Omeopatia e fantasia. Parte V. Aggiornamenti

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Sta girando in rete una notizia in merito ad uno studio denominato EPI3 che secondo gli amici dell’omeopatia avrebbe prodotto le prove definitive sulla validità di questa pratica risalente al XIX secolo e basata su teorie metafisiche oggi non più  valide, considerando lo sviluppo che la chimica, la biologia e, non ultima, la medicina hanno avuto negli ultimi 150 anni.

Ho già avuto modo di parlare dell’omeopatia in più articoli su questo blog. Li potete trovare a questo link in ordine inverso di apparizione temporale.

I principi dell’omeopatia

In breve, nel 1810, Hahnemann pubblica il suo “Organon of medicine” nel quale pone le basi teoriche dell’omeopatia:

  1. il simile cura il simile
  2. più alta è la diluizione, più efficace risulta il rimedio omeopatico
  3. l’efficienza del rimedio omeopatico raggiunge il suo massimo non solo con la diluizione, ma anche con la succussione, ovvero una agitazione meccanica operata in modo sistematico con un movimento verticale (dall’alto verso il basso) e sbattendo il recipiente contenete il rimedio su una tavoletta rivestita di pelle morbida o crine di cavallo
  4. le malattie sono il risultato di alterazioni delle condizioni psico-fisiche soggettive del paziente per cui i rimedi non hanno tutti la stessa efficacia per la stessa tipologia di malattia in pazienti differenti
  5. la cura omeopatica non sopprime la malattia, ma la espelle

I principi omeopatici si basano sul concetto di vis vitalis, ovvero di una forza metafisica che permeerebbe tutti gli esseri viventi ed i sistemi riconducibili al mondo dei viventi. La vis vitalis era ritenuta assente in tutti i sistemi riconducibili al mondo dei non viventi o dell’inanimato. Questa teoria, introdotta da Berzelius – uno dei padri fondatori della chimica moderna – è stata definitivamente accantonata nel 1828, quando Whöler riuscì a convertire l’isocianato di ammonio – una sostanza inorganica che come tale appartiene ai sistemi non viventi – in urea – una sostanza tipica del mondo dei viventi.

Nel momento di massima espansione della teoria della vis vitalis, quando ancora non si conosceva il risultato del lavoro di Avogadro apparso nel 1811, Hahnemann elaborò il suo codice in base al quale un qualsiasi sistema organico poteva essere soggetto a diluizione infinita senza perdita alcuna di efficacia biologica. Infatti, il processo di diluizione, associato a quello di succussione, “estraeva” la vis vitalis dal sistema organico – ovvero riconducibile al mondo dei viventi – e la trasferiva al solvente. In definitiva, non era importante la presenza del principio attivo per la cura delle patologie – come anche la farmacologia dell’epoca riteneva – ma bastava la sola presenza della vis vitalis “estratta” dal principio attivo per allontanare le perturbazioni della vis vitalis dall’organismo vivente.

Da quanto detto, potete facilmente rendervi conto che la teoria omeopatica di Hahnemann poteva avere un senso nel XIX secolo quando il mondo chimico/biologico/medico, ancora in fasce, era affiancato dal mondo magico i cui esponenti potevano essere considerati a tutti gli effetti maghi, fattucchiere e stregoni (qui).

Lo sviluppo della moderna chimica, di cui potete trovare espressione nei libri della foto di Figura 1, ci consente di dire, semmai ce ne fosse bisogno, che le teorie di Hahnemann – a cui dobbiamo essere comunque grati per l’apporto dato allo sviluppo delle conoscenze umane – sono basate sul nulla.

Figura 1. Nella mia collezione di libri di chimica ce ne sono alcuni che sono i capisaldi della materia. Vanno studiati con attenzione se uno decide di intraprendere il percorso chimico come professionista
Un invito

Prima di entrare nel merito del progetto EPI3 voglio suggerire a naturopati, pseudo-chimici (sono i chimici passati al lato oscuro della scienza), pseudo-medici (sono tutti quelli che, sebbene laureati in medicina, prestano le loro conoscenze alla pseudo-medicina/pseudo-scienza) e a tutti gli amici dell’omeopatia, di ristudiare o di studiare ex-novo i testi riportati nell’immagine di Figura 1 (o anche simili) prima di addentrarsi in critiche di ogni tipo nei commenti di questo blog. Commenti spazzatura in cui non si entra nel merito, ma si applicano pedissequamente le fallacie logiche che potete trovare qui, non saranno neanche minimamente presi in considerazione se non per esporre l’autore al pubblico ludibrio scientifico.

