“Lo dice la scienza”: un caso studio sul confine fra metodo scientifico e decisioni normative

Introduzione

Qualche giorno fa ho pubblicato un breve articolo [link] in cui riflettevo sull’uso sempre più frequente della locuzione “lo dice la scienza” nella divulgazione scientifica. Ho notato come molte riviste accreditate e numerosi divulgatori ricorrano a questa espressione per rafforzare le conclusioni dei propri ragionamenti.

In quell’articolo evidenziavo come tale locuzione sia problematica sia sul piano dei contenuti sia su quello della comunicazione: la scienza non è un soggetto che parla, non produce verità assolute e non funziona per atti di fede.

A seguito della pubblicazione, si è sviluppata una discussione pubblica con un lettore (Figura 1) che rappresenta un caso interessante di fraintendimento del confine fra metodo scientifico e decisioni normative. È questo scambio, più che le persone coinvolte, a costituire l’oggetto dell’analisi che segue.

Figura 1. Estratto di uno scambio pubblico avvenuto nei commenti a un articolo precedente. Il dialogo è riportato come caso studio per illustrare alcuni fraintendimenti ricorrenti nel dibattito pubblico sul rapporto fra metodo scientifico e decisioni normative. Lo scopo non è valutare le persone coinvolte, ma analizzare gli argomenti e i passaggi concettuali.

Il metodo scientifico non “impone” nulla

Uno degli equivoci più ricorrenti nel dibattito pubblico consiste nel trattare la scienza come un’autorità normativa, capace di imporre comportamenti, obblighi o divieti. Ma il metodo scientifico non ha questo ruolo.

La scienza:

  • formula ipotesi,
  • raccoglie dati,
  • costruisce modelli,
  • li testa e li migliora.

Non decide cosa si deve fare.

Le decisioni — sanitarie, politiche, sociali — sono sempre atti normativi, presi da istituzioni e governi sulla base delle evidenze disponibili, ma anche di valutazioni etiche, economiche e sociali.

Confondere questi due piani significa attribuire alla scienza un potere che non ha, e allo stesso tempo criticarla per responsabilità che non le competono.

Il dubbio scientifico non è sospensione permanente del giudizio

Un secondo elemento che emerge chiaramente dal caso studio è l’uso improprio del concetto di dubbio. Nel linguaggio scientifico, il dubbio non è sinonimo di paralisi o relativismo.

Il dubbio scientifico serve a:

  • migliorare i modelli,
  • individuare limiti,
  • integrare nuovi dati.

Non serve a rinviare indefinitamente ogni decisione in attesa di una verità finale e immutabile. In contesti reali, non decidere è comunque una scelta, con conseguenze misurabili.

Il fatto che la scienza evolva nel tempo non implica che “tutto sia ugualmente vero” in ogni momento. Implica, piuttosto, che le decisioni vengono prese con le migliori conoscenze disponibili in quel momento, sapendo che potranno essere aggiornate.

Quando il metodo scientifico viene trattato come ideologia

Nel botta e risposta riportato in Figura 1 compare anche un altro fraintendimento tipico: l’idea che difendere il metodo scientifico significhi trasformarlo in una sorta di religione laica, intollerante al dissenso.

In realtà accade spesso l’opposto:

chi riduce la scienza a un dogma finisce per trattarla come un’ideologia, mentre chi la riduce a una semplice opinione finisce per svuotarla di significato.

Il metodo scientifico non è né una fede né un’opinione. È uno strumento critico, fallibile e autocorrettivo. Ed è proprio questa sua natura a renderlo affidabile.

Perché questo caso è esemplare

Lo scambio riportato non è un’eccezione. È rappresentativo di un modo molto diffuso di discutere di scienza nello spazio pubblico, in cui:

  • il metodo scientifico viene confuso con le sue applicazioni normative;
  • il dubbio viene usato come scudo retorico, non come strumento di analisi;
  • l’evoluzione delle conoscenze viene interpretata come prova di arbitrarietà.

Analizzare casi concreti come questo è utile non per “avere ragione”, ma per chiarire dove avviene lo slittamento concettuale.

