Della Xylella e del metodo Scortichini

Sulla epidemia di Xylella che imperversa in Puglia è stato scritto di tutto. Uno dei più impegnati nella rilevazione delle bufale che si leggono in giro per la rete su tale epidemia è Enrico Bucci del quale potete leggere ai seguenti link: qui, qui, qui e qui. Naturalmente, però, a fare più rumore sono soprattutto quei pochi che, non essendo del settore e non capendo nulla di scienza, sbraitano di attentati all’eccellenza Italiana, di boicottaggio della produzione olivicola pugliese e chi più ne ha più ne metta. E come al solito a farne le spese è l’intera società.

Eh…sì…intanto grazie all’azione rumorosa di pochi pseudo scienziati che hanno una grande influenza sull’opinione pubblica[1], l’epidemia di Xylella, che si sta propagando sempre più a Nord della Puglia e del nostro paese[2], sta avendo un impatto notevole sull’economia italiana.

Ma non è di economia che voglio scrivere, anche perché non sono un esperto e rischierei di dire delle grosse sciocchezze. Voglio, piuttosto, puntare l’attenzione su un metodo che secondo alcuni sarebbe la panacea che salverà gli olivi e l’olivicoltura italiana dal dramma Xylella. Si tratta di un metodo che prende il nome dal ricercatore che per primo ne ha pubblicato i risultati su Phytopatologia Mediterranea: metodo Scortichini.

La rivista

Phytopatologia Mediterranea è una rivista di fitopatologia della Firenze University Press con un impact factor di 1.974 per il 2018. Si tratta di un’ottima rivista nel settore della scienza delle piante sebbene l’impact factor sembri molto basso. Per capire perché ritengo questa un’ottima rivista, rimando alla lettura delle note generali in fondo a questo articolo.

Il metodo Scortichini

Lo studio in cui si descrive il metodo che dà il titolo a questo paragrafo è reperibile al link seguente: Scortichini et al. (2018) A zinc, copper and citric acid biocomplex shows promise for control of Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive trees in Apulia region (southern Italy), Phytopathologia Mediterranea DOI:  10.14601/Phytopathol_Mediterr-21985

Gli autori descrivono la potenzialità di un preparato, indicato come Dentamet®, nel debellare la Xylella fastidiosa subsp. pauca dalle piante infettate.

Come si valuta la validità di un lavoro?

Una delle prime cose che bisogna fare è andare a verificare la validità dell’impianto sperimentale al netto delle tecniche analitiche utilizzate e dei risultati che da esse vengono ottenuti.

Come indicato nel sito del produttore (qui), il Dentamet® è un concime a base di rame e zinco complessati all’acido citrico. Nello studio summenzionato, tale preparato viene usato in due esperimenti in vitro e due esperimenti in vivo. In entrambi gli esperimenti in vitro è stata valutata la capacità del preparato di inibire la crescita del batterio. Negli esperimenti in vivo, invece, è stata valutata la capacità del rimedio di eliminare il batterio dalle foglie di piante infettate. Bisogna notare che solo quattro foglie sono state usate negli esperimenti in vivo per ogni diluizione del Dentamet®. Infine, gli autori hanno condotto degli esperimenti in campo usando ben quattro piante malate.

Non so…forse il numero quattro è un numero magico per gli autori

Apparentemente sembra tutto ok. Gli autori fanno prima delle indagini in laboratorio per capire se il rimedio funziona ed infine decidono di andare in campo per valutare l’efficienza del rimedio su piante malate. Il problema è che se in laboratorio gli autori sperimentano l’efficienza del preparato su Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa – come indicato nel rigo 6 della seconda colonna di pagina 3 nel paragrafo intitolato “Preliminary assays for inhibition efficacy of Dentamet® against Xylella fastidiosa” – in campo, la tipologia di batterio è Xylella fastidiosa subsp. pauca – come indicato anche nel titolo del lavoro stesso. Si potrebbe obiettare: “va bene ed allora? Sempre di Xylella si tratta”. Il punto è che gli essere viventi, quali sono i batteri, sono tutti differenti tra di loro e possono reagire differentemente allo stesso trattamento. Un lavoro sperimentale di tipo biologico progettato bene deve prevedere una congruenza tra ciò che si fa in vitro e ciò che viene sperimentato in campo. Se non c’è congruenza, i risultati ottenuti in campo non si possono spiegare con i modelli ottenuti in laboratorio.

Ma andiamo oltre e guardiamo il numero magico. Gli autori fanno gli esperimenti in vivo, quelli in vitro e quelli in campo su un numero di campioni veramente limitato. In genere, i lavori in ambito biologico che coinvolgono batteri vengono effettuati su un numero enorme di campioni. Questo è necessario per assicurare una significatività statistica che su un numero così piccolo di campioni non è certa.  Stiamo parlando di esseri viventi. Come scritto poche righe più sopra, gli esseri viventi possono reagire in modo differente ai trattamenti che ricevono. In particolare si può dire che dato un numero N sufficientemente grande di campioni, il comportamento della media di essi è centrato sul massimo di una curva come quella rappresentata in Figura 1. Tuttavia un certo numero di campioni avrà un comportamento che si discosterà dal valore medio rappresentato dal massimo indicato in Figura 1 sia verso sinistra che verso destra.

Figura 1. Il comportamento di un numero N di campioni segue l’andamento di una curva come quella Lorentziana usata qui come esempio. La maggior parte dei campioni si attesta intorno al massimo della curva. Alcuni dei campioni hanno un comportamento che si discosta dal massimo sia verso destra che verso sinistra. La curva è stata ottenuta mediante una simulazione con Origin 7.5

Se selezioniamo un numero statisticamente non significativo di campioni, per esempio quattro – come nel caso del lavoro preso in considerazione, è possibile che vengano selezionati sistemi che si trovano lontano dal comportamento medio come nei casi A e B di Figura 2 oppure che per semplice fortuna si ottengano comportamenti centrati intorno al massimo come in Figura 2C. Al contrario solo il campionamento di un gran numero di sistemi consente di ottenere un valore statisticamente significativo come indicato in Figura 2D. C’è da aggiungere anche che più elevato è il numero di campioni analizzati più è possibile applicare metodi di indagine statistica che solo su quattro punti non possono essere utilizzati.

Figura 2. Esempi di campionamenti sbagliati. Campionando solo quattro punti è possibile ottenere comportamenti molto diversificati tra loro come in A e B; solo per caso è possibile che i quattro punti siano centrati attorno al comportamento medio come in C; un numero elevato di campioni si attesta mediamente intorno al comportamento medio come in D.
Conclusioni

Come si vede da tutto quanto scritto fino ad ora, mi sono attenuto solo alla valutazione dei materiali e metodi riportati nel lavoro di Scortichini et al. ed ho centrato la mia attenzione su due cose: la tipologia di batterio su cui gli autori hanno deciso di porre l’attenzione ed il numero statisticamente non significativo di campioni analizzati. Se avessi fatto io la revisione del lavoro citato, lo avrei bocciato solo per questi motivi che peraltro sono stati anche evidenziati dalla European Food Safety Authority (EFSA) in una pubblicazione che si può trovare al seguente link: Effectiveness of in planta control measures for Xylella fastidiosa.

Alcune delle conclusioni dell’EFSA sono:

This control measure may temporarily reduce disease severity in some situations, but some of these studies are based on a limited sample size and additional data are thus needed to verify their effectiveness in reducing the disease. There is no evidence that this treatment could eliminate X. Fastidiosa in field conditions during a long period of time”.

Sono un reviewer piuttosto severo e tra i parametri che valuto per accettare o meno un lavoro, ci sono sia l’analisi statistica che l’indicazione corretta delle cifre significative nelle tabelle che analizzo. Solo dopo positiva valutazione dei parametri anzidetti, passo alla lettura completa dello studio e certifico la congruenza delle conclusioni con i risultati analitici riportati. Il motivo di questo mio modo di agire è che se io pretendo dai miei studenti la corretta indagine statistica e la corretta indicazione delle cifre significative nei loro rapporti scientifici, pretendo allo stesso modo medesima accuratezza da chi studente non è e svolge un lavoro che richiede rigore scientifico ed onestà intellettuale.

NOTE GENERALI

Impact factor

Il valore dell’impact factor di Phytopatologia Mediterranea sembra un valore basso, non è vero? In realtà, come ho avuto modo di scrivere nel mio libro “Frammenti di chimica”, l’impact factor è un valore numerico che si calcola confrontando il numero di citazioni di tutti gli studi pubblicati in un biennio col numero totale di studi pubblicati nello stesso biennio. Facciamo un esempio concreto perché è più semplice a farsi che a dirsi. Immaginiamo che nel 2018 tutti i lavori pubblicati nel 2017 e 2016 nella rivista Tal-dei-Tali siano stati citati 9000 volte. Negli stessi due anni (ovvero 2016 e 2017) il numero totale di lavori pubblicati è stato 13500. Ne viene che l’impact factor è pari a 9000/13500=1.5. Tutte le riviste sono raggruppate assieme per settore scientifico. In altre parole, l’impact factor della rivista Tal-dei-Tali che si occupa, per esempio, di fisiologia vegetale non può essere paragonato a quello della rivista Tizio-Caio che si occupa di chimica dei composti metallorganici. Questo vuol dire che nell’ambito di un dato settore, un impact factor di 1.5 può consentire alla rivista Tal-dei-Tali di essere in alto nella classifica del proprio settore. A questo punto è chiaro che non ha senso parlare di impact factor in senso assoluto ma solo riferito all’ambito disciplinare (ovvero collocazione editoriale) al quale si riferisce la rivista stessa. Nel caso specifico, Phytopatologia Mediterranea è una ottima rivista perché è in alto nella classifica dei settori Agronomy and Crop Science, Horticolture e Plant Science.

