Omeopatia su Quotidiano Sanità: tra chicche e fantasia

Quotidiano sanità mi sembra una buona testata giornalistica. Non sfoglio molto spesso le pagine on line di questo giornale, ma quando lo faccio sono soddisfatto delle risposte che trovo. Nell’ultima settimana questo quotidiano ha ospitato tra le Lettere al Direttore una serie di articoli sull’omeopatia, pratica pseudo scientifica su cui sono già intervenuto parecchie volte nel mio blog (qui la raccolta di tutti gli articoli) oltre che in radio (qui l’intervista che a suo tempo mi ha fatto Lele Pescia di Neanderthal Pride) e in un capitolo del mio libro “Frammenti di Chimica” (qui e qui).

I presupposti

Il tutto nasce da una lettera del Dr. Santi del 28 Gennaio 2019 (qui) in cui l’autore spiega che la pratica omeopatica ha solo una valenza storica dal momento che dal 1810 – anno in cui fu reso pubblico l’Organon di Hahnnemann, “bibbia” dei principi omeopatici – la scienza ha fatto passi da gigante. Oggi si conoscono i meccanismi biochimici di moltissime patologie e si sa che certi metaboliti e certe molecole (o principi attivi) se usate nel modo opportuno sono in grado di esplicare una precisa funzione biochimica nei processi metabolici che sono alla base delle patologie anzidette. Il Dr. Santi evidenzia l’importanza che nello sviluppo della medicina ha avuto l’input di Hahnnemann che ha consentito di comprendere i meccanismi che sono alla base dell’effetto placebo. Quando un individuo prende un rimedio omeopatico, la convinzione di star assumendo qualcosa che lo aiuta nel contrastare la patologia da cui è affetto, innesca la produzione di quei metaboliti che sono realmente efficaci nella cura di cui ha bisogno. La letteratura in merito è molto vasta e non mi stancherò mai di citare il bellissimo libro del Prof. Giorgio Dobrilla dal titolo “Cinquemila anni di effetto placebo” leggendo il quale ho imparato tantissime cose. Le conclusioni, ovvie, del Dr. Santi sono, quindi, che non ha senso che costosissimi rimedi omeopatici, la cui efficacia non è superiore al placebo, siano a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In questa sede non posso fare altro che ricopiare le parole del Dr. Sarti col quale concordo in pieno:

Dobbiamo ricostruire una cultura della salute che passi attraverso la ricerca di uno stile di vita corretto, alimentazione compresa, e non nella ricerca di farmaci, anche se “dolci”, poco invasivi, tanto privi di effetti collaterali quanto privi di efficacia terapeutica!

E quali sono state le reazioni a queste parole condivisibili e del tutto ragionevoli del Dr. Santi?

Beh…la Dottoressa Silvia Nencioni – Presidente e AD di Boiron Italia – ha scritto una lettera utilizzando i luoghi comuni più noti sull’omeopatia. Potete leggere la lettera qui e le mie considerazioni su di essa qui con un post sul mio blog che pare abbia avuto molto successo – solo su facebook, per esempio, ha raggiunto 37 000 persone nel momento in cui scrivo questa nota. Non voglio, quindi ripetermi.

Un dibattito inutile

Ciò che voglio evidenziare, invece, è che delle considerazioni analoghe alle mie sono state fatte con una lettera al direttore del Quotidiano Sanità da parte del Dr. Salvo Di Grazia (Medbunker per i cibernauti). La lettera del Dr. Di Grazia è a questo link. Anche il Dr. Di Grazia ha, sostanzialmente evidenziato l’efficacia pari al placebo dei rimedi omeopatici (senza nulla togliere all’importanza dell’effetto placebo che è importantissimo in medicina) e ha ribadito l’inopportunità di mettere a carico del nostro SSN delle spese che sono praticamente del tutto inutili. Nessuno vuole vietare la libertà alle persone di scegliere pratiche inutili sotto l’aspetto biochimico e fisiologico per risolvere i propri problemi di salute. Ciò che è incomprensibile è che tutti dobbiamo pagare per le scelte sconsiderate di chi prima cerca di rimediare ai propri problemi mediante la magia e poi, quando la patologia si aggrava, chiede aiuto agli ospedali e alla medicina vera che finanziamo tutti quanti con le nostre tasse. Sì. Certo. Anche chi sceglie l’omeopatia paga le tasse ed ha diritto all’assistenza pubblica. Quanto meno, però, si paghi da solo i costi esosi di rimedi che hanno efficacia pari al placebo senza chiedere nulla al servizio sanitario nazionale (ad oggi i rimedi omeopatici sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi. Questo significa che posso spendere una certa cifra in rimedi inutili e detrarne una certa percentuale dalla mia dichiarazione dei redditi. Se volete averne idea basta cliccare qui).

Scienza omeopatia e fantasia

Naturalmente alla lettera del Dr Di Grazia sono seguite altre due lettere in difesa dell’omeopatia. Entrambe pubblicate il giorno 4 Febbraio (qui e qui). In linea generale, come prima cosa, non posso far altro che notare che, invece di entrare nel merito delle questioni poste da Salvo Di Grazia, entrambi gli autori usano la fallacia ad hominem, ovvero attaccano la persona per distogliere l’attenzione dai fatti: l’omeopatia non serve a nulla se non come placebo. Uno dei due (professore di chimica in pensione presso l’Università di Firenze) scrive per esempio: “Da una rapida indagine ho scoperto che il Dr. Di Grazia è un medico che “cerca la verità” (c’è scritto così) e che è autore di numerose pubblicazioni scientifiche. La tecnologia a disposizione di tutti mi ha permesso di appurare che apparentemente non è autore di nessuna pubblicazione scientifica, ma che in realtà è un opinionista che ama scrivere, fra l’altro con stile apprezzabile, contro le bufale della medicina non ortodossa”.  Aggiunge anche “questo punto mi porta a sottolineare un aspetto importante: l’opinionista si esprime, si sente, si piace e vede il mondo in discesa, visto che si è posto su un piedistallo. Per contro, chi ha passato cinquanta anni della propria vita, come ho fatto io, dentro un laboratorio sa benissimo che il mondo è in salita e il provare a interpretarlo utilizzando il sentimento della propria teocrazia intellettuale non produce vantaggio. Tuttavia anche fare l’opinionista è un mestiere lodevole, che va apprezzato. Solo che bisogna saperlo fare, perché è un mestieraccio: bisogna studiare, leggere, informarsi perché i gatti neri ti aspettano sempre fuori della porta”. In altre parole, il Dr. Di Grazia viene relegato al grado di opinionista perché l’autore della lettera, professore di chimica in pensione, ha condotto studi dettagliati su cui ritornerò fra poco.

Il secondo autore (che si firma Presidente Omeoimprese e che, quindi, ha un conflitto di interessi acclarato) scrive: “non posso esimermi dal rispondere al dottor Di Grazia che attacca in modo offensivo e come sempre pregiudizievole il comparto omeopatico”. Quindi, un medico qualificato che pratica la sua professione in Scienza e coscienza ha pregiudizi, mentre il Presidente di Omeoimprese non ha pregiudizi ed è a favore della scienza. Tanto a favore della scienza che dichiara: “Ci sono personalità del mondo scientifico, addirittura premi Nobel, che hanno un atteggiamento possibilista e sicuramente più aperto nei confronti della medicina omeopatica” – e questa si chiama fallacia dell’appello all’autorità (qui) che è il leitmotiv preferito dai sostenitori dell’omeopatia (vi ricordate che è stato già usato dal Presidente e AD della Boiron? Ne ho scritto qui) – aggiungendo anche “un approccio che reputo corretto in quanto la scienza non è scolpita su tavole di pietra ma è una conoscenza in continua evoluzione. Un mutamento e un progresso che ha investito anche il mondo dell’omeopatia”. Infatti la Scienza, quella con la maiuscola, è andata avanti. È l’omeopatia ad essere rimasta sempre uguale a se stessa fin dal 1810, anno in cui fu pubblicato l’Organon di Hahnnemann. Quali sono le innovazioni di cui parla il Presidente di Omeoimprese? Non si tratta certo della rivisitazione dei concetti de “il simile cura il simile” o della succussione (concetti che hanno più o meno 210 anni) o della memoria dell’acqua (questa un po’ più fresca come idea dal momento che fu introdotta da Benveniste nel 1988 ma sbugiardata quasi da subito). No. Le innovazioni riguardano il controllo qualità da parte dell’AIFA. Infatti egli scrive: “le aziende del settore da decenni sono controllate, ispezionate, sia dall’Agenzia del farmaco che dal Ministro della Salute, in quanto produttrici di farmaci”. E posso dire? Ma ci mancherebbe altro! Anche il bar sotto casa è soggetto a regole di controllo qualità ed igiene per i prodotti che immette in commercio. Cosa pretenderebbe il Presidente di Omeoimprese? Che i rimedi omeopatici non vengano sottoposti ai più elementari controlli per appurarne l’innocuità sotto il profilo igienico-sanitario? E chi li dovrebbe fare questi controlli se non l’AIFA? Visto e considerato che questi rimedi sono equiparati a farmaci (qui), è proprio l’AIFA, braccio tecnico del Ministero della Salute, ad essere titolata per i controlli. Quindi quale sarebbe l’innovazione? I controlli dell’AIFA? È proprio grazie ai controlli necessari per garantire la salute pubblica che “le aziende hanno introdotto standard produttivi altamente innovativi”. E cosa dire delle “importanti collaborazioni con i maggiori centri di ricerca universitari italiani e mondiali”? Semplicemente che il mondo accademico è una microsocietà molto diversificata. Si può incontrare chiunque: c’è chi cerca di fare il proprio lavoro in modo serio seguendo tutti i criteri imposti dal metodo scientifico, c’è chi cerca scappatoie per ottenere vantaggi per la sua carriera o per ricevere fondi sempre più consistenti (qui, qui e qui) e c’è anche chi crede nelle cose che fa. Ci crede talmente tanto che non riesce a valutare oggettivamente ciò che fa e cade preda dei propri pregiudizi di conferma (qui). In definitiva, vantarsi delle collaborazioni con enti di ricerca più o meno importanti è il solito specchietto per le allodole che serve solo per nascondere i fatti sotto al tappeto e difendere le proprie posizioni acclarate.

Chimica e omeopatia

So che questo articolo è lungo ed è noioso da leggere. Ma consentitemi di dedicare un paragrafo alla lettera del mio collega chimico in quiescenza dell’Università di Firenze (qui). Ho già scritto poco fa della sua fallacia ad hominem. Lasciamola stare ed andiamo avanti.

La sua lettera ha un interessante incipit: “Premetto che la lettera non mi è stata segnalata dalla Dssa. Nencioni, dal momento che, conoscendola, non aveva e non ha nessun bisogno di farlo. Viceversa non ho la fortuna di conoscere il Dr. Di Grazia, anche se poi mi sono ricordato che è stato autore di un articolo simile sul periodico Previdenza, con il quale la FNOM-Ceo cura la salute delle anime dei propri iscritti pubblicando, senza contraddittorio visto che la vera scienza non è democratica, non già consigli per mantenere in salute un popolo di medici vecchierelli, ma compulsioni che ai più sembrano lesive della deontologia professionale di una parte dei propri iscritti, i medici omeopati appunto”.

Mi verrebbe da dire ciò che è spiegato benissimo in questo video, nell’accezione del primo dei due termini di cui si descrive il significato: https://www.facebook.com/IlSocioAci/videos/293772537913204/

Il fatto che il collega professore (in realtà, ex collega perché io sono ancora in servizio) non conosca personalmente il Dr Di Grazia nulla toglie e nulla aggiunge alla serietà di quest’ultimo ed al fatto che si tratti di un medico che si esprime con cognizione di causa, sempre e solo nel merito delle questioni che egli decide di affrontare. Ed il fatto che il collega professore conosca la Dr.ssa Nencioni, nulla toglie e nulla aggiunge al fatto che ella sia presidente ed amministratore delegato della Boiron, nota ditta francese di prodotti omeopatici, e, di conseguenza, necessariamente coinvolta in un conflitto di interessi. Non ho nulla da dire in merito. La dottoressa, giustamente, difende gli interessi della sua categoria. Avrei preferito che lo avesse fatto senza utilizzare i soliti luoghi comuni di cui ho già parlato, ma va bene lo stesso.

Ed allora? A cosa serve questo incipit se non a distogliere l’attenzione del lettore dal reale problema dell’omeopatia, ovvero la sua inconsistenza scientifica, e puntarla verso l’autore delle critiche introducendo la fallacia ad hominem di cui ho parlato?

Questa introduzione sembra seguire le linee generaliste, e talvolta non esattamente corrette, che il professore utilizza nei lavori sull’omeopatia di cui è autore (la sua produzione scientifica è presente nei nostri data base – Scopus in primis – dalla quale si evince che egli ha pubblicato 131 lavori che, per “chi ha passato cinquanta anni della propria vita, come ho fatto io, dentro un laboratorio”, sono circa 3 lavori all’anno). In uno di questi lavori (scaricabile liberamente da questo link), il professore scrive: “The properties of macroscopic matter are related to the properties of its microscopic units. This is in agreement with the statement that the whole is nothing but the sum of its parts. The problem is what ‘the sum of parts’ means. Basic research in pharmacology is carried out according to the belief that the interactions of a molecule with organism units follow simple rules, though often the application of these rules is complicated. But this in principle is relatively unimportant since it is always possible that in the future tools may be developed which could solve these complications. Bearing this in mind, pharmacology describes its ownperspective in terms of ontological or sometimes epistemological reductionism”.