Conclusione

Dire “lo dice la scienza” è una scorciatoia comunicativa che finisce per alimentare proprio i fraintendimenti che vorrebbe evitare. La scienza non parla, non impone e non promette certezze assolute. Fornisce strumenti per comprendere la realtà e basi razionali su cui costruire decisioni collettive.

Confondere questi piani non rafforza la scienza: la indebolisce.

Ed è solo mantenendo chiaro il confine fra metodo scientifico e decisioni normative che il dibattito pubblico può tornare ad essere, davvero, razionale.

“Lo dice la scienza”: come sbagliare nella divulgazione scientifica.

Sempre più spesso mi capita di leggere articoli di divulgazione scientifica che iniziano con una frase che mi fa rabbrividire: “Lo dice la scienza”.

È una frase apparentemente rassicurante, che suona razionale, moderna, definitiva.

Eppure, è una frase profondamente sbagliata – non per cavilli linguistici, ma perché travisando la natura della scienza finisce per indebolirla.

Vediamo perché.

La scienza non è un soggetto che parla

La scienza non è una persona, né un’istituzione che emette verdetti.

Non “dice” nulla nel senso in cui parlano un giudice, un prete o un politico.

La scienza è un metodo:

  • per formulare ipotesi,
  • raccogliere dati,
  • costruire modelli,
  • testarli,
  • correggerli o abbandonarli.

Quando diciamo “lo dice la scienza”, stiamo facendo una personificazione indebita, come se esistesse una voce unica e autorevole che pronuncia sentenze.

In realtà parlano gli scienziati, i dati, gli esperimenti, le analisi statistiche — e lo fanno con gradi diversi di incertezza.

La scienza non produce verità assolute

Uno degli errori più gravi contenuti in quella formula è l’idea implicita che la scienza fornisca verità definitive.

Ma la scienza funziona esattamente al contrario:

  • ogni risultato è provvisorio,
  • valido entro un certo contesto,
  • sempre aperto a revisione.

Quando dici “lo dice la scienza”, stai in realtà dicendo: “Questa affermazione non è discutibile”. Ed è una frase anti-scientifica.

Tradizione filosofica e scienza

Per secoli la tradizione filosofica ha difeso la visione geocentrica dell’universo, ovvero che la Terra fosse al centro dell’universo.

Poi arrivò Galileo Galilei, con osservazioni empiriche che non tornavano.

Non vinse perché “aveva fede”, ma perché:

  • mostrò dati,
  • li rese pubblici,
  • accettò il confronto (anche quando era rischioso).

Più tardi, Isaac Newton formulò leggi che sembravano descrivere l’universo in modo definitivo. E per due secoli la scienza diceva che fossero esatte.

Finché non arrivò Einstein.

Nel mondo scientifico si cambia spesso idea, ma non per capriccio, semplicemente perché funziona così: nuovi dati e nuove esperienze permettono di migliorare i modelli presenti per spiegare nuove osservazioni e superare i limiti di quelli precedenti.

“Lo dice la scienza” è un argomento ad autoritatem mascherato

Usare questa formula nel dibattito pubblico equivale spesso a dire:

  • “Non discutere”
  • “Non fare domande”
  • “Fidati e basta”

È lo stesso meccanismo retorico di:

  • “Lo dice la Chiesa”
  • “Lo dice la Legge”
  • “Lo dice l’esperto”

Ma la scienza non chiede fiducia cieca.

Chiede:

  • controllo,
  • replicabilità,
  • spirito critico.

Quando diventa un’autorità indiscutibile, smette di essere scienza e diventa scientismo.

Cancella il dissenso scientifico

In quasi tutti i campi reali della ricerca:

  • esistono risultati non perfettamente concordi,
  • modelli alternativi,
  • interpretazioni diverse degli stessi dati.

Dire “lo dice la scienza” al singolare:

  • fa sparire il dibattito,
  • delegittima il dissenso onesto,
  • confonde il pubblico.

Il dissenso non è un difetto della scienza: è il suo motore. Ma l’errore non è solo concettuale. È anche comunicativo.

È comunicativamente controproducente

Paradossalmente, questa formula:

  • rafforza chi già diffida della scienza,
  • fa sembrare il metodo scientifico una nuova religione,
  • allontana chi vorrebbe capire, non credere.

Chi sente “lo dice la scienza” spesso pensa: “non posso fare domande, allora non è scienza.” Ed è una reazione comprensibile.