Impact factor e qualità della ricerca scientifica

Il valore dell’impact factor e la collocazione editoriale assicurano l’elevata qualità dei lavori pubblicati sulla rivista. Infatti, la citabilità di un lavoro dipende dalla sua qualità, ovvero dalla bontà dell’impianto sperimentale e dalla congruenza dei modelli discussi con i risultati ottenuti. La qualità di un lavoro viene assicurata dal processo di revisione tra pari (la cosiddetta peer review) che a sua volta dipende da quanto bene lavorano tutti quanti fanno parte dell’editorial board della rivista stessa ed i reviewers. Questi ultimi sono i professionisti chiamati a giudicare lo studio inviato per la pubblicazione. Da quanto appena scritto ne viene che impact factor e collocazione editoriale sono condizione necessaria ma non sufficiente ad assicurare la qualità di uno studio pubblicato. Infatti, un qualsiasi intoppo nel processo di revisione tra pari come per esempio la distrazione dei revisori, la loro inesperienza o anche la loro non specificità per l’argomento trattato possono portare alla pubblicazione di studi fallati o con conclusioni parziali ed errate. Più bassa è la qualità della rivista, più elevata è la probabilità di immettere nella letteratura scientifica studi di bassa qualità.

ALTRE NOTE

[1] Sul modo con cui l’opinione pubblica può essere manipolata ci sono trattati di ogni tipo e non è questo il posto adatto per discuterne. Si rimanda alla lettura di saggi specifici come “Propaganda. L’arte di manipolare l’opinione pubblica (La mala parte)” di Edward L. Bernays oppure “Il grande inganno di internet. False notizie e veri complotti. Come difendersi?” di David Puente

[2] Per avere un’idea dei danni che sta provocando l’epidemia di Xylilella basta leggere tutto il reportage apparso sulla rivista divulgativa Le Scienze: http://www.lescienze.it/topics/news/emergenza_xylella-3060239/

Fonte dell’immagine di copertina

Agricoltura biodinamica – fatti, misfatti e contraddizioni. Parte I: Competenze

Recentemente, l’attività on line e in particolare nei social network degli attivisti per l’agricoltura biodinamica sembra essere in aumento. Questa recrudescenza è probabilmente dovuta alla lettera aperta che la Rete Informale SETA (Scienza e Tecnologie per l’Agricoltura) ha scritto al Parlamento in merito ai limiti del DDL 988 – Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico. La lettera o la rete sono infatti spesso citate in articoli online e post. Trovate la lettera aperta al seguente link.

Non voglio soffermarmi sulla lettera aperta per il momento. Voglio porre attenzione sulla Rete Informale SETA.

Cos’è il SeTA?

Si tratta di un gruppo di professionisti del settore agricolo e del settore accademico legato all’agricoltura. Chi sono questi professionisti? Un elenco completo lo trovate qui. A parte me (chi mi segue sia sul blog che sulla pagina Facebook ormai mi conosce molto bene), del gruppo fanno parte persone come Enrico Bucci che da anni è impegnato nella lotta alle frodi scientifiche. Enrico vigila e controlla il buon andamento della ricerca, cercando di difendere la dignità di chi opera correttamente da tutti quelli – pochi, per fortuna – che operano in malafede per perseguire propri fini personali; Roberto Defez che dirige il laboratorio di Biotecnologie Microbiche del CNR di Napoli, si occupa di genetica in ambito agricolo ed ha scritto diversi libri tra cui “Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l’Italia” in cui spiega il ruolo della ricerca scientifica nella società e la sua importanza strategica per lo sviluppo socio-economico del nostro paese; Donatello Sandroni, non solo agronomo ed ecotossicologo, ma anche giornalista scientifico, il quale ha all’attivo un libro inchiesta sul glifosato dal titolo “Orco glifosato” in cui, basandosi sull’attenta analisi della letteratura scientifica, smaschera le ragioni per cui un principio attivo molto importante in agricoltura oggi viene demonizzato. Ma non voglio fare un elenco di persone il cui curriculum è facilmente individuabile in rete. Qui mi preme evidenziare che il gruppo della Rete Informale SETA è eterogeneo ed unisce sia imprenditori agricoli (quindi persone che tutti i giorni devono risolvere problemi concreti legati alla produttività agricola), sia ricercatori e docenti universitari che si occupano non solo di didattica in ogni ambito del settore agricolo (dalla chimica all’agronomia, passando per la climatologia fino all’economia ed alla politica agraria), ma anche di ricerca nell’ambito della fertilità dei suoli, della produttività e del risanamento ambientale ivi inclusi in sistemi biologici.

“Esperti” o esperti?

La presentazione del gruppo della Rete Informale SETA si rende necessaria quando uno dei rappresentanti più chiacchierati dell’agricoltura biodinamica, Dr. Carlo Triarico, scrive, in riposta alla lettera aperta già citata:

Il documento degli “esperti” sull’agricoltura biologica e biodinamica rivolto alle Camere, interviene contro il consenso ampio che tale attività riscuote in sede italiana, europea e presso l’ONU e contro l’attività legislativa per la sua regolazione

Il documento originale del Dr. Triarico è qui. Il grassetto nel testo è mio e serve solo per evidenziare il virgolettato. Apriamo il dizionario Treccani on line e leggiamo la voce “Virgolette”:

Le virgolette possono essere di tre tipi:

– alte (“ ”)

– basse (« »)

– apici (‘ ’)

Si usano in diversi contesti e con diverse funzioni:

– per delimitare un discorso diretto

«Felice notte, venerabile Jorge,» disse. «Ci attendevi?» (U. Eco, Il nome della rosa)

– per delimitare una citazione

Per Schopenhauer l’invidia è «il segno sicuro del difetto»

– per introdurre in un testo il titolo di un giornale

L’ho letto nel “Corriere della Sera”

per mettere in evidenza una parola con un significato particolare, spesso figurato o ironico; o anche per introdurre, a fianco di una parola, il suo significato

Una “grattata” da 5 milioni (www.altoadige.gelocal.it)

Mario ha risposto: «È un ambiente molto ‘cheap’».

USI

Nelle citazioni e con il discorso diretto, le virgolette più adoperate nell’uso comune sono quelle basse. Le virgolette alte vengono utilizzate soprattutto per segnalare l’uso particolare di una parola, mentre gli apici sottolineano in genere una singola espressione, o racchiudono una definizione.

Di tutti i possibili usi, l’unico che assume un significato sensato nello scritto del Dr. Triarico è quello che ho riportato in grassetto. Evidentemente si deve arguire che il Dr. Triarico – Dottore in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze, perfezionato in Comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze, perfezionato in Metodi della Storiografia presso l’Università degli studi di Firenze, Dottorato in Storia della Scienza delle Università di Napoli, Pisa, Firenze, Post-dottorato in teoria e metodi della ricerca scientifica Borsa “Andrea Corsini” presso Istituto e Museo di Storia della Scienza, etc. etc. (non ho bisogno di riportare tutti i titoli certamente impressionanti del Dr. Triarico dal momento che li si può trovare facilmente in rete, qui) – ritenga che la sua formazione di tipo filosofico lo renda più esperto di chi ha seguito un curriculum studiorum di carattere tecnico improntato alla risoluzione di problemi pratici – come già evidenziato la professione di agronomo è legata alla attività di campo in supporto dei tanti imprenditori agricoli che contribuiscono alla produzione alimentare del nostro paese – o di tipo culturale e di innovazione tecnologica – i docenti universitari, i membri del CREA e quelli del CNR non solo insegnano, a pieno titolo e in diverse istituzioni, le più disparate materie del settore agricoltura, ma sono chiamati anche a fare ricerca per aiutare il comparto tecnico nella loro attività quotidiana. Ma, devo dire, va più che bene. Il mondo scientifico è aperto a tutti coloro che vogliono dare un contributo. Resta, ovviamente, da capire quali siano i contributi scientifici e tecnici pubblicati dal Dr. Triarico su riviste internazionali di carattere scientifico e soggette a revisione tra pari (la cosiddetta peer review o, come riferisce lo stesso “riviste con referaggio”), al di là degli articoli di stampo giornalistico accessibili dal suo blog (qui). Sebbene giornali come l’Osservatore Romano, il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa ed altri in lingua polacca e spagnola siano del tutto dignitosi, essi, tuttavia, non hanno quella autorevolezza scientifica (manca la peer review essendo giornali di opinioni) come le riviste nelle quali pubblichiamo noi tutti del settore didattica e ricerca.

I settori scientifico-disciplinari e la ricerca in agricoltura

Nonostante quanto appena evidenziato, il Dr. Triarico afferma che:

si rileva che gli “esperti” del documento contro l’agricoltura biologica e biodinamica, non risultano insegnare, pubblicare, o tenere relazioni scientifiche in contesti scientifici ufficiali, che abbiano ad argomento di ricerca l’agricoltura biologica e biodinamica e non sono dunque specialisti di un tema di cui, come è lecito, liberamente parlano, ma combinando un gran numero di errori. Errori che gli esperti e gli studiosi del settore facilmente hanno notato. Non serve certo essere competenti per avere un’opinione politica, ma se questa deve fornire indicazioni ai poteri dello Stato, è buona pratica che si fondi su dati solidi, provenga da esperti qualificati e non da posizioni eterodosse, o estreme.