E qui, adesso, parliamo di scienza

Quello che è scritto, sebbene in modo tecnico e con belle parole, è un altro leitmotiv dei sostenitori dell’omeopatia. Si tratta del famoso approccio olistico secondo il quale una persona non è una banale somma di “oggetti” chimici, ma qualcosa di più. Ne ho parlato più volte: la prima sull’enciclopedia volante www.laputa.it (qui), per poi rilanciarlo sul mio blog appena “costruito” (qui). Ma ho fatto anche un elogio del riduzionismo (qui) in cui ho evidenziato che, in realtà, i detrattori del riduzionismo (ovvero, i sostenitori dell’omeopatia) sono attaccati ad una visione ottocentesca della scienza (e non potrebbe essere altrimenti dal momento che le loro idee immutabili risalgono al 1810 che, come ho già scritto, è l’anno in cui Hahnnemann ha “partorito” la sua opera) che ha le sue basi nell’incredibile sviluppo che la termodinamica ha avuto a cavallo tra 1700 e 1800. In quegli anni, per esempio, Carnot enunciò il principio secondo il quale il rendimento di una macchina termica che lavora tra due sorgenti di calore non può mai superare quello della cosiddetta macchina di Carnot. Tradotto in parole povere, l’energia termica che serve per muovere una qualsiasi macchina non viene trasformata tutta in energia meccanica, ma, a causa di forze dissipative, parte di essa viene dispersa e non può essere utilizzata. Si tratta, in pratica, della negazione del famoso moto perpetuo la cui ricerca termina proprio con l’enunciazione del teorema di Carnot.

Proprio l’enorme sviluppo scientifico dei secoli anzidetti, portò alla convinzione che l’essere vivente non fosse altro che una vera e propria macchina il cui funzionamento poteva essere compreso solo se venivano isolate le sue singole componenti e ne veniva indagato il funzionamento pezzo per pezzo. L’idea era che una volta compreso il funzionamento delle singole parti, esse potevano essere riassemblate per riottenere di nuovo l’essere vivente.

Questa idea è caduta in disuso da tantissimi anni e non si capisce perché scienziati, apprezzabilissimi per il lavoro che svolgono, cadano preda del suo fascino. Magari può essere questione di età: tutti, prima o poi, arriviamo alla fine di un ciclo intellettuale. Quando accade, gli accademici cominciano a dare letteralmente i numeri: è accaduto a Linus Pauling con la sua fissazione sugli effetti biologici della vitamina C, a Luc Montagnier con la sua fissazione per la memoria dell’acqua, a Kary Mullis con la sua negazione della correlazione HIV-AIDS, a Emilio Del Giudice con la sua fissazione per le quantum electrodynamics applicata all’acqua. Potrei continuare, ma sono sicuro che prima o poi capiterà anche a me.

Perché sto scrivendo queste cose? Semplicemente perché non è vero che “Basic research in pharmacology is carried out according to the belief that the interactions of a molecule with organism units follow simple rules” e che “Bearing this in mind, pharmacology describes its own perspective in terms of ontological or sometimes epistemological reductionism”. A leggere questa cosa sembrerebbe che J.J. Monod non sia mai esistito e che il suo lavoro non sia mai stato oggetto di premio Nobel nel 1965. Oltre che essere l’autore de “Il caso e la necessità”, opera che tutti quelli che si occupano di scienza dovrebbero o avrebbero dovuto leggere, Monod è lo scienziato che ha introdotto il concetto di allosterismo, ovvero dell’interazione reversibile di un enzima con una piccola molecola, o con un’altra macromolecola che si lega a un sito diverso dal sito attivo della proteina, tale da indurre nell’enzima un cambiamento conformazionale che comporta profonde variazioni della sua attività. In altre parole, un sistema complesso, per effetto delle interazioni con un altro sistema, assume delle proprietà che da solo non è in grado di mostrare. Insomma, il fatto che le proprietà di un insieme non siano una semplice combinazione lineare delle proprietà delle singole componenti, bensì il risultato di combinazioni non lineari, è noto da tempo ed è un concetto che tutti quelli che si occupano di scienza a vario titolo hanno ben presente.

Questo articolo non vuole essere una critica al lavoro encomiabile del collega in quiescenza dell’università di Firenze, ma voglio solo far notare che chi si erge a paladino di una pseudo scienza come l’omeopatia, adatta le sue conoscenze alle proprie convinzioni perdendo di vista l’oggettività. Come ho già scritto, capita a tutti ed il club è molto ben frequentato.

Ancora l’appello all’autorità

Il collega, appellandosi al solito principio di autorità, cita una neurologa “in predicato per essere candidata al Nobel per la scoperta del sistema glimfatico” (in merito al sistema glimfatico ho trovato un bell’articolo pubblicato su Le Scienze che rimanda anche al lavoro originale su Science). Ora, che la scienziata sia in predicato di essere candidata al Nobel è una vera e propria chicca, dal momento che le candidature sono segrete e vengono tenute tali per cinquant’anni. Come ne sia venuto a conoscenza, non è dato saperlo. Arguisco che il collega abbia fonti sicure in merito. In ogni caso, a parte questa notizia che può essere sfuggita nella foga del momento, il lavoro in cui la scienziata “in predicato di” dimostra che l’agopuntura innesca la produzione di adenosina, una molecola responsabile dell’attenuazione del dolore, è stato pubblicato nel 2010 su Nature Neuroscience (qui). Tuttavia, questo lavoro non dimostra affatto l’efficacia dell’agopuntura. E non sono io a dirlo, visto che non sono un clinico. Il lavoro lo ha studiato nei dettagli il team di Science-Based Medicine che fa capo a David Gorsky. Per chi non lo sapesse, Gorsky è medico  cacciatore di bufale, una professione quanto mai necessaria nel mondo iper-connesso di oggi in cui ogni sciocchezza riesce a raggiungere una popolazione molto ampia non sempre pronta a recepire ciò che viene prodotto nei laboratori di tutto il mondo.  Se avete voglia, potete leggere l’articolo completo con tutte le inconsistenze a questo link.

Conclusioni

Ora basta. Ho scritto questo articolo su word e la sua lunghezza è quella di uno dei miei lavori di ricerca. Penso di avervi annoiato anche troppo. Spero molto che abbiate avuto la pazienza di giungere fino a questo punto nella lettura. Il mio obiettivo era quello di far vedere che, purtroppo, come ho scritto prima, il mondo scientifico è popolato da tanta gente. Moltissimi sono quelli che lavorano seguendo il codice etico scientifico secondo il quale il dato sperimentale è sovrano (questa l’ho imparata dal mio professore di tesi, il Professore Ciro Santacroce. Sto invecchiando e come i vecchi comincio a ricordare i tempi in cui ero più spensierato e vedevo il mondo scientifico con gli occhi del giovane che vuole scoprire il mondo nascosto e irraggiungibile ai sensi umani). Molti sono quelli che sono soggetti a conflitto di interessi e farebbero meglio a starsene buoni e zitti. Tanti sono quelli che si lasciano affascinare dalle proprie idee e perdono il contatto con l’oggettività sperimentale inseguendo i propri pregiudizi di conferma. Anche i chimici, come ho dimostrato, non sono infallibili. Purtroppo, la popolarità è una droga ed è semplice scrivere “Lettere al Direttore” invocando l’argumentum ad populum, l’argumentum ad hominem, l’argumentum ab auctoritate per screditare il proprio avversario senza entrare nel merito delle questioni, soprattutto quando questi mette in dubbio la validità del lavoro che si è portato avanti nell’ultima parte della propria carriera accademica.

Cronologia delle Lettere al Direttore del Quotidiano Sanità

28/01/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70346

02/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70577

03/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70597

04/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70614

04/02/2019 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=70622

Fonte dell’immagine di copertina: Wellcome Images

Omeopatia: aridaje

 

Pensavo fosse finita o, quantomeno, che i fan dell’omeopatia non utilizzassero sempre gli stessi argomenti, triti e ritriti, ormai da tempo sbufalati, e si rinnovassero nel loro repertorio in merito all’omeopatia che non mi stancherò mai di assimilare alle pratiche sciamaniche utilizzate dagli uomini di Neanderthal.

Perché scrivo questo? Semplicemente perché è comparsa sul Quotidiano Sanità una lettera al direttore (qui) in cui l’autrice, presidente ed amministratore delegato della Boiron (nota azienda di prodotti omeopatici), non fa altro che riutilizzare, per l’ennesima volta, a mo’ di mantra, le stesse argomentazioni che ho già avuto modo di confutare nel merito più volte anche in una lezione fatta qualche anno fa a Bassano del Grappa e visibile su YouTube (tutta la serie dei miei articoli divulgativi è qui, oltre che nel mio libro “Frammenti di Chimicaqui e qui).

Ma andiamo nei dettagli: data base e validità dei lavori scientifici

L’autrice scrive:

Il primo fatto oggettivo è che – al contrario di quanto continuano ad affermare gli oppositori dell’omeopatia – la letteratura scientifica sull’argomento, seppur lontana dall’essere esaustiva e ne siamo consapevoli, è ampia. Per rendersene conto basta consultare banche dati biomedicali quali PubMed e leggere i lavori scientifici pubblicati su riviste peer review, con Impact Factor. Tra questi, meta-analisi, studi osservazionali, clinici e preclinici, per citarne alcuni. E’ peraltro online da alcuni mesi anche un database nel quale sono raccolti gli studi pubblicati sul tema negli ultimi 70 anni. La mia impressione è che, spesso, chi dice che non esistono ricerche di qualità sull’omeopatia non le abbia mai cercate e tantomeno studiate. Un atteggiamento in completa antitesi a ciò che dovrebbe essere il pensiero scientifico, che spinge a studiare e sperimentare ciò che non si comprende fino in fondo

Vediamo dove sono le fallacie in quanto scritto.

L’autrice usa il classico “appello all’autorità” (qui) in base al quale se una fonte autorevole riporta delle affermazioni, queste automaticamente sono vere (laddove il “vero” scientifico non ha forza in senso assoluto).

L’autorevolezza di una rivista scientifica si misura mediante l’impact factor (IF), ovvero un numero che tiene conto della quantità di citazioni che gli articoli pubblicati nella rivista stessa ricevono. Se i lavori vengono molto citati, vuol dire che hanno un buon impatto nel settore scientifico di riferimento e la rivista che li pubblica, di conseguenza, ha essa stessa un buon impatto.

Come si calcola l’impact factor?

L’IF si calcola confrontando il numero di citazioni di tutti gli studi pubblicati in un biennio col numero totale di studi pubblicati nello stesso biennio. Per esempio, supponiamo che il numero di citazioni di tutti gli studi pubblicati sulla rivista “tal-dei-tali” nel biennio 2015-2016 sia 13000, mentre il numero di studi pubblicati nello stesso periodo sia 5000. L’impact factor si ottiene dal rapporto 13000/5000, ovvero IF=2.6. Questo valore di IF è alto o è basso? Preso da solo, non ha alcun significato. Per stabilire quanto una rivista sia importante, occorre confrontare l’IF di tutte le riviste che appartengono allo stesso settore scientifico. Per questo motivo le agenzie di indicizzazione stabiliscono delle classifiche di merito – o rating – in cui le riviste più prestigiose – perché pubblicano i lavori che hanno maggiore impatto sul mondo scientifico, ovvero sono i più citati – sono quelle che hanno IF più alto. 

Perché non ha senso quanto riportato nella lettera al direttore scritta dalla AD della Boiron?

Appare chiaro, da quanto detto, che l’autorevolezza di una rivista non si riflette in quella dei singoli lavori pubblicati nella stessa. Quindi, io posso scrivere un lavoro e poi pubblicarlo su una rivista autorevole come The Lancet, per esempio. Non per questo il mio studio diventa automaticamente importante. Ne volete un esempio? Vi ricordate di quella frode scientifica che correlava autismo e vaccini? Ebbene quel lavoro fu pubblicato proprio su The Lancet, una delle riviste più autorevoli in campo medico, ma fu poi ritirato quando, dopo una decina di anni, il mondo scientifico poté verificare l’inconsistenza dei risultati ivi riportati (ne ho anche parlato in uno dei miei tanti articoli sulle frodi scientifiche qui).

Di meta-analisi ed omeopatia.

La signora in questione, sempre per difendere le sue posizioni ideologiche – del tutto lecite vista la posizione che occupa, cita meta-analisi e studi osservazionali in cui si dimostrerebbe la validità dell’omeopatia. Per scrivere il mio libro “Frammenti di Chimica” (in cui un capitolo di 75 pagine è dedicato proprio a questo argomento), ho scaricato, letto e studiato i lavori più importanti e significativi del settore omeopatia. Inutile dire che le meta analisi più importanti riportino esattamente quello che non piace alla scrivente della lettera al direttore e che i cosiddetti lavori osservazionali pecchino di difetti sperimentali che li rendono del tutto inutili per trarre le conclusioni di cui la signora accenna nella sua lettera. Se volete leggere quello che ho scritto in merito, potete far riferimento anche al mio blog dove ho riportato un estratto di quanto scritto nel libro sotto forma di reportage in quattro puntate.

In breve, nella prima parte del reportage (qui) ho evidenziato i limiti dei lavori di Benveniste e Montagnier considerati i paladini dell’omeopatia. La seconda parte del reportage (qui) è  dedicata alla valutazione delle prove a sostegno dell’ipotesi “memoria” dell’acqua delizia dei fan dell’omeopatia. La conclusione è che si tratta solo di fantasia e di scienza patologica. Nella terza parte del reportage (qui) ho preso in considerazione le varie meta-analisi che nel corso degli anni sono state fatte per valutare, in modo statistico, l’eventuale efficacia dell’omeopatia. Ne è venuto che gli effetti dell’omeopatia sono ascrivibili al solo effetto placebo. Infine, nella quarta parte del reportage (qui) descrivo l’effetto placebo, l’unico effetto che i rimedi omeopatici hanno sugli organismi viventi.

Perché l’effetto placebo è malvisto dai sostenitori dell’omeopatia?

