L’omeopatia. Una pratica esoterica senza fondamenti scientifici

OMEOPATIA: Il contesto storico

Il 10 (o l’11, non si sa bene) Aprile 1755 nasce a Meißen, in Germania, Samuel Hahnemann. Non tutti sanno di chi si tratti, ma basta una veloce ricerca in rete per scoprire che Samuel Hahnemann è colui che ha inventato l’omeopatia.

La seconda metà del Settecento e tutto l’Ottocento hanno visto progressi scientifici e tecnologici senza pari; basti pensare che tra il 1777 ed il 1778 Lavoisier scopre il ruolo dell’ossigeno nella combustione e nella respirazione animale[1]; tra il 1773 ed il 1780 Priestley scopre il ruolo delle piante nel purificare l’aria contaminata da anidride carbonica[1]; nel 1775 Cavendish propone un esperimento per misurare la densità della Terra mentre nel 1784 scopre la composizione precisa dell’aria oltre a proporre una sintesi dell’acqua[1]; nel 1783 i fratelli Montgolfier realizzano il sogno dell’uomo: il volo con la mongolfiera[2]; nel 1800 Volta scopre la pila[3]; tra il 1802 ed il 1810, Dalton enuncia la legge delle proporzioni multiple, la legge delle pressioni parziali ed introduce la teoria atomica[1]; nel 1803 Berthollet dimostra “che il risultato di una trasformazione chimica è modificato dalle proporzioni relative delle sostanze messe a reagire, e dalle condizioni fisiche – temperatura, pressione, ecc. – in cui essa avviene”[1]; nel 1804 Trevithick inventa la locomotiva a vapore su rotaia[4]; tra il 1803 ed il 1824, Berzelius scopre il cerio, il selenio, il torio, isola il silicio, lo zirconio ed il tantalio e studia i composti del vanadio, oltre a formulare per primo la teoria dell’isomerismo[1]; nel 1828, Wöhler per primo dimostra come un composto organico, ovvero un composto implicato nella vita, possa essere ottenuto dalla reazione di due composti inorganici, ovvero non coinvolti nei processi vitali, contribuendo ad abbattere la teoria della “vis vitalis”[5] proposta dal suo maestro Berzelius[1]; tra il 1814 ed il 1841 Avogadro pubblica i suoi lavori in cui dimostra che “volumi uguali di gas diversi, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole”[6], oltre ad elaborare teorie sulla densità dei gas e la costituzione della materia[1]; nel 1847, Semmelweis intuisce le cause della febbre puerperale e propone l’uso dell’ipoclorito di sodio per la disinfezione delle mani dei medici impegnati tra i reparti di ostetricia e di medicina legale[7]; intorno al 1860, Cannizzaro contribuisce a rafforzare le ipotesi di Avogadro, scopre che l’idrogeno è una molecola biatomica e pubblica la reazione di dismutazione della benzaldeide che oggi è conosciuta come reazione di Cannizzaro[1].

Dettagli molto più approfonditi e di carattere didattico sulla storia della scienza possono essere trovati sia nel riferimento [1] che nei riferimenti [8], [9], [10] e [11].

In pratica, il periodo in cui Hahnemann svolge la sua attività di medico vede la nascita e lo sviluppo di teorie più o meno note, oggi ancora valide, molte attualmente inglobate in modelli di carattere più generale, altre del tutto scomparse. Tra queste ultime ricordiamo la teoria della “vis vitalis”[5], elaborata da Berzelius, con la quale si tentava di spiegare l’origine della vita e la teoria della generazione spontanea[12] che, nella prima metà del 1800, era sostenuta ancora da personalità come de Lamarck e Saint-Hilaire. Queste erano teorie valide nel contesto storico in cui furono sviluppate quando ancora non si sapeva dell’esistenza di forme di vita microscopiche e non si disponeva degli strumenti adatti per poterle riconoscere.

La medicina era ancora agli albori come scienza e si basava essenzialmente sul fatto che le malattie erano intese come alterazioni degli equilibri tra i quattro umori (sangue, flemma, bile nera e bile gialla) e le quattro condizioni fisiche (caldo, freddo, umido e secco)[13]. Il ritorno all’equilibrio poteva essere assicurato solo attraverso pratiche che oggi noi chiameremmo magiche: purghe, unguenti, emetici e salassi.

Era anche il tempo in cui il metodo scientifico, basato sulla sperimentazione e la riproducibilità, veniva ampiamente applicato in molti rami della scienza sebbene, molte volte, con estrema rudimentalità (sia di esempio la storia di Semmelweis ostracizzato dalla comunità medica a causa delle sue osservazioni sperimentali[7]). Ed è stato proprio l’applicazione di un rudimentale metodo scientifico a portare Hahnemann all’elaborazione di quella che è indicata come “medicina omeopatica”.

Le origini dell’omeopatia

Nel tentativo di spiegare il significato di “malattia” e di “cura della malattia” in modo più efficace rispetto agli inefficienti riti magici che prevedevano purghe, unguenti, emetici e salassi, Hahnemann rielabora la teoria della “vis vitalis”[5] introducendo il concetto di malattia intesa come una alterazione dello stato di salute causato da un “miasma”[14]. Quest’ultimo viene considerato come una esalazione che altera il funzionamento della “vis vitalis” e, di conseguenza, le proprietà dell’organismo. Quando l’organismo tenta di opporsi spontaneamente all’aggressione del “miasma”, ottiene solo l’incremento della patologia. In altre parole, il “miasma” si identifica con una condizione progressivamente peggiorativa, non risolvibile spontaneamente, dello stato di salute [14]. Il “miasma”, inoltre, non agisce allo stesso modo su tutti gli organismi. Individui diversi sviluppano un tipo di malattia il cui percorso dipende dal loro personale modo di essere. In altre parole, la malattia è indipendente dall’ambiente e relativo invece alla costituzione interna dell’individuo. Da ciò nasce la necessità della cura soggettiva, non valida per tutti, individuata solo attraverso una indagine “olistica” che tenga conto dell’interazione della “vis vitalis” con tutte le componenti dell’organismo malato.

A una tale conclusione Hahnemann giunge applicando su se stesso il metodo scientifico basato sulle osservazioni sperimentali. Infatti, per capire in che modo la corteccia dell’albero della china agisse nel riordinare il flusso della “vis vitalis” nell’organismo ammalato di malaria, egli si sottopone (da sano) ad una cura che prevede dosi progressivamente più elevate della predetta corteccia. All’aumentare delle dosi, Hahnemann osserva sintomi del tutto simili a quelli della malaria: debolezza, brividi e febbre[13]. Quindi, se un individuo sano, che assume un dato rimedio, rivela i sintomi della malattia che viene debellata quando lo stesso rimedio è assunto da un individuo malato, ne viene che il modo migliore per eliminare le cause dell’alterazione alla “vis vitalis”, riportando l’organismo alle sue funzioni originali, è quello del “chiodo scaccia chiodo”, ovvero il rimedio deve indurre la stessa malattia che si intende sconfiggere. Da qui il termine “omeopatia” per indicare “il simile cura il simile” contrapposto ad “allopatia” in cui la malattia viene combattuta con rimedi che si oppongono alla stessa. Inoltre, Hahnemann suggerisce che più bassa è la concentrazione del principio che viene assunto dal malato e migliore è la sua efficacia, contravvenendo a quelli che erano i principi basilari della farmacologia ben noti anche nel suo tempo[13].
In particolare, egli suggerisce che per “attivare” la “vis vitalis” del rimedio è necessario effettuare diluizioni successive utilizzando il metodo della “succussione”, ovvero lo scuotimento sistematico delle miscele seguendo dei criteri che oggi definiremmo magici[13].