Come dirlo meglio

Esistono alternative molto più corrette e anche più oneste:

  • “I dati disponibili indicano che…”
  • “Secondo le evidenze sperimentali attuali…”
  • “Nel quadro teorico oggi più robusto…”
  • “La maggior parte degli studi converge su…”
  • “Con le conoscenze attuali, questo è il modello migliore”

Sono frasi meno perentorie, ma più forti, perché non fingono certezze che la scienza non promette.

Conclusione

Dire “lo dice la scienza” è sbagliato perché trasforma un metodo critico, fallibile e dinamico in un’autorità dogmatica.

La scienza non ha bisogno di essere difesa come un dogma.

Ha bisogno di essere capita. Ed è solo quando la raccontiamo per ciò che è – uno strumento imperfetto ma potentissimo – che può davvero aiutare la società a prendere decisioni migliori.

 

Glühwein ad Amburgo: la chimica del vin brulé

Ed eccoci ad Amburgo. Fa freddo: oggi -5 °C. Finalmente un inverno vero, di quelli che a Palermo si studiano solo sui libri o nei film di Natale doppiati male.

Per il palermitano medio, 9–10 °C sono già “buriana siberiana”: scatta il piumino artico, il cappello da spedizione e l’espressione tragica da sopravvissuto.

Io vengo dalle montagne dell’avellinese e mia moglie è veneta: per noi “inverno” significa freddo, neve, focolare acceso, patate al cartoccio e la nobile arte del sonnecchiare in poltrona senza sudare. Qui l’aria del Natale è quella della mia infanzia: profumo di legna, musica ovunque, persone che sorridono davvero.

E poi c’è la viabilità, che è un’esperienza quasi mistica: la gente ti saluta anche se non ti conosce e, udite udite, in auto si ferma ai semafori. Non “rallenta per vedere se passa lo stesso”: si ferma proprio. E quando attraversi sulle strisce… ti lasciano attraversare. Una roba talmente surreale che per un attimo ho cercato la telecamera nascosta.

Amburgo è una grande città con mercatini dove trovi di tutto. Ma è un “tutto” di un kitsch feroce: talmente kitsch da andare oltre la bellezza. Ed è in questi mercatini – malamente copiati a Palermo, dove hanno perso il senso del Natale perché sono diventati stanziali, cioè stanno lì tutto l’anno come un arredo urbano – che accade qualcosa di magnifico: cammini, hai le mani congelate, il vento dell’Elba ti ricorda che esiste la termodinamica… e poi qualcuno ti mette in mano un bicchiere fumante di Glühwein.

A quel punto, in modo del tutto irrazionale, il mondo diventa più semplice.

Eppure, dentro quel bicchiere non c’è magia. C’è chimica fisica applicata, fatta bene o fatta male. E la differenza la senti subito: un Glühwein buono profuma, scalda, “abbraccia”; uno cattivo sa di marmellata bruciata con retrogusto da farmacia.

Il punto è uno solo:

Il Glühwein non deve bollire. Mai.

Non è snobismo: è fisica.

1) Se bolle, perdi quello che vuoi (e ti resta quello che non vuoi)

  • Gli aromi sono in gran parte molecole volatili: se fai bollire, le regali all’atmosfera.
  • Anche l’etanolo è volatile: a ebollizione lo perdi in fretta e ti resta una bevanda più piatta (e spesso più dolce e “pesante”, perché ti viene spontaneo compensare con zucchero).

Risultato tipico: odore da mercatino = ottimo, sapore nel bicchiere = bleah.

2) Temperatura = telecomando del profumo

Il profumo che senti è una questione di pressione di vapore: più scaldi, più certe molecole “scappano” in aria.

Ma non tutte scappano allo stesso modo: alcune spariscono presto (note fresche), altre restano (note “scure”, resinose, legnose).

Se esageri con la temperatura ottieni il classico effetto:

  • spariscono le note agrumate e “vive”
  • restano spezia pesante + zucchero + vino stanco

Quindi il Glühwein migliore è quello che sta in equilibrio tra “si sente” e “non evapora via”.

Zona felice: circa 70–80 °C (fumante sì, bollente no).

