Anche agli scienziati piace scherzare. La bufala dell’uomo del Piltdown

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Piltdown. Sussex. Gran Bretagna. Anno 1912. Viene ritrovato il cranio di un ominide a metà tra uomo e scimmia. L’annuncio del ritrovamento viene dato nel Dicembre dello stesso anno nel convegno della Geological Society of London. Qui i due autori della comunicazione, Dawson (autore del ritrovamento) e Woodward, battezzarono l’ominide a cui apparteneva il cranio col nome di Eoanthropus dawsoni o anche uomo del Piltdown.

Al momento della scoperta del cranio dell’uomo del Piltdown, la teoria dell’evoluzione di Darwin aveva circa 53 anni – la famosa “Origine delle specie” aveva visto la luce intorno al 1859 – e si rincorrevano le interpretazioni più disparate sia per la comprensione dell’origine dell’uomo, sia per denigrare la teoria anzidetta che toglieva l’essere umano dal centro del creato per porlo in una dimensione meno centrale dell’universo.

Origine della specie

Secondo le prime interpretazioni della teoria di Darwin, l’essere umano doveva essere considerato come un diretto discendente delle scimmie. In altre parole, le scimmie avrebbero subito nel corso del tempo  delle costanti e continue trasformazioni mediate sia dall’ambiente che dalle abilità necessarie a sopravvivere ai cambiamenti ambientali.Secondo questa interpretazione, il passaggio graduale dalla scimmia all’uomo deve necessariamente aver prodotto degli ominidi con caratteristiche intermedie tra le due specie.

Una via di mezzo

L’uomo del Piltdown si pone a metà tra la scimmia e l’uomo dal momento che mostra caratteristiche simili a quelle di una scimmia, nella parte mandibolare del cranio, ed a quelle dell’uomo, nella parte superiore del cranio. Si tratta, quindi, dell’anello mancante. Nel 1953, però, gli studiosi del British Natural History Museum e dell’Università di Oxford capirono che il cranio ritrovato da Dawson era un falso. Indagini successive hanno confermato l’origine truffaldina del cranio dell’uomo di Piltdown evidenziando che Dawson “limò” e mise assieme ossa umane (di circa 700 anni) con ossa di diverse tipologie di scimmia.

Oggi sappiamo che l’evoluzione non è andata come si credeva all’inizio del XX secolo.

In realtà, l’uomo, così come tutte le specie viventi, si è evoluto per come lo conosciamo oggi grazie all’azione congiunta di “caso e necessità”.  In altre parole, modifiche ambientali del tutto casuali – come terremoti ed inondazioni – alterano l’habitat tipico in cui gli organismi vivono. Nell’ambito di una stessa popolazione esiste un certo numero di individui che, a causa di modificazioni genetiche casuali, si ritrova ad essere maggiormente adattato alla sopravvivenza nelle nuove condizioni ambientali. Per questo motivo, proprio gli individui più abituati alle nuove condizioni ambientali riescono ad avere maggiore possibilità riproduttiva. La conseguenza è che, nel corso del tempo, gli individui più adatti sono quelli che predominano, mentre quelli meno adatti si estinguono. Grazie a questo modello evolutivo possiamo dire che non ci dobbiamo aspettare nessun “anello mancante”. Uno scherzo come quello effettuato nel 1912 oggi sarebbe solo una bufala da primo Aprile.

Per saperne di più

Svolta nella beffa del Piltdown

La bufala dell’uomo di Piltdown

Il pesce d’aprile del 1912

Radar e carote. Quando le bufale aiutano a vincere la guerra

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Radar e carote. Cosa c’entrano radar e carote gli uni con le altre? E perché le sciocchezze, oggi indicate col termine “bufala”, aiutano a vincere la guerra?

In realtà si tratta di un aneddoto che risale al secondo conflitto mondiale e che ha coinvolto scienza e scienziati in relazione al fatto che gli anni immediatamente precedenti la guerra sono stati ricchi di scoperte scientifiche nel campo biochimico. Fu infatti tra gli anni Venti e Trenta del Ventesimo secolo che venne individuato il ruolo di molte vitamine tra cui la vitamina A o retinolo.

Si scoprì che precursore di questa molecola, importante anche nei processi chimici legati alla visione (una rappresentazione di tale processo è nella figura di copertina), era il beta-carotene, molecola contenuta in parecchi alimenti di origine vegetale, tra cui le carote.