Il progetto EPI3

Ed entriamo ora nel merito. Scrivevo poco più su che gira in rete la notizia di un mega studio, durato alcuni anni e che ha consentito la pubblicazione di ben undici lavori scientifici, che confermerebbe la validità dei trattamenti omeopatici per alcune patologie quali ansia, depressione, disturbi del sonno, infezioni del tratto respiratorio superiore e dolori muscolo-scheletrici. Il link alla notizia è qui. Naturalmente, come ogni buon giornalista NON dovrebbe fare, in calce all’articolo non si riporta alcun riferimento degli undici lavori pubblicati. Tuttavia, c’è un link ad un sito in francese (qui) che riporta una bibliografia di dodici lavori. Tra questi i primi undici sono relativi al progetto EPI3. Ecco la lista degli undici lavori:

  1. Rossignol et al., Who seeks primary care for musculoskeletal disorders (MSDs) with physicians prescribing homeopathy and other complementary medicine ? Results form the EPI3-LASER survey in France. BMC Musculoskeletal Disorders, 2011, 12:21 doi:10.1186/1471-2474-12-21 ; 1-6.
  2. Rossignol et al., Benchmarking clinical management of spinal and non-spinal disorders using quality of life. Results from the EPI3-LASER survey in primary care. European Spine Journal, 2011, doi:10.1007/s00586-011-1780-z ; 1-7.
  3. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER group. Benchmarking the burden of 100 diseases. Results of a nationwide representative survey within general practices. BMJ Open, 2011, 1:e000215. doi:10.1136/bmjopen-2011-0002 ; 1-11.
  4. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER group. Who seeks primary care for sleep, anxiety and depressive disorders from physicians prescribing homeopathic and other complementary medicine? Results from the EPI3 population survey. BMJ Open, 2012, 2(6): e001498. doi: 10.1136/bmjopen-2012-001498. ; 1-10.
  5. Lert et al., EPI3-LA-SER Group. Characteristics of patients consulting their regular primary care physician according to their prescribing preferences for homeopathy and complementary medicine. Homeopathy, 2014, 103(1) ; 51-57.
  6. Rossignol et al., EPI3-LA-SER group. Impact of physician preferences for homeopathic or conventional medicines on patients with musculoskeletal disorders. Results from the EPI3-MSD cohort. Pharmacoepidemiology and Drug Safety, 2012, 21(10) : 1093-1101. doi:10.1002/pds. 3316 ; 1-9.
  7. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER Group. Utilization of psychotropic drugs by patients consulting for sleeping disorders in homeopathic and conventional primary care settings: the EPI3 cohort study. Homeopathy. 2015 Jul;104(3):170-5.
  8. Grimaldi-Bensouda et al., Management of upper respiratory tract infections by different medical practices, including homeopathy, and consumption of antibiotics in primary care: the EPI3 cohort study in France 2007-2008. PLoS ONE, 2014, 9(3) doi: 10.1371/journal.pone.0089990. eCollection 2014 ; 6 p.
  9. Danno et al., Physician practicing preference for conventional or homeopathic medicines in elderly subjects with musculoskeletal disorders in the EPI3-MSD cohort. Clinical Epidemiology, 2014, 6 ; 333-341.
  10. Colas et al.,  Economic impact of homeopathic practice in general medicine in France. Health Econ Rev. 2015 Dec;5(1):55. doi:10.1186/s13561-015-0055-5.
  11. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER group. Homeopathic medical practice for anxiety and depression in primary care: the EPI3 cohort study. BMC Complement Altern Med. 2016 May 4;16(1):125. doi:10.1186/s12906-016-1104-2.

La lista riportata è copia-incollata dal sito in francese. Ho evidenziato il termine EPI3 contenuto nel titolo delle pubblicazioni ed ho inserito – per consentire una più facile consultazione – il link ai lavori quando disponibili.