Le spezie non sono spezie: sono una miscela di VOCs

Il mercatino di Natale profuma perché le spezie liberano molecole aromatiche (molte sono VOCs, composti organici volatili):

  • Cannella: cinnamaldeide (nota calda, dolce, “da forno”)
  • Chiodi di garofano: eugenolo (potentissimo: basta poco)
  • Anice stellato: anetolo (liquirizia elegante o invasiva, dipende da dose)
  • Scorza d’arancia: terpeni tipo limonene (fresco, “luminoso”)

La cosa divertente è che il Glühwein è un solvente misto (acqua + etanolo): perfetto per estrarre un po’ di tutto.

E qui nasce l’errore più comune.

Errore da mercatino: “più spezie = più Natale”

No: più spezie = più rischio di sovra-estrazione e amarezza.

  • Chiodi di garofano: sono i “dominatori”. Se esageri, non senti altro.
  • Scorza di agrumi: ok, ma evita troppo bianco (albedo): lì vive l’amaro.

Zucchero: non serve a “dolcificare”, serve a cambiare la percezione

Lo zucchero nel Glühwein fa una cosa interessante: smussa acidità e astringenza (tannini), e rende il sorso “più rotondo”.

Ma se esageri, ottieni un effetto collaterale: copri gli aromi e ti sembra tutto uguale.

Trucco semplice: aggiungi zucchero alla fine, assaggiando.

Perché la dolcezza “sale” con il calore: a caldo sembra meno dolce, a temperatura un filo più bassa sembra molto più dolce.

Il “protocollo Amburgo” per un Glühwein buono a casa (senza laboratorio)

Regola d’oro

Scalda fino a fumante, poi stop. Niente bollore.

Mini-ricetta (1 bottiglia)

  • 1 bottiglia di vino rosso (non serve un top, ma evita quelli “morti”)
  • 1 arancia (solo scorza, poco bianco)
  • 1–2 stecche cannella
  • 2–4 chiodi di garofano (non di più se vuoi sentire il vino)
  • 1 anice stellato (facoltativo)
  • zucchero/miele: a fine corsa, quanto basta

Metodo:

  1. scalda tutto a fuoco basso finché fuma
  2. spegni, copri, lascia in infusione 10–20 minuti
  3. assaggia e regola la dolcezza
  4. filtra e servi

Coprire non è un dettaglio “da nonna”: è un modo banale per ridurre la fuga dei volatili.

Mini esperimento da blog (divertente e vero)

Fai due tazze uguali:

  • Tazza A: Glühwein portato quasi a bollore (anche solo un minuto)
  • Tazza B: Glühwein fumante ma non bollito, tenuto coperto

Poi annusa e assaggia.

Scommessa: la tazza A “profuma” in cucina (perché hai profumato l’aria) ma sa meno nel bicchiere.

Chimica natalizia

Ad Amburgo ti vendono il Glühwein come comfort. In realtà è un piccolo capolavoro di equilibrio: se rispetti la volatilità, ti resta il Natale nel bicchiere. Se fai bollire, regali il Natale ai passanti.

 

Quando la combustione non è combustione

Del perché l’ATP non è energia e quali sono gli equivoci più diffusi sul metabolismo

Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere una risposta un po’ “di getto” a un post di un qualche professionista che aveva super-semplificato concetti biochimici abbastanza complessi. Onestamente, non ricordo nemmeno più di cosa si parlasse. Rileggendo la mia risposta, che avevo scritto e conservato nelle note del mio iPad, mi è venuta voglia di riprendere alcuni concetti e scrivere un articolo per il blog. Questo perché l’equivoco è diffusissimo e riguarda due parole che usiamo con troppa disinvoltura: combustione ed energia.

Ogni tanto, nei commenti e nei post divulgativi, ricompare un’idea seducente perché è semplice: “nel corpo bruciamo zuccheri e grassi, quindi è combustione”. Il problema è che, presa alla lettera, questa metafora non chiarisce: confonde.

Nel nostro metabolismo non c’è nessuna fiamma. C’è invece una sequenza finissima di reazioni di ossidoriduzione mediate da enzimi, progettata per estrarre energia a piccoli passi, conservarne una parte e spenderla dove serve. È proprio questa regia molecolare – lenta, selettiva, controllata – a rendere possibile la vita.