La seconda guerra mondiale conta diversi episodi di coraggio e tantissime innovazioni tecnologiche. Una di queste fu l’invenzione del radar  che, durante la battaglia d’Inghilterra, fu risolutivo per la sconfitta della Luftwaffe e la determinazione dell’andamento della guerra.

Ed allora cosa c’entrano radar e carote? In che modo sono correlati tra di loro?

Si narra che i Tedeschi fossero alla ricerca dei motivi per cui i piloti della RAF (Royal Air Force) fossero superiori a quelli della Luftwaffe. I primi pare sapessero anticipare le mosse dei secondi potendo colpirli ed abbatterli in tempi molto rapidi. Il trucco era nell’uso della tecnologia del radar che consentiva di “vedere” gli aerei nemici molto tempo prima del loro arrivo nei pressi delle bianche scogliere di Dover.

Ma c’era la guerra. Il radar ed il suo innovativo uso in campo bellico doveva essere protetto. Non si poteva permettere che una tale tecnologia cadesse nelle mani del nemico.

Cosa inventò il controspionaggio Inglese? Approfittando delle delucidazioni biochimiche in merito ai processi della visione e dal ruolo svolto dal beta-carotene come precursore del retinolo, le spie Inglesi sparsero la voce che la superiorità in battaglia del piloti della RAF fosse dovuta alla loro alimentazione a base di carote. Esse consentivano il potenziamento della vista dei militari che, per questo, erano in grado di individuare gli aerei nemici con largo anticipo rispetto al loro arrivo sulle coste Britanniche.

Non si sa se i Tedeschi abbiano abboccato ad una simile sciocchezza. In ogni caso, ancora oggi sia le mamme Inglesi che quelle Tedesche hanno una predilezione per le carote come alimento principe per la nutrizione dei loro pargoli.

Per saperne di più 

Le carote e la vista

La biochimica della visione

Fonte dell’immagine di copertina http://www.oilproject.org/lezione/come-funziona-la-vista-sono-utili-carote-beta-carotene-5280.html

Anche agli scienziati piace scherzare: lo strano caso del Dr. Bestiale

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Chi di voi non ha mai sentito parlare del Dottor Bestiale? Si tratta di uno scienziato che di nome fa Stronzo. Ebbene sì, si tratta dello Stronzo Bestiale coautore di tre lavori pubblicati su altrettante riviste di fisica e chimica fisica nel 1987. Potete scaricare i lavori ai riferimenti [1-3].

Non è difficile da comprendere, per noi che siamo Italiani, che il Dr. Stronzo Bestiale non esiste e non è mai esistito (quale genitore chiamerebbe il proprio figlio col nome di Stronzo?), sebbene la conferma della sua non esistenza tra il personale dell’Università di Palermo, istituzione in cui – in prima istanza – egli fu collocato, è venuta anche dal recentemente scomparso Prof. Melisenda, all’epoca Rettore dell’Università degli Studi di Palermo [4].

Si tratta di uno scherzo architettato da Hoover (uno dei coautori dei tre lavori) che nei riferimenti [4] e [5] racconta di come sia nata la cosa.

In breve, pare che egli tentasse da tempo di pubblicare senza successo una teoria innovativa in merito alla dinamica molecolare nelle condizioni di non equilibrio. Le sue ipotesi, però, erano così innovative per l’epoca che le riviste a cui il suo lavoro veniva inviato puntualmente ne rifiutavano la pubblicazione. In alcuni viaggi in aereo, Hoover ebbe modo di ascoltare le parole “stronzo” e “stronzo bestiale”. Dopo averne chiesto il significato a dei colleghi Italiani, decise di aggiungere il Dr. Stronzo Bestiale tra gli autori dei tre lavori che, stranamente, vennero accettati dalle riviste e pubblicati.

Egli stesso rimase colpito da questo fatto perché il suo scherzo riuscì ad evidenziare quelli che, nel linguaggio informatico di oggi, possono essere indicati come dei bug nel sistema dei processi di revisione dei lavori scientifici. In poche parole, negli anni Ottanta del XX secolo era possibile inventarsi dei nomi da mettere tra i co-autori e nessuno se ne sarebbe accorto.

Oggi sarebbe possibile una cosa del genere? In base alla mia esperienza, no. Non è possibile inventare dei co-autori di fantasia. I controlli, grazie a procedure identificative di vario genere (ORCID e ResearchID sono solo alcune di esse), sono veramente stringenti. Occorre essere una persona fisica realmente esistente perché un lavoro possa essere preso in considerazione da una qualsiasi rivista.