Le riviste

I lavori sono stati pubblicati nelle seguenti riviste di settore:

BMC Musculoskeletal disorders (Impact factor 1.739; n. lavori pubblicati: 1)

European Spine Journal (Impact factor non noto; n. di lavori pubblicati: 1)

BMJ open (Impact factor 2.369; n. di lavori pubblicati: 2)

Homeopathy (Impact factor 1.160; n. di lavori pubblicati: 2)

PDS Pharmacoepidemiology & Drug Safety (Impact factor 2.552; n. di lavori pubblicati: 1)

PlosOne (Impact factor 2.806; n. di lavori pubblicati: 1)

Clinical Epidemiology (Impact factor 7.056; n. di lavori pubblicati: 1)

Health Economics Review (Impact factor non noto; n. di lavori pubblicati: 1)

BMC Complementary Alternative (Impact factor non noto; n. di lavori pubblicati: 1)

Come si evidenzia dalla tabella appena letta, 3 riviste non sono indicizzate, ovvero non hanno impact factor. Una sola ha un impact factor abbastanza alto (si tratta di Clinical Epidemiology), tutte le  altre non vanno oltre un impact factor di 3. Non sono esperto di riviste del settore medico per cui non posso dire nulla in merito alla qualità delle riviste anzidette. Conosco solo PlosOne, rivista di carattere generalista, di cui pensavo molto meglio. Ed infatti, andando a spulciare la storia dell’impact factor di questa rivista, risulta che essa aveva nel 2015 un impact factor di 4.411. In altre parole, dal 2015 al 2016 l’impatto di questa rivista è sceso di ben 1.605 punti. E’ molto. Vuol dire che i lavori pubblicati nei tre anni precedenti al 2016 non sono stati citati quanto quelli nei tre anni precedenti al 2015. Come mai? Questo non lo posso sapere, naturalmente. Dovrei entrare nel merito di tutto quanto pubblicato tra il 2012 ed il 2015. Si tratta, ovviamente, di lavori molto diversificati (ed io non ho una cultura enciclopedica che mi permette di entrare nel merito di tutto), oltre che di una quantità di lavori molto elevata la cui lettura richiederebbe un tempo che non ho a disposizione. In questa sede analizzo solo il dato numerico. Ciò che posso dire è che l’insieme di riviste in cui sono apparsi i lavori del progetto EPI3 sono del settore medico o del settore generalista tutte con peer review. In altre parole, ognuna di esse sottopone i manoscritti ricevuti al giudizio di scienziati dello stesso settore degli autori. Questo va bene. E’ così che funziona il mondo delle pubblicazioni in ambito scientifico.

Essendo pubbliche ed accessibili a tutti, ognuno di noi può leggere ciò che è scritto in queste pubblicazioni (nello specifico basta cliccare sui link presenti nella lista precedente). Se chi legge ha familiarità col metodo scientifico può giudicare da solo la validità di quanto è riportato. Considerando la mia attività, entro, allora, nel merito della validità del metodo scientifico usato negli undici lavori elencati sopra.

I limiti metodologici

Quando si fa un disegno sperimentale per validare/falsificare un certo modello scientifico bisogna cercare di essere quanto più dettagliati e precisi possibile. Faccio un esempio molto semplice per me. Se penso di monitorare (lo so, i puristi della lingua italiana mi diranno strali. Ma non me ne importa. Io uso e continuerò ad usare questo termine che è del gergo tecnico scientifico) la contaminazione di un suolo rispetto ad un elemento qualsiasi della tavola periodica, non posso campionare solo il suolo che ho deciso di analizzare e “vedere” se quell’elemento è semplicemente presente in esso. Mi chiederete: perché? Perché quasi sicuramente io troverò quell’elemento nel suolo che voglio studiare. Per dire che esso è contaminato ho necessità di confrontarlo con uno del tutto analogo che mi deve servire da “bianco”, ovvero da termine di paragone. Nel linguaggio tecnico quest’ultimo suolo viene indicato come “suolo vergine”. Questa locuzione indica un suolo che non è stato sottoposto alla contaminazione che ho deciso di monitorare.

