitare una citazione

Per Schopenhauer l’invidia è «il segno sicuro del difetto»

– per introdurre in un testo il titolo di un giornale

L’ho letto nel “Corriere della Sera”

per mettere in evidenza una parola con un significato particolare, spesso figurato o ironico; o anche per introdurre, a fianco di una parola, il suo significato

Una “grattata” da 5 milioni (www.altoadige.gelocal.it)

Mario ha risposto: «È un ambiente molto ‘cheap’».

USI

Nelle citazioni e con il discorso diretto, le virgolette più adoperate nell’uso comune sono quelle basse. Le virgolette alte vengono utilizzate soprattutto per segnalare l’uso particolare di una parola, mentre gli apici sottolineano in genere una singola espressione, o racchiudono una definizione.

Di tutti i possibili usi, l’unico che assume un significato sensato nello scritto del Dr. Triarico è quello che ho riportato in grassetto. Evidentemente si deve arguire che il Dr. Triarico – Dottore in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze, perfezionato in Comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze, perfezionato in Metodi della Storiografia presso l’Università degli studi di Firenze, Dottorato in Storia della Scienza delle Università di Napoli, Pisa, Firenze, Post-dottorato in teoria e metodi della ricerca scientifica Borsa “Andrea Corsini” presso Istituto e Museo di Storia della Scienza, etc. etc. (non ho bisogno di riportare tutti i titoli certamente impressionanti del Dr. Triarico dal momento che li si può trovare facilmente in rete, qui) – ritenga che la sua formazione di tipo filosofico lo renda più esperto di chi ha seguito un curriculum studiorum di carattere tecnico improntato alla risoluzione di problemi pratici – come già evidenziato la professione di agronomo è legata alla attività di campo in supporto dei tanti imprenditori agricoli che contribuiscono alla produzione alimentare del nostro paese – o di tipo culturale e di innovazione tecnologica – i docenti universitari, i membri del CREA e quelli del CNR non solo insegnano, a pieno titolo e in diverse istituzioni, le più disparate materie del settore agricoltura, ma sono chiamati anche a fare ricerca per aiutare il comparto tecnico nella loro attività quotidiana. Ma, devo dire, va più che bene. Il mondo scientifico è aperto a tutti coloro che vogliono dare un contributo. Resta, ovviamente, da capire quali siano i contributi scientifici e tecnici pubblicati dal Dr. Triarico su riviste internazionali di carattere scientifico e soggette a revisione tra pari (la cosiddetta peer review o, come riferisce lo stesso “riviste con referaggio”), al di là degli articoli di stampo giornalistico accessibili dal suo blog (qui). Sebbene giornali come l’Osservatore Romano, il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa ed altri in lingua polacca e spagnola siano del tutto dignitosi, essi, tuttavia, non hanno quella autorevolezza scientifica (manca la peer review essendo giornali di opinioni) come le riviste nelle quali pubblichiamo noi tutti del settore didattica e ricerca.

I settori scientifico-disciplinari e la ricerca in agricoltura

Nonostante quanto appena evidenziato, il Dr. Triarico afferma che:

si rileva che gli “esperti” del documento contro l’agricoltura biologica e biodinamica, non risultano insegnare, pubblicare, o tenere relazioni scientifiche in contesti scientifici ufficiali, che abbiano ad argomento di ricerca l’agricoltura biologica e biodinamica e non sono dunque specialisti di un tema di cui, come è lecito, liberamente parlano, ma combinando un gran numero di errori. Errori che gli esperti e gli studiosi del settore facilmente hanno notato. Non serve certo essere competenti per avere un’opinione politica, ma se questa deve fornire indicazioni ai poteri dello Stato, è buona pratica che si fondi su dati solidi, provenga da esperti qualificati e non da posizioni eterodosse, o estreme.

È evidente che il background culturale del Dr. Triarico (che non è di tipo tecnico-scientifico) non gli ha consentito di comprendere appieno i lavori di tutti noi che abbiamo deciso di aderire alla Rete Informale SETA, sempre che abbia avuto la pazienza di leggerli. Eh…sì…se solo io nella mia attività ho pubblicato circa 110 lavori ed i miei colleghi hanno fatto altrettanto, il Dr. Triarico avrebbe dovuto leggere qualcosa come un migliaio di lavori, entrare nel merito di ognuno di essi e giudicarli non pertinenti con l’agricoltura biologica/biodinamica. Naturalmente, sto parlando di lavori dell’intero insieme dei settori scientifico disciplinari (SSD) che fanno capo all’agricoltura (sono circa una ventina). Gli SSD sono la classificazione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica (MIUR) degli ambiti di ricerca. Ogni SSD ha la propria peculiarità e nessuno di noi, che appartiene ad un dato settore, è in grado di capire appieno ciò che viene pubblicato da colleghi di altri settori. Ovviamente esistono affinità tra alcuni settori, che permettono gli studi multidisciplinari. Tanto per fare un esempio: io sono del settore denominato AGR13 – Chimica Agraria. La declaratoria del mio settore che guida la tipologia di lavoro che un chimico agrario è chiamato a fare nella sua attività di ricerca riporta che la Chimica Agraria si occupa di:

aspetti chimici, biochimici, fisiologici ed ecologici del sistema suolo-acqua-pianta-atmosfera, processi di accumulo, mobilizzazione e assorbimento di specie chimiche endogene ed esogene, approccio biotecnologico per lo studio dei processi atti a migliorare la resa e la qualità della produzione alimentare e non, conservazione, miglioramento e ripristino della fertilità del suolo per la sostenibilità delle colture, agrofarmaci e loro residui; uso e riciclo delle biomasse; conservazione, protezione e recupero dell’ambiente agroforestale

La declaratoria di un settore affine come la genetica agraria (AGR07) riporta che i ricercatori di quel settore si occupano di:

struttura, funzione, espressione e regolazione dei geni e dei genomi, ereditarietà negli organismi procarioti ed eucarioti d’interesse agrario, strategie e metodologie di interventi genetici, molecolari e biotecnologici volti a promuovere la valorizzazione e salvaguardia dell’agrobiodiversità, il miglioramento genetico delle specie di interesse agrario e forestale per la diversificazione, qualità e sicurezza delle produzioni agro-alimentari, per l’efficienza dell’attività sementiera e vivaistica e per la sostenibilità delle attività nell’ambiente rurale

Come si vede dagli esempi di declaratoria di due settori vicini tra di loro, il grado di specializzazione è molto elevato. Pur potendo comprendere ciò che un genetista studia, non sono, tuttavia, in grado di entrare nel merito dei lavori pubblicati in quel settore. Ed è valido anche il contrario: pur potendo comprendere il linguaggio di un chimico agrario, un genetista non è in grado di comprendere appieno le sfumature di quanto scritto in un lavoro del settore AGR13.

Le specificità anzidette sono quelle che impongono al MIUR di costruire le commissioni concorsuali in modo tale che esse siano costituite da docenti del settore scientifico disciplinare o affini per cui si è chiamati alla valutazione comparativa. In altre parole, se serve un ricercatore/docente nel settore XXX (settore generico), possono far parte della commissione concorsuale solo docenti dello stesso settore XXX o settori affini.