Intanto, però, il Dr. Bestiale è ancora lì e pare sia anche abbastanza citato.

Riferimenti

[1] http://www.williamhoover.info/Scans1980s/1987-3.pdf
[2] http://aip.scitation.org/doi/abs/10.1063/1.453402
[3] http://www.williamhoover.info/Monterey.pdf
[4] http://www.parolacce.org/…/the-true-story-of-stronzo-besti…/
[5] https://www.timeshighereducation.com/…/who-…/2016568.article

Anche agli scienziati piace scherzare: il caso del Dr. ter Tisha

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È vero. Avevo promesso che solo ogni tanto mi sarei dedicato agli scherzi degli scienziati. Tuttavia il mio amico Giorgio Castiglioni (se non lo conoscete potete dare una lettura alla sua pagina https://www.facebook.com/Mah-1529060910698693/) oggi mi ha informato di un caso veramente singolare del quale non si può tacere a lungo.

Sapete chi è Andre Geim? In realtà pochi lo sanno a meno di non essere del settore. Si tratta di un fisico russo che nel 2010 ha vinto il premio Nobel per i suoi studi sul grafene con la seguente motivazione:

“for groundbreaking experiments regarding the two-dimensional material graphene” [1].

Tuttavia, il Dr. Geim ha vinto un altro prestigioso premio nel 2000 [2]. Si tratta del famoso IgNobel assegnato agli scienziati che si sono distinti per gli studi più improbabili. Andre Geim ha vinto l’IgNobel grazie allo studio sulla levitazione delle rane. Gli esperimenti sulla levitazione gli hanno consentito di pubblicare, nel 2001, un lavoro su Physica B: Condensed Matter tra gli atti di un simposio dedicato alla ricerca sui campi magnetici [3]. Coautore di questo lavoro è il Dr H.A.M.S. ter Tisha. Di chi si tratta? Semplice. È il criceto (hamster) di nome Tisha che Andre Geim ha usato, assieme alle rane, per gli esperimenti sulla levitazione. Proprio un giocherellone, vero?

Nell’altra nota relativa agli scherzi degli scienziati [4] mi chiedevo se fosse possibile oggi mettere tra gli autori un fake. La mia risposta è stata un no convinto a causa dei rigidi controlli a cui siamo tutti sottoposti. Eppure nel 2001, ben quattordici anni dopo i lavori del Dr. S. Bestiale, un altro fake è apparso in letteratura. Come è possibile? Chi non è addentro al mondo scientifico non può saperlo, ma la pubblicazione degli atti di convegno non è soggetta a peer review, ovvero revisione, e non è necessario indicare i dati di tutti gli autori. Insomma, le maglie per pubblicare sono piuttosto larghe e un “criceto” è diventato uno scienziato.

Riferimenti

[1] http://www.nobelprize.org/…/…/laureates/2010/geim-facts.html
[2] http://www.science20.com/…/wacky_world_andre_geim_ig_nobel_…
[3] http://www.sciencedirect.com/…/article/pii/S0921452600007535
[4] https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1923961591158701:0

Anche agli scienziati piace scherzare: esperimenti in doppio cieco sull’efficienza dei paracadute

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Cosa c’entrano i paracadute con il metodo scientifico?

Paracadute: come recita il vocabolario Treccani, dispositivo che ha lo scopo di ridurre la velocità di caduta di un grave ad esso vincolato.

ll metodo scientifico si basa sull’osservazione dei fenomeni, sulla loro ripetibilità e riproducibilità. La ripetibilità si riferisce alla condizione per cui lo stesso laboratorio è in grado di rifare gli stessi esperimenti sempre nelle stesse condizioni. La riproducibilità è quella situazione per cui laboratori differenti sparsi per il mondo sono in grado di riprodurre gli stessi esperimenti utilizzando condizioni identiche. Ripetibilità e riproducibilità sono condizioni essenziali perché una ipotesi possa essere formulata e un modello in grado di spiegare l’osservato possa essere elaborato.