Se l’elemento che voglio osservare è presente sia nel bianco che nel suolo sotto osservazione, posso parlare di contaminazione solo se la quantità di quell’elemento è molto più alta nel suolo “incriminato” rispetto al bianco. Se le quantità sono confrontabili tra loro, posso dire che non c’è contaminazione oppure che il bianco era contaminato come il suolo osservato. Per eliminare il dubbio in merito alla qualità del suolo vergine, posso andare a campionare un altro suolo e considerarlo come controllo rispetto agli altri due. Se ancora una volta le quantità dell’elemento che ho deciso di monitorare sono confrontabili, posso dire che rispetto al nuovo suolo controllo, gli altri due non sono contaminati. La conseguenza è che la scelta del primo suolo controllo era giusta. Se voglio essere ancora più pignolo (i siciliani usano un termine che a me fa morire dal ridere: pillicusu) posso campionare un quarto suolo come bianco e confrontarlo con gli altri tre. E si potrebbe continuare.

Dall’esempio fatto, si comprende che in un disegno sperimentale bisogna prendere in considerazione sempre un campione controllo rispetto al quale poter trarre le conclusioni dell’esperimento.

Prendiamo, ora, in considerazione gli undici lavori elencati sopra.

I lavori dal n. 1 al n. 6 sono uno screening di pazienti, medici, farmaci etc in cui si cominciano a porre le basi per le valutazioni statistiche che vengono proposte nei lavori successivi. In tutti questi lavori vengono considerati pazienti a cui si prescrivono farmaci convenzionali (indichiamoli per semplicità con la sigla FC), rimedi omeopatici (indichiamoli RO) e pazienti sottoposti sia all’azione di farmaci convenzionali che di rimedi omeopatici (indichiamoli con la sigla Mix).

Dopo lo screening, vengono confrontati gli effetti che i FC hanno rispetto ai RO e ai Mix (lavoro n. 7, n. 8, n. 9 e n. 11). Le conclusioni sono che le tre tipologie di rimedi apportano  i medesimi benefici ai pazienti cui essi vengono somministrati.

Nel lavoro n. 10 viene riportato un confronto economico, nell’ambito della sanità francese, nell’uso di FC, RO e Mix. Il lavoro conclude che l’uso dei RO è più conveniente, economicamente parlando, rispetto a quello dei FC.

Dall’analisi, neanche troppo attenta, dei lavori pubblicati grazie al progetto EPI3, salta subito all’occhio che non vengono presi in considerazione “suoli vergini”, ovvero controlli. In altre parole, si confrontano pazienti a cui vengono somministrati FC, RO e Mix e si conclude che RO e Mix hanno la stessa efficacia dei FC, ovvero non è vero che l’omeopatia non funziona. L’omeopatia sembra funzionare almeno quanto i farmaci convenzionali per le patologie prese in considerazione e per il numero statisticamente significativo di pazienti protagonisti del progetto. Neanche tanto velatamente, gli autori sembrano indicare che i rimedi omeopatici hanno il medesimo effetto biologico dei farmaci convenzionali.

La domanda nasce spontanea: come mai non hanno preso in considerazione l’effetto placebo? (ne ho parlato qui). Come mai hanno escluso la considerazione che sia la somministrazione dei farmaci convenzionali che quella dei rimedi omeopatici potesse comportare un miglioramento delle condizioni di salute dovute ad un effetto di carattere psicologico, piuttosto che a un effetto di un principio attivo più o meno diluito?

La risposta a questa domanda è che, sebbene in tutti i lavori che ho letto gli autori facciano un copia/incolla dei limiti che essi hanno visto nel loro disegno sperimentale, manca una popolazione di controllo con le patologie summenzionate ed a cui fosse somministrato un rimedio placebo. Gli autori hanno voluto vedere l’aspetto positivo del loro progetto sperimentale. Hanno dimenticato che i loro dati possono essere letti anche in un altro modo: i farmaci convenzonali non hanno alcun effetto biochimico esattamente come non ne hanno i rimedi omeopatici. Sia i farmaci convenzionali che i rimedi omeopatici agiscono attraverso l’azione del solo effetto placebo.

Conclusioni

Gli autori del progetto EPI3 sono rimasti “fulminati” dal loro pregiudizio di conferma. Hanno voluto vedere degli effetti positivi dell’omeopatia senza prendere in considerazione letture diverse dei loro dati sperimentali.