Evidentemente il Dr. Triarico ritiene che la sua cultura, senza dubbio non comune, sia capace di giudicare in modo oggettivo e nel merito i lavori dei più disparati settori disciplinari. Probabilmente, vista la penuria di docenti abili a ricoprire il ruolo di commissari nelle procedure concorsuali – quelli di noi che possono essere presi in considerazione devono essere inseriti in speciali liste del MIUR dopo attenta valutazione della propria attività didattico-scientifica – ci si potrebbe rivolgere al Dr. Triarico come jolly quando si devono costruire le commissioni concorsuali.

Ed allora? Ha ragione il Dr. Triarico quando dice che i componenti del SETA non sono competenti?

Da tutto quanto scritto finora si conclude che il Dr. Triarico ha ragione quando dice che siamo incompetenti? No. Si può solo desumere che il Dr. Triarico ha scritto delle inesattezze dovute alla fretta con cui sta tentando di rimediare all’effetto che la lettera aperta in merito ai limiti del DDL 988 – Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico sta avendo in rete (è stata condivisa in parecchi siti web. Per esempio qui, qui, qui, qui, e sopratutto qui). Se non avesse avuto troppa fretta avrebbe, per esempio, potuto accertarsi che tra noi, che ci siamo riuniti nella Rete Informale SETA, ci sono tanti che operano con l’agricoltura biologica. Per esempio Il Dr. Sergio Saia i cui lavori sul controllo biologico delle erbe infestanti sono stati pubblicati non solo su riviste scientifiche peer review (qui) – cosa che non si può, invece, dire degli articoli pubblicati dal Dr. Triarico – ma anche su riviste divulgative (qui) quindi con un taglio accessibile a tutti, e in atti di convegni (qui), oltre ad essere stati inclusi in progetti di ricerca sul biologico (qui) ed essere stati considerati degni di premiazione (qui). Sergio ha al suo attivo anche un breve testo sulla filosofia da adottare in biologico per massimizzare le rese, qualità e stabilità in ambienti aridi (qui). Ma, come specificato all’inizio di questo articolo tutt’altro che breve, non è mia intenzione fare una lista delle competenze di ognuno di noi. Il mio scopo è, invece, evidenziare che la primissima parte della risposta del Dr. Triarico alla lettera aperta della Rete Informale SETA è sicuramente fallace perché denota una certa superficialità da parte di chi l’ha scritta.

I veri esperti

Ad onor del vero, il Dr. Triarico non definisce se stesso come un esperto, ma – molto sottilmente – scrive:

[…] Errori che gli esperti e gli studiosi del settore facilmente hanno notato.

In altre parole, c’è un gruppo di esperti del settore Biologico/biodinamico che ha notato degli errori in quanto è stato scritto nella lettera aperta del SETA. Il problema è che, mentre come scienziati o appassionati del metodo scientifico, noi siamo identificabili perché i nostri nomi sono messi in chiaro nel sito della Rete Informale SETA (qui), gli esperti di cui parla il Dr. Triarico sono vaghi e non meglio definiti. Chi sono? Sulla base di cosa possono essere definiti esperti e non legati a ideologie che derivano da pregiudizi di conferma? Quali sono i lavori pubblicati da questi “famosi sconosciuti” esperti? Come mai il Dr. Triarico non ha ritenuto necessario inserire una adeguata bibliografia a corredo del suo scritto?

Conclusioni

Mi accingo a concludere questa prima parte di un reportage che si prospetta molto lungo. Come avete potuto constatare, ho dovuto scrivere un articolo lunghissimo per un blog solo per confutare le poche parole scritte dal Dr. Triarico in merito alle competenze. La necessità di utilizzare tante parole per argomentare certe riflessioni si rende necessaria perché chi è abituato al metodo scientifico, quando scrive, sente la necessità di inserire quanti più riferimenti possibile in modo che il lettore possa verificare e farsi la propria idea in merito ad un argomento. Ed è quello che ho fatto io in questo articolo. Chi, invece, si riempie la bocca di “metodo scientifico”, “competenza” ed affini, ma ha solo intenzione di inseguire i propri pregiudizi di conferma attraverso l’uso spregiudicato della retorica, non ha bisogno di riferimenti perché non gli conviene dare la possibilità al lettore di potersi fare idee personali sulla base della lettura delle fonti che ha utilizzato. Vengono, per esempio, citati continuamente 147 pubblicazioni che dimostrerebbero senza dubbio l’efficacia della biodinamica. Dov’è l’elenco di queste misteriose pubblicazioni? Ma questo è un discorso che affronterò nelle prossime puntate di questo reportage.

Fonte dell’immagine di copertina (qui)

Gruppo Omeopatia del Patto Trasversale per la Scienza

Ebbene sì. Nasce il gruppo di lavoro sull’omeopatia nel Patto Trasversale per la Scienza coordinato dal Dr. Salvo Di Grazia. Come chimico e autore di diversi articoli divulgativi contro la validità scientifica dei rimedi omeopatici, ho aderito con piacere a questo gruppo di lavoro per contrastare la pseudoscienza chiamata omeopatia.

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AL VIA I GRUPPI DI LAVORO DEL PTS

Stanno partendo i gruppi di lavoro del PTS, che si occupano di proporre le priorità delle azioni dell’Associazione.

Con molto orgoglio annunciamo il primo gruppo: quello dedicato all’OMEOPATIA, coordinato da Salvo Di Grazia, che tutti conoscono per il suo instancabile lavoro di debunking medico e in particolare nei confronti dell’omeopatia.

L’omeopatia è una controversa pratica terapeutica che si basa su presupposti stravaganti quali l’assenza di principio attivo nel rimedio omeopatico dovuta ad un processo di diluizione estremo (chiamato “dinamizzazione”) e la cosiddetta “memoria dell’acqua”.
Il gruppo “Omeopatia” del Patto Trasversale per la Scienza cerca di far luce sull’argomento, tramite l’analisi della letteratura scientifica in materia, inoltre offre consulenze di varia natura sul tema.
Fanno parte del gruppo, oltre che il noto medico “MedBunker” Salvo Di Grazia anche il prof. Enrico Bucci, esperto di research integrity, e il prof. Rino Conte, ordinario di chimica.

Salvo Di Grazia (MedBunker) è un medico specialista in ginecologia e ostetricia, autore di libri di divulgazione scientifica si occupa di medicina su internet da più di dieci anni. È stato tra i primi medici, in Italia, a spiegare la differenza tra medicina e ciarlataneria e a smentire le più diffuse bufale mediche. Da qualche anno gestisce diverse pagine social e web sull’argomento.

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L’annuncio ufficiale lo potete trovare cliccando sull’immagine qui sotto

Fonte dell’immagine di copertina

By Internet Archive Book Images – https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14577828710/

Source book page: https://archive.org/stream/historyofhomoeop00brad/historyofhomoeop00brad#page/n318/mode/1up

No restrictions, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43771541

Pillole di scienza. Lieviti ed agenti lievitanti

Avete mai sentito parlare di cremor tartaro? Anche se sono un chimico, non mi interesso molto di cucina (se non come assaggiatore professionale…nel senso che mi piace mangiare) e solo recentemente ne ho sentito il nome. Mi è venuta la curiosità di sapere cosa fosse ed ho scoperto che è un banale sale potassico dell’acido tartarico. La struttura di quest’ultimo è riportata in Figura 1.