È evidente che il background culturale del Dr. Triarico (che non è di tipo tecnico-scientifico) non gli ha consentito di comprendere appieno i lavori di tutti noi che abbiamo deciso di aderire alla Rete Informale SETA, sempre che abbia avuto la pazienza di leggerli. Eh…sì…se solo io nella mia attività ho pubblicato circa 110 lavori ed i miei colleghi hanno fatto altrettanto, il Dr. Triarico avrebbe dovuto leggere qualcosa come un migliaio di lavori, entrare nel merito di ognuno di essi e giudicarli non pertinenti con l’agricoltura biologica/biodinamica. Naturalmente, sto parlando di lavori dell’intero insieme dei settori scientifico disciplinari (SSD) che fanno capo all’agricoltura (sono circa una ventina). Gli SSD sono la classificazione del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica (MIUR) degli ambiti di ricerca. Ogni SSD ha la propria peculiarità e nessuno di noi, che appartiene ad un dato settore, è in grado di capire appieno ciò che viene pubblicato da colleghi di altri settori. Ovviamente esistono affinità tra alcuni settori, che permettono gli studi multidisciplinari. Tanto per fare un esempio: io sono del settore denominato AGR13 – Chimica Agraria. La declaratoria del mio settore che guida la tipologia di lavoro che un chimico agrario è chiamato a fare nella sua attività di ricerca riporta che la Chimica Agraria si occupa di:

aspetti chimici, biochimici, fisiologici ed ecologici del sistema suolo-acqua-pianta-atmosfera, processi di accumulo, mobilizzazione e assorbimento di specie chimiche endogene ed esogene, approccio biotecnologico per lo studio dei processi atti a migliorare la resa e la qualità della produzione alimentare e non, conservazione, miglioramento e ripristino della fertilità del suolo per la sostenibilità delle colture, agrofarmaci e loro residui; uso e riciclo delle biomasse; conservazione, protezione e recupero dell’ambiente agroforestale

La declaratoria di un settore affine come la genetica agraria (AGR07) riporta che i ricercatori di quel settore si occupano di:

struttura, funzione, espressione e regolazione dei geni e dei genomi, ereditarietà negli organismi procarioti ed eucarioti d’interesse agrario, strategie e metodologie di interventi genetici, molecolari e biotecnologici volti a promuovere la valorizzazione e salvaguardia dell’agrobiodiversità, il miglioramento genetico delle specie di interesse agrario e forestale per la diversificazione, qualità e sicurezza delle produzioni agro-alimentari, per l’efficienza dell’attività sementiera e vivaistica e per la sostenibilità delle attività nell’ambiente rurale

Come si vede dagli esempi di declaratoria di due settori vicini tra di loro, il grado di specializzazione è molto elevato. Pur potendo comprendere ciò che un genetista studia, non sono, tuttavia, in grado di entrare nel merito dei lavori pubblicati in quel settore. Ed è valido anche il contrario: pur potendo comprendere il linguaggio di un chimico agrario, un genetista non è in grado di comprendere appieno le sfumature di quanto scritto in un lavoro del settore AGR13.

Le specificità anzidette sono quelle che impongono al MIUR di costruire le commissioni concorsuali in modo tale che esse siano costituite da docenti del settore scientifico disciplinare o affini per cui si è chiamati alla valutazione comparativa. In altre parole, se serve un ricercatore/docente nel settore XXX (settore generico), possono far parte della commissione concorsuale solo docenti dello stesso settore XXX o settori affini.

Evidentemente il Dr. Triarico ritiene che la sua cultura, senza dubbio non comune, sia capace di giudicare in modo oggettivo e nel merito i lavori dei più disparati settori disciplinari. Probabilmente, vista la penuria di docenti abili a ricoprire il ruolo di commissari nelle procedure concorsuali – quelli di noi che possono essere presi in considerazione devono essere inseriti in speciali liste del MIUR dopo attenta valutazione della propria attività didattico-scientifica – ci si potrebbe rivolgere al Dr. Triarico come jolly quando si devono costruire le commissioni concorsuali.

Ed allora? Ha ragione il Dr. Triarico quando dice che i componenti del SETA non sono competenti?

Da tutto quanto scritto finora si conclude che il Dr. Triarico ha ragione quando dice che siamo incompetenti? No. Si può solo desumere che il Dr. Triarico ha scritto delle inesattezze dovute alla fretta con cui sta tentando di rimediare all’effetto che la lettera aperta in merito ai limiti del DDL 988 – Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico sta avendo in rete (è stata condivisa in parecchi siti web. Per esempio qui, qui, qui, qui, e sopratutto qui). Se non avesse avuto troppa fretta avrebbe, per esempio, potuto accertarsi che tra noi, che ci siamo riuniti nella Rete Informale SETA, ci sono tanti che operano con l’agricoltura biologica. Per esempio Il Dr. Sergio Saia i cui lavori sul controllo biologico delle erbe infestanti sono stati pubblicati non solo su riviste scientifiche peer review (qui) – cosa che non si può, invece, dire degli articoli pubblicati dal Dr. Triarico – ma anche su riviste divulgative (qui) quindi con un taglio accessibile a tutti, e in atti di convegni (qui), oltre ad essere stati inclusi in progetti di ricerca sul biologico (qui) ed essere stati considerati degni di premiazione (qui). Sergio ha al suo attivo anche un breve testo sulla filosofia da adottare in biologico per massimizzare le rese, qualità e stabilità in ambienti aridi (qui). Ma, come specificato all’inizio di questo articolo tutt’altro che breve, non è mia intenzione fare una lista delle competenze di ognuno di noi. Il mio scopo è, invece, evidenziare che la primissima parte della risposta del Dr. Triarico alla lettera aperta della Rete Informale SETA è sicuramente fallace perché denota una certa superficialità da parte di chi l’ha scritta.

I veri esperti

Ad onor del vero, il Dr. Triarico non definisce se stesso come un esperto, ma – molto sottilmente – scrive:

[…] Errori che gli esperti e gli studiosi del settore facilmente hanno notato.

In altre parole, c’è un gruppo di esperti del settore Biologico/biodinamico che ha notato degli errori in quanto è stato scritto nella lettera aperta del SETA. Il problema è che, mentre come scienziati o appassionati del metodo scientifico, noi siamo identificabili perché i nostri nomi sono messi in chiaro nel sito della Rete Informale SETA (qui), gli esperti di cui parla il Dr. Triarico sono vaghi e non meglio definiti. Chi sono? Sulla base di cosa possono essere definiti esperti e non legati a ideologie che derivano da pregiudizi di conferma? Quali sono i lavori pubblicati da questi “famosi sconosciuti” esperti? Come mai il Dr. Triarico non ha ritenuto necessario inserire una adeguata bibliografia a corredo del suo scritto?

Conclusioni

Mi accingo a concludere questa prima parte di un reportage che si prospetta molto lungo. Come avete potuto constatare, ho dovuto scrivere un articolo lunghissimo per un blog solo per confutare le poche parole scritte dal Dr. Triarico in merito alle competenze. La necessità di utilizzare tante parole per argomentare certe riflessioni si rende necessaria perché chi è abituato al metodo scientifico, quando scrive, sente la necessità di inserire quanti più riferimenti possibile in modo che il lettore possa verificare e farsi la propria idea in merito ad un argomento. Ed è quello che ho fatto io in questo articolo. Chi, invece, si riempie la bocca di “metodo scientifico”, “competenza” ed affini, ma ha solo intenzione di inseguire i propri pregiudizi di conferma attraverso l’uso spregiudicato della retorica, non ha bisogno di riferimenti perché non gli conviene dare la possibilità al lettore di potersi fare idee personali sulla base della lettura delle fonti che ha utilizzato. Vengono, per esempio, citati continuamente 147 pubblicazioni che dimostrerebbero senza dubbio l’efficacia della biodinamica. Dov’è l’elenco di queste misteriose pubblicazioni? Ma questo è un discorso che affronterò nelle prossime puntate di questo reportage.

Fonte dell’immagine di copertina (qui)

Pane all’acqua di mare: realtà o fantasia?

di Enrico Bucci e Pellegrino Conte

Vi ricordate il pane fatto con l’acqua di mare?

Qualche tempo fa le principali agenzie di stampa italiane titolarono a nove colonne che ricercatori italiani avevano scoperto che  il pane fatto usando l’acqua di mare, invece che la normale acqua di rubinetto, aveva proprietà salutistiche migliori del pane tradizionale.

Ecco, per esempio, cosa scriveva il Gambero Rosso già nel 2017:

Una nuova ricetta che consente di risparmiare acqua potabile, offrendo un alimento valido anche per chi è obbligato a seguire una dieta povera di sodio: il pane prodotto con l’acqua di mare è l’ultimo, innovativo progetto nato dalla collaborazione dei panificatori associati all’Unipan con Termomar e il Consiglio Nazionale delle Ricerche

mentre l’ANSA nell’Aprile di quest’anno (2019) scriveva:

Arriva il pane all’acqua di mare. E’ senza sale, ma saporito e povero di sodio

a cui faceva seguito il sito de La Cucina Italiana che riportava:

È iposodico e contiene il triplo di magnesio, il quadruplo di iodio, più potassio, ferro e calcio. Adesso viene distribuito anche nei supermercati

Anche il National Geographic ha riportato la notizia scrivendo che:

Lo ha prodotto il CNR, contiene meno sale rispetto a un filone prodotto con acqua dolce, ed è più ricco di iodio, magnesio e potassio

Insomma un tripudio alla genialità italiana che ha confermato il luogo comune secondo cui siamo un “popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori” e … di scopritori.

Cosa c’è di vero in tutto quello che è stato riportato dalle agenzie di stampa?

Ovviamente i giornalisti non hanno inventato nulla. È vero che un team di ricercatori italiani ha prodotto un tipo di pane usando acqua di mare e lo ha confrontato col pane prodotto in modo tradizionale ottenuto con acqua di rubinetto ed il comune sale da cucina. È anche vero che gli stessi ricercatori hanno posto un accento particolare sulle proprietà salutistiche del pane da essi “inventato” evidenziandone le qualità superiori rispetto al pane che da sempre siamo abituati a mangiare. La loro “invenzione” è stata oggetto di una pubblicazione su International Journal of Food Properties, una rivista della Taylor & Francis con un Impact Factor di 1.845 per il 2017, dal titolo: “Bread chemical and nutritional characteristics as influenced by food grade sea water”. Quello che i tutti i giornalisti e commentatori non sono stati in grado di fare è una valutazione critica dello studio pubblicato, posto che lo abbiano mai letto. Ma possiamo capire. Il loro compito non è fare valutazioni critiche di lavori pubblicati su riviste scientifiche. Sono pagati per riportare la cronaca di ciò che trovano in rete o che viene loro dato in pasto dalle agenzie di stampa degli Enti di Ricerca, come il CNR, che intendono pubblicizzare le proprie attività interne. Un pane salutistico fatto con l’acqua di mare attrae certamente l’attenzione sia verso l’Ente che ha sovvenzionato la ricerca che verso i giornali che riportano la notizia. Ma quanto c’è di vero nel lavoro che si può facilmente scaricare da questo link?

Avvertenze

Da questo momento in poi la lettura può diventare noiosa perché siamo costretti ad entrare in particolari tecnici senza i quali non è possibile rispondere alla domanda che dà il titolo a questo articolo. Naturalmente, è possibile “saltare” direttamente alle conclusioni se non avete voglia di seguire tutti i passi che ci conducono alla constatazione che lo studio pubblicato è superficiale, progettato ed eseguito male e non giustifica affatto l’esaltazione giornalistica di cui abbiamo già riportato. Ma andiamo con ordine.