Come mai, nonostante questo, i lavori sono stati pubblicati? Beh, la validità di un modello scientifico o la bontà di dati sperimentali devono passare il vaglio temporale. Non dimentichiamoci che ci son voluti 12 anni prima che ci si rendesse conto che il lavoro di Wakefield sulla relazione vaccini-autismo fosse un falso; altrettanti ne sono passati prima che qualcuno si accorgesse che i lavori di Schoen sui superconduttori organici fossero anche essi dei falsi; e tanti altri casi di falsa scienza potete leggere qui. In definitiva: lasciamo lavorare gli anticorpi presenti nell’apparato scientifico. Se sono riuscito ad accorgermi io di questo limite metodologico, altri, più preparati di me nel campo, si accorgeranno non solo di questo, ma anche di altri limiti che io non sono stato in grado di vedere, vuoi per noia, vuoi per impreparazione medica.

Integrazioni

Dopo la pubblicazione di questo articolo sul blog sono arrivati tantissimi commenti. Uno di questi da parte di Stefano Cervigni, autore di utilissimi libri di chimica, in cui scrive:

Ciao Rino, per curiosità mi sono andato a guardare un po’ più in dettaglio gli articoli che hai indicato. Anzi, dico la verità: mi sono letto per bene solo il numero 9, quello di Clinical Epidemiology, l‘articolo del giornale col più alto impact factor.
Oltre alla completa mancanza di prove in bianco, come giustamente osservavi, mi permetto di far notare qualche altra „peculiarità“ di questo articolo (ripeto, quello pubblicato sul posto ‘migliore’ di tutti)
1) Due su quattro autori dell’articolo lavorano per la Boiron, mentre uno lavora per il Cyklad Group, che Google mi dice essere “une société spécialisée dans le coaching des entreprises.” (?)
2) I risultati sono molto incoraggianti. Guarda la figura: qualsiasi cosa prendi, dopo 1 anno di trattamento stai messo esattamente uguale a prima.
3) La conclusione a cui arrivano è da incorniciare: tanto dal mal di schiena e artrite non si guarisce comunque. Tanto vale che ti prendi la caramellina mia.

Come gli omeopatici siano riusciti da questo a strombazzare titoli come: Omeopatia vs allopatia, il piùgrande studio fatto in Francia, EPI3, dice che l’efficacia delle cure è la stessa”e che: “Dopo 7 anni di osservazioni su oltre migliaia di pazienti, EPI3 mostra che la percentuale di guarigione è la stessa, ma usando l’omeopatia ci sono meno effetti collaterali” mi è completamente oscuro.
Grazie ancora e in bocca al lupo!

Fonte dell’immagine di copertina: Wikipedia Commons

Effetto placebo: le ultime novità

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Ed eccoci di nuovo qui a parlare di effetto placebo. Ne avevo già discusso qui quando avevo evidenziato l’assenza di effetto terapeutico dell’omeopatia attribuendo al solo effetto psicologico l’eventuale successo di preparati che di farmacologico non hanno assolutamente nulla.

Naturalmente ogni volta che si parla male dell’omeopatia c’è la sollevazione popolare perchè a nessuno piace ammettere di cadere preda di ciarlatani e stregoni; oggetto della sollevazione è sempre lo stesso argomento “su di me funziona”; argomento questo che ha un senso logico solo per chi non capisce nulla di scienza oppure per chi, pur avendo studiato a qualsiasi livello una qualche materia scientifica, non ha “digerito” molto bene le materie che ha studiato.

In realtà l’effetto placebo è tenuto in debito conto dalla comunità scientifica, tanto è vero che ci sono numerosissimi studi che cercano di spiegarne l’importanza nel coadiuvare l’azione di farmaci di ogni tipo.

Una disamina divulgativa sull’effetto placebo la si può trovare nel libro del Prof. Dobrilla dal titolo “Cinquemila anni di effetto placebo”.

Perché ho deciso di tornare alla carica con l’effetto placebo? Semplicemente perché mi è caduta sotto gli occhi una notizia in merito ad uno studio condotto da un team di ricercatori svizzeri sull’importanza dell’effetto placebo nella sensazione del dolore (qui).

Di solito si riporta che perchè un placebo possa avere un qualche effetto è necessario che l’individuo sia cosciente ed in stato di veglia; in più si ritiene che il soggetto debba essere sottoposto ad inganno, ovvero non deve sapere che sta assumendo il placebo.