Metabolismo ≠ combustione (anche se alla fine escono CO₂ e H₂O)

La combustione è, idealmente, una reazione rapida e poco controllata, che dissipa energia soprattutto come calore e luce. Il metabolismo aerobico fa l’opposto: smonta le molecole in modo ordinato e progressivo “raccogliendo” energia in intermedi chimici.

Il ciclo dell’acido citrico (o ciclo di Krebs), per esempio, non è una specie di fornace che “produce energia” nel senso comune. Il suo compito principale è generare carrier ridotti (NADH, FADH₂) e un equivalente di ATP (GTP/ATP) per giro: elettroni “ad alto potenziale”1 che verranno poi convertiti in ATP tramite la respirazione mitocondriale. In pratica, NADH e FADH₂ cedono elettroni alla catena di trasporto degli elettroni nella membrana mitocondriale interna; l’energia liberata pompa H⁺ creando un gradiente protonico, che l’ATP-sintasi (un enzima) usa per produrre ATP.

Per ogni acetil-CoA, il bilancio classico è:

  • 3 NADH
  • 1 FADH₂
  • 1 GTP (o ATP equivalente)
  • 2 CO₂

“Energia chimica”: la scorciatoia dei “legami” e la parola giusta

A questo punto arriva spesso un secondo equivoco: “l’energia è contenuta nei legami chimici”. È una scorciatoia linguistica che può funzionare in una spiegazione rapida, ma rischia di piantare in testa un’idea sbagliata: l’energia non è un contenuto nascosto nel singolo legame, pronto a uscire quando lo rompi. Rompere legami costa energia; formare legami libera energia. Quello che conta è la differenza complessiva tra reagenti e prodotti.

Se vogliamo dirla pulita (senza “chimichese” inutile): la grandezza che interessa davvero, quando parliamo di “energia spendibile”, è l’energia libera di Gibbs. È lì che sta il significato operativo di “questa reazione può trainarne un’altra”.

ATP: non “energia”, ma un “vettore” di energia libera

Qui sta il nodo: ATP è una molecola, non una forma di energia. Ciò che ha significato fisico è la variazione di energia libera associata alla sua idrolisi: in condizioni standard biochimiche (ΔG°′) per ATP → ADP + Pi è circa −30.5 kJ/mol (≈ −7.3 kcal/mol).

Detto senza slogan: la cellula usa ATP come intermedio operativo per accoppiare reazioni che liberano energia (ossidazioni metaboliche) a reazioni che ne richiedono (biosintesi, trasporto attivo, contrazione muscolare). ATP non “è” energia: è uno strumento chimico che permette all’energia libera di essere trasferita e spesa in modo controllato.

Calorie, Joule e “energia degli alimenti”: misura diretta o equivalente?

Il Joule (J) è l’unità SI dell’energia. La caloria è un’unità storica ancora comunissima: nella definizione termochimica 1 cal = 4.184 J.

In nutrizione, poi, la trappola è linguistica: la “Caloria” dei cibi (spesso con la C maiuscola) è in realtà una kilocaloria: 1 Cal = 1 kcal = 1000 cal.

Quando diciamo che un alimento “apporta energia”, spesso ci riferiamo a un valore ricavato (storicamente) dalla calorimetria a combustione: bruci il campione e misuri il calore prodotto. È un modo standardizzato e utile, ma va letto per quello che è: un valore equivalente, non la descrizione letterale di ciò che avviene nel corpo.

In questo senso, il meccanismo è simile a un’abitudine ben nota in chimica analitica e agronomia: quando in etichetta trovi il potassio espresso come K₂O, non significa che nel fertilizzante ci sia davvero ossido di potassio; significa che il contenuto è riportato come equivalente convenzionale. Allo stesso modo, il “potere calorico” è un modo coerente per comparare contenuti energetici, ma non autorizza a immaginare la fisiologia come una combustione “a fiamma”.

“Metabolismo lento”: una frase comoda, ma chimicamente vuota

Un inciso necessario, perché qui si inciampa spesso: “ho il metabolismo lento”. La frase è diffusissima, e non la usano solo i profani: la usano anche alcuni nutrizionisti. Il problema è che, sotto il profilo chimico, detta così non significa nulla. “Metabolismo” non è una singola reazione con una velocità, ma un insieme enorme di vie e processi; “lento” rispetto a quale variabile? Con quale unità? Con quale condizione iniziale?

