Un nuovo scoop

 

di Enrico Bucci e Pellegrino Conte

Il Tempo, che in questi giorni ci ha abituato ai suoi rilanci in tema di sicurezza di vaccini, riporta oggi a pagina 6 l’ennesimo articolo a firma dell’ex senatore e presidente dell’ordine dei biologi D’Anna, che ancora una volta ritorna a modo suo sulla questione della sicurezza vaccinale.

Il titolo recita così:

Ecco lo studio segreto sui vaccini

Segreto? Davvero? Trattasi di un lavoro così segreto da essere stato pubblicato nel 2013 su una rivista scientifica ad accesso libero, cosiddetta “OpenSource” (PlosOne), scaricabile qui; una presentazione da parte del dott. Pellegrino, uno degli autori, è presente pure sul sito di EpiCentro (AIFA), qui.

Giusto per essere chiari, al tempo della pubblicazione l’articolo fu ampiamente condiviso dalla comunità scientifica, è citato ed è ben noto a chi lavora nel settore.

Di cosa parla la pubblicazione? Di uno dei possibili effetti collaterali della vaccinazione, la cosiddetta ADEM, encefalomielite acuta disseminata, che può insorgere in soggetti probabilmente predisposti a seguito dell’esposizione ad antigeni diversi (non necessariamente quelli presenti in un vaccino). Ricordiamo che i vaccini sono farmaci, e come tali non son esenti da effetti collaterali (anche se per esempio molti di meno dell’aspirina).

Peraltro, nel lavoro di PlosOne gli autori onestamente ammettono che lo studio:

“suffers from lack of rigorous case verification due to the weakness intrinsic to the surveillance databases used”

Per chi non avesse dimestichezza con l’Inglese, vuol dire che i dati riportati nel lavoro vanno presi con le pinze.

In ogni caso, a dar retta agli autori dello studio cui fa riferimento l’ex senatore nel suo articolo di oggi sul Tempo, si parla di 205 e 236 casi di encefalomielite acuta disseminata riportati nel periodo 2005-2012 in due diversi database che contengono tutti gli eventi avversi da vaccino registrati negli USA e in Europa.

Ed ecco che qui si comincia a capire: poche centinaia di casi (di cui ancor meno fatali), in tutte le nazioni occidentali, in un periodo di 8 anni, su un insieme che contiene dati, a detta degli stessi autori, di questa dimensione:

“information on adverse events having occurred in over one billion people”

ovvero informazioni ottenute su più di un miliardo di persone.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che su oltre un miliardo di persone che hanno denunciato almeno un evento avverso, sono stati rilevati solo 441 casi di encefalomielite acuta disseminata. In altre parole, l’evento avverso preso in considerazione si presenta nello 0.0000441 % dei casi di evento avverso – circa 4-5 persone ogni 10 milioni di persone che hanno denunciato almeno un evento avverso.

Naturalmente, come è ben noto le persone che hanno riportato negli anni almeno un evento avverso da vaccino sono una piccola minoranza del totale dei vaccinati; per cui la domanda che sorge spontanea è quella relativa a quanti eventi di encefalomielite acuta disseminata si osservano sul totale dei vaccinati (non su quelli che riportano eventi avversi).

La risposta è contenuta in un apposito studio, che potete trovare qui: su un campione di 64 milioni di dosi vaccinali (di tutti i tipi di vaccini), si sono osservati 8 casi di encefalomielite acuta disseminata.

Sono tanti? Sono pochi?

Andiamo un attimo sulla pagina dell’ISTAT (qui). Si può vedere che nel 2016, per l’Italia, l’incidenza di incidenti domestici è stata di circa l’1.1 %. Questo numero vuol dire che su mille persone che svolgono una qualche attività domestica, 11 subiscono un qualche incidente più o meno grave.

Non è difficile a questo punto comprendere che fare una qualsiasi attività casalinga sia molto ma molto più pericoloso rispetto al rischio di incorrere in encefalomielite acuta disseminata dopo un qualsiasi vaccino.