Più che dai sostenitori generici dell’omeopatia, l’effetto placebo sembra essere odiato soprattutto da coloro che a vario titolo sono coinvolti nella commercializzazione dei rimedi omeopatici. Mi sembra anche ovvio perché. Un rimedio omeopatico come l’Oscillococcinum, per esempio, contiene soltanto due tipi di zuccheri (saccarosio e lattosio) che costano la bellezza di 2000 € al chilogrammo. Insomma delle pillolette fatte di zucchero costano un occhio della testa. Come posso pretendere di vendere questo prodotto a qualcuno affermando che il suo effetto è solo di tipo placebo? Per poter giustificare il prezzo esorbitante, devo appellarmi a presunti meccanismi biochimici ancora sconosciuti che la cosiddetta “scienza ufficiale” (che ricordo NON esiste) si rifiuta di indagare. Indubbiamente troverò persone semplici che, per cultura, non sono in grado di affrontare ragionamenti scientifici complessi, a cui potrò far credere ciò che voglio e che possono rappresentare il mio bacino di utenti. Queste stesse persone diventeranno, poi, strenui difensori dell’omeopatia perché non sono sufficientemente preparate a poter distinguere ciò che è soggettivo da ciò che non lo è. Ho parlato dell’indotto economico della big pharma omeopatica in una intervista a Il Sole 24 Ore (qui).

Il database dell’omeopatia.

Alla luce di tutto quanto scritto, affermare che esiste un data base che raccoglie gli studi sull’omeopatia fatti negli ultimi 70 anni serve solo come specchietto per le allodole e distrarre l’attenzione del lettore dal vero problema: i rimedi omeopatici hanno solo effetto placebo. Anche se si raccogliessero i lavori fatti a partire da quando fu pubblicato l’Organon di Hannhemann nel 1810, nulla potrebbe cambiare questo dato di fatto.

Antiscienza.

Ha senso, allora, parlare di atteggiamento antiscientifico da parte di chi, come me, si oppone con forza a questi rimedi che non servono a nulla? No. La fondatezza di uno studio scientifico diventa progressivamente più forte col passare del tempo, man mano che l’accumulo delle prove sperimentali rende sempre più difficile la sua falsificazione. Mi dispiace moltissimo per i sostenitori dell’omeopatia, ma questa pratica ha basi scientifiche che sono state falsificate in senso popperiano. Di conseguenza essa è entrata a pieno titolo nella storia passata della scienza. Andiamo avanti e lasciamo il ramo secco dell’albero della scienza dove esso è: nel paradiso delle ipotesi sbagliate di cui il mondo scientifico è pieno.

La registrazione dei rimedi omeopatici.

L’autrice continua la sua disamina scrivendo:

Il secondo fatto oggettivo è relativo al processo di registrazione dei farmaci omeopatici. È fuorviante dire che “nessuna azienda omeopatica ha fatto richiesta di inserire i propri prodotti nel percorso autorizzativo per i farmaci con indicazione terapeutica”.  Se le aziende non lo hanno fatto, è perché mancano le linee guida per la registrazione non semplificata con indicazioni terapeutiche, possibile solo attraverso l’articolo 18 del D.Lgs. 219/2006, che afferma: “Per tali prodotti (ndr.: i farmaci omeopatici) possono essere previste, con decreto del Ministro della Salute, su proposta dell’AIFA, norme specifiche relative alle prove precliniche e alle sperimentazioni cliniche, in coerenza con i principi e le caratteristiche della medicina omeopatica praticata in Italia”. E’ in corso da alcuni anni un confronto con il Ministero della Salute perché si arrivi all’emanazione di queste linee guida, presenti in quasi tutti gli altri Paesi che hanno recepito in modo completo la Direttiva europea

Non ci vuole molto ad andare sul sito web dell’Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) e trovare quanto riportato in questo link. Se avete la pazienza di leggere cosa è scritto lì, si capisce che le indicazioni su come effettuare la registrazione dei rimedi omeopatici sono state date. Evidentemente i problemi che le aziende che producono questi rimedi incontrano sono altri e non voglio indagare. In ogni caso, un articolo divulgativo in merito lo trovate anche sul sito web di Scienza in Rete (qui).

Le indicazioni terapeutiche.

L’autrice scrive ancora:

Il terzo fatto oggettivo è strettamente connesso al punto precedente. E’ vero che le indicazioni terapeutiche non si possono comunicare ai pazienti, ma è falso affermare che non esistono, tanto che proprio per legge esse vengono consegnate ai medici e ai farmacisti (art. 120, D.Lgs 219/2006), previa notifica all’Agenzia del Farmaco, esattamente come avviene per tutti gli altri farmaci“.

Sempre dal sito dell’AIFA è possibile trovare che le indicazioni terapeutiche sono “malattie o gruppi di malattie contro cui un farmaco è efficace” (qui). Per poter dire che un farmaco è efficace contro una data patologia è necessario condurre studi clinici in doppio cieco. Alla luce di quanto scritto fino ad ora, lascio al lettore le conclusioni in merito alla serietà progettuale degli studi clinici condotti con i rimedi omeopatici.

Il progetto EPI3.

E ci risiamo. L’autrice scrive:

i risultati del programma di ricerca EPI3, il più importante studio farmaco-epidemiologico realizzato nel campo della medicina generale in Francia, indicano che, per tutte le condizioni cliniche prese in esame, un paziente seguito da un medico che prescrive medicinali omeopatici ha un decorso clinico simile a quello di un paziente seguito da un medico che non lo fa, senza perdita di opportunità terapeutica e con un minor consumo di farmaci che possono provocare effetti indesiderati“.

Sfortunatamente per la signora, ho scaricato tutti i lavori del progetto EPI3 (sono circa una decina) e li ho studiati per bene. Ne parlo nel mio libro “Frammenti di Chimica“. Ma ne parlo anche nel mio blog: qui. Non voglio riscrivere cose di cui ho già discusso, per cui vi invito ad aprire il link precedentemente indicato ed a leggere perché il progetto EPI3 – finanziato dalla stessa Boiron con circa 6 milioni di euro –  è inconsistente e privo della solidità scientifica che un progetto di questa portata dovrebbe avere (del progetto EPI3 ho discusso con Francesco Mercadante nella mia intervista a Il Sole 24 Ore qui).

Conclusioni

Capite, ora, perché il titolo di questo lungo articolo è “aridaje”? Quando la lettera sul Quotidiano Sanità è venuta ai miei occhi, mi sono innervosito: possibile che non si faccia altro che ripetere sempre e continuamente le stesse cose? Possibile che questa storia non finisca mai? Perché volete ammantare di scientificità qualcosa che di scientifico ha nulla? Qual è il problema nell’ammettere che i rimedi omeopatici sono solo una moda che si inserisce in una mentalità new age che consente di occupare solo una nicchia di mercato più o meno florida? Nessuno vuol vietare l’uso di questi rimedi. Ciò che importa è che le scelte vengano fatte in modo consapevole sapendo che l’eventuale efficacia di un rimedio omeopatico è dovuta solo all’effetto placebo che è ben studiato e conosciuto in letteratura (a tal proposito cito il libro del mio amico Giorgio Dobrilla “Cinquemila anni di effetto placebo“, edra edizioni).

Ringraziamenti

Sono molto grato al mio amico Marco Cappadonia Mastrolorenzi per la consulenza sul romanesco usato nel titolo di questo articolo.

Fonte dell’immagine di copertina: available on Wikimedia Commons. The photo has been licensed under Creative Commons Zero (Source)

Omeopatia, agricoltura e biodinamica®

 

È di questi giorni la notizia relativa ad un congresso sulla biodinamica® ospitato (quindi patrocinato) dal Politecnico di Milano che ha visto la senatrice Elena Cattaneo autrice di una lettera aperta al Rettore di detta Istituzione (qui) per paventare i pericoli legati alla sponsorizzazione della pseudo scienza da parte delle Istituzioni Universitarie. Non voglio spendere più di tante parole in merito a questa pratica di carattere esoterico perché ne hanno già parlato professionisti e colleghi molto qualificati. Per esempio Donatello Sandroni ha descritto dell’inconsistenza della fede nella biodinamica® in un bell’articolo qui, mentre Enrico Bucci ed Ernesto Carafoli ne hanno discusso qui. Voglio anche evidenziare che nel momento in cui scrivo questo post, la pagina relativa al predetto convegno, ospitata sul sito dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica®, sembra essere sparita. Se non ci credete, basta andare sul sito, cliccare su “Eventi” e verificare che l’ultimo convegno elencato è quello del 2016 (Figura 1). Il convegno del 2018 non compare. Per averne certezza, ho ripreso la pagina del CICAP in cui si parlava di questo evento (qui) ed ho cercato di raggiungere la locandina del convegno dai link ivi riportati. Il risultato? lo potete vedere cliccando qui.

Figura 1. Finestra in cui non compare il convegno del 2018

Ora il programma del convegno è in “News” (Figura 2).

Figura 2. Dove trovare il programma del Convegno 2

Dalla finestra a tendina di News bisogna cliccare su “Biodinamica News” (Figura 2) e dalla pagina mostrata in Figura 3, selezionare “Un convegno per la libertà degli agricoltori e dei ricercatori”.

Figura 3. Pagina “Biodinamica News”

A questo punto, bisogna scorrere fino in fondo e cliccare su “Clicca qui per visionare il PROGRAMMA COMPLETO” (Figura 4).

Figura 4. Pagina da cui scaricare il programma del convegno sulla biodinamica

Solo dopo tutte queste operazioni compare, finalmente, il programma completo che qualche giorno fa era raggiungibile in modo molto meno macchinoso (per scaricare il programma cliccare qui).

La Naturphilosophie di steiner e la biodinamica

Appare evidente che la sollevazione occorsa in rete da parte del mondo scientifico ha avuto un effetto inaspettato per coloro i quali hanno organizzato questo evento e nonostante tutte le conferme arrivate da diverse associazioni che, a vario titolo, lo patrocinano. Qui si può leggere l’elenco di coloro i quali hanno difeso le proprie scelte nel patrocinare questo famoso convegno. C’è addirittura chi parla di “libertà di ricerca” (per esempio qui e qui) alimentando l’idea che esista una ortodossia scientifica, simile a quella religiosa, che si oppone ai cambiamenti innovativi perché non compresi e temuti dai “santoni” di quella che viene definita “scienza ufficiale”. A parte il fatto che non esiste alcuna “scienza ufficiale”, ma una sola scienza che è quella che fa uso del metodo scientifico di cui ho parlato in diversi articoli (qui), non si capisce di quali innovazioni si dovrebbe aver paura. La biodinamica® nasce all’inizio del XX secolo nella mente di un tal Rudolph Steiner che, di fatto, applica principi esoterici (come per esempio forze cosmiche ed energie astrali) all’agricoltura. Se volete avere un’idea di cosa sia l’agricoltura pensata da Steiner basta leggere qui. È chiaro dai documenti  citati che si tratta di vera e propria fuffa che si basa anche sulle teorie esoteriche di Hannheman pubblicate per la prima volta nel 1810 nel “The organon of medicine”. Devo aggiungere che le idee strampalate di Rudolph Steiner erano abbastanza di moda all’inizio del XX secolo e rientravano nell’ambito della “Naturphilosophie” che fu, poi, abbracciata anche dal nazionalsocialismo tedesco che in ambito pseudoscientifico non si può dire non fosse all’avanguardia (ma di questo parlerò in un altro post). Volete sapere cosa scrive Philip Ball (se volete conoscerlo basta cliccare qui) a proposito di Steiner nel suo “Al servizio del Reich. Come la fisica vendette l’anima a Hitler”  (Einaudi, 2013)? Ecco:

L’entusiasmo del regime nazista per questo tipo di misticismo e pseudoscienza è ben documentato, per quanto forse non si siano ancora approfondite a sufficienza le assonanze tra fascismo, Naturphilosophie, misticismo con tratti da culto di Rudolf Steiner e antroposofia da una parte, e le confortanti certezze di certe credenze New Age dall’altra.

e ancora:

Steiner è stato difeso dall’accusa di avere simpatie naziste, e sicuramente pare non fosse apprezzato dai nazionalsocialisti stessi. Non avrebbero però probabilmente trovato niente da ridire in questo suo commento: «Gli ebrei in quanto tali sono sopravvissuti a se stessi da molto tempo. Non hanno diritto di esistere nella vita moderna delle nazioni. Che siano ugualmente sopravvissuti è un errore da parte della storia del mondo, di cui c’erano da aspettarsi le conseguenze» (R. Steiner, Gesammelte Aufsätze zur Literatur, 1884-1902, Rudolf Steiner Verlag, Basel 1971, p. 152).

Avete capito il tipo? Certo. Nel corso della storia scienziati famosi, che hanno fornito un enorme input all’avanzamento delle conoscenze, non sono stati irreprensibili sotto l’aspetto etico. Ricordiamo Haber per esempio?  Oppure Lennard e Starck? Il primo, dopo aver ottenuto la fissazione dell’azoto molecolare in ammoniaca, fu l’artefice dei primi gas bellici usati nella prima guerra mondiale. Gli altri due, dopo aver dato un contributo alla meccanica quantistica, sposarono il nazismo e le sue tesi antisemite. Almeno, però, i loro nomi sono scritti nella storia della scienza e ricordati solo per il loro contributo ad essa. Steiner, non solo si inseriva a pieno titolo nell’antisemitismo tipico degli inizi del novecento, ma non diede alcun contributo scientifico. Eppure  oggi c’è ancora gente che segue le indicazioni della pseudoscienza di Steiner che ha tutte le caratteristiche di una fede religiosa in cui il Dio canonico è stato sostituito dalla Natura benigna (anche sul significato che l’ortodossia ambientale attribuisce al termine “natura” mi ripropongo di tornare in seguito).

La agro-omeopatia

L’esoterismo biodinamico trova  un forte appoggio nel mondo dell’omeopatia. Non può essere altrimenti dal momento che tutta la filosofia steinariana è permeata dalle idee hannhemaniane. Di queste idee ne ho già discusso altrove (qui trovate tutta la serie di articoli che ho scritto al riguardo). L’applicazione dei principi omeopatici all’agricoltura ha dato vita a un nuovo filone che alcuni definiscono scientifico che prende il nome di agro-omeopatia.  Quali sono i principi dell’agro-omeopatia? Li potete leggere in una intervista sul sito web di lifegate, qui.