Se vogliamo parlare in modo serio, dobbiamo dire cosa intendiamo davvero: di solito si sta parlando della spesa energetica (quanta energia l’organismo consuma per unità di tempo), cioè di un flusso misurabile. In quel caso non serve la metafora: si dice metabolismo basale (BMR) o spesa energetica a riposo (REE), e si ragiona su cosa la fa variare: massa magra, età, sesso, stato ormonale, temperatura corporea, attività del sistema nervoso simpatico, ecc. Ma chiamarlo “metabolismo lento” è un modo pigro di mettere un’etichetta a un risultato (consumo più basso del previsto) senza dichiarare il parametro, la misura e il confronto.

In breve: “metabolismo lento” è una frase che suona scientifica, ma spesso è solo un modo per evitare la parte scientifica.

In pratica, cosa intendono davvero quando dicono “metabolismo lento”

Quasi sempre, dietro quella formula ci sono una (o più) di queste cose:

  • Metabolismo basale più basso del previsto (BMR/REE). Non perché le reazioni “vadano piano” in senso chimico, ma perché il “motore minimo” dell’organismo è proporzionato soprattutto alla massa metabolicamente attiva (in primis la massa magra) e a fattori fisiologici (età, ormoni tiroidei, stato infiammatorio, ecc.). Qui “lento” è solo un aggettivo messo al posto di un numero.
  • NEAT basso: il consumo che non si vede. C’è una quota enorme di dispendio energetico che non è “sport”: è movimento spontaneo, postura, gesticolazione, irrequietezza, camminate, scale, micro-attività quotidiane. Se questa quota cala, la persona “consuma meno” senza accorgersene. E il mito del metabolismo lento diventa il cappotto perfetto per coprire un cambiamento di comportamento.
  • Adattamento energetico durante diete restrittive. Quando l’introito calorico scende molto e a lungo, il corpo tende a ridurre alcuni consumi (anche tramite variazioni ormonali e riduzione di NEAT). Non è magia, non è “metabolismo che si rompe”: è fisiologia prevedibile. Chiamarlo “metabolismo lento” è un modo furbo per evitare la frase corretta: sto spendendo meno energia per unità di tempo rispetto a prima.
  • Confronti sbagliati e misure fantasiose. Molte “diagnosi” di metabolismo lento nascono da confronti senza metodo (tabelle generiche, smart-watch, stime grossolane, “calorie bruciate” sparate). Se il dato di partenza è rumoroso, la conclusione è narrativa.

“Metabolismo lento” è spesso un’etichetta che suona scientifica proprio perché non dice nulla di misurabile. Quando mancano parametri e unità, il linguaggio riempie il vuoto con metafore: ATP diventa “energia”, la respirazione cellulare diventa “combustione”. Ma così non si semplifica: si mescolano categorie diverse, e il risultato è un corto circuito linguistico che produce solo una cosa… altra confusione.

Semplificare sì, vendere fumo no

Semplificare è necessario. Ma esiste un punto preciso in cui la semplificazione smette di essere didattica e diventa errore travestito da chiarezza: quando parole grandi (“energia”, “combustione”, “umiltà”, “scienza”) vengono usate come scenografia, al posto dei concetti che fanno davvero funzionare la spiegazione (redox, ΔG, unità di misura, condizioni standard vs condizioni cellulari).

E qui la faccio secca: se uno scambia ATP per “energia”, non sta semplificando, sta sbagliando oggetto grammaticale e oggetto scientifico nello stesso colpo. È come discutere di temperatura e confondere il termometro con i gradi: poi puoi anche metterci sopra parole solenni, ma resta un errore di base.

L’umiltà scientifica non è dire “parliamo semplice” e poi pretendere che la realtà si adatti alla frase. È accettare che la realtà sia più strutturata, e che le metafore, quando diventano troppo comode, non illuminano: addormentano.

In breve: la divulgazione non deve essere un caminetto acceso. Deve essere una lente pulita. E quando la lente è sporca di slogan, l’unica cosa che si vede bene è lo slogan.

Glossario degli acronimi

BMR – Basal Metabolic Rate (o metabolismo basale). Rappresenta la spesa energetica minima necessaria a mantenere le funzioni vitali a riposo.