Ma lasciamo stare le casalinghe: qual è la probabilità di morire colpiti da un fulmine in Italia? Ogni anno, secondo i dati disponibili, 10-15 persone muoiono per fulminazione (come riportato anche qui), che come abbiamo visto sono molte di più di quelle che rischiano di prendersi una encefalomielite acuta disseminata dopo un vaccino (considerando il numero di dosi di vaccino somministrate ogni anno in Italia). Aspettiamo quindi di vedere su “Il Tempo” il pubblicato quindi un articolo di cui ci sentiamo di suggerire il titolo: “Studio segreto sui fulmini”.

A questo punto si potrebbe obiettare che, sebbene il rischio di subire incidenti domestici o quello di essere fulminati siano molto maggiori dei rischi discussi da Il Tempo nell’articolo di oggi, essi sono rischi inevitabili, mentre la vaccinazione è comunque in linea di principio un atto che avviene per scelta del legislatore o dell’individuo.

Consideriamo allora la più blanda forma di trattamento volontario possibile, uno di quelli che abbiamo spesso entrambi criticato per la sua base pseudoscientifica: qual è il rischio di eventi avversi connesso all’assunzione di una pillola omeopatica, un prodotto cioè completamente privo di principi attivi e che in linea di principio dovrebbe essere assolutamente innocuo? Qui, per esempio, si riporta che circa 3 persone su 100 possono sperimentare effetti avversi anche molto gravi e potenzialmente letali, dovuti ad esempio all’allergia al lattosio delle pillole omeopatiche.

In conclusione: lancereste un allarme mettendo in guardia le persone dal bere acqua, perché l’acqua fresca può a volte avere effetti letali?

Link alla pagina di Enrico Bucci (qui)

7 domande ai firmatari della “Lettera aperta sulla libertà della scienza”

di Enrico Bucci e Pellegrino Conte

Quando un gruppo di oltre 50 ricercatori ha annunziato la firma di una lettera aperta in sostegno della libertà della scienza, siamo rimasti molto favorevolmente impressionati: finalmente – abbiamo pensato – in questi tempi bui di conformismo e pressioni per indirizzare, controllare e mortificare la ricerca scientifica nel nostro Paese, il mondo accademico si sta ridestando e sta facendo sentire la sua autorevolezza per la salvaguardia della libertà di pensiero.

Con grande stupore, invece, ci siamo accorti che il contenuto della lettera, lungi dall’essere una difesa del diritto costituzionale di investigare e comunicare i propri risultati senza limitazione alcuna, rappresenta un tentativo, peraltro maldestro, di proteggere una pratica pseudoscientifica quale è la cosiddetta agricoltura biodinamica.

Qui di seguito il testo completo della “Lettera aperta sulla libertà della Scienza”

Quest’anno, dal 15 al 17 novembre, l’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica ha promosso il 35° congresso dedicato a “Innovazione e ricerca, alleanze per l’agroecologia” presso il Politecnico di Milano, sotto il patrocinio, tra gli altri, dello stesso Politecnico, del Comune di Milano e della Regione Lombardia. Si tratta di un congresso cui partecipano rappresentanti di centinaia di aziende e, come relatori del settore agrario, anche docenti di università italiane, ricercatori di centri di ricerca italiani e stranieri oltre al vicepresidente della commissione ambiente del Parlamento europeo, Paolo de Castro (pure lui accademico) e una serie di rilevanti personalità.

A seguito della pubblicazione dell’evento, un gruppo di docenti dell’Università di Milano ha diffuso una lettera indirizzata al Rettore del Politecnico, al Sindaco e ad altri, con considerazioni pesanti contro l’agricoltura biodinamica e sollecitandoli a non portare i saluti all’apertura del congresso, in modo da non avallare con la loro presenza i contenuti dell’evento.

L’invito a intervenire al convegno, successivamente inoltrato ai firmatari della lettera da parte dell’Associazione per Agricoltura Biodinamica, è stato rifiutato.

Negli ambienti accademici sono state diffuse altre lettere, anche di non esperti nei settori scientifici in oggetto [ndr: Elena Cattaneo] , nelle quali si evita accuratamente di prendere in considerazione i risultati delle numerose sperimentazioni disponibili, mentre ci si attacca a frasi di testi di altri tempi, accomunando così la biodinamica a posizioni antiscientifiche, come quelle dei No-vax.