Il mio non vuole essere un attacco a nessuno, ma solo una valutazione critica di quanto scritto in una intervista accessibile a tutti. A chi è privo di conoscenze scientifiche, ciò che è riportato nell’intervista può sembrare plausibile e, di conseguenza, indurre a pensare che l’ortodossia scientifica, la stessa di cui parlavo prima ma che – di fatto – non esiste, si oppone alla libertà di ricerca ed impedisce ai novelli Giordano Bruno ed ai sempiterni Galileo Galilei di non esprimere il loro genio.

L’effetto placebo

Andiamo con ordine e vediamo quali sono i limiti di ciò che è scritto nell’intervista.

le piante, non avendo un sistema nervoso, non sono influenzabili da un punto di vista psichico, dunque sono immuni dall’effetto placebo. L’obiezione che viene sempre fatta da coloro i quali non credono nell’efficacia dell’omeopatia è proprio che agisca sull’onda dell’effetto placebo, anche quando viene applicata agli animali oltre che alle persone.

Il primo punto su cui mi preme centrare l’attenzione è proprio il concetto di effetto placebo. In pratica si sta affermando che esso si osservi solo su organismi viventi dotati di “coscienza” o “consapevolezza”. Le piante, in quanto prive di sistema nervoso, non hanno né l’una né l’altra e, di conseguenza, non è possibile parlare di effetto placebo.

Cos’è l’effetto placebo?

Ne ho parlato già diverse volte e ne ho discusso anche nel mio “Frammenti di chimica. Come smascherare falsi miti e leggende”. L’effetto placebo è uno dei due effetti che si osservano quando si assume un farmaco. Il primo è un effetto curativo vero e proprio legato all’azione del principio attivo che influenza, da un punto di vista chimico, i nostri processi metabolici. Il secondo è un effetto curativo, di tipo psicologico, legato all’idea di assumere un rimedio con effetti curativi. È proprio quest’ultimo che viene indicato come effetto placebo. Nella comune pratica clinica, la sperimentazione viene sempre effettuata contro un rimedio placebo, ovvero un rimedio che non ha effetti curativi di tipo biochimico, ma che induce solo un effetto curativo di tipo psicologico. Questo allo scopo di distinguere la reale efficacia biochimica e verificare che un principio attivo sia più efficiente del solo placebo. Se questa condizione non si verifica, ovvero se il principio attivo funziona esattamente come il placebo,  esso viene definito come “non migliore del placebo”. Perché un placebo possa avere un qualche effetto è necessario che l’individuo sia cosciente ed in stato di veglia. Inoltre, il soggetto deve essere sottoposto ad inganno, ovvero non deve sapere che sta assumendo il placebo. In realtà le cose sono molto più complicate di così. Come sottolineavo in un altro post (qui), uno studio recente (questo) pare abbia dimostrato che l’effetto placebo possa aver luogo anche quando il paziente non viene ingannato. Mentre sono chiari i meccanismi dell’effetto placebo che si ottiene quando un paziente cosciente ed in stato di veglia viene “ingannato” (invito a tal proposito a leggere il bellissimo libro divulgativo del Prof. Dobrilla dal titolo “Cinquemila anni di effetto placebo”), non si sa ancora bene cosa accada quando, invece, non c’è inganno.

“Ma stai divagando e stai dando ragione a quanto scritto nell’intervista”, direte voi. Non è esattamente così. Ho solo, per ora, evidenziato che i meccanismi di tale effetto sono complessi e non basta dire che occorre “coscienza” o “consapevolezza” perché si abbia effetto placebo. Dirò di più. Proprio perché i meccanismi di tale effetto sono complessi, essi si osservano anche laddove la logica spicciola legata a “coscienza” e “consapevolezza” sembrerebbe indicarci che esso non possa realizzarsi. Cosa voglio dire? Ne ho già parlato qui, ma, come dicevano i nostri antenati, “repetita iuvant”.

I meccanismi dell’effetto placebo

Quando si fa un esperimento di qualsiasi tipo, bisogna fare in modo che i pregiudizi di conferma vengano opportunamente riconosciuti e tenuti sotto controllo. Cosa vuol dire questo? Se decido di fare un esperimento su un essere vivente, come un bambino, un topo o una pianta, devo tener conto anche dei miei atteggiamenti nei confronti dell’essere vivente sotto osservazione. Per esempio, uno dei meccanismi dell’effetto placebo è quello che prende il nome di apprendimento per imitazione. Esso consiste nel fatto che un essere vivente, come un bambino, possa modulare il suo comportamento osservando e imitando o emulando le azioni di un individuo di riferimento come un genitore. Se il genitore si aspetta che il figlio guarisca dalla patologia per assunzione di uno zuccherino, indurrà nel bambino, attraverso la sua gestualità ed il suo comportamento generale, un analogo comportamento, assimilabile alla riduzione degli effetti della patologia, anche se non c’è reale guarigione. Vogliamo dimenticare poi il meccanismo che prende il nome di condizionamento Pavlov? Quando ero più giovane possedevo un bellissimo meticcio di pastore belga chiamato Pluto (sia perché era simpatico come il cane di Topolino, sia perché era nero come l’entrata dell’Ade di cui Pluto era custode nella mitologia Latina). Ebbene, a quell’età ero convinto che fosse un cane non particolarmente intelligente perché ogni volta che veniva aperto il cassetto delle posate si precipitava in cucina per mangiare anche se non era l’ora del pasto. All’epoca, non avevo ancora capito che era soggetto al condizionamento Pavlov. Quando da cucciolo gli davamo da mangiare (sia io che uno qualsiasi dei membri della mia famiglia), aprivamo il cassetto delle posate per prendere l’apriscatole per poter aprire le scatolette di cibo per cani e una posata per mettere il cibo nella ciotola. Pluto aveva associato il rumore del cassetto delle posate al cibo. Per questo motivo ogni volta che, per un qualsiasi motivo, veniva aperto il cassetto delle posate, si precipitava a spron battuto in cucina indipendentemente dal fatto che fosse il momento del pasto oppure no. Lo stesso accade in laboratorio quando si fanno esperimenti con gli animali. Si induce un comportamento di un certo tipo perché l’animale associa quel comportamento a una qualsiasi forma di ricompensa. Ma non basta. Se uno crede che l’uso dello zuccherino, in qualche modo, permetta la guarigione dell’animale, deve tener conto di alcuni altri fattori che pure vengono inquadrati sotto il termine di “effetto placebo”. Se l’animale è malato, il proprietario avrà la tendenza a curarlo meglio, magari riscaldando di più l’ambiente, fornendo cibo migliore o in quantità più elevata. L’attenzione che il proprietario dell’animale ha verso il suo “assistito” facilita il processo di guarigione esattamente come quando noi da piccoli ci sentivamo subito meglio quando la mamma ci dava il bacetto sulla bua. Per quanto riguarda il mondo vegetale, l’effetto placebo si traduce nel fatto che l’osservatore vuole vedere un miglioramento che non esiste semplicemente perché si è innamorato delle sue ipotesi e, inconsapevolmente, scarta tutte le osservazioni che non soddisfano ciò che gli piace.

Cosa si conclude da tutto questo? Che quanto scritto nell’intervista in merito all’effetto placebo è troppo semplicistico. Le piante, come qualsiasi altro essere vivente, sono soggette ad effetto placebo anche se non hanno un sistema nervoso.

La dinamizzazione

Uno dei cavalli di battaglia degli amici dell’omeopatia è quello della succussione che serve per dinamizzare l’acqua in modo tale che l’essenza del principio attivo venga trasferita al network di legami a idrogeno che tengono unite le diverse molecole di acqua. È l’essenza del principio attivo che rimane “impressa” nell’acqua ed agisce in modo tale da alterare i processi metabolici degli organismi viventi. Appare chiaro da questa breve spiegazione che la succussione e, quindi, la dinamizzazione (che vuol dire trasferire la forza del principio attivo al solvente) consentono di ottenere dei sistemi in cui la presenza fisica del principio non è necessaria: basta solo che la sua essenza, o forza vitale, si trasferisca al solvente. Cosa ha a che fare tutto questo con la scienza? Alla luce delle conoscenze attuali ed in base alla definizione stessa di scienza, nulla. Si tratta solo di principi metafisici del tutto slegati da quello che è il pragmatismo scientifico. Per comprendere i limiti scientifici di questo approccio metafisico, devo rimandare o al mio libro, oppure ad articoli del blog in cui ho già discusso di queste cose (qui).

Nell’intervista si va anche oltre quello che è il concetto di dinamizzazione di Hannheman. Leggiamo:

La dinamizzazione è fondamentale. All’inizio della sperimentazione abbiamo lavorato con diverse tesi, una era il controllo negativo da ottenere attraverso semi stressati trattati con acqua distillata; poi abbiamo preparato l’acqua dinamizzata alla 45esima senza principio attivo, adottando lo stesso protocollo usato per l’arsenico; in seguito abbiamo creato la 45esima decimale del triossido di arsenico con diluizione e dinamizzazione e infine abbiamo preparato un arsenico diluito alla 45esima senza dinamizzazione intercalare, quindi semplicemente facendo gli step di diluizione.

In pratica, oltre alla semplice acqua distillata, si afferma di aver preparato acqua dinamizzata diluendo l’acqua distillata. E cosa si osserva?

l’arsenico alla 45esima DH era sempre stimolante in maniera significativa; l’acqua alla 45esima DH aveva anch’essa un effetto stimolante ma meno significativo rispetto a quello dell’arsenico; l’arsenico semplicemente diluito alla 45esima, senza dinamizzazione, era esattamente come l’acqua di controllo

In altre parole, l’acqua distillata diluita e dinamizzata ha anche essa un effetto sulle piante. Cioè…se sbatto l’acqua seguendo le regole tipiche dell’omeopatia, il prodotto che ottengo, che chiamo acqua dinamizzata alla i-esima diluizione, ha effetti stimolanti sulle piante. E l’effetto stimolante è lo stesso dell’arsenico. Allora, se decido di verificare queste cose usando diluizioni omeopatiche di qualche altro principio attivo, mi devo aspettare che l’acqua dinamizzata diluita tante volte abbia un effetto simile (o anche opposto, non importa) rispetto a quello del principio che sto valutando per il semplice fatto che sto preparando i miei prodotti nello stesso laboratorio ed essi, in un modo che non riesco a comprendere, si trasmettono tra loro le informazioni necessarie a stimolare oppure no le piante. Inoltre, talvolta l’acqua diluita e dinamizzata funziona come l’arsenico, talaltra, invece, come un qualche altro principio attivo. Insomma, come dicevo prima, con queste parole siamo ben oltre la metafisica di Hannheman. Solo che riesco a comprendere e giustificare Hannheman perché ai suoi tempi la scienza non aveva ancora raggiunto lo sviluppo odierno; capisco molto meno queste affermazioni oggi perché non sono giustificabili in alcun modo.

Le pubblicazioni scientifiche

A nulla vale dire che questi sono risultati pubblicati in riviste scientifiche con peer review ed impact factor:

Abbiamo pubblicato sempre su riviste internazionali indicizzate con referee. Per pubblicare su riviste internazionali lavorando nel settore dell’omeopatia bisogna essere irreprensibili.

Né la peer review né l’impact factor assicurano la qualità di un lavoro scientifico. Vogliamo forse dimenticare quanto scritto da Benveniste su Nature o da Wakefield su Lancet? Tutt’al più i parametri anzidetti sono indice di serietà della rivista che, anche dopo aver pubblicato un lavoro, si assicurano che esso venga ritirato dalla letteratura nel momento stesso in cui la comunità scientifica si accorge della fallacia dello stesso. In ogni caso, le riviste scientifiche in cui l’intervistata pubblica sono, grosso modo, sempre le stesse e tutte invariabilmente legate al mondo dell’omeopatia. Per quanto mi è dato sapere non ci sono lavori pubblicati su riviste non di quel settore.

Conclusioni

Mi rendo conto di essere stato alquanto critico prendendo in considerazione unicamente le parole scritte in una intervista. Queste possono essere fuorvianti, considerando la semplicità con cui deve essere scritto un articolo di giornale. Mi riservo quindi di entrare nei dettagli delle varie pubblicazioni scientifiche scaricandole e leggendole con attenzione.

Omeopatia, scienza e linguaggio

Oggi sul nostro canale scientifico abbiamo parlato del significato delle parole prese dal linguaggio scientifico e decontestualizzate. Tra gli esempi abbiamo discusso di omeopatia,  pratica pseudoscientifica che, nonostante lo sviluppo scientifico occorso negli ultimi 300 anni, viene ancora presa in considerazione come valida alternativa alla  pratica medica che fa uso del metodo scientifico per la cura di patologie più o meno gravi. Di omeopatia ho già scritto sia nel mio libro (Frammenti di Chimica. Come smascherare falsi miti e leggende) che in una serie piuttosto cospicua di articoli in questo blog (qui).

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.telegraph.co.uk/news/health/alternative-medicine/8844461/Parents-face-inquiry-for-treating-son-with-alternative-medicine.html

L’omeopatia è innocua?

Torno di nuovo sull’ omeopatia. Di tanto in tanto fa bene riportare alla memoria le sciocchezze relative a questa pratica di cui ho già avuto modo di scrivere e parlare tanto (qui la collezione di articoli presenti nel blog ed una intervista radiofonica nel programma Neandhertal Pride di Lele Pescia, Ivo Ortelli e La Iena Ridens, mentre qui c’è la lezione sull’omeopatia tenuta al Caffè dei Libri di Bassano del Grappa qualche anno fa). Le cose scritte in questo articolo riprendono quanto avevo scritto all’inizio del 2017 sulla mia pagina scientifica in Facebook, prima che venisse reso pubblico questo blog.