Il falso mito del riduzionismo scientifico

Oggi sappiamo che uno dei ruoli svolto dalla ventina di molecole ad azione antimalarica nella corteccia dell’albero della china è quello di inibire la sintesi di un enzima coinvolto nei processi di detossificazione del gruppo eme che si ottiene per effetto della “digestione” dell’emoglobina da parte dei parassiti che inducono la malaria. Infatti, il gruppo eme è tossico per questi parassiti. Essi dispongono di un enzima che distrugge l’eme rendendolo innocuo. Gli alcaloidi della corteccia dell’albero della china impediscono l’azione del predetto enzima e consentono all’eme di agire contro i parassiti stessi. Dettagli e meccanismi di azione dei diversi alcaloidi antimalarici si possono trovare in un documento word scaricabile qui.

La conoscenza del meccanismo di azione degli alcaloidi della corteccia della china è stata resa possibile da un approccio riduzionista, ovvero dalla considerazione che un qualsiasi complesso chimico (dalla roccia, ad un organismo monocellulare, fino all’uomo) è fatto dall’interazione di tante parti ognuna della quali ha una ben precisa funzione. Quindi, se vogliamo sapere come funziona un determinato metabolita, innanzitutto dobbiamo isolarlo e purificarlo. Una volta purificato ne individuiamo la struttura e ne comprendiamo il ruolo biologico sulla base del principio di relazione tra struttura chimica ed attività biologica: una molecola che ha una certa struttura chimica ha solo quella particolare funzione biologica. Una qualsiasi variazione strutturale (per esempio un cambiamento di isomeria) altera la funzione biologica della molecola che, di conseguenza, non è più in grado di assolvere al suo ruolo nell’organismo.

Solo chi non è troppo addentro a fatti scientifici, come spesso capita quando si interloquisce con pseudo filosofi che pensano di conoscere il mondo meglio di chiunque altro, ritiene che i processi di riduzione di un complesso alle sue componenti sia perdere di vista l’organismo in tutta la sua complessità. Le argomentazioni “olistiche” sostenute dai fautori dell’omeopatia si possono riassumere nella banale affermazione che le proprietà di un organismo vivente non sono date dalla somma delle singole componenti che lo caratterizzano, ma sono qualcosa di più. In altre parole, ancora più banalmente, secondo i fautori dell’omeopatia è sempre valida la regola che 2 + 2 > 4 (Figura 1).
Questa è una fallacia logica (oltre che ignoranza scientifica) che può essere confutata molto semplicemente facendo l’esempio dello studio delle proprietà dell’acqua.

Figura 1. Schema comparativo tra il metodo applicato dai fautori dell’omeopatia ed il metodo scientifico. Senza alcuna conoscenza di base, le proprietà dei sistemi complessi sembrano inconciliabili con le proprietà delle singole componenti. Il risultato sembra, quindi, che 2+2=10. In realtà, l’approfondimento delle proprietà chimico fisiche delle singole componenti, consente di spiegare le proprietà emergenti dalle interazioni tra singole molecole di acqua (ovvero, per es., che il ghiaccio galleggia sull’acqua liquida) che non sono racchiuse in nessuna delle singole componenti che contraddistingue la molecola. In definitiva, ogni singolo step conoscitivo corrisponde all’operazione (2 + 2 = 4). La somma totale delle conoscenze dà il risultato corretto di 10.

L’acqua è una molecola di formula H2O, ovvero è costituita da idrogeno ed ossigeno nel rapporto 2 : 1. L’idrogeno è un elemento della tavola periodica con numero atomico 1 e peso atomico di circa 1 u.m.a. (unità di massa atomica), l’ossigeno ha numero atomico 8 e peso atomico di circa 16 u.m.a. Queste informazioni, pur essendo basilari, non ci dicono assolutamente nulla in merito al ruolo svolto da idrogeno ed ossigeno nel modulare le proprietà dell’acqua. Per poter capire nei minimi dettagli il comportamento dell’acqua, abbiamo bisogno di un grado di conoscenza ulteriore. In altre parole abbiamo bisogno di sapere in che modo idrogeno ed ossigeno interagiscono tra loro. Per poterlo sapere abbiamo bisogno di introdurre gli orbitali atomici che si combinano a formare gli orbitali molecolari. Non è questa la sede per andare troppo nei dettagli.
Basti sapere che l’utilizzo del formalismo degli orbitali molecolari consente di capire che la molecola dell’acqua ha una struttura tetraedrica in cui due vertici sono occupati dai due atomi di idrogeno ed altri due dai doppietti solitari dell’ossigeno. Il centro del tetraedro è occupato dall’ossigeno. Queste informazioni non sono ancora sufficienti a capire perché l’acqua ha il comportamento che noi conosciamo, ovvero perché il ghiaccio galleggia e perché il volume dell’acqua aumenta quando la temperatura scende intorno ai 4 °C. Il gradino di conoscenze successivo consiste nel capire in che modo le diverse molecole di acqua interagiscono tra di loro. Senza utilizzare troppi dettagli, si può dire che le molecole di acqua, ognuna occupante una certa porzione di spazio tridimensionale, si legano tra loro mediante legami ad idrogeno in modo tale da formare dei “clusters” (ovvero gruppi di molecole) fatti da tetraedri in cui una molecola di acqua centrale lega altre quattro molecole di acqua (via legami a idrogeno) disposte lungo i vertici di un tetraedro. Bastano queste informazioni a spiegare perché il ghiaccio galleggia? Non ancora. Abbiamo bisogno di un andare un gradino oltre le nostre conoscenze. Per poter spiegare la più bassa densità del ghiaccio rispetto all’acqua liquida, abbiamo bisogno di sapere quali sono le peculiarità del legame a idrogeno. Affinché un legame a idrogeno si possa formare, devono essere rispettati sia dei requisiti energetici che dei requisiti geometrici. Questi ultimi consistono nel fatto che il legame O-H (legame covalente) in una molecola di acqua deve essere allineato col legame H…O (legame a idrogeno) a formare un unico asse (geometria lineare del legame a idrogeno)[15]. Quando l’acqua si raffredda, la geometria lineare si deve conservare. Questo implica che le diverse molecole di acqua si dispongono in posizioni ben precise allontanandosi le une dalle altre ed aumentando, di conseguenza, lo spazio tra di esse con diminuzione della densità. Il risultato finale di tutta questa conoscenza è che il ghiaccio galleggia sull’acqua liquida e, per questo, nel 1912 il Titanic[16], non potendo violare il principio di incompenetrabilità dei corpi[17], è affondato.