Figura 1. Acido tartarico. I pallini neri sono gli atomi di carbonio; i pallini rossi sono gli atomi di ossigeno; i pallini bianchi sono gli atomi di idrogeno. Le linee doppie sono i doppi legami carbonio-ossigeno. I gruppi -COOH sono detti gruppi carbossilici; i gruppi -OH sono chiamati gruppi ossidrilici o gruppi alcolici. L’acido tartarico è un acido dicarbossilico con due gruppi ossidrilici vicinali, ovvero posizionati su due atomi di carbonio adiacenti. La conformazione è stata ottenuta mediante ottimizzazione con la app WebMO per iPad Pro 9.2.

La Figura 2 riporta la struttura del sale potassico dell’acido tartarico, ovvero del cremor tartaro.

Figura 2. Bitartrato di potassio. Il codice colori è identico a quello di figura 1. La pallina viola è lo ione potassio. Il legame tratteggiato è un legame a idrogeno. La configurazione è stata ottenuta mediante ottimizzazione con la app WebMO per iPad Pro 9.2.

Il cremor tartaro (ovvero il bitartrato di potassio) è indicato anche come lievito chimico. Cosa vuol dire?

I lieviti

I lieviti sono degli esseri viventi. Più specificatamente sono dei microorganismi eucarioti monocellulari (Figura 3), estremamente importanti in molti processi legati alla trasformazione alimentare come la panificazione e la vinificazione.

Figura 3. Microfotografia di cellule di lievito di birra (Fonte)

Il loro ruolo è quello di ridurre il glucosio normalmente presente nelle fibre alimentari (per esempio l’amido) o nei liquidi (come quelli che si ottengono dalla spremitura dell’uva nel processo che inizia la vinificazione) in etanolo ed anidride carbonica  attraverso un processo che viene indicato come fermentazione alcolica (Figura 4).

Figura 4. Schema della fermentazione alcolica attraverso cui i lieviti riducono il glucosio ad alcol etilico ed anidride carbonica (Fonte)

L’anidride carbonica (Figura 5) che si sviluppa dalla fermentazione alcolica è la molecola che consente ai prodotti da forno, come il pane, la pizza ed i biscotti, di assumere quel loro caratteristico aspetto “gonfio” e una consistenza “sofficiosa”.

Figura 5. Molecola di anidride carbonica con la rappresentazione dei potenziali elettrostatici. La molecola ed i potenziali elettrostatici sono stati ottenuti mediante l’uso della app WebMO per iPad Pro 9.2.

In Figura 6 si riporta un esempio di pane lievitato e di pane non lievitato. Si può chiaramente vedere come il primo sia molto più “gonfio” del secondo proprio grazie all’azione dei lieviti che hanno consentito lo sviluppo della anidride carbonica che, imprigionata nel sistema, ha permesso di ottenere quella “mollica” soffice e gustosa.

Figura 6. A sinistra, pane casereccio ottenuto mediante panificazione con lievito. A destra, pane azzimo ottenuto mediante panificazione senza lievito (Fonte dell’immagine di sinistra. Fonte dell’immagine di destra).
Il lievito chimico

È possibile riprodurre gonfiore e sofficezza senza l’uso di lieviti? Certo che sì. La chimica ci aiuta. Il cremor tartaro è una molecola (Figura 2) che ha caratteristiche acide e che, sottoposta a riscaldamento, si decompone, attraverso un processo che si chiama decarbossilazione, in anidride carbonica e un derivato dell’acido propionico (Figura 7).

Figura 7. La decarbossilazione del bitartrato di potassio (ovvero del cremor tartaro) porta alla formazione di 1,2-diidrossi propionato di potassio (a sinistra) e anidride carbonica (a destra). Entrambe le molecole sono state ottenute mediante ottimizzazione energetica con la app WebMO per iPad Pro 9.2. Il codice dei colori è lo stesso che in Figura 1 e 2.

L’anidride carbonica che si ottiene dalla decarbossilazione del cremor tartaro ha la stessa funzione di quella che si sviluppa durante la fermentazione alcolica ad opera dei lieviti, ovvero garantisce gonfiore e sofficezza al prodotto (pane, pizza, dolce etc) a cui esso viene aggiunto. Questo è il motivo per cui questo sale dell’acido tartarico viene indicato come lievito chimico oppure, più correttamente, come agente lievitante. Esistono altri lieviti chimici? Assolutamente sì. Ci sono diverse molecole  che, sottoposte a trattamento termico – come quello che occorre durante la cottura di un alimento,  possono liberare anidride carbonica e conferire gonfiore e sofficezza al prodotto che prepariamo. Oltre al già citato cremor tartaro, agenti lievitanti sono il bicarbonato di ammonio, il bicarbonato di sodio, l’acido tartarico (Figura 1), il carbonato di calcio, il carbonato di magnesio ed i sali dell’acido pirofosforico (Figura 8).

Figura 8. Acido pirofosforico. Rosso e bianco sono i colori con cui vengono indicati rispettivamente ossigeno ed idrogeno. Le palline arancioni sono atomi di fosforo. La struttura è stata ottenuta mediante ottimizzazione energetica con la app WebMO per iPad Pro 9.2.
Note

Per i miei colleghi puntigliosi. Le configurazioni tridimensionali delle varie molecole riportate nelle varie figure sono solo dei minimi energetici relativi ottenuti mediante ottimizzazione con una app per iPad Pro 9.2 che ho appena scoperto e che sto imparando ad usare. Questo vuol dire che so benissimo che ci possono essere configurazioni ad energia minore e che quelle rappresentate possono essere sbagliate. Poiché questo NON è e NON vuole essere un lavoro scientifico da pubblicare su una rivista di alto impatto, ma solo una curiosità di carattere didattico divulgativo, non ho ritenuto necessario approfondire oltre le caratteristiche conformazionali delle diverse molecole. Grazie per la comprensione.

Per saperne di più

Lievitanti, tutti i segreti degli agenti chimici

 

Pane all’acqua di mare: realtà o fantasia?

di Enrico Bucci e Pellegrino Conte

Vi ricordate il pane fatto con l’acqua di mare?

Qualche tempo fa le principali agenzie di stampa italiane titolarono a nove colonne che ricercatori italiani avevano scoperto che  il pane fatto usando l’acqua di mare, invece che la normale acqua di rubinetto, aveva proprietà salutistiche migliori del pane tradizionale.

Ecco, per esempio, cosa scriveva il Gambero Rosso già nel 2017:

Una nuova ricetta che consente di risparmiare acqua potabile, offrendo un alimento valido anche per chi è obbligato a seguire una dieta povera di sodio: il pane prodotto con l’acqua di mare è l’ultimo, innovativo progetto nato dalla collaborazione dei panificatori associati all’Unipan con Termomar e il Consiglio Nazionale delle Ricerche

mentre l’ANSA nell’Aprile di quest’anno (2019) scriveva:

Arriva il pane all’acqua di mare. E’ senza sale, ma saporito e povero di sodio

a cui faceva seguito il sito de La Cucina Italiana che riportava:

È iposodico e contiene il triplo di magnesio, il quadruplo di iodio, più potassio, ferro e calcio. Adesso viene distribuito anche nei supermercati

Anche il National Geographic ha riportato la notizia scrivendo che:

Lo ha prodotto il CNR, contiene meno sale rispetto a un filone prodotto con acqua dolce, ed è più ricco di iodio, magnesio e potassio

Insomma un tripudio alla genialità italiana che ha confermato il luogo comune secondo cui siamo un “popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori” e … di scopritori.

Cosa c’è di vero in tutto quello che è stato riportato dalle agenzie di stampa?