Una analisi critica

Nella sezione dedicata ai Materiali e Metodi, gli autori scrivono che l’acqua di mare è stata fornita dalla Steralmar srl, una ditta di Bisceglie (in provincia di Barletta-Andria-Trani, BT). Tuttavia, una attenta lettura dell’intero lavoro evidenzia che da nessuna parte gli autori riportano la benché minima analisi chimica dell’acqua che hanno deciso di usare per la produzione del “loro” pane. Non è riportata neanche l’analisi chimica dell’acqua di rubinetto usata per la produzione del pane usato come controllo per il confronto con il pane “innovativo”. Eppure gli autori discutono delle diverse composizioni chimiche delle tipologie di pane che hanno prodotto. Basta leggere le Tabelle 1 e 2 per rendersi conto di quanto essi ritengano rilevanti le differenze in termini chimici tra i pani prodotti. Tutti i ricercatori sanno che quando si cercano differenze tra prodotti ottenuti in modo differente occorre fornire dei validi punti di partenza per poter capire se le differenze che si evidenziano sono dovute ad errori sperimentali o ai “reagenti” che si utilizzano. Ed allora: qual è la concentrazione salina dell’acqua di mare e dell’acqua di rubinetto?  È presente sostanza organica disciolta in entrambe? Ed il loro pH: è lo stesso o è differente?

Il cloruro di sodio

Prendiamo, per esempio, la Tabella 1. Gli autori scrivono che il pane prodotto con acqua di rubinetto (TWB) è stato ottenuto aggiungendo 15 g di cloruro di sodio (quello che nel linguaggio comune è il sale da cucina) a 300 mL di acqua di rubinetto. Nella stessa tabella, non c’è alcuna indicazione sull’ammontare di cloruro di sodio contenuto nei 300 mL di acqua di mare usata per fare il “pane all’acqua di mare” (SWB). Nonostante ciò, gli autori concludono che il pane SWB contiene meno sodio rispetto a quello TWB e ne suggeriscono l’uso nelle diete iposodiche.

Ma per entrare nel merito, proviamo a fare quelli che vengono indicati come “i conti della serva”.

15 g di cloruro di sodio (NaCl) contengono 5.9 g di sodio (diciamo che nel pane TWB ci sono circa 6 g di sodio). L’acqua di mare contiene in media circa 27 g kg-1 di NaCl. Dal momento che la densità media dell’acqua di mare è di circa 1.02 g mL-1 a 4 °C, ne viene che la quantità di cloruro di sodio in 300 mL di acqua di mare corrisponde a 8.3 g. Nei circa otto grammi di cloruro di sodio sono contenuti circa 3 g (3.2 g, per la precisione) di sodio.

In termini percentuali, il contenuto in cloruro sodio per ogni panello non ancora cotto si calcola come:

che per il pane TWB restituisce un contenuto di NaCl pari a 1.6% (ovvero circa 2%), mentre per il pane SWB dà un valore di 0.86% (ovvero un po’ meno dell’1%).

Se, tuttavia, teniamo conto di tutti i possibili sali presenti nell’acqua di mare (la salinità dell’acqua di mare, che NON è dovuta solo al cloruro di sodio – ricordiamo che nel linguaggio chimico, il termine “sale” si riferisce a composti ottenuti per reazione tra un acido e una base – è di circa 35 g kg-1) e che essi non vengono rimossi durante la preparazione del pane, si ottiene che il pane SWB ha un contenuto salino pari a 1.1%.

In base ai contenuti di acqua riportati dagli autori per entrambi i tipi di pane (32.4% e 32.5% per TWB e SWB, rispettivamente), se ne ricava che il contenuto salino per TWB e SWB, come riportato nella Tabella 2 dello studio che stiamo valutando criticamente, non dipende da come il pane viene preparato e cotto, bensì dalla quantità di sale che gli autori decidono scientemente di aggiungere. In altre parole, considerando che l’acqua di mare contiene meno cloruro di sodio di quanto usato per la produzione del pane con la tecnica tradizionale, ne viene che il pane SWB ha meno sodio di quello TWB. Ma gli autori non avrebbero potuto ottenere lo stesso pane tradizionale iposodico aggiungendo meno sale da cucina nel loro preparato di controllo? Per esempio, se avessero preparato un pane tradizionale usando 11 g di cloruro di sodio, invece che i 15 g descritti, avrebbero ottenuto un pane TWB identico, per quanto riguarda il contenuto sodico, a quello SWB. Perché non l’hanno fatto?

Il contenuto di sodio e gli errori analitici

Centriamo la nostra attenzione sui dettagli della Tabella 2. Qui gli autori scrivono che hanno rilevato 1057 e 642 mg di sodio nel pane TWB ed in quello SWB, rispettivamente. Tuttavia, alla luce dei “conti della serva” fatti prima, il contenuto di sodio in TWB avrebbe dovuto essere molto di più (ricordiamo che ci dovrebbero essere circa 6 g, ovvero 6000 mg, di sodio in TWB). Cosa è accaduto? Si è perso cloruro di sodio durante la cottura? Come mai? E come mai gli autori non ritengono che possa essere accaduto lo stesso per il pane SWB? La cosa più grave, tuttavia, a nostro avviso è che gli autori riportano quattro cifre significative per il contenuto di sodio in TWB e tre per quello contenuto in SWB senza alcun accenno di errore sperimentale (per il significato di cifre significative e propagazione dell’errore sperimentale si rimanda al seguente link). Senza l’indicazione dell’errore commesso durante gli esperimenti, 1057 e 642, sebbene possano apparire diversi in termini matematici, sono, in realtà, lo stesso numero.

In realtà, dobbiamo anche ammettere che se guardiamo la Tabella 3, gli autori riportano che il contenuto di sodio in SWB è pari a 6492 mg kg-1 (quattro cifre significative senza errore. Significa che 6492=6500=6400=6300 etc. etc. SIC!) mentre quello in TWB è di 10570 mg kg-1 (cinque cifre significative senza errore. Significa che 10570=10600=10500=10400 etc. etc. SIC!).

Tralasciando per il momento la scorrettezza con cui gli autori riportano i loro risultati ed assumendo che quei valori siano verosimili, ne viene che dalle analisi svolte, il pane ottenuto mediante l’uso di acqua di rubinetto contiene circa 11 g di sodio. Dal momento che i “calcoli della serva” ci dicono che il contenuto di sodio aggiunto in TWB è di circa 6 g, ne viene che circa 5 g di sodio provengono dagli altri ingredienti usati per la produzione del pane.

Andiamo a vedere qual è il contenuto di sodio in SWB. Gli autori dichiarano di aver rilevato circa 7 g di sodio (6492 mg sono appunto 6.5 g ovvero circa 7 g) a fronte dei 3 g di sodio ottenuti dai “calcoli della serva”. La differenza di 4 g è attribuibile ai materiali usati per la panificazione.

La differenza tra sodio aggiunto e sodio trovato in TWB e SWB evidenzia, semmai ce ne fosse stato bisogno, l’importanza nel riportare correttamente gli errori nella valutazione quantitativa dei parametri necessari a distinguere tra prodotti ottenuti usando materiali di partenza identici tranne per l’acqua usata per la panificazione.

Si potrebbe dire: “va bene. In un caso il materiale di partenza fornisce 5 g di sodio, nell’altro 4 g. La differenza di 1 g rientra nell’ambito di un errore sperimentale”.

In realtà non è così.

Gli autori riportano chiaramente che il sodio trovato in TWB è pari a 10570 mg kg-1, ovvero per ogni chilogrammo di pane ci sono 10.570 g di sodio. Dai calcoli sopra riportati, il contenuto di sodio aggiunto è 5.9 g. La differenza è 4.67 g. Nel caso di SWB la differenza tra sodio trovato (6.492 g) e sodio aggiunto (3.2 g) equivale a 3.292 g. Alla luce di quanto finora illustrato ne viene che a parità di materiale (ricordiamo che la differenza tra i pani prodotti è solo nella tipologia di acqua) in un caso il contributo al contenuto di sodio è più alto che nell’altro. Chissà perché in TWB, il contenuto di sodio dovuto al materiale usato per la panificazione è più alto di 1.378 g rispetto a SWB.

Le domande, a questo punto sorgono spontanee: come mai gli autori non hanno fatto una adeguata analisi degli errori sperimentali? Come mai non hanno preparato un pane completamente privo di sale da usare come controllo? Come mai non hanno preparato un pane del tipo TWB con un contenuto più basso di cloruro di sodio da usare come controllo? Come mai non hanno usato acqua di rubinetto proveniente da acquedotti diversi per produrre pane con caratteristiche differenti da confrontare con quello preparato con acqua di mare?

Ancora sull’analisi degli errori

I lettori attenti potrebbero obiettare alle cose che abbiamo scritto che non è vero che gli autori del lavoro non hanno riportato gli errori sperimentali. Lo hanno fatto. Infatti, nella Tabella 3, per esempio, è scritto che il contenuto di sodio in TWB è pari a 10570.000 ± 2.7320 mg kg-1. Insomma, per essere sicuri delle loro conclusioni e per sembrare più scientifici, gli autori hanno riportato un errore con ben quattro cifre decimali e cinque cifre in totale.

La teoria degli errori ci insegna che quando si riporta il valore numerico di una qualsiasi grandezza fisica, il numero di cifre che si possono usare non è quello che viene ottenuto dalla calcolatrice, bensì bisogna fermarsi alla prima cifra contenente l’errore. Facciamo un esempio prendendo proprio quanto scritto dagli autori dello studio sotto esame. Essi hanno scritto che il contenuto di sodio in TWB è  10570.000 ± 2.7320 mg kg-1. Stanno dicendo, in altre parole, che tutte le cifre indicate in grassetto (10570.000) sono affette da errore. In base alla teoria degli errori che tutti quelli che hanno affrontato studi scientifici conoscono (anche gli autori dello studio sotto indagine dovrebbero conoscere la teoria degli errori. Ma evidentemente non è così), il modo corretto per riportare il contenuto di sodio è: 10570 ± 3 mg kg-1. Queste considerazioni si applicano a tutte le cifre riportate in Tabella 3.

I limiti dell’analisi statistica

Gli autori hanno pensato bene di fare un’indagine statistica (Principal Component Analysis, PCA) che hanno riportato nella Figura 1 del loro studio. In questa indagine hanno rilevato che la PCA1 risponde per il 99% dei dati sperimentali.