Come si evince dalla complessa spiegazione appena riportata (schematizzata nella Figura 1), da nessuna parte del ragionamento basato su modelli scientifici è riportato che 2 + 2 è diverso da 4. Anzi, le proprietà dell’acqua solo apparentemente sembrano essere un miracolo. Esse non sono altro che il risultato emergente dalla complessità delle proprietà chimico fisiche delle singole componenti della molecola in cui ogni livello di conoscenza corrisponde alla semplice operazione matematica (2 + 2 = 4). È l’assenza di conoscenze, associata alla convinzione che le spiegazioni scientifiche siano intuitive (mentre tutte le spiegazioni scientifiche sono contro intuitive), a generare i mostri pseudo scientifici che nella fattispecie si identificano con l’omeopatia.

Il falso mito della memoria dell’acqua

Non è un caso che l’acqua sia stata usata come esempio per evidenziare le fallacie cognitive di chi pensa che l’omeopatia sia la panacea di ogni male. Attualmente, non essendo più sostenibile la concezione di “vis vitalis”, i supporters dell’omeopatia si aggrappano all’idea che la struttura dell’acqua sia come un materasso memory-foam. In pratica, sulla base di lavori scientifici di cui si è dimostrata l’inconsistenza[18], viene affermato che la validità dell’omeopatia risiede nel fatto che la struttura dei “clusters” dell’acqua è modificata dalla presenza del principio attivo. L’impronta del principio attivo rimane inalterata nei processi di diluizione. L’alterazione della struttura dei “clusters” indurrebbe delle variazioni nei campi elettromagnetici generati dagli elementi che compongono l’acqua. Sono questi campi elettromagnetici che indurrebbero il processo di guarigione dell’organismo malato[18]. A parte l’inconsistenza scientifica delle affermazioni anzidette (nessuna di esse è mai stata provata), proviamo a ragionare sulle alterazioni dei campi elettromagnetici.

Una tecnica analitica molto nota in chimica è la risonanza magnetica nucleare[19]. Essa si basa sull’alterazione delle caratteristiche fisiche dei nuclei presenti nelle molecole grazie all’applicazione di campi magnetici aventi ben precise intensità. Senza entrare troppo nei dettagli che sono oltre gli scopi di questa nota, basti sapere che l’uso dei campi magnetici ad intensità variabile consente di monitorare la dinamica (ovvero il movimento) delle molecole di acqua in tutte le condizioni. Chi volesse approfondire può far riferimento ad un lavoro pubblicato su eMagRes nel riferimento [20]. Se i “clusters” dell’acqua fossero come i materassi memory-foam, ovvero se la rete tridimensionale di legami a idrogeno fosse modificata dall’impronta del principio attivo, ci dovremmo aspettare dinamiche differenti delle molecole di acqua soggette alle deformazioni anzidette. Queste dinamiche si dovrebbero riflettere sulla velocità con cui un nucleo (nella fattispecie quelli degli atomi di idrogeno dell’acqua) cede la sua energia per effetto dell’interazione con i campi magnetici ad intensità variabile. Ed invece il modello matematico che descrive la velocità appena citata e riportato nel riferimento [21] indica chiaramente che al tendere a zero della concentrazione di soluto (ovvero di un qualsiasi composto disciolto in acqua), l’acqua si comporta esattamente come se non avesse mai contenuto alcun soluto. Non c’è alcuna traccia della memory-foam, ovvero dell’impronta lasciata dal soluto nella rete tridimensionale dei legami a idrogeno. Questa riportata è solo una delle tante prove contro la memoria dell’acqua. Molte altre se ne possono trovare in letteratura e molti lavori pubblicati evidenziano gli errori commessi negli esperimenti a supporto della fantomatica memoria dell’acqua[18]. Da dove nasce la fama della memoria dell’acqua? Dal fatto che l’industria omeopatica è molto remunerativa: i formulati omeopatici costano parecchio e possono essere considerati a ragion veduta un vero e proprio lusso. Individuare una pseudo spiegazione scientifica aiuta molto nel marketing e nella vendita di prodotti omeopatici incrementando, in questo modo, l’indotto economico e l’arricchimento di gente senza scrupoli che sfrutta la credulità della gente. Inoltre, la pseudo spiegazione ammanta di scientificità qualcosa che scientifico non è, mettendo in pace l’animo delle persone che temono le proprie paure e hanno necessità di rivolgersi all’omeopatia. A nulla vale l’avvertimento in base al quale un formulato omeopatico funziona meglio se si fa una vita sana. Se si fa una vita sana, ovvero alimentazione corretta senza eccessi e sana attività fisica, non c’è bisogno né di medicinali veri e propri né di formulati omeopatici. Neanche vale dire che in caso di malattia conclamata il formulato omeopatico coadiuva le cure più tradizionali dall’efficacia acclarata. Lavori di letteratura dimostrano chiaramente che l’attività dei formulati omeopatici è del tutto simile al placebo[22] per cui, a parte influenzare l’approccio psicologico del paziente con la malattia, non hanno alcuna utilità medica.

Il falso mito dei miliardi di molecole nelle preparazioni omeopatiche

Ho già avuto modo di scrivere in merito al mito secondo cui i preparati omeopatici sono efficaci perché conterrebbero ancora miliardi di molecole di principio attivo[23]. Tuttavia, come dicevano i nostri antenati “repetita iuvant”. Innanzitutto, l’affermazione secondo cui in un formulato omeopatico si “agitano” miliardi di molecole fa un poco a pugni sia con la presunta memoria dell’acqua che col fatto che un prodotto omeopatico non è considerato un farmaco vero e proprio. Forse chi fa questa affermazione non si rende neanche conto che contraddice se stesso. Se il formulato omeopatico contiene miliardi di molecole di principio attivo, allora, secondo chi afferma ciò, la sua presunta efficacia è dovuta al fatto che può essere considerato alla stregua di un farmaco vero e proprio. E se è così, perché i formulati omeopatici non sono soggetti alla stessa legislazione (nazionale ed internazionale) dei farmaci veri e propri secondo cui prima di essere immessi nel mercato essi devono superare dei test molto stringenti in merito alla loro tossicità? Se l’attività dei formulati omeopatici è dovuta alla presunta presenza di miliardi di molecole, perché c’è bisogno di trovare una spiegazione scientifica in merito alla memoria dell’acqua dal momento che sono i miliardi di molecole ancora presenti ad avere una qualche attività?

Ma veniamo al punto. Chi afferma che nei formulati omeopatici ci sono miliardi di molecole che si agitano, non dice una sciocchezza vera e propria. Sta semplicemente usando una parte dei fatti rigirandoli a proprio uso e consumo secondo delle abitudini che sono consolidate e riconosciute. In ambito scientifico si parla di “cherry picking”, ovvero, tra tutto ciò che mi serve, prendo solo le informazioni che fanno comodo al mio caso e mi consentono di avallare le mie idee. Si chiama anche “bias cognitivo”. Si tratta della nostra predisposizione a voler prendere in considerazione solo ed esclusivamente ciò di cui siamo già convinti. Questi sono errori in cui possono incorrere tutti. Tuttavia, chi si occupa di scienza è, in genere, più allenato delle persone comuni, che non hanno basi scientifiche, e sanno riconoscere, per lo più, queste fallacie. Ai fini esemplificativi sono costretto ad entrare in alcuni tecnicismi che spero di spiegare nel modo più semplice possibile senza appesantire un discorso già pesante e tecnico di suo.