In campo chimico non è difficile riprodurre un esperimento ammesso che si abbiano fondi a sufficienza per attrezzare un laboratorio nel modo necessario. Per esempio, con pochi euro si possono comprare dei sali, acqua bidistillata, un viscosimetro. Si possono preparare delle soluzioni a concentrazione variabile dei diversi sali e se ne può misurare la viscosità.  Il buon senso ci dice che all’aumentare della concentrazione aumenta anche la viscosità. Tuttavia, chi si occupa di scienza sa benissimo che il “buon senso” può essere fallace. Per questo motivo, per evitare i pregiudizi di conferma di cui ho già parlato nei riferimenti [1, 2], si possono far misurare le viscosità a ricercatori che non sanno  di che tipo di soluzione stanno facendo l’analisi. Che so, una decina di soluzioni a concentrazioni differenti di sali differenti si possono conferire ad un ricercatore, un’altra decina di soluzioni diverse ad un altro ricercatore e così via di seguito. Si raccolgono le misure sperimentali e se ne fa una analisi. Ne viene che la variazione di viscosità varia in positivo (aumento) o in negativo (diminuzione) a seconda della natura del sale preso in considerazione. Tanto per fare un esempio banale, l’aumento di concentrazione del cloruro di sodio (NaCl) comporta un aumento della viscosità. Al contrario, nelle stesse condizioni, cambiando il sodio col potassio (quindi cambiando sale ed usando KCl, invece che NaCl), si osserva una diminuzione della viscosità. Non sto qui a spiegare perché. Il mio intento è altro. Questo esempio mi serve solo per far capire che se tutti i laboratori in giro per il mondo si attrezzano  con le stesse strumentazioni e fanno esperimenti con le modalità descritte, sono in grado di osservare sempre lo stesso comportamento delle diverse soluzioni saline.

Il paracadute entra in capo: nel settore medico le cose non sono così semplici!

Supponiamo di voler stabilire l’efficacia di un farmaco antitumorale. Un esperimento ben progettato dovrebbe prevedere un certo numero di persone che abbiano quel tipo di tumore. Questo insieme dovrebbe essere diviso in due gruppi, per esempio gruppo A e gruppo B. Il farmaco antitumorale dovrebbe essere somministrato in modo casuale agli individui dei due gruppi. Diciamo che al gruppo A si potrebbe somministrare il farmaco, mentre al gruppo B si potrebbe somministrare un placebo. Gli individui dei due gruppi non sanno cosa assumono. I medici addetti ai controlli sperimentali non sanno cosa stanno somministrando. Un esperimento di questo tipo, simile a quello descritto sopra, si chiama “in doppio cieco” perché nessuno dei protagonisti sa cosa sta assumendo o prescrivendo. Questa tipologia di esperimenti è utile perché, come nel caso chimico già illustrato, impedisce che i risultati sperimentali risentano dei pregiudizi di conferma  [1, 2].  In campo medico, tuttavia, questa tipologia sperimentale ha delle implicazioni etiche e morali insormontabili. Dal momento che  gli individui  di entrambi i gruppi sono affetti da tumore, in che modo si deve decidere quale dei soggetti è destinato a sicura morte? In altre parole chi decide e come fa a decidere quale delle persone coinvolte nell’esperimento deve assumere il placebo e, per questo, è destinata ad una morte molto probabile?

Un esperimento anche se ben progettato non è sempre fattibile sotto l’aspetto tecnico.

Un paradosso del genere è stato evidenziato in modo comico da due ricercatori britannici che hanno deciso di fare una meta-analisi dei lavori condotti in doppio cieco per la valutazione dell’efficienza dei paracadute nei lanci dagli aerei [3]. Il lavoro è stato pubblicato nel 2003 dal Biomedical Journal, una rivista medica abbastanza autorevole e famosa per la pubblicazione di paradossi come quello che sto descrivendo.  Gli autori affermano che:

“Our search strategy did not find any randomised controlled trials of the parachute”

In altre parole, non sono stati in grado di trovare in letteratura alcun lavoro in doppio cieco in grado di poter affermare con certezza scientifica che l’uso del paracadute è fondamentale per salvarsi la vita in un lancio aereo da 5000 m o più. In effetti, gli autori suggeriscono che, per poter affermare che il paracadute è utile, si dovrebbe condurre un esperimento selezionando un certo numero di persone da suddividere in due sottogruppi: sottogruppo A e sottogruppo B. Ad ognuna delle persone dei due sottogruppi, gli addetti alla distribuzione dei paracadute devono consegnare uno zaino. Gli addetti alla distribuzione non sanno cosa contengono gli zaini che distribuiscono: possono contenere oppure no il paracadute; ognuna delle persone che riceve lo zaino non sa cosa esso contenga. Entrambi i sottogruppi vengono imbarcati e portati ad una certa altezza; da lì si devono lanciare nel vuoto. Se si osserva che tutti quelli che hanno lo zaino col paracadute sopravvivono, mentre gli altri no, si può concludere, con ragionevole certezza, che il paracadute ha una certa efficacia, fino a prova contraria, nel salvare le vite umane.