Tutti quelli che a vario titolo si occupano di scienza ed usano la PCA per spiegare i loro dati sperimentali sanno che una PCA in cui una sola delle componenti ripsonde per il 99% dei dati non ha alcun significato fisico. Affinché una indagine PCA possa avere un significato attendibile è necessario che i dati sperimentali vengano “spalmati” tra almeno due componenti. Infine non c’è alcuna descrizione di come sia stata fatta l’analisi PCA.

Il conflitto di interessi

Last but not least, gli autori alla fine del loro studio affermano di non avere nessun conflitto di interessi. Ma come è possibile se uno di essi lavora proprio per l’azienda che fornisce l’acqua di mare e che non avrebbe alcun interesse a che vengano fuori risultati men che positivi?

Conclusioni

Ci possiamo fidare del lavoro tanto decantato e pubblicizzato dal mondo giornalistico? Alla luce di quanto detto, no. Il lavoro è stato progettato male perché mancano un bel po’ di campioni controllo, i dati sperimentali non sono attendibili e le analisi statistiche sono prive di significato fisico. Questo è uno studio che non avrebbe mai dovuto comparire in letteratura. Purtroppo non è così. I revisori non si sono accorti dei limiti anzidetti ed il lavoro oggi è pubblicato. Esso appartiene, ora, all’intera comunità scientifica che, come abbiamo fatto noi, può scaricarlo e criticarlo nel merito evidenziando la superficialità con cui questo studio è stato, purtroppo, condotto.

Fonte dell’immagine di copertina: Wikimedia Commons

Il glifosato nei lavori medici

Uso questo spazio per esprimere la mia rabbia contro certi sedicenti scienziati che si permettono di pubblicare certe cose senza aver fatto un minimo di analisi critica dei dati che raccolgono. Quello che fa più male è che uno si fa in quattro per insegnare ai propri studenti il valore dell’analisi critica dei dati e poi appaiono in letteratura risultati che non stanno né in cielo né in terra. Il problema, poi,  è che, essendo questi dati pubblicati, vengono presi senza senso critico e sbattuti in faccia a chi invoca attenzione alla lettura dei lavori scientifici.

Certo che se non entro nei dettagli, si capisce poco. Chiedo scusa ma sono veramente indignato.

Nelle solite discussioni Facebook sto intervenendo in un post in cui per l’ennesima volta si demonizza il glifosato. Un medico ha inserito un link ad una notizia (qui) dalla quale è possibile accedere ad un lavoro scientifico in cui si mette in correlazione causa-effetto il glifosato ed il tumore al fegato (qui). Quando si legge il lavoro pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology, si arriva ad un punto in cui è scritto:

Glyphosate (women, 0.373 μg/L; standard deviation [SD], 0.41 vs men, 0.215 μg/L; SD, 0.17) (F = 5.18; P = .025) and glyphosate residue (women, 0.833 μg/L; SD, 0.67 vs men, 0.594 μg/L; SD, 0.38) (F = 4.09; P = .046) were elevated in women as compared with men“.

Hai voglia adesso a spiegare agli studenti l’importanza delle cifre significative (qui) quando in un lavoro pubblicato è scritto 0.373 ± 0.41 μg/L, oppure 0.215 ± 0.17 μg/L, oppure 0.833 ± 0.67 μg/L, o ancora 0.594 ± 0.38 μg/L. Ma, cosa ancora più grave, come si fa a spiegare agli studenti che non è possibile trarre una qualsiasi conclusione quando l’errore sperimentale è grande quanto il dato stesso (ovvero l’errore è del 100%)?

E quello che ho individuato non è l’unico passo falso. Eccone un altro:

In multivariate models adjusting for age, sex, and body mass index, as compared with patients without NASH, AMPA (F = 5.39; P = .022) and glyphosate residue (F = 7.43; P = .008) were elevated in patients with definite NASH (Table 1). When compared with patients without advanced fibrosis (stages 0 and 1), patients with advanced fibrosis (stages 2, 3, and 4) had elevated AMPA (0.196 μg/L; SD, 0.20 vs 0.365 μg/L; SD, 0.33) (F = 9.44; P = .003), glyphosate residue (0.525 μg/L; SD, 0.38 vs 0.938 μg/L; SD, 0.372) (F = 11.9; P = .001), and glyphosate (0.230 μg/L; SD, 0.19 vs 0.351 μg/L; SD, 0.45) (F = 4.13; P = .046), respectively“.

Anche in queso caso si traggono conclusioni sulla base di risultati sperimentali con errori vicini o molto vicini al 100%.

Ma è mai possibile che i reviewers non si siano accorti di un simile obbrobrio scientifico?

E questo è solo uno dei lavori che i detrattori del glifosato usano come leva per spingere all’abolizione dell’uso di questo erbicida in agricoltura.

Fonte dell’immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Glifosato

Rete informale SETA – Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura

È nata la Rete Informale SETA – Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura che raccoglie professionisti del settore (accademici, liberi professionisti ed operatori agricoli) per lo sviluppo ed il sostegno ad una agricoltura sostenibile mediante l’uso delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie più attuali.

Nelle immagini che seguono potete leggere il Manifesto per l’Agricoltura del XXI secolo da cui riporto uno stralcio:

<Crediamo necessario guardare all’agricoltura in un’ampia prospettiva di spazio e di tempo: essa si deve prioritariamente preoccupare di assicurare ad un’Umanità in crescita cibo sufficiente in termini quantitativi, sicuro in termini qualitativi, appropriato in termini nutrizionali ed equamente distribuito; lo deve fare incrementando la propria capacità produttiva – quanto meno fintanto che non si giungerà alla stabilità demografica – senza provocare il depauperamento irreversibile delle risorse naturali, al contempo adottando logiche di multifunzionalità che mirino alla tutela del paesaggio, del benessere e della cultura delle comunità locali. In tal senso riteniamo che questi obiettivi possano essere raggiunti soltanto attraverso l’impiego integrato di tutte le tecnologie disponibili, sulla base dei principi di sostenibilità economica, sociale e ambientale>

Potete chiedere informazioni scrivendo all’indirizzo: info@setanet.it

A breve sarà disponibile anche il modulo per l’adesione alla Rete Informale SETA.

Xylella, scienza e superstizioni

Riporto da un post di Enrico Bucci:

“Le misure contro la Xylella fastidiosa sono spesso attaccate da un variegato mondo che ama definirsi ambientalista e libertario, il quale ciancia di attacco alla democrazia, di misure imposte senza prove e di pericoli per la salute.

Oltre 150 scienziati del settore, tra cui alcuni Lincei, ricercatori, medici, giuristi, amministratori locali, imprenditori agricoli, naturalisti e chi è o è stato in prima linea – tra loro il generale Silletti – ci dicono una sola cosa: non è così, basta bugie.

Trovate al link qui sotto le loro considerazioni e la possibilità di lasciare il vostro nome per unirvi a loro.”

Contro la disinformazione sull’epidemia di Xylella fastidiosa

Io ho firmato perché ritengo che il mondo scientifico debba risollevarsi contro questo rigurgito di superstizioni che alimenta solo interessi personali.

Fonte dell’immagine di copertina: https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Ostuni_olive_grove_SS379-3339.jpg

Di vaccini, feti e nanoparticelle di wolframio e tungsteno

di Enrico Bucci, Pellegrino Conte e Pierluigi Lopalco

Gli antivaccinisti italiani, a corto di argomenti scientifici ma non certo retorici, stanno creando un nuovo mostro nella loro fucina di memi: la preparazione dei vaccini richiederebbe aborti su commissione, per ottenere feti da utilizzare come materiale di partenza.

Inutile dire che per produrre i vaccini NON si usano feti umani, come spiegato in dettaglio in questo articolo.

Ma gli antivaccinisti, si sa, scelgono i propri argomenti non perché siano aderenti alla realtà, ma per i vantaggi che la propria causa potrebbe ottenere: ed il meme creato è utilissimo perché dal presunto uso di feti umani, assolutamente condannabile sotto l’aspetto etico generale, seguirebbe in particolare e senza dubbio che l’uso dei vaccini sarebbe incompatibile con la morale cattolica. Pertanto – questo è sottinteso – i cattolici osservanti dovrebbero sollevarsi in massa contro una pratica degna di scomunica.

Alla guida di questa nuova riscoperta religiosa dell’empietà delle vaccinazioni, seppure da posizioni apparentemente laiche, troviamo l’illustre dott. Stefano Montanari, che così scriveva per esempio il 31 gennaio:

Da un po’ di tempo, in realtà pochissimo, è venuta alla ribalta una pratica tecnica che esiste da decenni e che, tuttavia, pare essere sempre passata inosservata. Mi riferisco all’uso dei feti umani nel processo di produzione di alcune decine di tipi di vaccino, quasi tutti di larghissimo impiego e non di rado addirittura di somministrazione obbligatoria.
Come ripetuto più volte e come è ovvio, quei feti devono essere sani perché non è saggio usare materie prime che potrebbero rivelarsi deleterie alla buona riuscita del processo di produzione. E, allora, si ricorre alla pratica più elementare: si acquistano i feti da signore o signorine che si prestano ad abortire materiale conforme.

E poco più avanti, tuonando contro il Papa (a suo giudizio empio?)

Il Sommo Pontefice, allora, avrebbe potuto regalare un’indulgenza plenaria: tutti gli aborti sono cancellati dalla fedina penale celeste. Ma ci sarebbe stato il problema dell’oggi in poi. Se il passato risultava inesistente come nella società immaginata da George Orwell, che ne sarebbe stato del futuro? Sì, perché il business legato ai feti abortiti ed accuratamente sezionati (filetto, controfiletto, lombata…) mica poteva essere interrotto. Ecco, allora, il colpo di genio. Sul volo che lo riportava a Roma dal Centro America, il Sommo Pontefice dà a tutti i preti la facoltà di cancellare il peccato mortale di aborto.

Ora, che uno come Stefano Montanari scriva cose del genere potrebbe pure non destare meraviglia, viste le sue posizioni ed i suoi trascorsi.