Ovviamente i giornalisti non hanno inventato nulla. È vero che un team di ricercatori italiani ha prodotto un tipo di pane usando acqua di mare e lo ha confrontato col pane prodotto in modo tradizionale ottenuto con acqua di rubinetto ed il comune sale da cucina. È anche vero che gli stessi ricercatori hanno posto un accento particolare sulle proprietà salutistiche del pane da essi “inventato” evidenziandone le qualità superiori rispetto al pane che da sempre siamo abituati a mangiare. La loro “invenzione” è stata oggetto di una pubblicazione su International Journal of Food Properties, una rivista della Taylor & Francis con un Impact Factor di 1.845 per il 2017, dal titolo: “Bread chemical and nutritional characteristics as influenced by food grade sea water”. Quello che i tutti i giornalisti e commentatori non sono stati in grado di fare è una valutazione critica dello studio pubblicato, posto che lo abbiano mai letto. Ma possiamo capire. Il loro compito non è fare valutazioni critiche di lavori pubblicati su riviste scientifiche. Sono pagati per riportare la cronaca di ciò che trovano in rete o che viene loro dato in pasto dalle agenzie di stampa degli Enti di Ricerca, come il CNR, che intendono pubblicizzare le proprie attività interne. Un pane salutistico fatto con l’acqua di mare attrae certamente l’attenzione sia verso l’Ente che ha sovvenzionato la ricerca che verso i giornali che riportano la notizia. Ma quanto c’è di vero nel lavoro che si può facilmente scaricare da questo link?

Avvertenze

Da questo momento in poi la lettura può diventare noiosa perché siamo costretti ad entrare in particolari tecnici senza i quali non è possibile rispondere alla domanda che dà il titolo a questo articolo. Naturalmente, è possibile “saltare” direttamente alle conclusioni se non avete voglia di seguire tutti i passi che ci conducono alla constatazione che lo studio pubblicato è superficiale, progettato ed eseguito male e non giustifica affatto l’esaltazione giornalistica di cui abbiamo già riportato. Ma andiamo con ordine.

Una analisi critica

Nella sezione dedicata ai Materiali e Metodi, gli autori scrivono che l’acqua di mare è stata fornita dalla Steralmar srl, una ditta di Bisceglie (in provincia di Barletta-Andria-Trani, BT). Tuttavia, una attenta lettura dell’intero lavoro evidenzia che da nessuna parte gli autori riportano la benché minima analisi chimica dell’acqua che hanno deciso di usare per la produzione del “loro” pane. Non è riportata neanche l’analisi chimica dell’acqua di rubinetto usata per la produzione del pane usato come controllo per il confronto con il pane “innovativo”. Eppure gli autori discutono delle diverse composizioni chimiche delle tipologie di pane che hanno prodotto. Basta leggere le Tabelle 1 e 2 per rendersi conto di quanto essi ritengano rilevanti le differenze in termini chimici tra i pani prodotti. Tutti i ricercatori sanno che quando si cercano differenze tra prodotti ottenuti in modo differente occorre fornire dei validi punti di partenza per poter capire se le differenze che si evidenziano sono dovute ad errori sperimentali o ai “reagenti” che si utilizzano. Ed allora: qual è la concentrazione salina dell’acqua di mare e dell’acqua di rubinetto?  È presente sostanza organica disciolta in entrambe? Ed il loro pH: è lo stesso o è differente?

Il cloruro di sodio

Prendiamo, per esempio, la Tabella 1. Gli autori scrivono che il pane prodotto con acqua di rubinetto (TWB) è stato ottenuto aggiungendo 15 g di cloruro di sodio (quello che nel linguaggio comune è il sale da cucina) a 300 mL di acqua di rubinetto. Nella stessa tabella, non c’è alcuna indicazione sull’ammontare di cloruro di sodio contenuto nei 300 mL di acqua di mare usata per fare il “pane all’acqua di mare” (SWB). Nonostante ciò, gli autori concludono che il pane SWB contiene meno sodio rispetto a quello TWB e ne suggeriscono l’uso nelle diete iposodiche.

Ma per entrare nel merito, proviamo a fare quelli che vengono indicati come “i conti della serva”.

15 g di cloruro di sodio (NaCl) contengono 5.9 g di sodio (diciamo che nel pane TWB ci sono circa 6 g di sodio). L’acqua di mare contiene in media circa 27 g kg-1 di NaCl. Dal momento che la densità media dell’acqua di mare è di circa 1.02 g mL-1 a 4 °C, ne viene che la quantità di cloruro di sodio in 300 mL di acqua di mare corrisponde a 8.3 g. Nei circa otto grammi di cloruro di sodio sono contenuti circa 3 g (3.2 g, per la precisione) di sodio.

In termini percentuali, il contenuto in cloruro sodio per ogni panello non ancora cotto si calcola come:

che per il pane TWB restituisce un contenuto di NaCl pari a 1.6% (ovvero circa 2%), mentre per il pane SWB dà un valore di 0.86% (ovvero un po’ meno dell’1%).

Se, tuttavia, teniamo conto di tutti i possibili sali presenti nell’acqua di mare (la salinità dell’acqua di mare, che NON è dovuta solo al cloruro di sodio – ricordiamo che nel linguaggio chimico, il termine “sale” si riferisce a composti ottenuti per reazione tra un acido e una base – è di circa 35 g kg-1) e che essi non vengono rimossi durante la preparazione del pane, si ottiene che il pane SWB ha un contenuto salino pari a 1.1%.

In base ai contenuti di acqua riportati dagli autori per entrambi i tipi di pane (32.4% e 32.5% per TWB e SWB, rispettivamente), se ne ricava che il contenuto salino per TWB e SWB, come riportato nella Tabella 2 dello studio che stiamo valutando criticamente, non dipende da come il pane viene preparato e cotto, bensì dalla quantità di sale che gli autori decidono scientemente di aggiungere. In altre parole, considerando che l’acqua di mare contiene meno cloruro di sodio di quanto usato per la produzione del pane con la tecnica tradizionale, ne viene che il pane SWB ha meno sodio di quello TWB. Ma gli autori non avrebbero potuto ottenere lo stesso pane tradizionale iposodico aggiungendo meno sale da cucina nel loro preparato di controllo? Per esempio, se avessero preparato un pane tradizionale usando 11 g di cloruro di sodio, invece che i 15 g descritti, avrebbero ottenuto un pane TWB identico, per quanto riguarda il contenuto sodico, a quello SWB. Perché non l’hanno fatto?

Il contenuto di sodio e gli errori analitici

Centriamo la nostra attenzione sui dettagli della Tabella 2. Qui gli autori scrivono che hanno rilevato 1057 e 642 mg di sodio nel pane TWB ed in quello SWB, rispettivamente. Tuttavia, alla luce dei “conti della serva” fatti prima, il contenuto di sodio in TWB avrebbe dovuto essere molto di più (ricordiamo che ci dovrebbero essere circa 6 g, ovvero 6000 mg, di sodio in TWB). Cosa è accaduto? Si è perso cloruro di sodio durante la cottura? Come mai? E come mai gli autori non ritengono che possa essere accaduto lo stesso per il pane SWB? La cosa più grave, tuttavia, a nostro avviso è che gli autori riportano quattro cifre significative per il contenuto di sodio in TWB e tre per quello contenuto in SWB senza alcun accenno di errore sperimentale (per il significato di cifre significative e propagazione dell’errore sperimentale si rimanda al seguente link). Senza l’indicazione dell’errore commesso durante gli esperimenti, 1057 e 642, sebbene possano apparire diversi in termini matematici, sono, in realtà, lo stesso numero.