NEAT – Non-Exercise Activity Thermogenesis. È il dispendio energetico dovuto ad attività non sportive (movimento spontaneo, postura, ecc.).

REE – Resting Energy Expenditure (o spesa energetica a riposo). Rappresenta la spesa energetica a riposo, spesso usata in clinica/nutrizione.

SI – Sistema internazionale

Sigle e simboli

ADP – Adenosine diphosphate (adenosina difosfato). Prodotto dell’idrolisi dell’ATP.

ATP – Adenosine triphosphate (adenosina trifosfato). Molecola “intermedia” usata per trasferire energia libera tra reazioni.

CO₂ – Anidride carbonica. Prodotto finale dell’ossidazione completa del carbonio organico nel metabolismo aerobico.

FADH₂ – Flavin adenine dinucleotide (forma ridotta). Trasportatore di elettroni/protoni prodotto in alcune tappe metaboliche.

GTP – Guanosine triphosphate (guanosina trifosfato). Nucleotide energetico “equivalente” all’ATP in alcune reazioni.

NADH – Nicotinamide adenine dinucleotide (forma ridotta). Trasportatore di elettroni/protoni prodotto da molte ossidazioni metaboliche.

Pi – Inorganic phosphate (fosfato inorganico). Prodotto dell’idrolisi dell’ATP insieme ad ADP.

Note

1 ↩︎ Quando dico che NADH e FADH₂ “portano elettroni ad alto potenziale”, non intendo un misterioso superpotere degli elettroni. È un modo compatto per dire questo: quegli elettroni sono in una condizione energetica tale da poter “scendere di livello”, passando a un accettore più “affamato” di elettroni (come l’ossigeno), e in quella discesa liberano energia utilizzabile.

In termini più rigorosi, “alto potenziale” significa che la coppia redox (per esempio NADH/NAD⁺) ha una forte tendenza a donare elettroni a coppie redox con potenziale più alto (più ossidanti). La catena respiratoria non fa altro che gestire questa discesa a tappe: ogni trasferimento libera un po’ di energia, e quella energia viene usata per pompare H⁺ e costruire il gradiente protonico che alimenta l’ATP-sintasi.

Usando un’immagine mentale: non è una “combustione”, è più simile a una centrale idroelettrica. Gli elettroni sono l’acqua in quota: non “sono energia”, ma hanno la possibilità di cadere e far funzionare una turbina (qui: pompaggio di H⁺ e sintesi di ATP).

L’ombra della fiamma di una candela

Ovvero: quando la semplificazione diventa… troppo semplice

Come sapete, miei cari e fedeli lettori, mi piace fare divulgazione scientifica.

Affronto argomenti molto svariati con una particolare predilezione per la chimica, che è la disciplina in cui sono specializzato.

Una cosa che devo puntualizzare è che nel fare divulgazione cerco sempre di semplificare per rendere digeribili concetti difficili anche a chi non ha una preparazione tecnica.

Molte volte ci riesco. Tante altre – la maggioranza, temo – non ce la faccio.

Per imparare a fare divulgazione seguo tanti canali, uno dei quali è Geopop, famoso per la semplicità con cui riesce a spiegare le cose.

Purtroppo, però, la semplificazione estrema a volte porta a dire inesattezze.

In un recente filmatino (lo trovate qui) hanno affrontato un argomento curioso: la fiamma di una candela non proietta alcuna ombra.

Devo dire che non mi ero mai posto il problema e, quando ho cominciato a guardare il video, mi sono incuriosito per capire come avrebbero spiegato la cosa.

Sono rimasto a bocca aperta quando ho sentito che la fiamma di una candela sarebbe un plasma.

La bassa densità di questo presunto plasma, secondo il video, lascerebbe passare indisturbati i fotoni della luce che, così, non verrebbero né deviati né riflessi: condizione necessaria per proiettare un’ombra.

Ora, perché sono rimasto a bocca aperta?

Semplicemente perché la fiamma di una candela non è affatto un plasma.

Cos’è davvero un plasma?

In fisica-chimica il plasma è considerato il quarto stato della materia, assieme a solido, liquido e gas.