Ci si chiede però chi sia quel dottor Stefano Montanari che pubblicava nel 2011 un lavoro dal titolo “Heavy metals nanoparticles in fetal kidney and liver tissues” (traduzione: Nanoparticelle di metalli pesanti in tessuti fetali da rene e fegato) [1].

Come possiamo già ricavare dal titolo, il lavoro verte sull’analisi dei tessuti di 16 feti umani, i quali risultano descritti nell’abstract come feti “whose mothers obtained the authorization for abortion between 21-23 weeks of gestation”, cioè derivati da aborti in fase avanzata di gestazione, grazie ad una autorizzazione concessa alle madri.

Intanto, ci si chiede come chi accusa (senza fondamento) i produttori dei vaccini di alimentare un mercato per “fare a fettine” feti umani, sia lo stesso che partecipa ad un lavoro in cui 16 feti (8 “sani” e 8 con un difetto genetico, secondo il lavoro) si fanno davvero “a fettine” per scopi di ricerca.

Andando avanti nella lettura del lavoro, però, le domande aumentano: infatti, nella legenda della tabella 1 si legge che gli 8 feti sani utilizzati sarebbero ottenuti da “spontaneous miscarriages“, cioè aborti spontanei; ma, nell’abstract, non si parlava di procedure autorizzative all’aborto per tutti i 16 feti nello studio? E quale sarebbe allora la “procedura autorizzativa” richiesta per gli 8 aborti di feti sani, visto che nella legenda della tabella 1 sono dichiarati essere “spontanei?

Stando così le cose, sorge spontanea una ulteriore domanda. Siccome si legge nel lavoro che “The study protocol was approved by the local
ethics committee and pregnant women gave informed and signed consent
”, che razza di consenso informato è stato dato, se nemmeno si sa se gli 8 feti sani siano stati abortiti dopo induzione autorizzata o derivino da aborti spontanei? E il locale comitato etico ha approvato uno studio su quali feti?

Ma lasciamo perdere i particolari. Appurato che chi lancia terribili accuse agli altri, di fatto partecipa a studi in cui i feti si fanno davvero a fettine (in bella mostra, sotto forma di microfotografie, nell’articolo citato), uno si potrebbe chiedere il perché di tali studi.

La ragione, come possiamo aspettarci visti gli autori coinvolti, è la verifica degli eventuali effetti patogenetici di eventuali nanoparticelle trovate nei tessuti fetali.

Per capire di quale livello scientifico si parli, affascinati dall’argomento siamo ricorsi ad un altro lavoro del duo Montanari-Gatti, pubblicato nel 2004, dal titolo “Detection of micro- and nano-sized biocompatible particles in the blood” (traduzione: Rilevamento di micro- e nano-particelle biocompatibili nel sangue). In questo lavoro, si afferma che, con una nuova tecnica di microscopia elettronica, si sarebbe riusciti a rivelare una quantità di particelle molto varie per composizione nei tessuti di pazienti affetti da disordini ematologici. Anzi, la varietà chimica di tali particelle è tale che proprio nell’abstract gli autori scrivono (grassetto aggiunto):

The chemistry of these particles was different and varied, and unusual compounds containing non-biocompatible elements like bismuth, lead, wolfram, tungsten were also detected

È qui che uno di noi, professore di chimica, ha avuto uno svenimento, per poi unirsi ad un irrefrenabile e contagioso attacco di risa, che ci ha coinvolti tutti per qualche minuto.

Lasciamo all’arguto lettore il compito di verificare che wolframio e tungsteno sono lo stesso elemento chimico, indicato con il simbolo “W”, su quella tavola periodica – a cui non a caso è stato dedicato il 2019 – allegata a tutti i testi scolastici, ma evidentemente negletta dagli autori del lavoro, i quali, a quanto pare, considerano la varietà di nanoparticelle rivelata nei tessuti analizzati aumentabile anche alla luce dei sinonimi del vocabolario che descrivono un dato elemento chimico.

Mentre il lettore verifica, noi ci chiediamo: possibile che questo sia il livello di chi va in giro a parlare di nanoparticelle metalliche nei vaccini?

E come si combineranno le accuse di “fare i feti a fettine”, rivolte agli altri, con la partecipazione ad un lavoro di ricerca in cui si è fatto proprio quello (anche se non è ben chiaro su quali feti)?

E soprattutto, di cosa si parlerà nel prossimo evento del 13 marzo intitolato “Scienza e coscienza – l’utilizzo dei feti abortiti per la produzione farmaceutica”, in cui Montanari discetterà con Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Raymond Leo Burke?

Forse delle “fettine di feto” presenti nel suo lavoro, di cui riproduciamo in basso la figura numero 1? [2]

Note

[1] Caso strano, poi, l’autore primo nome di questo lavoro risulta essere quella dottoressa Antonietta Gatti, ricercatrice – fino al 2011 – dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e mai al lavoro in un inesistente “laboratorio dei biomateriali” di tale università (come dichiarato qui dal Rettore). La dottoressa, moglie del già citato dottor Montanari, incidentalmente non è da meno del marito quando si tratta di illustrare l’empietà, l’immoralità e la pericolosità dell’uso dei feti umani o dei vaccini.

[2] I dubbi e le riserve che abbiamo sollevato sui due lavori scientifici citati in questo articolo sono stati con poche differenze, ma molto prima di noi, riscontrati anche dal sito antifrode PubPeer, insieme a molte altre osservazioni critiche che riguardano anche altri lavori di Gatti e Montanari, che tralasciamo per il loro livello più tecnico, ma non per mancanza di validità.

Qui il link allo stesso articolo sul blog di Enrico Bucci (www.cattiviscienziati.com)

Nell’immagine di copertina della Organizzazione Mondiale della Sanità (Fonte Wikimedia Commons) la preparazione del vaccino contro il morbillo



Dieta e salute: cosa fanno gli italiani?

 

Cosa fanno gli italiani quando si tratta di alimentazione? Siamo proprio sicuri che siano coerenti con se stessi? Un articolo di Francesco Mercadante su Econopoly de Il Sole 24 Ore ci spiega che la coerenza non è esattamente ciò che contraddistingue i nostri connazionali. A dirlo non sono delle elucubrazioni personali, ma i numeri contenuti nei rapporti COOP 2018 e CENSIS-Coldiretti. In questa sede, Francesco ha deciso di chiedermi cosa sia l’agricoltura biologica e quali possono essere i limiti ed i vantaggi di questo tipo di pratica che oggi sembra andare per la maggiore.

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[Inchiesta completa…] In considerazione della dinamica conflittuale più volte emersa nella nostra inchiesta, ci è parso necessario e naturale interpellare un esperto, uno scienziato che si è occupato a lungo della querelle tra “biologico e non”, il professore Pellegrino Conte, ordinario di chimica agraria all’Università degli Studi di Palermo, nonché membro della Commissione Abilitazione Scientifica Nazionale per il settore chimica agraria, pedologia e genetica agraria e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Buona Sanità. Al professore, anzitutto, abbiamo chiesto: che cos’è l’agricoltura biologica?

La risposta di Conte, senza dubbio, mette in crisi la comune interpretazione. Eccola, di seguito, in un ampio e ricco virgolettato!

“Si può dire che non esiste agricoltura che non sia biologica. Tuttavia, come spesso accade, i termini scientifici vengono privati del loro significato ed utilizzati fuori contesto con un significato differente da quello originale. Oggi, secondo l’accezione comune, per “agricoltura biologica” s’intende un tipo di agricoltura “naturale”, sebbene, quando interrogati nel merito, pochi sappiano cosa significhi questo aggettivo. Il termine “naturale” ha assunto il significato di “sano”, “bello”, “giusto”. In altre parole, l’agricoltura biologica, coi suoi prodotti naturali, è qualcosa che fa bene perché ci consente di consumare prodotti salutari e di preservare l’ambiente in cui viviamo. È davvero così? [Continua…]

Italiani sempre a dieta, salutisti a parole. Ma non sanno cos’è il biologico

 

Per saperne di più

Rapporto COOP 2018

Rapporto Censis-Coldiretti

Fonte dell’immagine di copertina (qui)

Omeopatia su Quotidiano Sanità: tra chicche e fantasia

Quotidiano sanità mi sembra una buona testata giornalistica. Non sfoglio molto spesso le pagine on line di questo giornale, ma quando lo faccio sono soddisfatto delle risposte che trovo. Nell’ultima settimana questo quotidiano ha ospitato tra le Lettere al Direttore una serie di articoli sull’omeopatia, pratica pseudo scientifica su cui sono già intervenuto parecchie volte nel mio blog (qui la raccolta di tutti gli articoli) oltre che in radio (qui l’intervista che a suo tempo mi ha fatto Lele Pescia di Neanderthal Pride) e in un capitolo del mio libro “Frammenti di Chimica” (qui e qui).

I presupposti

Il tutto nasce da una lettera del Dr. Santi del 28 Gennaio 2019 (qui) in cui l’autore spiega che la pratica omeopatica ha solo una valenza storica dal momento che dal 1810 – anno in cui fu reso pubblico l’Organon di Hahnnemann, “bibbia” dei principi omeopatici – la scienza ha fatto passi da gigante. Oggi si conoscono i meccanismi biochimici di moltissime patologie e si sa che certi metaboliti e certe molecole (o principi attivi) se usate nel modo opportuno sono in grado di esplicare una precisa funzione biochimica nei processi metabolici che sono alla base delle patologie anzidette. Il Dr. Santi evidenzia l’importanza che nello sviluppo della medicina ha avuto l’input di Hahnnemann che ha consentito di comprendere i meccanismi che sono alla base dell’effetto placebo. Quando un individuo prende un rimedio omeopatico, la convinzione di star assumendo qualcosa che lo aiuta nel contrastare la patologia da cui è affetto, innesca la produzione di quei metaboliti che sono realmente efficaci nella cura di cui ha bisogno. La letteratura in merito è molto vasta e non mi stancherò mai di citare il bellissimo libro del Prof. Giorgio Dobrilla dal titolo “Cinquemila anni di effetto placebo” leggendo il quale ho imparato tantissime cose. Le conclusioni, ovvie, del Dr. Santi sono, quindi, che non ha senso che costosissimi rimedi omeopatici, la cui efficacia non è superiore al placebo, siano a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In questa sede non posso fare altro che ricopiare le parole del Dr. Sarti col quale concordo in pieno:

Dobbiamo ricostruire una cultura della salute che passi attraverso la ricerca di uno stile di vita corretto, alimentazione compresa, e non nella ricerca di farmaci, anche se “dolci”, poco invasivi, tanto privi di effetti collaterali quanto privi di efficacia terapeutica!