Prendiamo in considerazione una soluzione acquosa satura[24] di vitamina C (anche definito come acido ascorbico) che corrisponde ad una concentrazione di 1.87 mol/L ed indicata anche come 1.87 M[25]. Diluiamo questa soluzione di acido ascorbico (che tecnicamente si chiama soluzione madre) in un rapporto 1 : 100 con acqua. Diluire 1 : 100 significa che preso 1 della soluzione madre aggiungo 99 di acqua. Naturalmente mi sto riferendo ai volumi, per cui 1 mL di soluzione madre viene addizionato con 99 mL di acqua. Quale sarà la concentrazione finale? È facile. Basta semplicemente dividere la concentrazione della soluzione madre per 100, ovvero il volume espresso in millilitri della soluzione finale. Quindi la nuova soluzione ha concentrazione 1.87 x 10^(-2) M. Andiamo avanti e diluiamo la nuova soluzione in rapporto 1 : 100. Si ottiene una soluzione la cui concentrazione è la centesima parte di quella iniziale, quindi: 1.87 x 10^(-4) M. Se continuiamo n volte, la soluzione finale avrà concentrazione 1.87 x 10^(-2n) M.

Nel linguaggio usato dagli omeopati sto facendo le famose diluizioni CH, ovvero centesimali, per cui

CH = 1.87 x 10^(-2) M

2CH = 1.87 x 10^(-4) M

………..

nCH = 1.87 x 10^(-2n) M

Quale sarà il numero di molecole di acido ascorbico nella soluzione nCH? Si dimostra che il numero di molecole presente in una data soluzione si ottiene moltiplicando il numero di moli della sostanza per il numero di Avogadro[6], ovvero per un numero che è 6.022 x 10^23. Di conseguenza, il numero di molecole di acido ascorbico nella soluzione a concentrazione 1.87 x 10^(-2n) M sarà:

1.87 x 10^(-2n) x 6.022 x 10^23 molecole/L = 11.3 x 10^(23-2n) molecole/L

In pratica dopo 12 diluizioni centesimali (n = 12), si ottiene una soluzione che contiene 1.13 molecole per litro o, in soldoni, 1 molecola per litro. Ne viene che dopo 20 diluizioni centesimali (n=20), di fatto non c’è più nulla nella soluzione. Si tratta solo di solvente, ovvero di acqua.

Non voglio essere, però, così drastico e mi fermo a 5 diluizioni centesimali (n = 5). Il numero di molecole è 11.3 x 10^13 molecole/L. In effetti, nella soluzione 5CH ci sono 113000 miliardi di molecole per litro. Allora i fautori dell’omeopatia hanno ragione. Ci sono ancora miliardi di molecole in soluzione. Certo che ci sono! L’unico problema è che nel mondo biochimico (quello del quale dobbiamo tener conto quando si discute di salute umana) non conta il valore assoluto relativo al numero di molecole, ma la concentrazione delle stesse espressa in mol/L o M (si parla, in pratica, di effetto concentrazione). In altre parole 113000 miliardi di molecole corrispondono ad una concentrazione di 1.87 x 10^(-10) M. Cosa significa questo numero? Significa che ci sono circa 2 moli di acido ascorbico ogni 0.1 nL di acqua[26]. Questo corrisponde ad una concentrazione di 3.29 x 10^(-2) ppb[27], ovvero in un litro di acqua ci sono 3.29 x 10^(-2) g di acido ascorbico . Si può anche scrivere 3.29 cg o anche 0.329 mg (come si vede non è difficile giocare coi numeri). Se consideriamo che la dose minima giornaliera di acido ascorbico indicata nel Codex Alimentarius per evitare lo scorbuto è di 30 mg, ne viene che dovremmo bere circa 100 L di formulato omeopatico 5CH di acido ascorbico al giorno. Adesso, considerando che una giornata di veglia è fatta di 12 ore, possiamo concludere che dovremmo assumere almeno 8 L di formulato 5CH di acido ascorbico all’ora. Tuttavia, la dose letale media di acqua corrisponde alll’assunzione di 5 L in una sola ora. Ciò comporta la morte fisica. Il gioco omeopatico vale, quindi, la candela?

Conclusioni

La medicina omeopatica fa parte della nostra storia scientifica. È stato un modo per cercare di dare spiegazioni in un momento preciso del nostro tempo, quando le conoscenze biochimiche erano ancora agli albori e la delucidazione del metabolismo umano di là da venire. Non si può far finta che non sia esistita, ma certamente lo sviluppo e l’evoluzione delle conoscenze scientifiche hanno reso obsolete le trovate metafisiche di Samuel Hahnemann. Molte altre teorie sono apparse e poi scomparse nel corso della storia della scienza ed oggi le ricordiamo solo per il ruolo che hanno svolto nel contesto storico in cui sono nate. L’azione del tempo le ha rese obsolete e prive di significato. Oggi l’omeopatia può essere considerata, senza tema di smentita, solo una pratica esoterica priva di ogni validità scientifica e come un ramo secco nell’immenso albero delle nostre conoscenze.

Qui di seguito il video della mia presentazione sull’omeopatia tenuta al Caffè dei Libri di Bassano del Grappa il 29 Dicembre 2016

Riferimenti e note

[1] http://www.liberliber.it/mediateca/libri/t/thorpe/storia_della_chimica/pdf/thorpe_storia_della_chimica.pdf

[2] http://www.luccaballoonclub.it/docs/aerostatica.pdf

[3] http://online.scuola.zanichelli.it/chimicafacile/files/2011/02/app72.pdf

[4] http://www.cornish-mining.org.uk/sites/default/files/5%20-%20Richard%20Trevithick%20(1771-1833)%20and%20the%20Cornish%20Engine.pdf

[5] La “vis vitalis” è una forza metafisica che determina le proprietà strutturali e funzionali di ogni organismo. I patogeni responsabili delle malattie alterano la fluidità della “vis vitalis” e, di conseguenza, comportano alterazioni delle caratteristiche funzionali del corpo e le sensazioni sgradevoli associate alle malattie. Solo il mondo organico è caratterizzato dalla “vis vitalis” mentre è esclusa da quello inorganico. Mondo organico e mondo inorganico sono caratterizzate da chimiche differenti. La sintesi di Wöhler che converte isocianato di ammonio (un sale inorganico) in urea (un composto organico) è stato il primo esempio del superamento del concetto di “vis vitalis” legato alla incompatibilità tra chimica organica e chimica inorganica.