Premesso che nessuno di noi fa parte dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica e non ci interessa, in questo caso, entrare nel merito dei risvolti filosofici di questa associazione, dissentiamo profondamente da questo comportamento anzitutto perché denigra associazioni di agricoltori il cui modello di agricoltura, sensibile ai temi della salute e della sostenibilità, è comunque una realtà diffusa e riconosciuta istituzionalmente; in secondo luogo perché è scorretto nei confronti di quei colleghi, ottimi ricercatori italiani e stranieri anche di fama internazionale, competenti in materia, che senza pregiudizi hanno condotto ricerche sull’agricoltura biodinamica e biologica e pubblicato i risultati su riviste internazionali, anche di altissimo impatto (PLOS ONE, Nature).

 Chiunque abbia partecipato a congressi scientifici di qualsiasi disciplina sa che in essi vengono a volte presentate relazioni in disaccordo tra loro, che sollevano accesi dibattiti e discussioni; solo ricerche successive potranno stabilire quale sia la tesi corretta. Il compito della comunità scientifica è comunicare, dialogare, non disdegnare la pratica del dubbio, far circolare le idee e metterle alla prova con mente aperta e senza pregiudizi.

 L’approccio scientifico non sta nella scelta dell’oggetto, ma nel metodo che viene utilizzato. Il vero atteggiamento antiscientifico è semmai il dogmatismo di chi non vuole occuparsi di argomenti che ha personalmente condannato a priori come “ridicoli”.

 La comunità scientifica spesso lamenta il fatto di godere di scarso credito da parte della società civile. A nostro avviso questi comportamenti possono solo peggiorare la situazione, anche perché l’agricoltura biologica, in tutte le sue manifestazioni, continua a crescere con un ritmo inimmaginabile solo pochi anni fa e rappresenta uno dei pochi settori di successo del sistema agroalimentare italiano, così come aumenta il numero di uomini e donne di scienza interessati a studiarne meccanismi, processi e effetti sulla produzione e sull’ambiente.

 Oggi l’agricoltura, (integrata, di precisione, conservativa, biologica, biodinamica, agroecologica) ha il gravoso compito di nutrire il pianeta, di erogare servizi ecosistemici ed essere nello stesso tempo economicamente, ambientalmente e socialmente sostenibile. Il ruolo del mondo della ricerca è di fornire il supporto scientifico a questo importante percorso, senza sposare acriticamente posizioni di parte.

Per leggere le firme degli accademici che hanno concordato col testo su riportato basta leggere qui.

Dopo la lettura di un simile testo, alcuni interrogativi sono immediatamente occorsi ad entrambi. Ve li proponiamo nella speranza che qualcuno ci possa aiutare a trovare qualche risposta.