Uno dei fatti più importanti che bisogna evidenziare in merito alla omeopatia è che le aziende che producono rimedi omeopatici non sono in grado di né interessate a sviluppare conoscenza. Infatti, dal momento che esse basano i loro prodotti su credenze nate nella prima metà del XIX secolo e sono ferme alle conoscenze dell’epoca, benché lo sviluppo scientifico abbia cominciato a smentirle già a partire dal 1811, le suddette aziende non hanno interesse alcuno a sviluppare ricerca e tecnologia e, di conseguenza, non possono essere considerate come un settore produttivo di crescita a lungo termine per un qualsiasi paese.

Solo con un piccolo investimento, senza alcuna velleità di sviluppo culturale perché ferme a idee di circa 200 anni fa ormai superate dalle moderne conoscenze scientifiche, le aziende di prodotti omeopatici vendono sogni e si fanno pagare a peso d’oro. Non sto parlando di fitoterapia che, sebbene entro certi limiti, una qualche bio attività la dimostra, ma di omeopatia, ovvero di preparati che non hanno alcun ruolo biochimico se non quello placebo che è di carattere psicologico.

Nelle varie discussioni seguite alla pubblicazione on line dei miei articoli, ho dovuto notare, con mia enorme sorpresa oltre che dispiacere, che una gran quantità di interventi era fatta da persone che spengono il cervello, assieme al proprio pensiero critico, quando si tratta di argomenti che vanno ad intaccare le proprie convinzioni fideistiche. Sì, perché l’omeopatia, purtroppo, deve essere considerata come un vero e proprio atto di fede che va ad affiancare e/o sostituire la fede canonica in una qualsiasi entità soprannaturale.

Naturalmente, la fede rende ciechi e chiude ogni possibilità di dialogo razionale. In tutte le discussioni in cui sono intervenuto e tuttora intervengo mi son preso e mi prendo tantissimi insulti e, naturalmente, una buona dose di “ignorante”, nonostante dichiari la natura della mia professione (sono un chimico e tengo alla differenza tra “professione” e “mestiere”, come insegnato alle elementari dei miei tempi).

Tra le tante argomentazioni a sostegno dell’omeopatia compare la famosa    “ognuno si cura come vuole”, oppure “se le cure omeopatiche sono rimborsate dal SSN allora vuol dire che funzionano”; queste argomentazioni sempliciotte fanno solo sorridere perché fanno capire i limiti culturali di chi si espone in questo modo e ritiene che un giudice o un legislatore qualunque possa intervenire nel modificare quelle che sono leggi scientifiche; confondono le leggi chimiche o biochimiche con quelle del codice civile. Ma va bene, perché non tutti possono essere addentro alla chimica. La cosa grave si osserva quando di fronte ad argomentazioni serie di natura scientifica, queste persone si trincerano, o meglio si arroccano, nelle loro false convinzioni ed alzano barriere impenetrabili a qualsiasi argomento razionale.

Da qualche parte ho letto che il fact checking, ovvero la semplice esposizione dei fatti, sortisce l’effetto opposto a quello desiderato: le persone invece di aprire la loro mente si rinchiudono sempre più nel loro mondo. E sempre gli esperti suggeriscono di utilizzare tanta pazienza come quando i genitori cercano di blandire i figli piccoli cocciuti che non ne vogliono sapere di prendere una medicina o mangiare la verdura. Il punto è che in questo caso si ha a che fare con persone adulte che hanno delle responsabilità. Tuttavia, nonostante tutto, esse ancora perseverano nelle loro convinzioni invocando il principio di autorità: “ho consultato tantissimi medici preparati”, “se tanti medici la consigliano vuol dire che funziona” e così via di seguito. Si tratta dello stesso principio di autorità contro cui si scagliano quando qualche scienziato preparato cerca di far loro capire le sciocchezze che affermano. Interessante questa dissociazione mentale, vero? Sono contro il principio di autorità solo quando fa loro comodo. Ma tant’è.

Dagli interventi sempliciotti si passa a quelli pseudo scientifici: “su di me (sui miei animali) funziona” come se le osservazioni soggettive fatte senza un controllo fossero attendibili e come se sugli animali non fosse mai stato osservato l’effetto placebo.

Ma ciò che colpisce di più è la assoluta incongruenza logica di questi individui, fan sfegatati dell’ omeopatia. L’omeopatia, secondo loro, è innocua.

Invocare l’innocuità dell’ omeopatia è una contraddizione in termini. Se uno ammette che l’assunzione di preparati omeopatici apporta benefici, non può parlare di innocuità. Se si ammette che l’omeopatia in qualche modo funziona sul nostro organismo, allora non può essere innocua. Tuttavia, capisco che per queste persone il termine “innocuità” si riferisce all’assenza di effetti collaterali. Questa assenza sarebbe certificata dai bugiardini dei preparati omeopatici che non riportano le lunghissime liste di contro indicazioni trovate nei bugiardini dei farmaci veri. In realtà, queste persone non sanno o fanno finta di non sapere o ancora dimenticano che la legislazione che regolamenta l’immissione in commercio dei farmaci veri è molto stringente e richiede diverse fasi di sperimentazione oltre ad imporre la descrizione di tutti i possibili effetti indesiderati verificatisi o osservati, sebbene non necessariamente correlati all’assunzione del farmaco, durante la sperimentazione. Al contrario i preparati omeopatici non sono soggetti ad alcuna sperimentazione oltre a essere soggetti ad una legge più “tenera” di quella cui sono soggetti i farmaci veri. Mancano le contro indicazioni dai bugiardini dei preparati omeopatici semplicemente perché, non avendo alcuna funzione biochimica, essi non hanno alcun effetto. L’unico effetto dei preparati omeopatici è quello placebo, di tipo psicologico, come detto prima.

“I preparati omeopatici non uccidono”. Ecco un’altra argomentazione. Come se ad uccidere una persona non fosse la grave patologia diagnosticata, ma il rimedio farmacologico usato per combatterla. Capisco la necessità psicologica di individuare un “nemico fisico” contro cui scagliarsi nelle avversità della vita. Ci passiamo o ci siamo passati tutti. Ma questo non ci autorizza a spegnere la nostra razionalità. I preparati omeopatici non uccidono nel senso che non sono un veleno. Ma quando l’omeopatia si sostituisce alle terapie accreditate e valide, allora sì, l’omeopatia uccide. Come non ricordare il caso di quella ragazza diabetica morta perché la terapia insulinica era stata sostituita con una omeopatica? Mi si potrà dire che le cure omeopatiche coadiuvano quelle farmacologiche, ma anche l’amore di un genitore, l’affetto di chi ti è vicino sono degli ottimi coadiuvanti e, soprattutto, costano molto meno di un preparato omeopatico.

Dal mio punto di vista, il problema dei fan dell’omeopatia è un forte distacco dalla realtà ed una assurda lontananza dalle regole fondamentali della logica del pensiero razionale. La cosa è preoccupante. Queste persone votano e col loro voto sono in grado di influenzare le scelte politiche ed economiche di una intera nazione portandola a livelli di devoluzione/involuzione quanto mai assurdi.

Fonte dell’immagine di copertinahttp://ildubbio.news/ildubbio/2017/05/30/omeopatia-la-grande-truffa/

Omeopatia in radio

 

Nel 2009 sono entrato nel mondo dei social network e da allora ho conosciuto tante persone, molte odiose, tante antipatiche, ma moltissime interessantissime oltre che simpaticissime. E’ questo il caso di Lele Pescia, Ivo Ortelli e La Iena Ridens che mi hanno ospitato nella loro trasmissione “Neandhertal Pride” a parlare di omeopatia.

Chi mi segue sa che mi sono interessato di questa pseudoscienza che fa tanti proseliti nel mondo. Se siete curiosi, qui trovate il link a quanto ho già scritto.

In realtà, siamo partiti dall’omeopatia per affrontare problematiche anche di carattere più generale.

Se avete perso la diretta e se siete interessati ad ascoltare la mia voce, cliccate qui sotto e vi si apriranno le porte del mio intervento di ieri in  Neandhertal Pride

 

 

Omeopatia e fantasia. Parte V. Aggiornamenti

Sta girando in rete una notizia in merito ad uno studio denominato EPI3 che secondo gli amici dell’omeopatia avrebbe prodotto le prove definitive sulla validità di questa pratica risalente al XIX secolo e basata su teorie metafisiche oggi non più  valide, considerando lo sviluppo che la chimica, la biologia e, non ultima, la medicina hanno avuto negli ultimi 150 anni.

Ho già avuto modo di parlare dell’omeopatia in più articoli su questo blog. Li potete trovare a questo link in ordine inverso di apparizione temporale.

I principi dell’omeopatia

In breve, nel 1810, Hahnemann pubblica il suo “Organon of medicine” nel quale pone le basi teoriche dell’omeopatia:

  1. il simile cura il simile
  2. più alta è la diluizione, più efficace risulta il rimedio omeopatico
  3. l’efficienza del rimedio omeopatico raggiunge il suo massimo non solo con la diluizione, ma anche con la succussione, ovvero una agitazione meccanica operata in modo sistematico con un movimento verticale (dall’alto verso il basso) e sbattendo il recipiente contenete il rimedio su una tavoletta rivestita di pelle morbida o crine di cavallo
  4. le malattie sono il risultato di alterazioni delle condizioni psico-fisiche soggettive del paziente per cui i rimedi non hanno tutti la stessa efficacia per la stessa tipologia di malattia in pazienti differenti
  5. la cura omeopatica non sopprime la malattia, ma la espelle

I principi omeopatici si basano sul concetto di vis vitalis, ovvero di una forza metafisica che permeerebbe tutti gli esseri viventi ed i sistemi riconducibili al mondo dei viventi. La vis vitalis era ritenuta assente in tutti i sistemi riconducibili al mondo dei non viventi o dell’inanimato. Questa teoria, introdotta da Berzelius – uno dei padri fondatori della chimica moderna – è stata definitivamente accantonata nel 1828, quando Whöler riuscì a convertire l’isocianato di ammonio – una sostanza inorganica che come tale appartiene ai sistemi non viventi – in urea – una sostanza tipica del mondo dei viventi.

Nel momento di massima espansione della teoria della vis vitalis, quando ancora non si conosceva il risultato del lavoro di Avogadro apparso nel 1811, Hahnemann elaborò il suo codice in base al quale un qualsiasi sistema organico poteva essere soggetto a diluizione infinita senza perdita alcuna di efficacia biologica. Infatti, il processo di diluizione, associato a quello di succussione, “estraeva” la vis vitalis dal sistema organico – ovvero riconducibile al mondo dei viventi – e la trasferiva al solvente. In definitiva, non era importante la presenza del principio attivo per la cura delle patologie – come anche la farmacologia dell’epoca riteneva – ma bastava la sola presenza della vis vitalis “estratta” dal principio attivo per allontanare le perturbazioni della vis vitalis dall’organismo vivente.

Da quanto detto, potete facilmente rendervi conto che la teoria omeopatica di Hahnemann poteva avere un senso nel XIX secolo quando il mondo chimico/biologico/medico, ancora in fasce, era affiancato dal mondo magico i cui esponenti potevano essere considerati a tutti gli effetti maghi, fattucchiere e stregoni (qui).

Lo sviluppo della moderna chimica, di cui potete trovare espressione nei libri della foto di Figura 1, ci consente di dire, semmai ce ne fosse bisogno, che le teorie di Hahnemann – a cui dobbiamo essere comunque grati per l’apporto dato allo sviluppo delle conoscenze umane – sono basate sul nulla.

Figura 1. Nella mia collezione di libri di chimica ce ne sono alcuni che sono i capisaldi della materia. Vanno studiati con attenzione se uno decide di intraprendere il percorso chimico come professionista

Un invito

Prima di entrare nel merito del progetto EPI3 voglio suggerire a naturopati, pseudo-chimici (sono i chimici passati al lato oscuro della scienza), pseudo-medici (sono tutti quelli che, sebbene laureati in medicina, prestano le loro conoscenze alla pseudo-medicina/pseudo-scienza) e a tutti gli amici dell’omeopatia, di ristudiare o di studiare ex-novo i testi riportati nell’immagine di Figura 1 (o anche simili) prima di addentrarsi in critiche di ogni tipo nei commenti di questo blog. Commenti spazzatura in cui non si entra nel merito, ma si applicano pedissequamente le fallacie logiche che potete trovare qui, non saranno neanche minimamente presi in considerazione se non per esporre l’autore al pubblico ludibrio scientifico.