La novità dello studio dei ricercatori svizzeri è che sembra non sia necessario l’inganno perché un rimedio placebo possa avere effetto. Infatti, questi studiosi hanno sottoposto un gruppo di volontari a shock termico, ovvero hanno analizzato la loro resistenza e tolleranza alle alte temperature con e senza l’aiuto di un farmaco antiustioni. In particolare, in una delle prove è stato chiaramente esplicitato che il farmaco era un semplice placebo.

Ebbene, a quanto pare, la tolleranza alle ustioni sembra sia stata superiore alle aspettative anche quando i soggetti sapevano di assumere un formulato senza alcuna valenza farmacologica. La domanda a questo punto è: quali sono i meccanismi alla base del fenomeno osservato?

Dal momento che quello appena descritto è il primo studio del genere, è necessario attendere ulteriori sviluppi per confermarne la validità e per approfondire i meccanismi che aumentano la tolleranza al dolore anche in condizioni in cui si è consci di star assumendo un sistema placebo.

Fonte dell’immagine di copertinahttp://www.stateofmind.it/2016/01/effetto-placebo-psicologia/

Omeopatia e fantasia. Parte IV

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Ed eccoci giunti all’ultima parte di questo lungo reportage sull’omeopatia. Questa serie di articoli divulgativi è nata da uno studio cominciato un po’ di tempo fa che ha consentito prima una pubblicazione divulgativa e poi una lezione divulgativa che ho tenuto a Bassano del Grappa il 29 Dicembre 2016 (qui l’articolo e qui la lezione se non siete interessati a leggere l’articolo).

L’esigenza di un reportage divulgativo più approfondito dell’articolo citato è nata dalla constatazione che i pro-omeopatia (quelli che io definisco “amici dell’omeopatia”) battono sempre sugli stessi tasti ogni volta che si parla di tale pratica che più volte ho definito “magica” ed “esoterica”. In particolare, l’opinione corrente di questi individui informatissimi sull’omeopatia, ma di certo molto poco informati sulla scienza chimica, fisica e biologica, è che gli scienziati sono, mediamente, contro l’omeopatia perché chiusi intellettualmente e rifiutano a-priori questa pratica sulla base di preconcetti culturali che ne impediscono una adeguata apertura mentale.

Ho voluto far vedere che, in realtà, non è così. Sono stati condotti studi molto dettagliati su tutti gli aspetti dell’omeopatia e tutti questi studi si incanalano in un’unica direzione: l’omeopatia è veramente una pratica magica al di fuori dal tempo. Il suo uso si basa solo su una fede cieca ed incondizionata che denota, purtroppo, ascientificità, illogicità e scarsa cultura scientifica.

Riassunto delle puntate precedenti

Nella prima parte di questo reportage (qui) ho evidenziato i limiti dei lavori di Benveniste e Montagnier intesi come “paladini” dell’omeopatia. I lavori di questi due “eroi” contengono tante di quelle incongruenze sperimentali da renderli del tutto inaffidabili. Tuttavia, nonostante l’inaffidabilità, le loro ipotesi affascinanti sono state tenute in debito conto tanto è vero che sono stati condotti studi per verificare la validità dell’ipotesi della “memoria” dell’acqua che è alla base della presunta efficacia dei rimedi omeopatici. La seconda parte del reportage (qui) è stata proprio dedicata alla valutazione delle prove a sostegno dell’ipotesi “memoria”. La conclusione è che tale ipotesi è frutto solo di fantasia e di scienza patologica. Nella terza parte del reportage (qui) ho preso in considerazione le varie meta-analisi che nel corso degli anni sono state fatte per valutare, in modo statistico, l’eventuale efficacia dell’omeopatia. Ne è venuto che gli effetti dell’omeopatia sono ascrivibili al solo effetto placebo.

effetto placebo

Quando parliamo di “effetto placebo” intendiamo riferirci ad un qualsiasi cambiamento positivo (nel caso di un cambiamento negativo si parla di “effetto nocebo”) nello stato di salute di un paziente come conseguenza di un’azione aspecifica non attribuibile ad alcun trattamento o farmaco.