[6] Kotz J. C., Treichel P. M., Townsend J. R. Chimica, quinta ed. italiana, EdiSES, 2012

[7] http://www.treccani.it/scuola/lezioni/in_aula/fisica/storia_scienze/4.html

[8] Bill Bryson, breve storia di (quasi) tutto, Guanda editore

[9] Isaaac Asimov, Breve storia della biologia, Zanichelli

[10] Isaac Asimov, Breve storia della chimica, Zanichelli

[11] Isaac Asimov, Il libro di fisica, Ed. Oscar Mondadori

[12] La teoria della generazione spontanea si basa sull’assunzione che la vita sorga spontaneamente da materiale inanimato di natura organica in quanto dotato di “vis vitalis”. La vita non può nascere spontaneamente dal materiale inorganico in quanto questo non è dotato della “vis vitalis”. Benché ancora sostenuta da alcuni, già all’inizio del XIX secolo la teoria della generazione spontanea era considerata obsoleta perché erano stati fatti esperimenti che dimostravano come la vita non potesse essere generata dal materiale organico in assenza di aria. http://online.scuola.zanichelli.it/barbonescienzeintegrate/files/2010/03/V09_01.pdf

[13] Silvio Garattini, Acqua fresca, Sironi editore

[14] http://omeopatia.org/upload/Image/convegno/FAGONE-26-10-2011-Relazione.pdf

[15] http://www1.lsbu.ac.uk/water/water_hydrogen_bonding.html

[16] http://www.laputa.it/ritrovamento-titanic/#4/41.73/-49.95

[17] http://www.laputa.it/blog/del-perche-non-possiamo-attraversare-i-muri-come-harry-potter/

[18] http://www.nature.com/news/2004/041004/full/news041004-19.html

[19] Conte e Piccolo, (2007) Solid state nuclear magnetic resonance spectroscopy as a tool to characterize natural organic matter and soil samples. The basic principles, Opt. Pura Apl. 40 (2): 215-226 (http://www.sedoptica.es/Menu_Volumenes/Pdfs/259.pdf)

[20] Conte e Alonzo (2013) Environmental NMR: Fast-field-cycling Relaxometry, eMagRes 2: 389–398 (https://www.researchgate.net/publication/278307250_Environmental_NMR_Fast-field-cycling_Relaxometry)

[21] Conte (2015) Effects of ions on water structure: a low-field 1H T1 NMR relaxometry approach Magnetic Resonance in Chemistry 53: 711–718 (https://www.researchgate.net/publication/267288365_Effects_of_ions_on_water_structure_A_low-field_1H_T1_NMR_relaxometry_approach)

[22] Shang, Huwiler-Müntener, Nartey, Jüni, Dörig, Sterne, Pewsner, Egger (2005) Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homoeopathy and allopathy The Lancet 366: 726-732 (http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(05)67177-2/abstract)

[23] http://www.scetticamente.it/articoli/approfondimenti/244-sulle-dichiarazioni-della-siomi-la-societa-italiana-di-omeopatia-e-medicina-integrata.html

[24] Una soluzione si dice satura quando il soluto ha raggiunto la sua concentrazione massima nel solvente ed aggiunte successive determinano la precipitazione del soluto.

[25] M sta per molarità ed è un modo di esprimere la concentrazione del soluto in un solvente. Corrisponde al numero di moli (mol) di soluto per unità di volume di solvente espresso in litri (L). La mole, per convenzione internazionale, corrisponde alla quantità di sostanza contenuta in 0.012 kg dell’isotopo 12 del carbonio. Operativamente, per calcolare il numero di moli si divide il peso della sostanza di interesse, espresso in grammi, per il suo peso formula (o peso molecolare, nel caso di molecole) espresso in g/mol.

[26] Il simbolo nL sta per nanolitro e corrisponde alla miliardesima parte del litro.

[27] Il simbolo ppb indica le parti per miliardo. È un modo di esprimere la concentrazione non più in uso nel sistema internazionale (SI) pur essendo rimasto nel linguaggio tecnico di laboratorio. Se si prende un oggetto e lo si divide in un miliardo di pezzettini, uno solo di essi corrisponde ad una parte sull’intero miliardo. Nel nostro caso 1 ppb corrisponde ad 1 microgrammo (μg) di acido ascorbico per Litro di acqua.

Pubblicato anche su www.laputa.it/omeopatia

Sui pregiudizi di conferma

Gestisco da un po’ di tempo diverse pagine e gruppi di carattere scientifico e aiuto, per il poco che so fare, nella pagina Bufale e Dintorni a “sbufalare” quelle pochissime cose di cui mi intendo e che sono legate esclusivamente alla chimica.

Ho notato che tutti i gruppi e le pagine sono animate da persone che hanno un atteggiamento scettico di fronte a cose improbabili e tutti si dicono amanti della scienza.

Ultimamente, però, sto ponendo particolare attenzione all’omeopatia e al fatto che si basa sul nulla. Ciò che salta subito agli occhi quando vado a visualizzare le statistiche delle pagine è un deflusso di “like” ogni volta che si affronta questo argomento. Si osserva quello che studiosi del settore definiscono “polarizzazione”, ovvero rimangono ad “ascoltare” ciò che c’è da dire solo coloro che la pensano nello stesso modo del/dei gestore/i della pagina. Ne viene che anche le persone che si dicono scettiche ed amanti della verità scientifica hanno difficoltà ad accettare discussioni oggettive su argomenti che vanno a toccare certi aspetti della loro sensibilità.

Mi sono sempre chiesto perché accada una cosa del genere. Perché persone che si dicono amanti della scienza si comportano come i “complottari” contro cui in altre circostanze e per altri argomenti si scagliano?

Non sono uno psicologo, né uno studioso di comportamento umano per cui le mie riflessioni sono solo soggettive e non hanno nessuna pretesa.

Da ingenuo, ho sempre pensato che tutti quelli che sono senza adeguata preparazione scientifica sono anche coloro che per primi non sono in grado di sostenere argomentazioni oggettive. Ma non è così. Ho potuto notare che anche tra gli insospettabili miei colleghi ci sono quelli che non accettano il contraddittorio su certe argomentazioni o prendono sul personale dei miei commenti che non hanno alcuna velleità ad hominem (per non parlare di quelli che sono iper specializzati nel loro settore ma pensano di poter mettere bocca su tutto facendo poi figure barbine quando dimostrano la loro incompetenza in campi di cui conoscono solo il nome). Anche io stesso mi rendo conto di avere difficoltà ad accettare certe posizioni contrarie alle mie convinzioni.

Rispetto a chi non ha una adeguata preparazione scientifica, chi si occupa di scienza è un po’ più allenato a riconoscere i pregiudizi di conferma, ma c’è comunque un punto oltre il quale non si riesce ad andare. È perché oltre una certa età ci si innamora delle proprie idee e dei propri modelli? Si è troppo innamorati di se stessi come ho già detto altrove [1]? Forse la molla narcisistica è accentuata in tutti noi?

Qualcuno ha risposto evidenziando che le persone tendono a ritenere come poco importanti le contro argomentazioni alle loro convinzioni selezionando in questo modo solo i dati sperimentali che consentono di confermare il proprio modo di pensare [2]. Si tratta di ciò che viene definito cherry picking. Altri, studiando il comportamento nei social network, hanno raccolto un gran numero di dati in base ai quali è possibile riconoscere nel comportamento di ognuno una selezione della propria echo chamber (camera dell’eco in cui risuona un solo modo di pensare) in modo tale da sentirsi al sicuro e protetti [3].