In realtà, dobbiamo anche ammettere che se guardiamo la Tabella 3, gli autori riportano che il contenuto di sodio in SWB è pari a 6492 mg kg-1 (quattro cifre significative senza errore. Significa che 6492=6500=6400=6300 etc. etc. SIC!) mentre quello in TWB è di 10570 mg kg-1 (cinque cifre significative senza errore. Significa che 10570=10600=10500=10400 etc. etc. SIC!).

Tralasciando per il momento la scorrettezza con cui gli autori riportano i loro risultati ed assumendo che quei valori siano verosimili, ne viene che dalle analisi svolte, il pane ottenuto mediante l’uso di acqua di rubinetto contiene circa 11 g di sodio. Dal momento che i “calcoli della serva” ci dicono che il contenuto di sodio aggiunto in TWB è di circa 6 g, ne viene che circa 5 g di sodio provengono dagli altri ingredienti usati per la produzione del pane.

Andiamo a vedere qual è il contenuto di sodio in SWB. Gli autori dichiarano di aver rilevato circa 7 g di sodio (6492 mg sono appunto 6.5 g ovvero circa 7 g) a fronte dei 3 g di sodio ottenuti dai “calcoli della serva”. La differenza di 4 g è attribuibile ai materiali usati per la panificazione.

La differenza tra sodio aggiunto e sodio trovato in TWB e SWB evidenzia, semmai ce ne fosse stato bisogno, l’importanza nel riportare correttamente gli errori nella valutazione quantitativa dei parametri necessari a distinguere tra prodotti ottenuti usando materiali di partenza identici tranne per l’acqua usata per la panificazione.

Si potrebbe dire: “va bene. In un caso il materiale di partenza fornisce 5 g di sodio, nell’altro 4 g. La differenza di 1 g rientra nell’ambito di un errore sperimentale”.

In realtà non è così.

Gli autori riportano chiaramente che il sodio trovato in TWB è pari a 10570 mg kg-1, ovvero per ogni chilogrammo di pane ci sono 10.570 g di sodio. Dai calcoli sopra riportati, il contenuto di sodio aggiunto è 5.9 g. La differenza è 4.67 g. Nel caso di SWB la differenza tra sodio trovato (6.492 g) e sodio aggiunto (3.2 g) equivale a 3.292 g. Alla luce di quanto finora illustrato ne viene che a parità di materiale (ricordiamo che la differenza tra i pani prodotti è solo nella tipologia di acqua) in un caso il contributo al contenuto di sodio è più alto che nell’altro. Chissà perché in TWB, il contenuto di sodio dovuto al materiale usato per la panificazione è più alto di 1.378 g rispetto a SWB.

Le domande, a questo punto sorgono spontanee: come mai gli autori non hanno fatto una adeguata analisi degli errori sperimentali? Come mai non hanno preparato un pane completamente privo di sale da usare come controllo? Come mai non hanno preparato un pane del tipo TWB con un contenuto più basso di cloruro di sodio da usare come controllo? Come mai non hanno usato acqua di rubinetto proveniente da acquedotti diversi per produrre pane con caratteristiche differenti da confrontare con quello preparato con acqua di mare?

Ancora sull’analisi degli errori

I lettori attenti potrebbero obiettare alle cose che abbiamo scritto che non è vero che gli autori del lavoro non hanno riportato gli errori sperimentali. Lo hanno fatto. Infatti, nella Tabella 3, per esempio, è scritto che il contenuto di sodio in TWB è pari a 10570.000 ± 2.7320 mg kg-1. Insomma, per essere sicuri delle loro conclusioni e per sembrare più scientifici, gli autori hanno riportato un errore con ben quattro cifre decimali e cinque cifre in totale.

La teoria degli errori ci insegna che quando si riporta il valore numerico di una qualsiasi grandezza fisica, il numero di cifre che si possono usare non è quello che viene ottenuto dalla calcolatrice, bensì bisogna fermarsi alla prima cifra contenente l’errore. Facciamo un esempio prendendo proprio quanto scritto dagli autori dello studio sotto esame. Essi hanno scritto che il contenuto di sodio in TWB è  10570.000 ± 2.7320 mg kg-1. Stanno dicendo, in altre parole, che tutte le cifre indicate in grassetto (10570.000) sono affette da errore. In base alla teoria degli errori che tutti quelli che hanno affrontato studi scientifici conoscono (anche gli autori dello studio sotto indagine dovrebbero conoscere la teoria degli errori. Ma evidentemente non è così), il modo corretto per riportare il contenuto di sodio è: 10570 ± 3 mg kg-1. Queste considerazioni si applicano a tutte le cifre riportate in Tabella 3.

I limiti dell’analisi statistica

Gli autori hanno pensato bene di fare un’indagine statistica (Principal Component Analysis, PCA) che hanno riportato nella Figura 1 del loro studio. In questa indagine hanno rilevato che la PCA1 risponde per il 99% dei dati sperimentali.

Tutti quelli che a vario titolo si occupano di scienza ed usano la PCA per spiegare i loro dati sperimentali sanno che una PCA in cui una sola delle componenti ripsonde per il 99% dei dati non ha alcun significato fisico. Affinché una indagine PCA possa avere un significato attendibile è necessario che i dati sperimentali vengano “spalmati” tra almeno due componenti. Infine non c’è alcuna descrizione di come sia stata fatta l’analisi PCA.

Il conflitto di interessi

Last but not least, gli autori alla fine del loro studio affermano di non avere nessun conflitto di interessi. Ma come è possibile se uno di essi lavora proprio per l’azienda che fornisce l’acqua di mare e che non avrebbe alcun interesse a che vengano fuori risultati men che positivi?

Conclusioni

Ci possiamo fidare del lavoro tanto decantato e pubblicizzato dal mondo giornalistico? Alla luce di quanto detto, no. Il lavoro è stato progettato male perché mancano un bel po’ di campioni controllo, i dati sperimentali non sono attendibili e le analisi statistiche sono prive di significato fisico. Questo è uno studio che non avrebbe mai dovuto comparire in letteratura. Purtroppo non è così. I revisori non si sono accorti dei limiti anzidetti ed il lavoro oggi è pubblicato. Esso appartiene, ora, all’intera comunità scientifica che, come abbiamo fatto noi, può scaricarlo e criticarlo nel merito evidenziando la superficialità con cui questo studio è stato, purtroppo, condotto.

Fonte dell’immagine di copertina: Wikimedia Commons

Notizie dal mondo scientifico. Sulle sigarette elettroniche.

All’incirca tre anni fa (era il 28 Luglio del 2016) lanciavo sulla mia pagina facebook un commento su un lavoro scientifico che evidenziava la pericolosità delle sigarette elettroniche (tutta la disamina è qui). Da quel commento ne venne una interessante discussione con persone che cercavano di difendere la minore tossicità di tali oggetti sostitutivi delle sigarette reali. Riporto qui sotto il primo post a cui sono seguiti alcuni aggiornamenti tra cui quello di oggi, 27/07/2019, in coda a questo articolo. Nel ricopiare in questo blog i post di tre anni fa, mi sono accorto che alcuni dei link non sono più raggiungibili, per cui li ho sostituiti con gli analoghi funzionanti.