Il progetto EPI3

Ed entriamo ora nel merito. Scrivevo poco più su che gira in rete la notizia di un mega studio, durato alcuni anni e che ha consentito la pubblicazione di ben undici lavori scientifici, che confermerebbe la validità dei trattamenti omeopatici per alcune patologie quali ansia, depressione, disturbi del sonno, infezioni del tratto respiratorio superiore e dolori muscolo-scheletrici. Il link alla notizia è qui. Naturalmente, come ogni buon giornalista NON dovrebbe fare, in calce all’articolo non si riporta alcun riferimento degli undici lavori pubblicati. Tuttavia, c’è un link ad un sito in francese (qui) che riporta una bibliografia di dodici lavori. Tra questi i primi undici sono relativi al progetto EPI3. Ecco la lista degli undici lavori:

  1. Rossignol et al., Who seeks primary care for musculoskeletal disorders (MSDs) with physicians prescribing homeopathy and other complementary medicine ? Results form the EPI3-LASER survey in France. BMC Musculoskeletal Disorders, 2011, 12:21 doi:10.1186/1471-2474-12-21 ; 1-6.
  2. Rossignol et al., Benchmarking clinical management of spinal and non-spinal disorders using quality of life. Results from the EPI3-LASER survey in primary care. European Spine Journal, 2011, doi:10.1007/s00586-011-1780-z ; 1-7.
  3. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER group. Benchmarking the burden of 100 diseases. Results of a nationwide representative survey within general practices. BMJ Open, 2011, 1:e000215. doi:10.1136/bmjopen-2011-0002 ; 1-11.
  4. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER group. Who seeks primary care for sleep, anxiety and depressive disorders from physicians prescribing homeopathic and other complementary medicine? Results from the EPI3 population survey. BMJ Open, 2012, 2(6): e001498. doi: 10.1136/bmjopen-2012-001498. ; 1-10.
  5. Lert et al., EPI3-LA-SER Group. Characteristics of patients consulting their regular primary care physician according to their prescribing preferences for homeopathy and complementary medicine. Homeopathy, 2014, 103(1) ; 51-57.
  6. Rossignol et al., EPI3-LA-SER group. Impact of physician preferences for homeopathic or conventional medicines on patients with musculoskeletal disorders. Results from the EPI3-MSD cohort. Pharmacoepidemiology and Drug Safety, 2012, 21(10) : 1093-1101. doi:10.1002/pds. 3316 ; 1-9.
  7. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER Group. Utilization of psychotropic drugs by patients consulting for sleeping disorders in homeopathic and conventional primary care settings: the EPI3 cohort study. Homeopathy. 2015 Jul;104(3):170-5.
  8. Grimaldi-Bensouda et al., Management of upper respiratory tract infections by different medical practices, including homeopathy, and consumption of antibiotics in primary care: the EPI3 cohort study in France 2007-2008. PLoS ONE, 2014, 9(3) doi: 10.1371/journal.pone.0089990. eCollection 2014 ; 6 p.
  9. Danno et al., Physician practicing preference for conventional or homeopathic medicines in elderly subjects with musculoskeletal disorders in the EPI3-MSD cohort. Clinical Epidemiology, 2014, 6 ; 333-341.
  10. Colas et al.,  Economic impact of homeopathic practice in general medicine in France. Health Econ Rev. 2015 Dec;5(1):55. doi:10.1186/s13561-015-0055-5.
  11. Grimaldi-Bensouda et al., EPI3-LA-SER group. Homeopathic medical practice for anxiety and depression in primary care: the EPI3 cohort study. BMC Complement Altern Med. 2016 May 4;16(1):125. doi:10.1186/s12906-016-1104-2.

La lista riportata è copia-incollata dal sito in francese. Ho evidenziato il termine EPI3 contenuto nel titolo delle pubblicazioni ed ho inserito – per consentire una più facile consultazione – il link ai lavori quando disponibili.

Le riviste

I lavori sono stati pubblicati nelle seguenti riviste di settore:

BMC Musculoskeletal disorders (Impact factor 1.739; n. lavori pubblicati: 1)

European Spine Journal (Impact factor non noto; n. di lavori pubblicati: 1)

BMJ open (Impact factor 2.369; n. di lavori pubblicati: 2)

Homeopathy (Impact factor 1.160; n. di lavori pubblicati: 2)

PDS Pharmacoepidemiology & Drug Safety (Impact factor 2.552; n. di lavori pubblicati: 1)

PlosOne (Impact factor 2.806; n. di lavori pubblicati: 1)

Clinical Epidemiology (Impact factor 7.056; n. di lavori pubblicati: 1)

Health Economics Review (Impact factor non noto; n. di lavori pubblicati: 1)

BMC Complementary Alternative (Impact factor non noto; n. di lavori pubblicati: 1)

Come si evidenzia dalla tabella appena letta, 3 riviste non sono indicizzate, ovvero non hanno impact factor. Una sola ha un impact factor abbastanza alto (si tratta di Clinical Epidemiology), tutte le  altre non vanno oltre un impact factor di 3. Non sono esperto di riviste del settore medico per cui non posso dire nulla in merito alla qualità delle riviste anzidette. Conosco solo PlosOne, rivista di carattere generalista, di cui pensavo molto meglio. Ed infatti, andando a spulciare la storia dell’impact factor di questa rivista, risulta che essa aveva nel 2015 un impact factor di 4.411. In altre parole, dal 2015 al 2016 l’impatto di questa rivista è sceso di ben 1.605 punti. E’ molto. Vuol dire che i lavori pubblicati nei tre anni precedenti al 2016 non sono stati citati quanto quelli nei tre anni precedenti al 2015. Come mai? Questo non lo posso sapere, naturalmente. Dovrei entrare nel merito di tutto quanto pubblicato tra il 2012 ed il 2015. Si tratta, ovviamente, di lavori molto diversificati (ed io non ho una cultura enciclopedica che mi permette di entrare nel merito di tutto), oltre che di una quantità di lavori molto elevata la cui lettura richiederebbe un tempo che non ho a disposizione. In questa sede analizzo solo il dato numerico. Ciò che posso dire è che l’insieme di riviste in cui sono apparsi i lavori del progetto EPI3 sono del settore medico o del settore generalista tutte con peer review. In altre parole, ognuna di esse sottopone i manoscritti ricevuti al giudizio di scienziati dello stesso settore degli autori. Questo va bene. E’ così che funziona il mondo delle pubblicazioni in ambito scientifico.

Essendo pubbliche ed accessibili a tutti, ognuno di noi può leggere ciò che è scritto in queste pubblicazioni (nello specifico basta cliccare sui link presenti nella lista precedente). Se chi legge ha familiarità col metodo scientifico può giudicare da solo la validità di quanto è riportato. Considerando la mia attività, entro, allora, nel merito della validità del metodo scientifico usato negli undici lavori elencati sopra.

I limiti metodologici

Quando si fa un disegno sperimentale per validare/falsificare un certo modello scientifico bisogna cercare di essere quanto più dettagliati e precisi possibile. Faccio un esempio molto semplice per me. Se penso di monitorare (lo so, i puristi della lingua italiana mi diranno strali. Ma non me ne importa. Io uso e continuerò ad usare questo termine che è del gergo tecnico scientifico) la contaminazione di un suolo rispetto ad un elemento qualsiasi della tavola periodica, non posso campionare solo il suolo che ho deciso di analizzare e “vedere” se quell’elemento è semplicemente presente in esso. Mi chiederete: perché? Perché quasi sicuramente io troverò quell’elemento nel suolo che voglio studiare. Per dire che esso è contaminato ho necessità di confrontarlo con uno del tutto analogo che mi deve servire da “bianco”, ovvero da termine di paragone. Nel linguaggio tecnico quest’ultimo suolo viene indicato come “suolo vergine”. Questa locuzione indica un suolo che non è stato sottoposto alla contaminazione che ho deciso di monitorare.

Se l’elemento che voglio osservare è presente sia nel bianco che nel suolo sotto osservazione, posso parlare di contaminazione solo se la quantità di quell’elemento è molto più alta nel suolo “incriminato” rispetto al bianco. Se le quantità sono confrontabili tra loro, posso dire che non c’è contaminazione oppure che il bianco era contaminato come il suolo osservato. Per eliminare il dubbio in merito alla qualità del suolo vergine, posso andare a campionare un altro suolo e considerarlo come controllo rispetto agli altri due. Se ancora una volta le quantità dell’elemento che ho deciso di monitorare sono confrontabili, posso dire che rispetto al nuovo suolo controllo, gli altri due non sono contaminati. La conseguenza è che la scelta del primo suolo controllo era giusta. Se voglio essere ancora più pignolo (i siciliani usano un termine che a me fa morire dal ridere: pillicusu) posso campionare un quarto suolo come bianco e confrontarlo con gli altri tre. E si potrebbe continuare.

Dall’esempio fatto, si comprende che in un disegno sperimentale bisogna prendere in considerazione sempre un campione controllo rispetto al quale poter trarre le conclusioni dell’esperimento.

Prendiamo, ora, in considerazione gli undici lavori elencati sopra.

I lavori dal n. 1 al n. 6 sono uno screening di pazienti, medici, farmaci etc in cui si cominciano a porre le basi per le valutazioni statistiche che vengono proposte nei lavori successivi. In tutti questi lavori vengono considerati pazienti a cui si prescrivono farmaci convenzionali (indichiamoli per semplicità con la sigla FC), rimedi omeopatici (indichiamoli RO) e pazienti sottoposti sia all’azione di farmaci convenzionali che di rimedi omeopatici (indichiamoli con la sigla Mix).

Dopo lo screening, vengono confrontati gli effetti che i FC hanno rispetto ai RO e ai Mix (lavoro n. 7, n. 8, n. 9 e n. 11). Le conclusioni sono che le tre tipologie di rimedi apportano  i medesimi benefici ai pazienti cui essi vengono somministrati.

Nel lavoro n. 10 viene riportato un confronto economico, nell’ambito della sanità francese, nell’uso di FC, RO e Mix. Il lavoro conclude che l’uso dei RO è più conveniente, economicamente parlando, rispetto a quello dei FC.

Dall’analisi, neanche troppo attenta, dei lavori pubblicati grazie al progetto EPI3, salta subito all’occhio che non vengono presi in considerazione “suoli vergini”, ovvero controlli. In altre parole, si confrontano pazienti a cui vengono somministrati FC, RO e Mix e si conclude che RO e Mix hanno la stessa efficacia dei FC, ovvero non è vero che l’omeopatia non funziona. L’omeopatia sembra funzionare almeno quanto i farmaci convenzionali per le patologie prese in considerazione e per il numero statisticamente significativo di pazienti protagonisti del progetto. Neanche tanto velatamente, gli autori sembrano indicare che i rimedi omeopatici hanno il medesimo effetto biologico dei farmaci convenzionali.

La domanda nasce spontanea: come mai non hanno preso in considerazione l’effetto placebo? (ne ho parlato qui). Come mai hanno escluso la considerazione che sia la somministrazione dei farmaci convenzionali che quella dei rimedi omeopatici potesse comportare un miglioramento delle condizioni di salute dovute ad un effetto di carattere psicologico, piuttosto che a un effetto di un principio attivo più o meno diluito?

La risposta a questa domanda è che, sebbene in tutti i lavori che ho letto gli autori facciano un copia/incolla dei limiti che essi hanno visto nel loro disegno sperimentale, manca una popolazione di controllo con le patologie summenzionate ed a cui fosse somministrato un rimedio placebo. Gli autori hanno voluto vedere l’aspetto positivo del loro progetto sperimentale. Hanno dimenticato che i loro dati possono essere letti anche in un altro modo: i farmaci convenzonali non hanno alcun effetto biochimico esattamente come non ne hanno i rimedi omeopatici. Sia i farmaci convenzionali che i rimedi omeopatici agiscono attraverso l’azione del solo effetto placebo.

Conclusioni

Gli autori del progetto EPI3 sono rimasti “fulminati” dal loro pregiudizio di conferma. Hanno voluto vedere degli effetti positivi dell’omeopatia senza prendere in considerazione letture diverse dei loro dati sperimentali.

Come mai, nonostante questo, i lavori sono stati pubblicati? Beh, la validità di un modello scientifico o la bontà di dati sperimentali devono passare il vaglio temporale. Non dimentichiamoci che ci son voluti 12 anni prima che ci si rendesse conto che il lavoro di Wakefield sulla relazione vaccini-autismo fosse un falso; altrettanti ne sono passati prima che qualcuno si accorgesse che i lavori di Schoen sui superconduttori organici fossero anche essi dei falsi; e tanti altri casi di falsa scienza potete leggere qui. In definitiva: lasciamo lavorare gli anticorpi presenti nell’apparato scientifico. Se sono riuscito ad accorgermi io di questo limite metodologico, altri, più preparati di me nel campo, si accorgeranno non solo di questo, ma anche di altri limiti che io non sono stato in grado di vedere, vuoi per noia, vuoi per impreparazione medica.

Integrazioni

Dopo la pubblicazione di questo articolo sul blog sono arrivati tantissimi commenti. Uno di questi da parte di Stefano Cervigni, autore di utilissimi libri di chimica, in cui scrive:

Ciao Rino, per curiosità mi sono andato a guardare un po’ più in dettaglio gli articoli che hai indicato. Anzi, dico la verità: mi sono letto per bene solo il numero 9, quello di Clinical Epidemiology, l‘articolo del giornale col più alto impact factor.
Oltre alla completa mancanza di prove in bianco, come giustamente osservavi, mi permetto di far notare qualche altra „peculiarità“ di questo articolo (ripeto, quello pubblicato sul posto ‘migliore’ di tutti)
1) Due su quattro autori dell’articolo lavorano per la Boiron, mentre uno lavora per il Cyklad Group, che Google mi dice essere “une société spécialisée dans le coaching des entreprises.” (?)
2) I risultati sono molto incoraggianti. Guarda la figura: qualsiasi cosa prendi, dopo 1 anno di trattamento stai messo esattamente uguale a prima.
3) La conclusione a cui arrivano è da incorniciare: tanto dal mal di schiena e artrite non si guarisce comunque. Tanto vale che ti prendi la caramellina mia.

Come gli omeopatici siano riusciti da questo a strombazzare titoli come: Omeopatia vs allopatia, il piùgrande studio fatto in Francia, EPI3, dice che l’efficacia delle cure è la stessa”e che: “Dopo 7 anni di osservazioni su oltre migliaia di pazienti, EPI3 mostra che la percentuale di guarigione è la stessa, ma usando l’omeopatia ci sono meno effetti collaterali” mi è completamente oscuro.
Grazie ancora e in bocca al lupo!

Fonte dell’immagine di copertina: Wikipedia Commons

Omeopatia e fantasia. Parte IV

Ed eccoci giunti all’ultima parte di questo lungo reportage sull’omeopatia. Questa serie di articoli divulgativi è nata da uno studio cominciato un po’ di tempo fa che ha consentito prima una pubblicazione divulgativa e poi una lezione divulgativa che ho tenuto a Bassano del Grappa il 29 Dicembre 2016 (qui l’articolo e qui la lezione se non siete interessati a leggere l’articolo).

L’esigenza di un reportage divulgativo più approfondito dell’articolo citato è nata dalla constatazione che i pro-omeopatia (quelli che io definisco “amici dell’omeopatia”) battono sempre sugli stessi tasti ogni volta che si parla di tale pratica che più volte ho definito “magica” ed “esoterica”. In particolare, l’opinione corrente di questi individui informatissimi sull’omeopatia, ma di certo molto poco informati sulla scienza chimica, fisica e biologica, è che gli scienziati sono, mediamente, contro l’omeopatia perché chiusi intellettualmente e rifiutano a-priori questa pratica sulla base di preconcetti culturali che ne impediscono una adeguata apertura mentale.