Sebbene non sia detto esplicitamente da nessuna parte, forse perché gli autori che ho citato non sono specialisti in biologia evolutiva (nemmeno io lo sono, ma su Facebook mi posso spingere oltre per innescare un dialogo con i miei lettori più esperti), mi sono convinto che un comportamento del genere, ovvero la creazione delle echo chambers, sia qualcosa di atavico legato alle epoche in cui l’essere umano si aggregava in micro società in cui tutti avevano come obiettivo comune la sopravvivenza del gruppo attraverso la protezione dei singoli individui della comunità. La trasposizione in chiave internettiana delle tribù primitive si traduce, quindi, nella cosiddetta polarizzazione che porta ognuno di noi a spegnere la razionalità su certi particolari argomenti e circondarsi solo di persone che la pensano come noi.

Si può fare qualcosa? Forse solo lo sviluppo culturale può contrastare una esigenza primordiale, ma occorre tempo e, per quanto ne posso capire io che esperto non sono, siamo ancora agli inizi.

Riferimenti
[1] https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1911049185783275:0
[2] https://phys.org/…/2017-01-facts-beliefs-identity-seeds-sci…
[3] W. Quattrociocchi et al 2016, Misunderstanding, Edagricoke

La “memoria dell’acqua”, l’omeopatia ed i pregiudizi di conferma

Più volte, da quando il 29 Dicembre 2016 al Caffè dei Libri di Bassano del Grappa ho tenuto una lezione sull’omeopatia intesa come pratica esoterica senza fondamenti scientifici [1, 2], mi sono sentito rivolgere sempre la stessa argomentazione in base alla quale ci sono persone molto più titolate di me che svolgono lavori di ricerca molto approfonditi grazie ai quali i modelli in grado di spiegare gli effetti dei formulati omeopatici sono diventati sempre più definiti e circostanziati.
I fautori dell’omeopatia si basano però sul principio di autorità [3] e (ricopiando una risposta tipica che viene generalmente data a miei commenti sull’omeopatia) affermano: “se l’argomento omeopatia viene trattato sul piano chimico lei ha certamente ragione a sostenere che dopo un certo numero di diluizioni per il principio di Avogadro non può esistere residuo della sostanza iniziale; ma se l’argomento viene trattato sul piano quantistico, il discorso cambia radicalmente. (I miei riferimenti pro-omeopatia sono E. Del Giudice, G. Vitiello, V. Elia, I. Licata, Rustun Roy, E. Germanov ecc. ecc.)”.
In questo caso specifico, la persona che ha commentato si è dimenticata di Benveniste [4] e Montagnier [5] i cui studi sono stati rigettati da Nature, nel primo caso, e pubblicati su una rivista di cui si è editor-in-chief, nel secondo caso (il che equivale a dire: “pubblico il mio lavoro senza alcun contraddittorio”. Ma di questo mi occuperò a tempo debito in un altro momento).
In definitiva sembra che ci siano studiosi che analizzano le proprietà delle soluzioni a diluizione infinita e trovano risposte inoppugnabili alle basi dell’omeopatia.
Chi fa nomi e cognomi di studiosi coinvolti in ricerche sull’acqua ha qualche problema non solo con la chimica ma anche con la lettura di lavori scientifici ed in genere non si tratta di chimici ma di persone che si occupano di altro. Per esempio, l’argomentazione riportata sopra è stata fatta da una persona che di se stessa dice: “sono un epistemologo esperto in teoria dei sistemi, non un chimico; ma conosco molto bene gli argomenti e le dimostrazioni sperimentali degli scienziati che sostengono il valore dei trattamenti omeopatici “. In altre parole, si tratta di qualcuno che ha deciso di se stesso che è esperto di qualcosa di cui non è competente (vi dice niente l’effetto Dunning Kruger?). E come lui, tutti quelli che argomentano di pro-omeopatia “a spron battuto” nei vari social networks.
Essendo un chimico coinvolto in lavori di ricerca fin dall’inizio degli anni Novanta, sono coinvolto anche nei processi di peer review di lavori scientifici, ovvero sono chiamato a dare la mia opinione di esperto nella valutazione di lavori di ricerca. Questo accade almeno tre-quattro volte al mese, ovvero mi trovo a lavorare come revisore per almeno 36-48 volte all’anno. In questa sede voglio agire come revisore e prendere uno dei lavori pubblicati da uno dei tanti autori famosi per la loro posizione pro-omeopatia e capire nel merito cosa fanno.
Il lavoro a cui faccio riferimento è: V Elia, E Napoli and R Germano, The ‘Memory of Water’: an almost deciphered enigma. Dissipative structures in extremely dilute aqueous solutions, Homeopathy (2007) 96, 163–169 [6]. Chi è iscritto a Researchgate può liberamente scaricare il lavoro suddetto messo a disposizione dagli autori stessi.
Il lavoro si apre con una introduzione in cui si scrive:
“The ‘Memory of Water’ is a journalistic expression, first used in the French newspaper Le Monde, after the publication in 1988 of Jacques Benveniste’s famous paper in the international scientific journal Nature. In this paper he claimed, with biological experimental data, that ‘homeopathic dilutions’ of substances (ie so much diluted as to not contain any molecules of the substance initially diluted in it) are able to induce biological effects typical of the substance initially dissolved in it”.
Gli autori ammettono che il termine “memoria dell’acqua” ha solo un effetto “comunicativo” ma nessuna base scientifica. Citano a tal proposito il lavoro capostipite sulla “memoria dell’acqua” pubblicato su Nature nel 1988 da Jacques Benveniste [7] dimenticando, però, che questo lavoro fu pubblicato “sub condicio” (come evidenzia la Editorial reservation riportata in coda all’articolo stesso), ovvero con l’accordo che i risultati avrebbero dovuto essere valutati da una commissione di esperti nel laboratorio dell’autore. La valutazione ci fu e la risposta si trova nell’articolo su Nature a firma di John Maddox, James Randi e Walter W. Stewart: “High-dilution” experiments a delusion [8]:
“We conclude that the claims made by Davenas et al. are not to be believed. Our conclusion, not based solely on the circumstance that the only strictly doubleblind experiments we had witnessed proved to be failures, may be summarized as follows: The care with which the experiments reported have been carried out does not match the extraordinary character of the claims made in their interpretation […]. The phenomena described are not reproducible, but there has been no serious investigation of the reasons […]. The data lack errors of the magnitude that would be expected, and which are unavoidable […]. No serious attempt has been made to eliminate systematic errors, including observer bias […]. The climate of the laboratory is inimical to an objective evaluation of the exceptional data […]”.
In altre parole, il lavoro del gruppo gestito da Benveniste sopravvaluta gli effetti che gli autori riportano nelle loro conclusioni, manca di riproducibilità, manca di una seria valutazione degli errori sperimentali sia casuali che sistematici (per esempio gli autori non hanno fatto sforzi per eliminare i pregiudizi di conferma) e le condizioni del laboratorio non offrono sufficienti garanzie per una interpretazione oggettiva, e quindi credibile, dei dati.
Un lavoro scientifico che si basa sulle premesse ritenute sbagliate dalla comunità scientifica internazionale non si presenta molto bene. Il compito di tutti noi è prendere atto di ciò che è pubblicato (ci piaccia o meno) e, partendo da lì, costruire i nostri migliori modelli scientifici. Nel caso in oggetto la premessa di Elia et al. [6] è “la memoria dell’acqua è un fatto acclarato e dobbiamo solo capire a cosa è dovuta”. No, non è così. La “memoria dell’acqua” non è affatto acclarata [9, 10, 11, 12]. A sostegno della loro assunzione di partenza, Elia et al. [6] citano un saggio pubblicato da Bibliopolis in lingua Italiana [13]. Quale validità scientifica a livello internazionale possa avere un saggio scritto in italiano, quindi limitato alla sola comunità scientifica che è in grado di parlare quella lingua, non è dato sapere. Inoltre, la pubblicazione di libri non richiede la severa revisione tra pari a cui è soggetto invece un lavoro di ricerca. Chiunque può scrivere un libro per rendere pubblico il suo pensiero e magari ricorrere come spesso accade all’auto-pubblicazione. Ma si tratta di opinioni personali senza contraddittorio. Non c’è dialogo scientifico come quello riportato nei riferimenti [9-12].
Dopo l’introduzione, nella quale gli autori evidenziano la tipologia di problematiche che essi hanno deciso di analizzare, c’è un paragrafo intitolato “Methods”. Di solito questo paragrafo serve per descrivere le metodologie analitiche che gli autori di un lavoro decidono di utilizzare. Questo paragrafo inizia con: “The experimental methodologies used for our investigations were chosen as the most efficient among the many tested”.
Devo dire che è la prima volta, nella mia esperienza di lavoro e di revisore scientifico, che mi trovo di fronte ad una frase del genere. Di solito chi scrive un lavoro di ricerca cerca di giustificare in modo oggettivo la scelta delle tecniche analitiche che ha deciso di utilizzare. Se non si è in grado di trovare una giustificazione oggettiva in termini di sensibilità strumentale o peculiarità analitica, ci si rifà a “non ho soldi e queste sono le strumentazioni che la mia Istituzione mi ha messo a disposizione”. Ma dire che si scelgono tra le diverse tecniche quelle che si ritengono più efficienti, senza citare quali sono state prese in considerazione oltre quelle applicate nel lavoro inviato per la pubblicazione, e quali sono state scartate e per quali motivi, equivale a dire “ho scelto le tecniche che mi consentono di ottenere le risposte che desidero”. Non mi sembra un atteggiamento molto oggettivo. Non è così che devono essere presentate le proprie scelte alla comunità di riferimento.
Seguono, poi, le descrizioni delle diverse tipologie di figure che sembrano sostenere la validità delle conclusioni degli autori che chiosano “Much new experimental data converge towards the validation of the statement that water, at least in the context of the procedure of the homeopathic medicine production, really has a ‘memory’.” In altre parole, i dati sperimentali consentono di concludere che la memoria dell’acqua è reale.
In genere, uno dei primi corsi che vengono seguiti all’università dagli studenti che si iscrivono a una qualsiasi ex-facoltà scientifica riguardano la matematica che deve essere usata nella scienza [14]. Viene spiegato molto chiaramente che quando si riportano dati sperimentali occorre tener ben presente che essi sono sempre affetti da errore (sia casuale che sistematico) e che la buona pratica scientifica consiste nel riprodurre gli esperimenti in modo tale da indicare quantitativamente anche gli errori che sono stati commessi. Sotto l’aspetto visivo quanto appena scritto si traduce nel riportare grafici in cui ad ogni punto sperimentale sia associata una barra sia nella dimensione delle ascisse (se possibile, perché non sempre è possibile misurare l’errore sull’asse x) che in quella delle ordinate (l’asse y) indicanti l’incertezza nelle misure sperimentali. Alternativamente, se si riportano tabelle invece che grafici, occorre indicare l’intervallo di confidenza del valore misurato; detto in soldoni un numero in tabella deve essere sempre riportato come (a ± err).
Tutti i grafici discussi nel lavoro di Elia et al. [6] sono carenti in questo. Non c’è alcuna seria analisi degli errori sperimentali. Non viene riportato nulla in termini di intervallo di confidenza e mancano le barre di errore che consentirebbero a chiunque in grado di leggere quei grafici di capire l’attendibilità dei dati sperimentali riportati.
CONCLUSIONI
Il modello costruito sulla base di premesse sbagliate e fondato sulla valutazione di dati sperimentali di cui non si conosce l’attendibilità non è esso stesso attendibile. Per quanto mi riguarda, gli autori hanno voluto vedere ciò che solo nella loro mente è qualcosa di reale. In altre parole, hanno voluto trovare conferma a ciò che pensavano e non hanno fatto tentativi per falsificare, in senso popperiano, le loro ipotesi. Ciò che a mio avviso è più grave è che essi non hanno tenuto in alcun conto ciò che essi stessi (Elia è stato uno dei miei docenti all’Università degli Studi di Napoli Federico II) insegnano agli studenti, ovvero “rigida” attenzione agli errori sperimentali per permettere ai colleghi di tutto il mondo di poter valutare con serenità il proprio lavoro. Se fossi stato io il revisore del lavoro non ne avrei permesso la pubblicazione a causa degli innumerevoli bias che ho osservato. Ma non sono stato io il revisore, di conseguenza il lavoro è stato pubblicato e ci sarà qualcuno da qualche parte che presterà fiducia a quanto scritto.
RIFERIMENTI
  1. https://www.facebook.com/RinoConte1…
  2. http://www.laputa.it/omeopatia/
  3. http://web.unitn.it/files/download/…
  4. http://www.nature.com/news/2004/041…
  5. http://www.i-sis.org.uk/DNA_sequenc…
  6. https://www.researchgate.net/public…
  7. https://www.researchgate.net/profil…
  8. http://www.badscience.net/wp-conten…
  9. http://www.sciencedirect.com/scienc…
  10. http://www.sciencedirect.com/scienc…
  11. http://www.sciencedirect.com/scienc…
  12. http://www.sciencedirect.com/scienc…
  13. Germano R. AQUA. L’acqua elettromagnetica e le sue mirabolanti avventure. Napoli: Bibliopolis, 2007.
  14. http://www.chimicare.org/curiosita/…
L’immagine di copertina è presa da: http://www.numak.it/cisterne-serbat…