E quali sono state le reazioni a queste parole condivisibili e del tutto ragionevoli del Dr. Santi?

Beh…la Dottoressa Silvia Nencioni – Presidente e AD di Boiron Italia – ha scritto una lettera utilizzando i luoghi comuni più noti sull’omeopatia. Potete leggere la lettera qui e le mie considerazioni su di essa qui con un post sul mio blog che pare abbia avuto molto successo – solo su facebook, per esempio, ha raggiunto 37 000 persone nel momento in cui scrivo questa nota. Non voglio, quindi ripetermi.

Un dibattito inutile

Ciò che voglio evidenziare, invece, è che delle considerazioni analoghe alle mie sono state fatte con una lettera al direttore del Quotidiano Sanità da parte del Dr. Salvo Di Grazia (Medbunker per i cibernauti). La lettera del Dr. Di Grazia è a questo link. Anche il Dr. Di Grazia ha, sostanzialmente evidenziato l’efficacia pari al placebo dei rimedi omeopatici (senza nulla togliere all’importanza dell’effetto placebo che è importantissimo in medicina) e ha ribadito l’inopportunità di mettere a carico del nostro SSN delle spese che sono praticamente del tutto inutili. Nessuno vuole vietare la libertà alle persone di scegliere pratiche inutili sotto l’aspetto biochimico e fisiologico per risolvere i propri problemi di salute. Ciò che è incomprensibile è che tutti dobbiamo pagare per le scelte sconsiderate di chi prima cerca di rimediare ai propri problemi mediante la magia e poi, quando la patologia si aggrava, chiede aiuto agli ospedali e alla medicina vera che finanziamo tutti quanti con le nostre tasse. Sì. Certo. Anche chi sceglie l’omeopatia paga le tasse ed ha diritto all’assistenza pubblica. Quanto meno, però, si paghi da solo i costi esosi di rimedi che hanno efficacia pari al placebo senza chiedere nulla al servizio sanitario nazionale (ad oggi i rimedi omeopatici sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi. Questo significa che posso spendere una certa cifra in rimedi inutili e detrarne una certa percentuale dalla mia dichiarazione dei redditi. Se volete averne idea basta cliccare qui).

Scienza omeopatia e fantasia

Naturalmente alla lettera del Dr Di Grazia sono seguite altre due lettere in difesa dell’omeopatia. Entrambe pubblicate il giorno 4 Febbraio (qui e qui). In linea generale, come prima cosa, non posso far altro che notare che, invece di entrare nel merito delle questioni poste da Salvo Di Grazia, entrambi gli autori usano la fallacia ad hominem, ovvero attaccano la persona per distogliere l’attenzione dai fatti: l’omeopatia non serve a nulla se non come placebo. Uno dei due (professore di chimica in pensione presso l’Università di Firenze) scrive per esempio: “Da una rapida indagine ho scoperto che il Dr. Di Grazia è un medico che “cerca la verità” (c’è scritto così) e che è autore di numerose pubblicazioni scientifiche. La tecnologia a disposizione di tutti mi ha permesso di appurare che apparentemente non è autore di nessuna pubblicazione scientifica, ma che in realtà è un opinionista che ama scrivere, fra l’altro con stile apprezzabile, contro le bufale della medicina non ortodossa”.  Aggiunge anche “questo punto mi porta a sottolineare un aspetto importante: l’opinionista si esprime, si sente, si piace e vede il mondo in discesa, visto che si è posto su un piedistallo. Per contro, chi ha passato cinquanta anni della propria vita, come ho fatto io, dentro un laboratorio sa benissimo che il mondo è in salita e il provare a interpretarlo utilizzando il sentimento della propria teocrazia intellettuale non produce vantaggio. Tuttavia anche fare l’opinionista è un mestiere lodevole, che va apprezzato. Solo che bisogna saperlo fare, perché è un mestieraccio: bisogna studiare, leggere, informarsi perché i gatti neri ti aspettano sempre fuori della porta”. In altre parole, il Dr. Di Grazia viene relegato al grado di opinionista perché l’autore della lettera, professore di chimica in pensione, ha condotto studi dettagliati su cui ritornerò fra poco.

Il secondo autore (che si firma Presidente Omeoimprese e che, quindi, ha un conflitto di interessi acclarato) scrive: “non posso esimermi dal rispondere al dottor Di Grazia che attacca in modo offensivo e come sempre pregiudizievole il comparto omeopatico”. Quindi, un medico qualificato che pratica la sua professione in Scienza e coscienza ha pregiudizi, mentre il Presidente di Omeoimprese non ha pregiudizi ed è a favore della scienza. Tanto a favore della scienza che dichiara: “Ci sono personalità del mondo scientifico, addirittura premi Nobel, che hanno un atteggiamento possibilista e sicuramente più aperto nei confronti della medicina omeopatica” – e questa si chiama fallacia dell’appello all’autorità (qui) che è il leitmotiv preferito dai sostenitori dell’omeopatia (vi ricordate che è stato già usato dal Presidente e AD della Boiron? Ne ho scritto qui) – aggiungendo anche “un approccio che reputo corretto in quanto la scienza non è scolpita su tavole di pietra ma è una conoscenza in continua evoluzione. Un mutamento e un progresso che ha investito anche il mondo dell’omeopatia”. Infatti la Scienza, quella con la maiuscola, è andata avanti. È l’omeopatia ad essere rimasta sempre uguale a se stessa fin dal 1810, anno in cui fu pubblicato l’Organon di Hahnnemann. Quali sono le innovazioni di cui parla il Presidente di Omeoimprese? Non si tratta certo della rivisitazione dei concetti de “il simile cura il simile” o della succussione (concetti che hanno più o meno 210 anni) o della memoria dell’acqua (questa un po’ più fresca come idea dal momento che fu introdotta da Benveniste nel 1988 ma sbugiardata quasi da subito). No. Le innovazioni riguardano il controllo qualità da parte dell’AIFA. Infatti egli scrive: “le aziende del settore da decenni sono controllate, ispezionate, sia dall’Agenzia del farmaco che dal Ministro della Salute, in quanto produttrici di farmaci”. E posso dire? Ma ci mancherebbe altro! Anche il bar sotto casa è soggetto a regole di controllo qualità ed igiene per i prodotti che immette in commercio. Cosa pretenderebbe il Presidente di Omeoimprese? Che i rimedi omeopatici non vengano sottoposti ai più elementari controlli per appurarne l’innocuità sotto il profilo igienico-sanitario? E chi li dovrebbe fare questi controlli se non l’AIFA? Visto e considerato che questi rimedi sono equiparati a farmaci (qui), è proprio l’AIFA, braccio tecnico del Ministero della Salute, ad essere titolata per i controlli. Quindi quale sarebbe l’innovazione? I controlli dell’AIFA? È proprio grazie ai controlli necessari per garantire la salute pubblica che “le aziende hanno introdotto standard produttivi altamente innovativi”. E cosa dire delle “importanti collaborazioni con i maggiori centri di ricerca universitari italiani e mondiali”? Semplicemente che il mondo accademico è una microsocietà molto diversificata. Si può incontrare chiunque: c’è chi cerca di fare il proprio lavoro in modo serio seguendo tutti i criteri imposti dal metodo scientifico, c’è chi cerca scappatoie per ottenere vantaggi per la sua carriera o per ricevere fondi sempre più consistenti (qui, qui e qui) e c’è anche chi crede nelle cose che fa. Ci crede talmente tanto che non riesce a valutare oggettivamente ciò che fa e cade preda dei propri pregiudizi di conferma (qui). In definitiva, vantarsi delle collaborazioni con enti di ricerca più o meno importanti è il solito specchietto per le allodole che serve solo per nascondere i fatti sotto al tappeto e difendere le proprie posizioni acclarate.

Chimica e omeopatia

So che questo articolo è lungo ed è noioso da leggere. Ma consentitemi di dedicare un paragrafo alla lettera del mio collega chimico in quiescenza dell’Università di Firenze (qui). Ho già scritto poco fa della sua fallacia ad hominem. Lasciamola stare ed andiamo avanti.

La sua lettera ha un interessante incipit: “Premetto che la lettera non mi è stata segnalata dalla Dssa. Nencioni, dal momento che, conoscendola, non aveva e non ha nessun bisogno di farlo. Viceversa non ho la fortuna di conoscere il Dr. Di Grazia, anche se poi mi sono ricordato che è stato autore di un articolo simile sul periodico Previdenza, con il quale la FNOM-Ceo cura la salute delle anime dei propri iscritti pubblicando, senza contraddittorio visto che la vera scienza non è democratica, non già consigli per mantenere in salute un popolo di medici vecchierelli, ma compulsioni che ai più sembrano lesive della deontologia professionale di una parte dei propri iscritti, i medici omeopati appunto”.

Mi verrebbe da dire ciò che è spiegato benissimo in questo video, nell’accezione del primo dei due termini di cui si descrive il significato: https://www.facebook.com/IlSocioAci/videos/293772537913204/

Il fatto che il collega professore (in realtà, ex collega perché io sono ancora in servizio) non conosca personalmente il Dr Di Grazia nulla toglie e nulla aggiunge alla serietà di quest’ultimo ed al fatto che si tratti di un medico che si esprime con cognizione di causa, sempre e solo nel merito delle questioni che egli decide di affrontare. Ed il fatto che il collega professore conosca la Dr.ssa Nencioni, nulla toglie e nulla aggiunge al fatto che ella sia presidente ed amministratore delegato della Boiron, nota ditta francese di prodotti omeopatici, e, di conseguenza, necessariamente coinvolta in un conflitto di interessi. Non ho nulla da dire in merito. La dottoressa, giustamente, difende gli interessi della sua categoria. Avrei preferito che lo avesse fatto senza utilizzare i soliti luoghi comuni di cui ho già parlato, ma va bene lo stesso.

Ed allora? A cosa serve questo incipit se non a distogliere l’attenzione del lettore dal reale problema dell’omeopatia, ovvero la sua inconsistenza scientifica, e puntarla verso l’autore delle critiche introducendo la fallacia ad hominem di cui ho parlato?