28/07/2016

Quante volte abbiamo sentito dai fumatori incalliti che le sigarette elettroniche sono innocue? Tutti quelli che ne fanno uso dicono che sono addirittura salutari; non hanno gli effetti negativi delle sigarette reali. Su cosa poggino questa loro sicurezza non è dato sapere. Forse solo sulla loro illusione di poter continuare nel proprio vizio senza preoccuparsi di danni noti a tutti: problemi cardiaci, polmonari e così via cantando.

Ed invece ecco che cominciano ad essere pubblicati studi che attestano come anche il fumo delle sigarette elettroniche sia tutt’altro che salutare. Anzi…

Un lavoro pubblicato su Environmental Science and Technology (cliccare qui o sulla Figura 1)

Figura 1. Link al lavoro del 2016

mostra che la decomposizione termica di glicole polietilenico e glicerina (i principali componenti dei liquidi contenuti nelle sigarette elettroniche oltre ad altri eccipienti tra cui un po’ di profumi ed anche la nicotina) all’interno dei “meccanismi” della sigaretta elettronica, porta alla formazione di formaldeide, acetaldeide ed acroleina tutti con effetti molto tossici.

La scheda di sicurezza della formaldeide è qui, quella della acetaldeide qui, e quella della acroleina qui.

In tutti i casi si tratta di sostanze che possono portare alla morte ed al cancro.

Ci si potrebbe chiedere: ma come mai avviene la decomposizione termica nelle sigarette elettroniche? Beh, il principio di funzionamento delle sigarette elettroniche è basato sulla vaporizzazione dei suddetti solventi su delle “spire” (in Inglese coil) metalliche. Per ottenere la vaporizzazione occorre riscaldare questi “coil” ad elevate temperature mediante l’applicazione di una differenza di potenziale. Sono proprio queste temperature che determinano la degradazione termica anzidetta e la formazione delle sostanze tossiche. Lo studio citato evidenzia che la quantità di molecole tossiche prodotte dipende dal voltaggio utilizzato per innalzare la temperatura dei “coils”. In ogni caso si producono molecole potenzialmente mortali e cancerogene.

Qual è la soluzione? Sempre la stessa: per essere sicuri di non contrarre malattie che possono portare rapidamente alla morte, meglio smettere completamente di fumare….a farci morire velocemente ci pensano già i gas di scarico delle automobili e lo smog delle grandi città; non mettiamoci anche le cose inutili che possiamo facilmente evitare

Altre letture

https://www.sciencenews.org/article/vaping%E2%80%99s-toxic-vapors-come-mainly-e-liquid-solvents

Aggiornamento del 29/07/2016

Grazie a Francesca Nunzi, ho potuto leggere il lavoro originale di cui si parla in questa nota. Chi vuole lo può leggere qui.

Trovo che il lavoro sia ben fatto, originale ed innovativo. Mi sembra scritto molto bene e completo. Gli autori analizzano le problematiche relative all’uso delle sigarette elettroniche tentando di rispondere ad una domanda che tutti ci poniamo: quanto salutari sono questi oggetti rispetto alle sigarette normali? Nel lavoro non c’è un confronto col fumo di sigaretta normale. Aggiungo che un tale confronto avrebbe prodotto una pubblicazione molto più ampia di quelle normalmente accettate sulla rivista in oggetto (Environmental Science and Technology) che, per questo, invita all’uso delle Supplementary Information (SI) di cui gli autori hanno fatto ampio uso. Infatti, molti dettagli che avrebbero avuto pieno titolo ad essere inseriti nel documento principale sono relegati nelle SI. Sotto l’aspetto analitico mi sembra fatto bene. Fanno uso della gas cromatografia con MS in spazio di testa, tecnica principe per le analisi delle emissioni gassose. Usano anche la HPLC con rivelatore UV per l’analisi dei liquidi usati nelle sigarette elettroniche. I risultati mostrano che applicando due diversi voltaggi (3.8 e 4.8 V) per l’accensione delle sigarette elettroniche che hanno monitorato, si producono proprio i prodotti indicati nella nota del 28.07.2016, oltre a tutta un’altra serie di prodotti più o meno pericolosi. Gli autori non si spingono a dire che le sigarette elettroniche sono pericolose (più o meno di quelle tradizionali) e rimandano ad un lavoro successivo l’indagine sulla pericolosità delle componenti derivanti dalla degradazione termica degli e-liquids. Quello che affermano è che la modulazione del voltaggio e, quindi, della temperatura necessaria per la vaporizzazione degli e-liquids determina una più o meno elevata concentrazione di prodotti dalla canceroginità acclarata. Da parte mia non posso che notare, dalle tabelle riportate, che nelle condizioni peggiori la concentrazione dei vari gas tossici non è superiore a 10000 ng/mg ovvero 1% in peso del liquido usato nelle sigarette elettroniche. Quanto questa concentrazione è pericolosa? Non lo so, ma “a naso” a me sembra una concentrazione molto differente da quella che normalmente è presente nel fumo di sigaretta normale che, oltretutto, contiene anche PAH. Nelle loro conclusioni, gli autori scrivono un po’ ciò che tutti quelli interessati a questa nota hanno, più o meno, detto:

Since harmful chemical emissions are primarily due to thermal decomposition of e-liquid constituents, reducing these temperatures is a promising approach to limiting the harm caused by e-cigarettes. Proper maintenance or more frequent replacement of coils may also reduce emissions by avoiding accumulation of polymeric residues.

In altre parole, per ridurre gli effetti potenzialmente nocivi del fumo di sigaretta elettronica conviene usare una temperatura più bassa possibile e manutenere per bene il marchingegno

Aggiornamento del 27/07/2019

Sono passati circa tre anni da quando ho scritto questo post ed ancora non esisteva il mio blog. A distanza di anni il numero di dati sperimentali in merito alla pericolososità delle sigarette elettroniche si è andato accumulando. E’ di queste ore la notizia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che il fumo delle sigarettte elettroniche è pericoloso quanto quelle delle sigarette normali e deve essere regolamentato. Per leggere il rapporto originale della World Health Organization (ovvero l’organizzazione mondiale della sanità) basta cliccare sulla figura qui sotto

Credits dell’immagine di copertina: Lindsay Fox @ https://ecigarettereviewed.com/

Omeopatia, ultima frontiera

Eccovi i viaggi onirici degli amici dell’omeopatia nella loro missione secolare diretta all’elaborazione di nuove ipotesi ad hoc per giustificare i loro bias cognitivi, fino ad arrivare là dove la fantasia umana non è mai giunta prima.

Chi è appassionato di fantascienza capirà sicuramente la citazione di cui potete godere in questo brevissimo filmato

Richiami alle origini

Come ormai è noto a tutti, l’omeopatia nasce ufficialmente nel 1810 quando Hannheman pubblica il suo Organon of medicine. Non ho molta voglia di ripetermi perché ho già scritto in merito alla storia dell’omeopatia. Per dare una lettura veloce a ciò che ho già riportato, potete cliccare qui sotto.