Su fallacia e omeopatia. Una riflessione ragionevole.

Proviamo a fare una riflessione sul concetto di fallacia e omeopatia.

Quante volte ho dovuto leggere “su di me funziona” da parte dei fautori dell’omeopatia come risposta ai miei ripetuti post sull’argomento omeopatia? I vari interventi si trovano nei riferimenti [1-6]Adesso cerco di spiegare perché questa affermazione non ha alcuna validità e denota solo ignoranza scientifica da parte di chi la sostiene. A tale scopo faccio un esempio banale considerando che ognuno di noi è in grado di rispondere in un determinato modo alla somministrazione di una particolare sostanza o un alimento.

Supponiamo che due persone prese a caso assumano del latte. Si possono verificare le seguenti condizioni:
1. Entrambe le persone vivono senza problemi di sorta la loro vita (ok, ok)
2. Una delle due persone vive normalmente, l’altra ha problemi di meteorismo, dolori di stomaco, gonfiore e tutto quanto si può associare ad una intolleranza all’alimento che gli è stato somministrato (ok, no)
3. Entrambe le persone hanno problemi (no, no)

Se ci limitassimo all’analisi della sola condizione 1. saremmo tentati di dire che il latte è un alimento che fa bene a tutti. In altre parole estenderemmo all’intera popolazione umana quelle che sono le osservazioni fatte su soli due individui. In questo modo non terremmo conto di ciò che accade nella condizione 2., ovvero che la scelta casuale di due persone per condurre un esperimento sulla salubrità del latte potrebbe portare ad una situazione in cui non sappiamo se il latte fa bene oppure no alla salute umana. Infatti uno dei due individui non ha conseguenze, l’altro, invece, mostra intolleranz. Non terremmo conto neanche della condizione 3., per la quale, scelte due persone a caso, entrambe risultano intolleranti.