Tale effetto si osserva solo in pazienti che sono in stato di veglia e coscienti. Questa è una considerazione importante perché permette ai seguaci dell’omeopatia di affermare che tale pratica, a discapito di quanto già evidenziato nelle “puntate precedenti”, ha un effetto biochimico reale sebbene ancora non conosciuto nei suoi particolari. Infatti, quale coscienza può avere un neonato o un animale a cui vengono somministrati i rimedi omeopatici?

I meccanismi alla base dell’effetto placebo

I principali meccanismi che consentono di spiegare l’effetto placebo sono i seguenti:

  1. effetto Rosenthal o effetto aspettativa
  2. apprendimento per imitazione
  3. condizionamento Pavlov o riflesso condizionato
  4. effetto Hawthorne o effetto dell’osservatore.

L’effetto Rosenthal consiste nel fatto che ogni individuo tende a modulare il proprio comportamento secondo quanto ci si aspetta in base ai risultati attesi. Per esempio, se un medico somministra un medicamento ad un paziente e si attende un risultato positivo, trasmette, anche inconsciamente, al paziente quelle che sono le sue aspettative. Il paziente risponderà alla somministrazione del preparato fornendo al medico le indicazioni che egli si aspetta in merito alla terapia.

L’apprendimento per imitazione si riferisce al processo in cui un individuo modula il suo comportamento osservando e imitando/emulando le azioni di un individuo di riferimento. Questo tipo di apprendimento è molto sfruttato, per esempio, nel campo della comunicazione. Il testimonial pubblicitario, modello da cui prendere esempio, induce un comportamento emulativo/imitativo nell’acquirente che si immedesima nel modello stesso ed immagina di poterlo incarnare così da identificarsi con lui e con i valori che egli rappresenta.

Il condizionamento Pavlov consiste nella modulazione involontaria di un determinato comportamento quando l’individuo è soggetto a stimoli sia interni che esterni a se stesso. Supponiamo che un individuo assuma un rimedio convinto che possa essere utile a far passare un dolore. A seguito dell’assunzione del rimedio si attiveranno nel suo cervello delle aree che porteranno alla produzione di sostanze deputate al raggiungimento dello stato di benessere. Una volta “abituato a guarire” con quel rimedio, l’individuo avvertirà la diminuzione del dolore ogni volta che è convinto di assumere quel particolare rimedio a cui associa la cura di quel determinato dolore.

L’ effetto Hawthorne consiste nella variazione di un comportamento quando un individuo è soggetto all’osservazione da parte di un terzo. Il nome di questo effetto deriva da quello di una cittadina dell’Illinois in cui fu condotto uno studio per valutare le azioni da intraprendere per il miglioramento dell’efficienza produttiva degli impiegati di una azienda elettrica. I risultati dimostrarono che l’efficienza lavorativa non migliorava per effetto di migliori condizioni lavorative come, per esempio, migliore illuminazione, mensa meglio organizzata, migliore retribuzione etc, ma grazie alle attenzioni personali da parte dei responsabili dell’azienda. In altre parole, si evidenziò che il miglioramento dell’efficienza lavorativa era legato ad una migliore comunicazione, una più elevata attenzione per i sentimenti individuali, comprensione dei problemi personali, etc. etc. Insomma, è l’osservatore che induce un comportamento positivo da parte dell’osservato.

Effetto placebo in pediatria, veterinaria e agricoltura

L’azione dell’effetto placebo è descritto in tutti gli studi sull’uso dei rimedi omeopatici in pediatria , veterinaria ed agricoltura .

Nel caso di applicazioni pediatriche, l’effetto placebo si può realizzare o attraverso l’apprendimento per imitazione, o attraverso il condizionamento Pavlov o attraverso l’effetto Hawthorne .

Un bambino nell’età in cui è in grado di comprendere ed a cui viene applicato un rimedio omeopatico che secondo i genitori ha una qualche efficacia terapeutica, viene condizionato dalle aspettative e dalle attenzioni dei genitori.

In altre parole, il suo comportamento nei confronti della patologia si adegua a quanto i genitori si attendono dal rimedio. Se il bambino è un neonato o è in una condizione tale da non poter comprendere, allora l’effetto placebo dipende solo dalle aspettative dei genitori. Questi ultimi interpretano le variazioni comportamentali come effetti positivi del rimedio, mentre, invece, si tratta solo di correlazioni senza causazione.
Le aspettative dell’osservatore influenzano anche le osservazioni sugli animali e sulle piante. Un animale o una pianta appaiono riprendersi per effetto dell’azione dei rimedi omeopatici solo perché l’osservatore “pretende” di vedere cambiamenti positivi che, in realtà, non esistono.