È un gas talmente caldo (o energizzato) da risultare fortemente ionizzato: ioni positivi, elettroni liberi, particelle cariche che rispondono a campi elettrici e magnetici.

Per capirci:

  • i fulmini sono plasmi;
  • il Sole è plasma;

Le torce al plasma (Figura 1) sono progettate apposta per raggiungere temperature elevatissime.

Figura 1. Rappresentazione schematica di una torcia al plasma. La temperatura della zona dell’arco elettrico può raggiungere i 15000 °C. La fonte di questa figura è Wikimedia Commons.

La fiamma di una candela, invece, raggiunge temperature massime dell’ordine di 1000–1500 °C (Figura 2).

Figura 2. Rappresentazione di quanto avviene durante la combustione di un legnetto come un fiammifero. La fiamma raggiunge il massimo di temperatura verso la zona centrale. Questa figura è presa da Conte et al. Agronomy 2021, 11(4), 615; https://doi.org/10.3390/agronomy11040615

Sono temperature più che sufficienti per la combustione, ma troppo basse per generare una ionizzazione significativa.

Certo, nella fiamma troviamo radicali e qualche ione fugace (H⁺, O⁻, CHO·, ecc.), prodotti naturali della combustione: ma la loro concentrazione è minima, del tutto insufficiente per parlare di plasma.

In altre parole: niente plasma, almeno non nel senso fisico-scientifico del termine.

Ma allora perché la fiamma non fa ombra?

Per capire il motivo reale, basta ricordare che un oggetto proietta ombra solo se:

  1. assorbe la luce;
  2. la riflette;
  3. oppure la diffonde in modo significativo.

Una fiamma è invece costituita da:

  • gas caldi a bassa densità (CO₂, vapore acqueo, N₂, CO…);
  • minuscole particelle incandescenti (che generano il caratteristico giallo, ma in quantità minime);
  • forti gradienti di temperatura, che modificano l’indice di rifrazione.

Ora, questi gas non assorbono la luce visibile in modo apprezzabile.

E il fatto che siano caldi significa che la loro densità è ancora più bassa rispetto all’aria circostante.

La maggior parte dei fotoni, quindi, li attraversa senza essere bloccata, esattamente come la luce attraversa l’aria: e l’aria non fa ombra.

Ecco perché una fiamma non proietta un’ombra netta.

L’unico effetto reale: la distorsione

Se illuminate una candela con una luce molto intensa e osservate con uno sfondo uniforme, noterete non un’ombra, ma una distorsione dei contorni.

La fiamma, infatti, ha un indice di rifrazione diverso da quello dell’aria circostante, perché è più calda.

La luce viene quindi deviata leggermente.

È lo stesso effetto che si osserva sopra l’asfalto bollente d’estate: non un’ombra, ma un miraggio.

È dunque la rifrazione a rendere visibile la fiamma in certe condizioni, non l’assorbimento.

Ma allora i plasmi fanno ombra? Certo che sì.

L’altra affermazione problematicissima del video è che un plasma “lascia passare la luce senza bloccarla”.

Falso anche questo.

Dipende dal plasma.

Un plasma può assorbire luce, può diffonderla, può rifletterla.

La ionosfera terrestre, composta da plasma tenuissimo, è in grado di riflettere le onde radio: un comportamento ben più deciso del semplice “lasciare passare la luce”.

Quindi non esiste nessuna regola del tipo:

“Un plasma non fa ombra”

Semplificazione fuorviante.

Riassumendo tutto in una frase

La fiamma di una candela non fa ombra non perché è un plasma, ma perché è una miscela di gas caldi a bassa densità che non assorbe luce visibile: i fotoni la attraversano quasi indisturbati.

Molto più semplice, molto più elegante, molto più corretto.

Conclusione

La divulgazione scientifica è un’arte difficile. Bisogna trovare un equilibrio tra precisione e accessibilità.

Questa volta – mi dispiace dirlo – il pendolo della semplicità è stato spinto un po’ troppo in là.

Eppure, la vera spiegazione non solo è più corretta, ma è anche più affascinante: ci ricorda che la luce e la materia interagiscono in modi sottili, e che basta un po’ di fisica ben raccontata per scoprire meraviglie dove di solito non guardiamo.

La fiamma non fa ombra… e non ha certo bisogno di essere un plasma per farlo.

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