Nelle loro conclusioni, in breve, gli autori affermano:

“As with many interventions intended to prevent ill health, the effectiveness of parachutes has not been subjected to rigorous evaluation by using randomised controlled trials. Advocates of evidence based medicine have criticised the adoption of interventions evaluated by using only observational data. We think that everyone might benefit if the most radical protagonists of evidence based medicine organised and participated in a double blind, randomised, placebo controlled, crossover trial of the parachute”.

In altre parole, i sostenitori compulsivi di esperimenti in doppio cieco in campo medico, quando esperimenti del genere sono insostenibili per motivi etici e morali, si dovrebbero offrire volontari per studi in doppio cieco sulla efficienza dei paracadute nei lanci aerei.

Morale della storia: ci sono situazioni in cui gli esperimenti randomizzati in doppio cieco è meglio non farli oppure è meglio farli non su esseri umani; la sopravvivenza della specie, in mancanza di alternative efficaci, si può assicurare tramite la sperimentazione animale.

Riferimenti:

[1] https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1920705241484336:0

[2] https://www.facebook.com/notes/rino-conte/la-memoria-dellacqua-lomeopatia-ed-i-pregiudizi-di-conferma/1919125418308985

[3] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC300808/pdf/32701459.pdf

Ringraziamenti:

Si ringrazia il Dr. Arturo Di Girolamo per aver accennato agli esperimenti in doppio cieco sui paracadute nella sua lezione sull’utilità dei vaccini tenuta il 10 Febbraio 2017 presso il Caffè dei Libri di Bassano del Grappa. La lezione è a questo link: https://www.facebook.com/RinoConte1967/videos/1930788107142716/

 

Anche agli scienziati piace scherzare: il caso “Get me off Your Fucking Mailing List”

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Mailing list: chi è impegnato in attività di ricerca conosce bene il problema. Ogni giorno riceviamo decine di e-mails con le quali veniamo invitati a sottoporre i nostri ultimi risultati a riviste open access dalle caratteristiche più improbabili. Per esempio io ricevo quasi ogni giorno inviti da Journal of Research Analytica, International journal of scientific and technical research in engineering, o addirittura da riviste del tipo BAOJ Diabetes che è una rivista medica. Cosa c’entri la mia attività con il diabete non è dato sapere, ma tant’è.

Come regola generale, la mattina, appena apro il mio programma di posta elettronica, perdo 5-10 min solo per selezionare e cancellare senza leggere tutta questa paccottiglia di posta eletronica. Questa posta è solo apparentemente innocua: occupa spazio di memoria che, per gli account istituzionali, è molto limitata, di conseguenza molto preziosa.

La cosa che colpisce molto in tutte le lettere è che tutte le riviste riportano su “otto colonne” l’informazione che esse sono soggette a peer review, ovvero revisione tra pari.

Per chi è poco informato, la procedura per la pubblicazione consiste nello scrivere ed inviare lo studio alla rivista prescelta; gli editor della rivista valutano la congruenza dello studio con gli obiettivi della rivista stessa; se il lavoro centra gli obiettivi, viene inviato a revisori anonimi che hanno il compito di valutare la congruenza tra i dati sperimentali e la loro interpretazione; i revisori possono suggerire la pubblicazione senza modifiche se i dati e la loro interpretazione sono congruenti tra loro; possono chiedere delle modifiche (che possono essere minor o major a seconda del livello di approfondimento richiesto); possono rifiutare il lavoro se dati ed interpretazione non sono congruenti.
Una volta che il lavoro è stato accettato per la pubblicazione, l’editor lo invia al comitato editoriale che ha il compito di formattare il lavoro secondo gli standard della rivista.

Adesso viene il bello.

La stragrande maggioranza delle riviste non chiede alcuna tassa di pubblicazione. Si tratta di riviste chiuse il cui accesso è garantito solo a chi paga un abbonamento annuale.

Esistono delle riviste, però, che consentono a tutti di poter accedere ai lavori pubblicati. Si tratta di riviste indicate semplicemente come open access. Tutte le riviste open access chiedono una tassa agli autori. Questa tassa serve per pagare le spese sostenute dal comitato editoriale che si occupa della formattazione dei lavori e della pubblicazione della rivista. La tassa di pubblicazione non è piccola. Si può andare dai 100 euro in su. Per esempio alcune riviste chiedono anche 1000 euro. Ne viene che se un ricercatore non ha fondi, si guarda bene dal pubblicare su riviste del genere.