Conclusioni

Ed eccoci finalmente alle conclusioni. Dall’insieme delle informazioni riportate nelle diverse parti di questo reportage, appare chiaro che l’omeopatia è stata ampiamente studiata ed opportunamente falsificata in senso popperiano. Quando scrivo che questa pratica è assimilabile ad una pratica magica di tipo esoterico, lo faccio a ragion veduta: la mia opinione scientifica si basa sulla valutazione delle osservazioni sperimentali che si sono accumulate nel corso degli anni.

Mentre l’omeopatia, nata ufficialmente nel 1810 con la pubblicazione dell’ “Organon of medicine” di Hanhemann, è rimasta ferma alle conoscenze primitive in voga nel XIX secolo, la scienza è andata avanti; ha elaborato un impianto di conoscenze col quale è in grado di spiegare gran parte dei fenomeni osservabili intorno a noi. L’omeopatia, purtroppo, pur essendo una pratica cosiddetta “dolce” e non invasiva, non è osservabile e, per questo, priva di ogni significato. Le osservazioni in merito alla sua presunta efficacia sono riconducibili ai meccanismi dell’effetto placebo.

Mi rendo perfettamente conto che tutto quanto riportato non convincerà gli estremisti dell’omeopatia. Ma non è importante. Questi individui sono e rimarranno ignoranti. Le loro obiezioni si baseranno sulle solite chiacchiere come per esempio “ciò che non è osservabile oggi, lo sarà domani” oppure “anche gli elettroni non si osservano, eppure esistono”. Queste posizioni sono illogiche ed antiscientifiche. Neanche oggi noi siamo in grado di osservare gli elettroni. La loro esistenza è teorizzata sulla base di osservazioni indirette che ci hanno permesso di capire che la materia è fatta da particelle elementari con certe particolari caratteristiche. Noi osserviamo solo gli effetti che queste caratteristiche hanno sul mondo che ci circonda.

L’obiettivo di questo reportage scientifico è quello di mettere assieme le informazioni sperimentali più attuali per cercare di far capire, a chi ancora nutre dei dubbi, che l’omeopatia non serve. Per la cura di patologie serie bisogna sempre ed esclusivamente rivolgersi a medici e farmacisti seri.

Ringraziamenti

Devo ringraziare il Prof. Stefano Alcini per le utilissime chiacchierate che mi hanno consentito di chiarire i miei dubbi in merito all’effetto placebo. In realtà, sto ancora studiando i meccanismi psicologici alla base di tale effetto. Mi scuso per le eventuali inesattezze ed il linguaggio non corretto che ho potuto utilizzare in quest’ultima nota. La responsabilità è tutta mia ed è legata alla mia ignoranza dovuta al fatto che non sono né un medico né uno psicologo. Qualsiasi suggerimento utile a migliorare la nota è più che benvenuto.

Letture consigliate

R. Rosenthal, L. Jacobson (1966) Teachers’ expectancies: determinants of pupils’ IQ gains, Psycological Reports, 19: 115-118

R.W. Byrne, A.E. Russon (1998) Learning by imitation: a hierarchical approach, Behavioural and Brain Sciences, 21: 667-721

I. Pavlov (2010) Conditioned reflexes: an investigation of the physiological activity of the cerebral cortex (Translated by G.V. Anrep), Annals of Neurosceinces, 17: 136-141

E. Mayo (1945) The social problems of an industrial civilization, Boston: Division of Research, Harvard Businness School

K. Weimer et al. (2013) Placebo effects in children: a review, Pediatric Research, 74: 96-10

R.T. Mathie, J. Clausen (2015) Veterniary homeopathy: meta-analysis of randomised placebo-controlled trials, Homeopathy, 104: 3-8

Altre letture divulgative

www.laputa.it

Omeopatia pratica esoterica senza fondamenti scientifici

Fonte dell’immagine di copertinahttps://daily.wired.it/news/internet/2011/08/17/boiron-minacce-blogger-14039.html