L’omeopatia. Una pratica esoterica senza fondamenti scientifici

Sempre uguale a se stessa

1810-2019. Sono passati 209 anni. Durante tutto questo tempo la scienza è progredita; è nata e si è sviluppata la termodinamica con il suo famoso secondo principio; siamo arrivati sulla Luna  e finanche su Marte; è nata la meccanica quantistica che ci ha consentito di sviluppare la risonanza magnetica nucleare, la tomografia assiale computerizzata e tante altre tecniche per la diagnostica medica; stiamo progettando i computer quantistici, e parecchio altro ancora.  Nonostante tutto questo, mentre il nostro mondo è diventato un villaggio globale grazie alla rete internet sviluppata proprio grazie all’evoluzione sempre più incessante della scienza, l’omeopatia è rimasta sempre uguale a se stessa.

Fatevi un giro sui siti di medicina alternativa (quella che io chiamo medicina fuffa) e vi renderete conto che da oltre 200 anni si ripetono sempre ed esclusivamente le stesse cose. Ne volete un campionario? Eccolo.

l’omeopatia funziona
il meccanismo è ancora da scoprire
quello che non si sa oggi, verrà conosciuto domani
non c’entra nulla l’effetto placebo
funziona su piante, animali e bambini. Come lo spieghi con l’effetto placebo?
su di me funziona

e poi ancora: voi scienziati siete una setta; siete al soldo di big pharma; il riduzionismo ha fatto danni.

Insomma, ce ne è per tutti i gusti e per tutte le pazienze. Sì. Per tutte le pazienze, perché bisogna avere veramente una pazienza inesauribile per cercare di star dietro a tutte le scemenze che gli omeopati ci propinano quotidianamente. Per fortuna c’è anche chi segue la filosofia del “una risata li seppellirà” (grazie Orsetto per il buon umore mattutino)

Omeopatia, ultima frontiera

Anche la spasmodica ricerca di prove scientifiche in merito alla presunta efficacia dei rimedi ompeopatici oltre l’effetto placebo è un must.

Caduta con Whöler l’idea della vis vitalis sulla quale si basava il principio secondo cui un rimedio diventa tanto più efficace quanto più esso è diluito mediante processi che prevedevano l’uso di energiche agitazioni meccaniche, sono nate molte altre ipotesi create ad hoc per spiegare degli effetti terapeutici oltre il placebo del tutto inesistenti: si va dalla memoria dell’acqua di cui ho parlato in diversi articoli in questo blog (per esemio qui e qui), alle onde elettromagnetiche (trovate una disamina anche qui) fino ad arrivare alle più recenti trovate secondo cui i principi attivi sono comunque presenti alle dluizioni omeopatiche (se ne parla in modo divulgativo qui e qui). In altre parole, ricopiando il breve riassunto dell’articolo di giornale appena citato (qui),

“Jayesh Bellare, professore di ingegneria chimica in India, grazie al microscopio elettronico a trasmissione (TEM) ha dimostrato in maniera incontrovertibile la presenza di un rilevante numero di molecole di principio attivo in tutte le diluizioni omeopatiche. I suoi studi sono stati discussi nell’ambito del seminario internazionale tenutosi a Firenze durante l’ottavo convegno triennale della Siomi”.

Da questo si evince una cosa molto importante: i fan di questa pratica magica hanno cambiato strategia. I rimedi omeopatici funzionano perché contengono ancora molecole di principio attivo.

Fermo restando che eventuali principi attivi, la cui natura di solito è di tipo organico, non viene rilevata attraverso la microscopia elettronica (e questo perfino gli iscritti al primo anno di ogni facoltà scientifica lo sanno), ciò che il guru indiano ha rilevato sono tracce di sistemi inorganici quali oro, rame, stagno, zinco, argento e platino. Da dove escono questi metalli? Nel lavoro, che potete scaricare qui, è chiaramente indicato che gli autori hanno acquistato dei prodotti che contengono questi metalli:

The homeopathic medications used for the purpose of research were obtained commercially from authorized distributors of a leading homeopathic drug manufacturer in India (SBL) and an Indian subsidiary of a multi-national homeopathic company viz. Dr. Willmar Schwabe India Pvt. Ltd. Random batch number samples were purchased from the market and no special effort was made to get samples from the company. Since we purchased these medicines
from the market, only in certain cases were we able to obtain them from a single manufacturing batch. Also no special efforts were made to obtain the drugs from a batch

Ma allora è vero che rimane qualcosa e ciò che rimane può avere un effetto oltre il placebo!

Andiamoci piano, per favore.

Volete sapere come è fatto un vetro? Basta cliccare qui. Per comodità vi ricopio quanto scritto nel link appena citato:

Il vetro artificiale […] è un materiale inorganico solido amorfo privo di struttura cristallina, prodotto mediante rapida solidificazione di un materiale viscoso composto di sostanze naturali. E’ costituito da un vetrificante, un fondente, uno stabilizzante e vari ossidi, rispettivamente, in percentuale decrescente: silice, sotto forma di sabbia (69 – 74 %), soda, sotto forma di carbonato o solfato (12 – 13 % nei vetri per lastre, 13 – 16 % nei vetri per contenitori, 20% nei vetri artistici), calce, sotto forma di calcare (5 – 12 %), magnesio (0 – 6 %) e allumina (0 – 3 %)“.

Direte voi: ebbene? Allora hanno ragione gli omeopati. Dove sono i metalli che il Professore indiano ha trovato?

Vi ripeto: andiamoci piano, per favore.

Avete scaricato il lavoro (qui)? Avete notato che gli autori non dicono da nessuna parte in che modo erano conservati i preparati che hanno preso in considerazione per le loro analisi? Non scrivono se i preparati erano conservati in bottiglie di vetro e se il vetro era colorato oppure no.

Mi chiederete: e quindi?

beh…il vetro colorato, oltre ai sistemi elencati precedentemente, contiene altri composti il cui elenco potete trovare nella tabella qui sotto (fonte della tabella).

Come vedete i vetri colorati contengono tutti i metalli che il Professore indiano ha rilevato nelle sue analisi. Nel link seguente (qui) trovate altri dettagli che mancano nella tabella citata.

Conclusioni

In definitiva cosa ha trovato il professore indiano nei preparati che ha analizzato? Semplicemente residui provenienti dai contenitori di vetro che, molto verosimilmente, sono stati usati per la preparazione dei rimedi omeopatici presi in considerazione. Non ci dimentichiamo che i rimedi omeopatici vengono ottenuti non solo mediante diluizioni successive, ma anche attraverso succussioni, ovvero scuotimento vigoroso del contenitore che contiene la soluzione diluita n volte. Durante questo scuotimento, il vetro, specialmente se colorato, può rilasciare parte dei suoi componenti che sono stati effettivamente trovati nei rimedi analizzati. In effetti ne parlo anche nel mio libro (Frammenti di Chimica) nel capitolo dedicato all’omeopatia.

Come al solito, i fan dell’omeopatia fanno esperimenti monchi. Dimenticano sempre le prove negative che servono proprio per evitare contestazioni come quella che ho fatto io in questo breve articoletto.

Fonte dell’immagina di copertina: https://www.tuttobiciweb.it/article/75108

Titolacci e titolini

Viviamo nel villaggio globale, non c’è dubbio.

La facilità con cui si possono avere le connessioni di rete per navigare in quel mare magnum caotico che è internet, promuove la diffusione veloce in ogni parte del globo di ogni tipo di informazione.

La cultura internettiana promuove l’evoluzione del nostro linguaggio e, di conseguenza, anche del nostro modo di pensare ed affrontare i problemi.