Per dirimere la questione dobbiamo introdurre una terza persona. Dobbiamo, cioè, scegliere un terzo individuo in modo casuale e osservare l’effetto del latte sul suo organismo. Anche in questa situazione si possono verificare due condizioni:

A. L’individuo non mostra sintomi di intolleranza (ok)
B. L’individuo mostra sintomi di intolleranza (no)

Le condizioni 1., 2. e 3. si possono combinare con le condizioni A. e B. nel seguente modo:
1A, 1B, 2A e 2B, 3A e 3B.

Dalla condizione 1A (cioè ok, ok, ok) potremmo concludere che il latte non dà alcun problema. Dalle situazioni 1B e 2A (ovvero ok, ok, no) potremmo, invece, concludere che il latte fa bene ai 2/3 della popolazione umana. Le situazioni 2B e 3A (corrispondenti a ok, no, no ) ci conducono alla conclusione opposta, ovvero che il latte fa male ai 2/3 della popolazione umana. La condizione 3B (no, no, no) ci porta a concludere che l’intera popolazione umana è intollerante al latte.

In definitiva, prendendo prima due e poi tre individui a caso, non abbiamo risposto alla domanda: qual è l’effetto del latte sulla salute umana? Il latte offre vantaggi o svantaggi? In effetti, il numero limitato di casi presi in considerazione non ci permette di dare una risposta definitiva al nostro problema.

Cosa fare allora? Bisogna estendere l’indagine ad un numero statisticamente significativo di individui umani, differenziandoli per età, sesso, origine etnica e condizioni di salute.

Per “numero statisticamente significativo” si intende un numero di individui che sia, nel suo insieme, rappresentativo della totalità degli individui di una popolazione. Alla luce dei risultati osservati si può fare una statistica e dire che su tanti individui , indichiamoli con 100, un certo numero, indichiamolo Z con Z<100, è tollerante al latte, mentre un numero pari a 100-Z è intollerante. All’interno del campione Z ci può essere un numero, M, di maschi ed un numero, F, di femmine (M+F=Z) ed all’interno delle singole popolazioni ci può essere un certo numero di Italiani, Svizzeri, Danesi e così via di seguito. Lo stesso si applica al numero di individui pari a 100-Z.

Grazie a questa impostazione sperimentale, la variabilità comportamentale dei singoli individui viene inglobata in una casistica che consente di dire che in media il latte fa bene, ma che un certo numero di persone possono mostrare delle intolleranze che si possono spiegare – in uno stadio successivo dell’indagine – alla luce dell’attività pastorizia che ha luogo in un certo ambiente e della diffusione genetica di certe caratteristiche di tolleranza/intolleranza.

Chi afferma che qualcosa funziona sul suo organismo per cui quel qualcosa, in base alla sua opinione, ha un certo tipo di attività, palesemente dichiara, senza alcuna vergogna -perché dimostra solo che le lezioni avute a scuola sono state del tutto inutili, di non conoscere il metodo scientifico e di come esso si applichi alle indagini sugli esseri viventi. I casi soggettivi non sono utili. Devono sempre essere inglobati in una moltitudine di casi che, tutti insieme, consentono di estrapolare il comportamento medio di fronte alla somministrazione di un preparato, un farmaco o un alimento che sia.

Tutto quanto detto, comunque, non è sufficiente alle conclusioni di cui ho discusso. Infatti, è possibile che tra gli individui scelti a caso ci siano degli ipocondriaci a cui il latte non dà fastidio ma che, per partito preso, perché non gli piace o quant’altro, affermano che la somministrazione di latte ha portato loro dei problemi. Per ovviare a questa situazione, ovvero per evitare che i risultati dell’indagine siano influenzati dai propri atteggiamenti ipocondriaci, le indagini sulla popolazione di individui statisticamente significativa deve essere condotta in modo tale che a un certo numero di individui venga somministrato latte, ad un altro numero un materiale simile al latte ma che latte non è.

Sia gli individui soggetti all’esperimento che gli sperimentatori non sanno cosa viene somministrato in modo tale da evitare che anche involontariamente le caratteristiche dell’alimento somministrato possano essere rese note. Questo esperimento, che si chiama “in doppio cieco”, assicura che convinzioni soggettive in merito alla somministrazione di latte (o qualunque altra cosa) possano non alterare i risultati dello studio.

Una breve disanima sul metodo scientifico usato nel settore biologico/biochimico/medico la si trova nel riferimento [7], mentre nel riferimento [8] si trova un interessante lavoro sul perché la procedura omeopatica deve essere rigettata anche solo a livello logico-filosofico.

Nel caso particolare dell’omeopatia si è verificato che:
1. gli esperimenti per valutare l’effetto dei preparati omeopatici sono condotti in grandissima parte senza alcun controllo rispetto a placebo e farmaci reali [9, 10]
2. Nei casi in cui il controllo è stato condotto e gli esperimenti fatti in doppio cieco, i preparati omeopatici non sono risultati migliori dei placebo [11-13]
3. Sia negli esperimenti su bambini che in quelli su animali condotti con i crismi del metodo scientifico sommariamente illustrato sopra, i preparati omeopatici hanno dimostrato solo effetto placebo [14]

In definitiva, quando i fautori dell’omeopatia affermano che un certo preparato funziona perché a loro sembra di trarne benefici, bisogna prendere atto che si sta interloquendo con delle persone che hanno problemi di tipo non biochimico e che hanno principalmente bisogno di attenzione; quella attenzione che pagano a caro prezzo affidandosi ad imbonitori che, attraverso parole bonarie e finta empatia, prescrivono preparati inutili sotto l’aspetto farmacologico.

Riferimenti
1. https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1937902003097993:0
2. https://www.facebook.com/notes/rino-conte/la-memoria-dellacqua-lomeopatia-ed-i-pregiudizi-di-conferma/1919125418308985
3. https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1915078438713683
4. https://www.facebook.com/RinoConte1967/photos/a.1652785024943027.1073741829.1652784858276377/1909420659279461/?type=3
5. http://www.laputa.it/omeopatia/
6. https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1798823550339173:0
7. https://www.scienzeascuola.it/lezioni/biologia-generale/il-metodo-scientifico-o-sperimentale
8. http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1365-2753.2010.01384.x/full
9. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1668980/pdf/bmj00112-0022.pdf
10. http://www.dcscience.net/Smith-response.pdf
11. http://www.homeopathonline.net/library/Are%20the%20clinical%20effects%20of%20homoeopathy%20placebo%20effects.pdf
12. http://jamanetwork.com/journals/jamasurgery/fullarticle/211818?wptouch_preview_theme=enabled
13. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11055773
14. http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1751-0813.2007.00174.x/full