Ho voluto far vedere che, in realtà, non è così. Sono stati condotti studi molto dettagliati su tutti gli aspetti dell’omeopatia e tutti questi studi si incanalano in un’unica direzione: l’omeopatia è veramente una pratica magica al di fuori dal tempo. Il suo uso si basa solo su una fede cieca ed incondizionata che denota, purtroppo, ascientificità, illogicità e scarsa cultura scientifica.

Riassunto delle puntate precedenti

Nella prima parte di questo reportage (qui) ho evidenziato i limiti dei lavori di Benveniste e Montagnier intesi come “paladini” dell’omeopatia. I lavori di questi due “eroi” contengono tante di quelle incongruenze sperimentali da renderli del tutto inaffidabili. Tuttavia, nonostante l’inaffidabilità, le loro ipotesi affascinanti sono state tenute in debito conto tanto è vero che sono stati condotti studi per verificare la validità dell’ipotesi della “memoria” dell’acqua che è alla base della presunta efficacia dei rimedi omeopatici. La seconda parte del reportage (qui) è stata proprio dedicata alla valutazione delle prove a sostegno dell’ipotesi “memoria”. La conclusione è che tale ipotesi è frutto solo di fantasia e di scienza patologica. Nella terza parte del reportage (qui) ho preso in considerazione le varie meta-analisi che nel corso degli anni sono state fatte per valutare, in modo statistico, l’eventuale efficacia dell’omeopatia. Ne è venuto che gli effetti dell’omeopatia sono ascrivibili al solo effetto placebo.

effetto placebo

Quando parliamo di “effetto placebo” intendiamo riferirci ad un qualsiasi cambiamento positivo (nel caso di un cambiamento negativo si parla di “effetto nocebo”) nello stato di salute di un paziente come conseguenza di un’azione aspecifica non attribuibile ad alcun trattamento o farmaco.

Tale effetto si osserva solo in pazienti che sono in stato di veglia e coscienti. Questa è una considerazione importante perché permette ai seguaci dell’omeopatia di affermare che tale pratica, a discapito di quanto già evidenziato nelle “puntate precedenti”, ha un effetto biochimico reale sebbene ancora non conosciuto nei suoi particolari. Infatti, quale coscienza può avere un neonato o un animale a cui vengono somministrati i rimedi omeopatici?

I meccanismi alla base dell’effetto placebo

I principali meccanismi che consentono di spiegare l’effetto placebo sono i seguenti:

  1. effetto Rosenthal o effetto aspettativa
  2. apprendimento per imitazione
  3. condizionamento Pavlov o riflesso condizionato
  4. effetto Hawthorne o effetto dell’osservatore.

L’effetto Rosenthal consiste nel fatto che ogni individuo tende a modulare il proprio comportamento secondo quanto ci si aspetta in base ai risultati attesi. Per esempio, se un medico somministra un medicamento ad un paziente e si attende un risultato positivo, trasmette, anche inconsciamente, al paziente quelle che sono le sue aspettative. Il paziente risponderà alla somministrazione del preparato fornendo al medico le indicazioni che egli si aspetta in merito alla terapia.

L’apprendimento per imitazione si riferisce al processo in cui un individuo modula il suo comportamento osservando e imitando/emulando le azioni di un individuo di riferimento. Questo tipo di apprendimento è molto sfruttato, per esempio, nel campo della comunicazione. Il testimonial pubblicitario, modello da cui prendere esempio, induce un comportamento emulativo/imitativo nell’acquirente che si immedesima nel modello stesso ed immagina di poterlo incarnare così da identificarsi con lui e con i valori che egli rappresenta.

Il condizionamento Pavlov consiste nella modulazione involontaria di un determinato comportamento quando l’individuo è soggetto a stimoli sia interni che esterni a se stesso. Supponiamo che un individuo assuma un rimedio convinto che possa essere utile a far passare un dolore. A seguito dell’assunzione del rimedio si attiveranno nel suo cervello delle aree che porteranno alla produzione di sostanze deputate al raggiungimento dello stato di benessere. Una volta “abituato a guarire” con quel rimedio, l’individuo avvertirà la diminuzione del dolore ogni volta che è convinto di assumere quel particolare rimedio a cui associa la cura di quel determinato dolore.

L’ effetto Hawthorne consiste nella variazione di un comportamento quando un individuo è soggetto all’osservazione da parte di un terzo. Il nome di questo effetto deriva da quello di una cittadina dell’Illinois in cui fu condotto uno studio per valutare le azioni da intraprendere per il miglioramento dell’efficienza produttiva degli impiegati di una azienda elettrica. I risultati dimostrarono che l’efficienza lavorativa non migliorava per effetto di migliori condizioni lavorative come, per esempio, migliore illuminazione, mensa meglio organizzata, migliore retribuzione etc, ma grazie alle attenzioni personali da parte dei responsabili dell’azienda. In altre parole, si evidenziò che il miglioramento dell’efficienza lavorativa era legato ad una migliore comunicazione, una più elevata attenzione per i sentimenti individuali, comprensione dei problemi personali, etc. etc. Insomma, è l’osservatore che induce un comportamento positivo da parte dell’osservato.

Effetto placebo in pediatria, veterinaria e agricoltura

L’azione dell’effetto placebo è descritto in tutti gli studi sull’uso dei rimedi omeopatici in pediatria , veterinaria ed agricoltura .

Nel caso di applicazioni pediatriche, l’effetto placebo si può realizzare o attraverso l’apprendimento per imitazione, o attraverso il condizionamento Pavlov o attraverso l’effetto Hawthorne .

Un bambino nell’età in cui è in grado di comprendere ed a cui viene applicato un rimedio omeopatico che secondo i genitori ha una qualche efficacia terapeutica, viene condizionato dalle aspettative e dalle attenzioni dei genitori.

In altre parole, il suo comportamento nei confronti della patologia si adegua a quanto i genitori si attendono dal rimedio. Se il bambino è un neonato o è in una condizione tale da non poter comprendere, allora l’effetto placebo dipende solo dalle aspettative dei genitori. Questi ultimi interpretano le variazioni comportamentali come effetti positivi del rimedio, mentre, invece, si tratta solo di correlazioni senza causazione.
Le aspettative dell’osservatore influenzano anche le osservazioni sugli animali e sulle piante. Un animale o una pianta appaiono riprendersi per effetto dell’azione dei rimedi omeopatici solo perché l’osservatore “pretende” di vedere cambiamenti positivi che, in realtà, non esistono.

Conclusioni

Ed eccoci finalmente alle conclusioni. Dall’insieme delle informazioni riportate nelle diverse parti di questo reportage, appare chiaro che l’omeopatia è stata ampiamente studiata ed opportunamente falsificata in senso popperiano. Quando scrivo che questa pratica è assimilabile ad una pratica magica di tipo esoterico, lo faccio a ragion veduta: la mia opinione scientifica si basa sulla valutazione delle osservazioni sperimentali che si sono accumulate nel corso degli anni.

Mentre l’omeopatia, nata ufficialmente nel 1810 con la pubblicazione dell’ “Organon of medicine” di Hanhemann, è rimasta ferma alle conoscenze primitive in voga nel XIX secolo, la scienza è andata avanti; ha elaborato un impianto di conoscenze col quale è in grado di spiegare gran parte dei fenomeni osservabili intorno a noi. L’omeopatia, purtroppo, pur essendo una pratica cosiddetta “dolce” e non invasiva, non è osservabile e, per questo, priva di ogni significato. Le osservazioni in merito alla sua presunta efficacia sono riconducibili ai meccanismi dell’effetto placebo.

Mi rendo perfettamente conto che tutto quanto riportato non convincerà gli estremisti dell’omeopatia. Ma non è importante. Questi individui sono e rimarranno ignoranti. Le loro obiezioni si baseranno sulle solite chiacchiere come per esempio “ciò che non è osservabile oggi, lo sarà domani” oppure “anche gli elettroni non si osservano, eppure esistono”. Queste posizioni sono illogiche ed antiscientifiche. Neanche oggi noi siamo in grado di osservare gli elettroni. La loro esistenza è teorizzata sulla base di osservazioni indirette che ci hanno permesso di capire che la materia è fatta da particelle elementari con certe particolari caratteristiche. Noi osserviamo solo gli effetti che queste caratteristiche hanno sul mondo che ci circonda.

L’obiettivo di questo reportage scientifico è quello di mettere assieme le informazioni sperimentali più attuali per cercare di far capire, a chi ancora nutre dei dubbi, che l’omeopatia non serve. Per la cura di patologie serie bisogna sempre ed esclusivamente rivolgersi a medici e farmacisti seri.

Ringraziamenti

Devo ringraziare il Prof. Stefano Alcini per le utilissime chiacchierate che mi hanno consentito di chiarire i miei dubbi in merito all’effetto placebo. In realtà, sto ancora studiando i meccanismi psicologici alla base di tale effetto. Mi scuso per le eventuali inesattezze ed il linguaggio non corretto che ho potuto utilizzare in quest’ultima nota. La responsabilità è tutta mia ed è legata alla mia ignoranza dovuta al fatto che non sono né un medico né uno psicologo. Qualsiasi suggerimento utile a migliorare la nota è più che benvenuto.

Letture consigliate

R. Rosenthal, L. Jacobson (1966) Teachers’ expectancies: determinants of pupils’ IQ gains, Psycological Reports, 19: 115-118

R.W. Byrne, A.E. Russon (1998) Learning by imitation: a hierarchical approach, Behavioural and Brain Sciences, 21: 667-721

I. Pavlov (2010) Conditioned reflexes: an investigation of the physiological activity of the cerebral cortex (Translated by G.V. Anrep), Annals of Neurosceinces, 17: 136-141

E. Mayo (1945) The social problems of an industrial civilization, Boston: Division of Research, Harvard Businness School

K. Weimer et al. (2013) Placebo effects in children: a review, Pediatric Research, 74: 96-10

R.T. Mathie, J. Clausen (2015) Veterniary homeopathy: meta-analysis of randomised placebo-controlled trials, Homeopathy, 104: 3-8

Altre letture divulgative

www.laputa.it

Omeopatia pratica esoterica senza fondamenti scientifici

Fonte dell’immagine di copertinahttps://daily.wired.it/news/internet/2011/08/17/boiron-minacce-blogger-14039.html

Omeopatia e fantasia. Parte III

Nelle prime due parti di questo reportage scientifico sull’omeopatia ho discusso dei limiti chimici dei modelli proposti da Benveniste e Montagnier (Omeopatia e fantasia. Parte I Parte II).

Le conclusioni a cui sono giunto indicano chiaramente che sia il lavoro di Benveniste che quello di Montagnier non sono attendibili (Omeopatia e fantasia. Parte I); e non sono attendibili, perché affetti da bias metodologici, nemmeno i lavori che cercano di spiegare la memoria dell’acqua, cavallo di battaglia di chi assume che l’omeopatia funzioni (Omeopatia e fantasia. Parte II).

Nelle conclusioni della seconda parte di questo reportage ho anche evidenziato che sono più che sicuro che gli amici dell’omeopatia non si arrenderanno neanche di fronte alle evidenze più ovvie e diranno che è vero che la memoria dell’acqua non esiste, ma l’omeopatia funziona (ovvero ha effetti) in ogni caso. Si tratta solo di individuare il corretto meccanismo per cui essa ha effetto contro tutte le basi chimiche e biochimiche di cui oggi disponiamo.

Lo scopo di questa terza parte è evidenziare quale sia il reale meccanismo di funzionamento dei rimedi omeopatici.

Effetto placebo

Un placebo è un trattamento – o un farmaco – che non ha alcuno effetto specifico sulle condizioni di salute che vengono studiate durante una sperimentazione.

“Effetto placebo” è una locuzione che indica un qualsiasi cambiamento positivo (nel caso di un cambiamento negativo si parla di “effetto nocebo”) nello stato di salute di un paziente come conseguenza di un’azione aspecifica non attribuibile ad alcun trattamento o farmaco.

Perché un trattamento possa avere un effetto placebo, il paziente deve essere in stato di veglia e cosciente. In caso contrario, l’effetto placebo non si osserva.

La storia delle origini della medicina è ricca di trattamenti aspecifici la cui efficacia terapeutica, alla luce delle conoscenze odierne, era nulla. Per questo motivo possiamo dire che la medicina di 100-150 anni fa era lo studio e l’osservazione degli effetti placebo.

Omeopatia ed effetto placebo nella letteratura scientifica

Linde et al. (1997) [1] riportano che dagli 89 studi selezionati tra i 186 pubblicati fino al 1995, si evince che i  rimedi omeopatici, statisticamente parlando, sembrano funzionare meglio dei rimedi placebo. Tuttavia, due anni dopo, nel 1999, gli stessi autori [2], dopo aver rivisto i parametri di qualità usati per la scelta degli studi da valutare comparativamente, concludono:

THE EVIDENCE OF BIAS WEAKENS THE FINDINGS OF OUR ORIGINAL META-ANALYSIS […]. IT SEEMS, THEREFORE, LIKELY THAT OUR META-ANALYSIS AT LEAST OVERESTIMATED THE EFFECTS OF HOMEOPATHIC TREATMENTS”.

In altre parole, gli autori ammettono che in molti degli studi che avevano preso in considerazione per la loro indagine del 1997, sono individuabili dei limiti metodologici che hanno condotto ad una sovrastima della validità dell’omeopatia. Infatti, rimuovendo dall’indagine tutti gli studi meno rigorosi, si conclude che l’efficacia terapeutica dei rimedi omeopatici non è superiore al placebo.

Le conclusioni rivedute e corrette di Linde et al. (1999) [2] sono state confermate anche da Ernst (2002) [3]:

THE HYPOTHESIS THAT ANY GIVEN HOMEOPATHIC REMEDY LEADS TO CLINICAL EFFECTS THAT ARE RELEVANTLY DIFFERENT FROM PLACEBO OR SUPERIOR TO OTHER CONTROL INTERVENTIONS FOR ANY MEDICAL CONDITION, IS NOT SUPPORTED BY EVIDENCE OF SYSTEMATIC REVIEWS”.