Qual è il modo migliore per attirare un utente sulla propria pagina? Bisogna incuriosirlo e fornirgli un’immagine o un titolo che possa spingerlo a cliccare e ad entrare nel sito. Non importa se l’utente leggerà o meno ciò che è scritto. Ancora meno importa se capirà ciò che leggerà. La cosa importante è attirare il click perché ad ogni click corrisponde un introito pubblicitario. Più click, più pubblicità, più soldi. Ecco, infine, la filosofia che predomina in rete. Ogni click è denaro.

Questa filosofia si è impadronita anche della carta stampata. Non che prima dell’avvento della rete non fosse così. La vendita delle copie dei giornali era legata all’abilità dei titolisti di fornire un titolo accattivante alle notizie di rilievo in modo tale che il passante venisse attirato e comprasse il giornale. Potrei dire che non c’è nulla di male in tutto ciò. Il problema è che gli addetti al settore ci dicono che oggi stiamo vivendo nel periodo della cosiddetta post-verità. Con questo termine “qualcuno indica una modalità di comunicare secondo la quale i fatti oggettivi sono meno rilevanti rispetto alle emozioni ed alle convinzioni” [1]. In ambito scientifico, questo significa diffusione di pseudoscienza di cui esempio sono l’omeopatia, l’agroomeopatia, l’agricoltura biodinamica, le sciocchezze che si leggono in merito alla Xylella e così via cantando.

Ma veniamo a noi.

Il 4 Luglio nell’inserto Scienze del quotidiano La Repubblica  appare un articolo dal titolo “E il moscerino cominciò a mangiare bio” con sottotitolo “Studenti di Foligno, come i veri biologi, hanno osservato gli effetti provocati dagli alimenti” (Figura 1).

Figura 1. Titolo dell’articolo apparso nell’inserto Scienze di La Repubblica del 4/07/2019

Fermiamoci al titolo ed al sottotitolo. Se io fossi uno che ha “fede” nell’agricoltura biologica, penserei “Mooooolto interessante. Hanno sicuramente fatto esperimenti per stabilire se i prodotti bio sono “attaccati” dai moscerini ed hanno visto che tra un alimento da agricoltura tradizionale ed uno da agricoltura bio, i moscerini, che fessi non sono, hanno cominciato a mangiare i secondi. Figo! È chiaro che i prodotti bio sono i preferiti anche dagli insetti“.

Ma leggiamo l’articolo (Figura 2)

Figura 2. Articolo che descrive l’esperimento fatto da studenti di Foligno

Gli studenti, provenienti da diversi istituti della cittadina umbra e impegnati in un programma di alternanza scuola-lavoro, […] sentono parlare sempre di “bio” e così si sono chiesti quali fossero gli eventuali effetti di regimi alimentari diversi, basati sul consumo di prodotti derivanti da agricoltura biologica e non“.

E già da questa introduzione si capisce che il titolo (titolaccio o titolino?) non c’entra proprio ma proprio nulla con l’esperienza fatta dagli studenti né con la qualità degli alimenti prodotti seguendo il disciplinare del biologico. In altre parole, gli studenti devono aver utilizzato due popolazioni differenti di moscerini alle quali sono stati somministrati prodotti differenti: da un lato alimenti da agricoltura tradizionale, dall’altro alimenti biologici. Insomma, non è che i moscerini preferiscono i secondi rispetto ai primi. Sono stati costretti a nutrirsi di biologico.

Ma andiamo avanti.

Abbiamo costruito un esperimento, utilizzando moscerini appartenenti a diverse specie di Drosophila, […] che condivide con gli esseri umani il 70 percento del patrimonio genetico. Nel corso dello studio i ragazzi hanno verificato gli effetti di una dieta sulla fertilità“.

Si incomincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Gli studenti hanno misurato la numerosità della popolazione dei moscerini appartenenti a diverse specie di Drosophila, quando questa è soggetta a due diversi regimi alimentari: con prodotti da agricoltura tradizionale e con biologico. I moscerini non possono scegliere: o si mangiano quella minestra o si buttano dalla finestra (si diceva quando io ero piccolo).

E ancora

Nel corso dell’esperimento i ragazzi hanno riscontrato una maggiore fertilità dei moscerini alimentati con cibo non bio, osservando però che lo sviluppo di muffe negli alimenti bio potrebbe aver influito sulla deposizione delle uova – a cui il pasto fa anche da “incubatrice” – e la crescita della prole“.

E finalmente siamo giunti al punto cruciale. La popolazione di moscerini costretta ad alimentarsi con prodotti bio si è ridotta di dimensioni. Il motivo? Nella lotta alla sopravvivenza, tutti gli organismi viventi competono per le stesse fonti alimentari. I moscerini, in questo caso, competevano con le muffe che erano in grado di aggredire più velocemente i prodotti bio rispetto a quelli da agricoltura convenzionale. La conseguenza è stata che i moscerini alimentati a bio hanno perso la guerra per la sopravvivenza. Quelli che, invece, erano costretti a mangiare cibo da agricoltura tradizionale erano più fertili perché le muffe non erano efficienti come quelle che si sviluppavano sugli alimenti bio.

A questo punto mi si potrebbe dire: vedi che il biologico è migliore? I prodotti da agricoltura convenzionale sono meno suscettibili di attacco da muffe a causa dei “veleni” che vengono usati. Chi fa questa considerazione è semplicemente uno che non ha capito nulla di quanto scritto fino ad ora e soffre di analfabetismo funzionale. Noi siamo esseri viventi come i moscerini. Questi ultimi hanno perso la guerra contro le muffe. Le muffe che sconfiggono i moscerini sono le stesse che sconfiggono noi. Un alimento aggredito da muffe non è edibile e ci viene sottratto. I composti usati per la lotta alle muffe non sono un rischio per l’essere umano se usati seguendo tutte le indicazioni codificate. Il problema, quindi, non è il composto chimico ma l’essere umano stesso. Se uno fa un uso criminoso di un composto chimico, non è quest’ultimo a dover essere condannato, ma il criminale che lo usa in modo sconsiderato.

Conclusioni

Il titolaccio dell’articolo di La Repubblica lascia intendere qualcosa che non ha nulla a che fare con la realtà sperimentale che è stata messa in atto dai volenterosi studenti di Foligno. Gli studenti sono stati bravissimi; il titolista dell’inserto Scienze di La Repubblica molto meno. Bocciato. Si ripresenti alla prossima sessione!

Riferimenti

[1] A.M. Lorusso (2018) Postverità, Edizioni Laterza

Fonte dell’immagine di copertina

https://www.theatlantic.com/science/archive/2018/02/fruit-fly-drosophila/553967/

A tu per tu con l’esperto: la chimica nella vita quotidiana

Oggi tra le news della C1V edizioni (l’editore del mio libro “Frammenti di Chimica“), compare la rubrica “A tu per tu con l’esperto” in cui vengo intervistato in merito ad alcune curiosità quotidiane.

A proposito dell’acqua, c’è una reale differenza tra l’acqua del rubinetto e quella in bottiglia?

No. L’acqua di rubinetto è buona quanto quella in bottiglia. Anzi si può dire che la prima è soggetta a controlli di qualità chimico-biologica molto più frequenti rispetto a quelli cui sono soggette le acque imbottigliate. L’idea che le acque in bottiglia siano più buone dell’acqua di rubinetto è solo una indicazione che il marketing ha fatto e fa bene il proprio lavoro, ovvero convincere la gente della necessità di qualcosa di cui, in realtà, non c’è necessità [continua…]