Questa introduzione sembra seguire le linee generaliste, e talvolta non esattamente corrette, che il professore utilizza nei lavori sull’omeopatia di cui è autore (la sua produzione scientifica è presente nei nostri data base – Scopus in primis – dalla quale si evince che egli ha pubblicato 131 lavori che, per “chi ha passato cinquanta anni della propria vita, come ho fatto io, dentro un laboratorio”, sono circa 3 lavori all’anno). In uno di questi lavori (scaricabile liberamente da questo link), il professore scrive: “The properties of macroscopic matter are related to the properties of its microscopic units. This is in agreement with the statement that the whole is nothing but the sum of its parts. The problem is what ‘the sum of parts’ means. Basic research in pharmacology is carried out according to the belief that the interactions of a molecule with organism units follow simple rules, though often the application of these rules is complicated. But this in principle is relatively unimportant since it is always possible that in the future tools may be developed which could solve these complications. Bearing this in mind, pharmacology describes its ownperspective in terms of ontological or sometimes epistemological reductionism”.

E qui, adesso, parliamo di scienza

Quello che è scritto, sebbene in modo tecnico e con belle parole, è un altro leitmotiv dei sostenitori dell’omeopatia. Si tratta del famoso approccio olistico secondo il quale una persona non è una banale somma di “oggetti” chimici, ma qualcosa di più. Ne ho parlato più volte: la prima sull’enciclopedia volante www.laputa.it (qui), per poi rilanciarlo sul mio blog appena “costruito” (qui). Ma ho fatto anche un elogio del riduzionismo (qui) in cui ho evidenziato che, in realtà, i detrattori del riduzionismo (ovvero, i sostenitori dell’omeopatia) sono attaccati ad una visione ottocentesca della scienza (e non potrebbe essere altrimenti dal momento che le loro idee immutabili risalgono al 1810 che, come ho già scritto, è l’anno in cui Hahnnemann ha “partorito” la sua opera) che ha le sue basi nell’incredibile sviluppo che la termodinamica ha avuto a cavallo tra 1700 e 1800. In quegli anni, per esempio, Carnot enunciò il principio secondo il quale il rendimento di una macchina termica che lavora tra due sorgenti di calore non può mai superare quello della cosiddetta macchina di Carnot. Tradotto in parole povere, l’energia termica che serve per muovere una qualsiasi macchina non viene trasformata tutta in energia meccanica, ma, a causa di forze dissipative, parte di essa viene dispersa e non può essere utilizzata. Si tratta, in pratica, della negazione del famoso moto perpetuo la cui ricerca termina proprio con l’enunciazione del teorema di Carnot.

Proprio l’enorme sviluppo scientifico dei secoli anzidetti, portò alla convinzione che l’essere vivente non fosse altro che una vera e propria macchina il cui funzionamento poteva essere compreso solo se venivano isolate le sue singole componenti e ne veniva indagato il funzionamento pezzo per pezzo. L’idea era che una volta compreso il funzionamento delle singole parti, esse potevano essere riassemblate per riottenere di nuovo l’essere vivente.

Questa idea è caduta in disuso da tantissimi anni e non si capisce perché scienziati, apprezzabilissimi per il lavoro che svolgono, cadano preda del suo fascino. Magari può essere questione di età: tutti, prima o poi, arriviamo alla fine di un ciclo intellettuale. Quando accade, gli accademici cominciano a dare letteralmente i numeri: è accaduto a Linus Pauling con la sua fissazione sugli effetti biologici della vitamina C, a Luc Montagnier con la sua fissazione per la memoria dell’acqua, a Kary Mullis con la sua negazione della correlazione HIV-AIDS, a Emilio Del Giudice con la sua fissazione per le quantum electrodynamics applicata all’acqua. Potrei continuare, ma sono sicuro che prima o poi capiterà anche a me.

Perché sto scrivendo queste cose? Semplicemente perché non è vero che “Basic research in pharmacology is carried out according to the belief that the interactions of a molecule with organism units follow simple rules” e che “Bearing this in mind, pharmacology describes its own perspective in terms of ontological or sometimes epistemological reductionism”. A leggere questa cosa sembrerebbe che J.J. Monod non sia mai esistito e che il suo lavoro non sia mai stato oggetto di premio Nobel nel 1965. Oltre che essere l’autore de “Il caso e la necessità”, opera che tutti quelli che si occupano di scienza dovrebbero o avrebbero dovuto leggere, Monod è lo scienziato che ha introdotto il concetto di allosterismo, ovvero dell’interazione reversibile di un enzima con una piccola molecola, o con un’altra macromolecola che si lega a un sito diverso dal sito attivo della proteina, tale da indurre nell’enzima un cambiamento conformazionale che comporta profonde variazioni della sua attività. In altre parole, un sistema complesso, per effetto delle interazioni con un altro sistema, assume delle proprietà che da solo non è in grado di mostrare. Insomma, il fatto che le proprietà di un insieme non siano una semplice combinazione lineare delle proprietà delle singole componenti, bensì il risultato di combinazioni non lineari, è noto da tempo ed è un concetto che tutti quelli che si occupano di scienza a vario titolo hanno ben presente.

Questo articolo non vuole essere una critica al lavoro encomiabile del collega in quiescenza dell’università di Firenze, ma voglio solo far notare che chi si erge a paladino di una pseudo scienza come l’omeopatia, adatta le sue conoscenze alle proprie convinzioni perdendo di vista l’oggettività. Come ho già scritto, capita a tutti ed il club è molto ben frequentato.

Ancora l’appello all’autorità

Il collega, appellandosi al solito principio di autorità, cita una neurologa “in predicato per essere candidata al Nobel per la scoperta del sistema glimfatico” (in merito al sistema glimfatico ho trovato un bell’articolo pubblicato su Le Scienze che rimanda anche al lavoro originale su Science). Ora, che la scienziata sia in predicato di essere candidata al Nobel è una vera e propria chicca, dal momento che le candidature sono segrete e vengono tenute tali per cinquant’anni. Come ne sia venuto a conoscenza, non è dato saperlo. Arguisco che il collega abbia fonti sicure in merito. In ogni caso, a parte questa notizia che può essere sfuggita nella foga del momento, il lavoro in cui la scienziata “in predicato di” dimostra che l’agopuntura innesca la produzione di adenosina, una molecola responsabile dell’attenuazione del dolore, è stato pubblicato nel 2010 su Nature Neuroscience (qui). Tuttavia, questo lavoro non dimostra affatto l’efficacia dell’agopuntura. E non sono io a dirlo, visto che non sono un clinico. Il lavoro lo ha studiato nei dettagli il team di Science-Based Medicine che fa capo a David Gorsky. Per chi non lo sapesse, Gorsky è medico  cacciatore di bufale, una professione quanto mai necessaria nel mondo iper-connesso di oggi in cui ogni sciocchezza riesce a raggiungere una popolazione molto ampia non sempre pronta a recepire ciò che viene prodotto nei laboratori di tutto il mondo.  Se avete voglia, potete leggere l’articolo completo con tutte le inconsistenze a questo link.

Conclusioni

Ora basta. Ho scritto questo articolo su word e la sua lunghezza è quella di uno dei miei lavori di ricerca. Penso di avervi annoiato anche troppo. Spero molto che abbiate avuto la pazienza di giungere fino a questo punto nella lettura. Il mio obiettivo era quello di far vedere che, purtroppo, come ho scritto prima, il mondo scientifico è popolato da tanta gente. Moltissimi sono quelli che lavorano seguendo il codice etico scientifico secondo il quale il dato sperimentale è sovrano (questa l’ho imparata dal mio professore di tesi, il Professore Ciro Santacroce. Sto invecchiando e come i vecchi comincio a ricordare i tempi in cui ero più spensierato e vedevo il mondo scientifico con gli occhi del giovane che vuole scoprire il mondo nascosto e irraggiungibile ai sensi umani). Molti sono quelli che sono soggetti a conflitto di interessi e farebbero meglio a starsene buoni e zitti. Tanti sono quelli che si lasciano affascinare dalle proprie idee e perdono il contatto con l’oggettività sperimentale inseguendo i propri pregiudizi di conferma. Anche i chimici, come ho dimostrato, non sono infallibili. Purtroppo, la popolarità è una droga ed è semplice scrivere “Lettere al Direttore” invocando l’argumentum ad populum, l’argumentum ad hominem, l’argumentum ab auctoritate per screditare il proprio avversario senza entrare nel merito delle questioni, soprattutto quando questi mette in dubbio la validità del lavoro che si è portato avanti nell’ultima parte della propria carriera accademica.

Cronologia delle Lettere al Direttore del Quotidiano Sanità

28/01/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70346

02/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70577

03/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70597

04/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70614

04/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70622

Fonte dell’immagine di copertina: Wellcome Images

Cosa sbagliano i divulgatori scientifici di professione

Non lo faccio spesso, ma qualche volta ci sono articoli da altri blog che mi colpiscono molto favorevolmente. Questa volta condivido tutti i contenuti che Andrea Grignolio riporta in un suo articolo su Wired in merito al significato di “divulgazione scientifica” ed a cosa c’è di sbagliato nelle azioni dei divulgatori scientifici di professione.

Devo dire che tra i cosiddetti divulgatori professionisti è nato un nuovo sport (non so se diventerà una disciplina olimpica) che può essere indicato come “tiro al Burioni”.

Come nota il Prof. Grignolio nel suo articolo, oggi, più che concentrarsi sull’efficacia della comunicazione, che dipende in primis dal contenitore in cui il messaggio è veicolato, dal target a cui il messaggio è diretto (ovvero a chi si intende comunicare) e dal contesto storico culturale del momento, i cosiddetti comunicatori professionisti si concentrano “sullo stile [comunicativo di Burioni] in modo strumentale per attaccare l’autore del messaggio, confondendo cioè il messaggio con il messaggero”. Ciò che, quindi, appare è un indebolimento del messaggio che gli stessi comunicatori intenderebbero veicolare.

Ma non vi tedio più di tanto. Vi invito, invece, a leggere l’articolo completo al link qui sotto. Buona lettura.

Quello che i critici di Burioni non hanno capito della divulgazione scientifica

Fonte dell’immagine di copertina (qui)