Per cercare di ri-equilibrare una situazione abbastanza sfavorevole per l’omeopatia, Mathie (2003) [4] pubblica una nuova analisi in cui decide di prendere in considerazione lavori pubblicati tra il 1975 ed il 2002 per un totale di 93 studi. La motivazione che spinge Mathie a rifare una meta-analisi con un numero di studi appena più alto di quello preso in considerazione da Linde et al. (1997) [1], è che:

THE RESULTS OF SEVERAL META-ANALYSES OF CLINICAL TRIALS ARE POSITIVE, BUT THEY FAIL IN GENERAL TO HIGHLIGHT SPECIFIC MEDICAL CONDITIONS THAT RESPOND WELL TO HOMEOPATHY”.

In altre parole, secondo Mathie, le meta-analisi finora pubblicate, pur dimostrando l’efficacia dell’omeopatia (non si sa bene su cosa si basi questa sua convinzione considerando quanto realmente riportato in letteratura), non danno indicazioni sul tipo di patologie per le quali essa risulta maggiormente efficiente. Per questo, egli decide di evidenziare nella sua meta-analisi quali siano le patologie per le quali ci sono state risposte positive oltre il placebo e quali, invece, quelle per le quali le risposte sono state negative al di sotto del placebo.

Le conclusioni a cui Mathie giunge sono che i rimedi omeopatici funzionano meglio del placebo per la diarrea infantile, la fibriomalgia, la rinite allergica, l’influenza, dolori di varia origine, effetti collaterali di chemio- e radio-terapie, distorsioni ed infezioni del tratto respiratorio superiore. L’omeopatia si è, invece, dimostrata inutile per mal di testa, ictus e verruche.

Ciò che in realtà colpisce della meta-analisi di Mathie è che egli non tiene in alcun conto né della rivalutazione che Linde et al. hanno fatto del loro primo studio riportando che le loro precedenti conclusioni avevano sovrastimato gli effetti dei rimedi omeopatici [1, 2], né di quanto riportato da Ernst nel 2002 [3]. In particolare, del lavoro di Ernst, Mathie dice che, date le premesse scelte dall’autore, non si poteva non concludere che l’omeopatia fosse una pratica inutile. Insomma, attribuisce la valutazione negativa che Ernst fa dell’omeopatia al modo con cui quell’autore ha deciso di selezionare e riportare gli studi di riferimento: studi che descrivono l’omeopatia in modo vantaggioso vengono contrapposti ad un ugual numero di lavori in cui l’omeopatia non ha rivelato la sua efficienza. Mediamente, quindi, il peso dei primi viene annullato da quello dei secondi ed il risultato è che l’omeopatia non fa meglio del placebo.

Tuttavia, non si può non evidenziare che la tabella 1 del lavoro di Mathie (2003) [4] riporta  il numero di studi presi in considerazione per tipologia di patologia. Per esempio, la diarrea infantile è stata studiata solo in tre lavori, la fibriomalgia in due, le distorsioni in due, gli ictus in due e così via di seguito. Trarre conclusioni in merito all’efficacia o alla non efficacia di un certo trattamento solo sulla base di un numero così esiguo di studi, è quantomeno azzardato. La meta-analisi condotta da Ernst nel 2002 [3] è certamente più significativa sotto l’aspetto statistico.

Nel 2005 compare in letteratura una meta-analisi a firma di Shang e collaboratori [5] che mette un punto definitivo in merito al rapporto tra efficacia dell’omeopatia ed effetto placebo.

Utilizzando 19 database diversi, gli autori individuano 165 studi pubblicati tra il 1995 ed il 2003 da cui ne selezionano 105 sulla base di criteri di inclusione/esclusione che si basano sulla presenza di gruppi di controllo con placebo; sulla descrizione degli esiti clinici dei vari trattamenti; sulla presenza di indicazioni in merito alla scelta randomizzata sia degli individui da inserire nei gruppi di controllo che della somministrazione dei rimedi omeopatici e placebo; sul fatto che i risultati siano apparsi su riviste non predatorie e siano, quindi, stati soggetti ad una seria revisione tra pari (peer review).

Senza entrare troppo nei dettagli tecnici dell’analisi statistica riportata in Shang et al., le principali conclusioni di questi autori sono:

OUR STUDY POWERFULLY ILLUSTRATES THE INTERPLAY AND CUMULATIVE EFFECT OF DIFFERENT SOURCES OF BIAS. WE ACKNOWLEDGE THAT TO PROVE A NEGATIVE IS IMPOSSIBLE, BUT WE HAVE SHOWN THAT THE EFFECTS SEEN IN PLACEBO-CONTROLLED TRIALS OF HOMEOPATHY ARE COMPATIBLE WITH THE PLACEBO HYPOTHESIS. BY CONTRAST, WITH IDENTICAL METHODS, WE FOUND THAT THE BENEFITS OF CONVENTIONAL MEDICINE ARE UNLIKELY TO BE EXPLAINED BY UNSPECIFIC EFFECTS”.

In definitiva, gli autori evidenziano come gli studi condotti per valutare  gli effetti dei rimedi omeopatici siano soggetti a pregiudizi di conferma che impediscono di raggiungere conclusioni oggettive in merito alla distinzione tra effetto reale di tipo biochimico ed effetto placebo. Quest’ultimo, in realtà, è l’ipotesi più semplice e, di conseguenza, più plausibile per spiegare il successo dei rimedi omeopatici.

L’importanza del lavoro di Shang et al. si evince dal tiro incrociato a cui, negli anni, è stato sottoposto dagli amici dell’omeopatia. Per esempio, subito dopo la sua pubblicazione, appaiono su The Lancet – la rivista che ospita lo studio di Shang et al – delle lettere all’editore a firma, la prima, di Walach, Jonas e Lewith [6], la seconda di Linde e Jonas [7], la terza ad opera di una moltitudine di autori tra cui compare Mathie e di nuovo Walach [8].

Sebbene a firme (quasi) differenti, le tre lettere all’editore lamentano tutte di una mancanza di chiarezza da parte di Shang e collaboratori [5] in merito al modo con cui essi hanno deciso di applicare i criteri di inclusione/esclusione e criticando il fatto che le conclusioni sono troppo pessimistiche per l’omeopatia.

Queste critiche vengono mosse nonostante venga indicato, da un lato, che:

there are, after all, been very few placebo-controlled randomized trials in homeopathy, which is why there is an absence of evidence

dall’altro che:

we agree that homeopathy is highly implausible and that the evidence from placebo-controlled trials is not robust

In altre parole, per gli autori  delle lettere anzidette, l’omeopatia funziona nonostante non ci siano evidenze positive al di là di ogni possibile dubbio perché studi in cui viene fatto un confronto con il placebo non ce ne sono ed anche quei pochi pubblicati soffrono di un qualche pregiudizio metodologico.

A mio avviso questa è una posizione veramente antiscientifica. Uno scienziato deve sospendere ogni possibile giudizio se ritiene che non siano presenti dati sufficienti per avallare una posizione o un’altra in merito ad un determinato modello scientifico. Non può dire “questa cosa funziona, sebbene non ci siano prove a sostegno di una tale evidenza” e sulla base di questo criticare uno studio che cerca di fare chiarezza utilizzando il meglio di quanto la ricerca in omeopatia ha finora prodotto.

Gli argomenti della lettera di cui al riferimento [8] sono ripresi in un lavoro pubblicato di Rutten e Stolper (2008) [9].

La critica al lavoro di Shang et al. [5] si basa sul fatto che secondo Rutten e Stolper (2008) [9] la qualità della meta-analisi dipende fortemente dal modo in cui vengono selezionati i criteri di inclusione/esclusione. In particolare, vengono confrontati lo studio di Shang et al. [5] con quello di Linde et al. [1]. La conclusione è che, applicando i criteri riportati da Linde et al. agli studi selezionati da Shang et al. [5], non si può dire, come hanno fatto Shang e collaboratori [5], che l’efficacia dell’omeopatia sia dovuta all’effetto placebo.

Devo dire, come mia personale considerazione, che la lettura del lavoro di Rutten e Stolper [9] mi lascia molto perplesso per la velata disonestà intellettuale dei due autori.

Come mai prendono in considerazione un lavoro scritto nel 1997 che, nel 1999, gli stessi autori (Linde et al. [2]) hanno rielaborato arrivando a scrivere che quanto da loro riportato in precedenza era affetto da una sovrastima dei dati relativi all’efficacia dell’omeopatia? Come mai non hanno mai citato il lavoro scritto da Linde et al. nel 1999 [2]? Leggendo meglio lo studio di Rutten e Stolper [9] noto che il primo si firma “homeopathic physician” ed il secondo come “general practioner, homeopathic physician”, ovvero sono entrambi dei “medici omeopati”, peraltro operanti nella libera professione, ovvero non sono affiliati ad alcuna università o ente di ricerca. Non è che ci sia un conflitto di interessi con la loro attività privata, per cui un lavoro anti-omeopatia apparso su una delle riviste più prestigiose del mondo medico (ovvero il lavoro di Shang e collaboratori pubblicato su The Lancet [5]) dia molto fastidio e debba essere in qualche modo “smontato” cercando di intaccarne la credibilità con ogni mezzo possibile, anche attraverso un opportuno “cherry picking”?

Il sospetto di “cherry picking” si rinforza quando si legge il lavoro apparso su Journal of Clinical Epidemiology [10] di cui uno degli autori è lo stesso Rutten del cui studio ho discusso fino ad ora. Infatti, nello studio a firma di Lüdtke e Rutten [10] non solo si citano entrambi i lavori di Linde et al. [1, 2] (prova che Rutten conosce l’esistenza della rivalutazione fatta nel 1999 da Linde et al.[2] ma volutamente non la prende in considerazione), ma si conclude anche che:

Our results do neither prove that homeopathic medicines are superior to placebo nor do they prove the opposite”.

Insomma, a quanto pare anche Rutten e Stolper [10] non sono in grado di poter dire che l’efficacia dei rimedi omeopatici possa andare oltre l’effetto placebo.

Nel 2010 appaiono in letteratura altre meta-analisi a firma di Teixeira et al. [11], Nuhn et al. [12] ed Ernst [13] in cui ancora una volta viene ribadito che l’efficacia dell’omeopatia è attribuibile all’effetto placebo.

Le stesse conclusioni sono riportate in un lavoro di Mathie pubblicato nel 2014 [14] ed in uno a firma di Unlu et al. appena apparso on line sul sito del Journal of Oncological Sciences [15]. In particolare, in quest’ultimo lavoro non solo viene evidenziata l’inutilità dell’omeopatia nella cura di patologie come i tumori, ma viene riportato anche che i rimedi omeopatici possono essere tossici se non preparati nel modo adeguato. Infatti, per molti rimedi sono state riscontrate tracce non omeopatiche di contaminanti che hanno portato a problemi gastrointestinali, melanosi ed epatite.

Conclusioni

Dalla breve disanima qui riportata si comprende che non c’è discussione. I rimedi omeopatici hanno un effetto che equivale a quello di un qualsiasi placebo. Se vi sentite bene dopo aver assunto un rimedio omeopatico non è perché ci sia stato un qualche effetto di carattere biochimico. La vostra patologia sarebbe passata anche bevendo un semplice bicchiere di acqua e facendovi credere che esso sia stato toccato dalla bacchetta magica di Harry Potter.

Ma la storia non è certamente finita. L’ultima opposizione degli amici dell’omeopatia è che l’effetto placebo non può essere osservato sugli animali e sui bambini. Quindi ci deve essere qualcosa che non va in tutto quello che sto scrivendo. Questo sarà l’oggetto della quarta parte di questo reportage sull’omeopatia.

Riferimenti

[1] K. Linde et al. (1997) Are the clinical effects of homeopathy placebo effects? A meta-analysis of placebo-controlled trials, The Lancet, 350: 834-843

[2] K. Linde et al. (1999) Impact of study quality on outcome in placebo-controlled trials of homeopathy, Journal of Clinical Epidemiology, 52: 631-636

[3] E. Ernst (2002) A systematic review of systematic reviews of homeopathy, Journal of Clinical Pharmacology, 54: 577-582

[4] R.T. Mathie (2003) The research evidence base for homeopathy: a fresh assessment of the literature, Homeopathy, 92: 84-91

[5] A. Shang et al. (2005) Are the clinical effects of homeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homeopathy and allopathy, The Lancet, 366: 726-732

[6] H. Walach et al. (2005) The Lancet, 366: 2081

[7] K. Linde e W. Jonas (2005) The Lancet, 366: 2081-2082

[8] AA. VV. (2005) The Lancet, 366: 2082

[9] A.L.B. Rutten, C.F. Stolper (2008) The 2005 meta-analysis of homeopathy: the importance of post-publication data, Homeopathy, 97: 169-177

[10] R. Lüdtke, A.L.B. Rutten (2008) The conclusions on the effectiveness of homeopathy highly depend on the set of analysed trials, Journal of Clinical Epidemiology, 61: 1197-1204

[11] M.Z. Teixeira et al. (2010) The placebo effect and homeopathy, Homeopathy, 99: 119-129

[12] T. Nuhn et al. (2010) Placebo effect sizes in homeopathic compared to conventional drugs – a systematic review of randomised controlled trials, Homeopathy, 99: 76-82

[13] E. Ernst (2010) Homeopathy: what does the “best” evidence tell us? The Medical Journal of Australia, 192: 458-460

[14] R.T. Mathie et al (2014) Randomised placebo-controlled trials of individualised homeopathic treatment: systematic review and meta-analysis, Systematic Reviews, 3: 142

[15] A. Unlu et al. (2017) Homeopathy and cancer, Journal of Oncological Sciences, http://dx.doi.org/10.1016/j.jons.2017.05.006

Fonte dell’immagine di copertina: http://www.ilpost.it/2015/03/12/omeopatia-inutile/