Tutto bene, vero? Non c’è nulla di strano. Ognuno può scegliere come e dove pubblicare. Tuttavia, il sospetto che molte riviste open access siano solo uno specchietto per acchiappare soldi dai gonzi o per consentire la pubblicazione di sciocchezze è abbastanza forte.

Ciò che voglio evidenziare è che lo standard qualitativo delle riviste open access può essere abbastanza basso. I lavori possono essere accettati senza una seria revisione tra pari. Non tutte le riviste open access sono così. Ci sono riviste open access che, invece, sono molto serie: PlosOne, Scientific Reports, Agriculture etc etc etc (non faccio un elenco completo perché non è questo lo scopo del post).

Veniamo al punto.

Nel 2005, David Mazieres e Eddie Kohler, due ricercatori Statunitensi, scrissero un articolo dal titolo “Get me off Your Fucking Mailing List” (ho bisogno di tradurre?) [1].

Questo il titolo. Come ogni buon articolo scientifico, anche questo aveva un abstract, una introduzione e diversi altri paragrafi. A parte abstract ed introduzione che avevano i titoli canonici, tutti gli altri paragrafi erano intitolati “Get me off Your Fucking Mailing List” (ho sempre bisogno di tradurre?).

Ed il testo? Beh, tutto il testo di ogni singolo paragrafo e di ogni figura era solo ed esclusivamente “Get me off Your Fucking Mailing List” (a questo punto sono sicuro che non c’è bisogno di tradurre).

Peter Vamplew, un ricercatore dell’Università di Vittoria in Australia [2], pensò bene di inviare, per scherzo, il lavoro di questi due suoi colleghi alla rivista open access International Journal of Advanced Computer Technology, particolarmente molesta in quanto a spam. Con enorme sorpresa, dopo qualche tempo, arrivò la lettera di accettazione del lavoro con la richiesta della tassa di pubblicazione (qualcosa come 150$) come contributo per la pubblicazione open del lavoro accettato.

Siete curiosi vero? Volete conoscere il giudizio espresso dal revisore? Sì, perché pare che il lavoro sia stato inviato ad un solo revisore, piuttosto che ai 3-5 delle riviste più quotate. Ebbene la reviewer form la trovate nel riferimento [3]. In sintensi è scritto:

Accuracy: Excellent
Innovation: Very Good
Relevance: Very Good
Presentation: Good
Quality of writing: Very Good

Divertente, vero? Qualità del testo “molto buona”. Non c’è che dire; l’editor prima, il revisore, poi, hanno avuto un ottimo senso dell’umorismo. Ma l’hanno mai letto questo lavoro? Ne dubito fortemente così come dubito che esso sia mai stato inviato ad un qualsiasi revisore.

Inutile dire che lo scherzo ha fatto il giro del mondo ed è finito su molte testate giornalistiche [4-6] (basta cercare in Google e si trovano “vagonate” di pagine che riportano la notizia).

Morale della favola. Uno scherzo nato per caso e per fare un “dispetto” all’editor di una rivista open access particolarmente molesto nell’inviare posta indesiderata acchiappa-gonzi, ha smascherato un punto molto debole delle riviste open access: alcune di esse non effettuano alcuna peer review; sarebbe meglio dire che non solo non assicurano la peer review, ma i lavori possono passare i diversi filtri pre-pubblicazione senza nemmeno essere letti.

Questa storia è del 2005. Pensate che sia servita a qualcosa? Ebbene, no. Nel 2009, un articolo bufala sulla catastrofe del 11 Settembre 2001 fu pubblicato proprio su una rivista open access che oggi è chiusa e non pubblica più nulla [7]. Sulla validità di questo lavoro tornerò in un altro post. Stasera (sono in Canada in questo momento e qui sono solo le 20:25) sono stato fin troppo logorroico 🙂

Riferimenti

[1] http://www.scs.stanford.edu/~dm/home/papers/remove.pdf
[2] http://federation.edu.au/
[3] https://scholarlyoa.files.wordpress.com/…/11/review-form.pdf
[4] https://www.theguardian.com/…/journal-accepts-paper-request…
[5] http://www.skeptical-science.com/…/fucking-mailing-list-pe…/
[6] http://mobile.businessinsider.com/scientific-journal-accept…
[7] http://www.911research.wtc7.net/…/ActiveThermitic_Harrit_Be…