  1. I firmatari della lettera giocano continuamente di rimando tra agricoltura biologica e agricoltura biodinamica, accusando chi si oppone a quest’ultima di attaccarsi a frasi di testi di altri tempi. Lungi dall’essere priva delle vestigia di tempi passati, tuttavia, la biodinamica è definita da un disciplinare come una pratica che, integrando tutte quelle dell’agricoltura biologica senza modifiche, ad esse aggiunge l’influsso a distanza degli astri (specialmente quello lunare) e l’uso di alcuni preparati – tra cui anche il cornoletame – direttamente derivati dagli scritti di Rudolph Steiner, un esoterista del secolo scorso. Sono, quindi, i proponenti della biodinamica, non i suoi oppositori, che si aggrappano a scritti del secolo passato, così come fanno i proponenti di altre pseudoscienze quali l’omeopatia (che infatti ha molto influenzato la nascita della biodinamica). Dunque: dire che l’agricoltura biodinamica ha una sua ragion d’essere, significa ammettere che questi preparati esoterici e le rispettive pratiche magiche abbiano un effetto aggiuntivo rispetto alle pratiche diffuse in agricoltura biologica. Ma questo non è mai – e ribadiamo mai – stato accertato scientificamente. I motivi sono essenzialmente due: innanzitutto non è possibile sottoporre a controllo scientifico qualcosa di indefinito e non misurabile come le influenze astrali o altri effetti esoterici. In altre parole, quella che è la base teorica della biodinamica, laddove essa si differenzia dall’agricoltura biologica, non è sottoponibile a test scientifici. Inoltre, come dimostrato in tutte le più recenti analisi della magra letteratura disponibile sul tema (ovvero di quella in cui si parla esplicitamente dell’uso di preparati biodinamici), anche gli effetti, che in assenza di magia ed esoterismo potrebbero ancora essere addebitati a qualche “variabile sconosciuta”, scompaiono completamente se si paragona il trattamento biodinamico con il trattamento di controllo opportuno (per esempio, con un campo condotto in regime biologico concimato con uguale o superiore quantità di concime organico). Quindi chiediamo: di quale agricoltura realmente parlano i firmatari della lettera, quando usano il termine biodinamico?
  2. I firmatari della lettera accusano chi si oppone alla biodinamica di denigrare le associazioni di agricoltori il cui modello di agricoltura, sensibile ai temi della salute e della sostenibilità, è comunque una realtà diffusa e riconosciuta istituzionalmente. Tuttavia, compito della scienza è specialmente stabilire cosa sia falso (oltre che cosa sia vero almeno in via provvisoria); per questo, essa si fonda su un metodo che è in grado di limitare i nostri bias cognitivi quando proviamo ad acquisire conoscenza. Lo scienziato non si cura del fatto che molte aziende abbiano adottato un certo tipo di modello di produzione, giacché quest’ultimo, per esempio, potrebbe essere spinto puramente da ragioni di mercato, rinforzate dal messaggio del marketing al consumatore finale che, nel consumare biodinamico, parteciperebbe al benessere del pianeta insidiato dall’agroindustria speculativa (sono così sfruttati i cosiddetti bias emotivi nell’acquirente finale). L’etica dello scienziato consiste nel rifiutare ciò che è dimostrabilmente infondato o non provato; e se questo in ipotesi richiedesse la denuncia di una speculazione di mercato fondata su menzogne o su mezze verità, lo scienziato avrebbe il dovere di far sentire la sua voce, senza scartare di lato per non perturbare le vendite. Per questo chiediamo: se le maggiori associazioni di categoria in un determinato settore dovessero sostenere con false ragioni la superiorità di un certo modo di coltivare, aumentando i prezzi per il consumatore finale, utilizzando più suolo per ottenere la stessa produzione e fornendo prodotti che non sono superiori a quelli ottenibili con altri mezzi, la denuncia di questa pratica sarebbe denigrazione, o non piuttosto il campanello di allarme per bloccare l’ennesimo sfruttamento di una pseudoscienza per fini commerciali?
  3. I firmatari della lettera accusano gli oppositori della biodinamica di scorrettezza, perché nel chiedere che un’istituzione scientifica non legittimi una pseudoscienza, si colpirebbero ingiustamente quei colleghi, ottimi ricercatori italiani e stranieri anche di fama internazionale, competenti in materia, che senza pregiudizi hanno condotto ricerche sull’agricoltura biodinamica e biologica e pubblicato i risultati su riviste internazionali, anche di altissimo impatto (PLOS ONE, Nature). Ora, vorremmo innanzitutto sottolineare che, a dar retta per esempio ad uno dei firmatari (Gaio Cesare Pacini, professore associato di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso l’Università̀ di Firenze), dal 1990 ad oggi è possibile reperire al massimo (cioè essendo di manica larga) non più di 147 pubblicazioni scientifiche sul tema; questo numero è inferiore a quello che anche singoli ricercatori riescono a pubblicare nel corso della loro carriera, figuriamoci se basta a costituire un supporto scientifico di rilievo per una pratica che, se confermata nei suoi risultati, mostrerebbe addirittura l’efficacia di succussione, energie astrali, influenze cosmogoniche e altri esoterismi (oppure dimostrerebbe che vi è qualcosa di completamente sconosciuto alla scienza, in grado per esempio di far funzionar meglio il letame di vacca se trattato e applicato in certi modi). In ogni modo, per poter esprimere un giudizio su quanto sostengono vorremmo chiedere ai firmatari della lettera: quali sono le pubblicazioni scientifiche, di stretta pertinenza della biodinamica, che ne dimostrino la miglior efficacia in studi possibilmente in cieco, ma in cui certamente i controlli siano scelti nel modo più appropriato (cioè eliminando dal controllo solo ed esclusivamente le pratiche biodinamiche)? Ed in particolare, quali sarebbero gli studi pubblicati su Nature, visto che, senza dubbio per la nostra imperizia, non siamo riusciti a reperirne nessuno sul sito della rivista?
  4. Nel prosieguo della lettera, si pretende di dare la seguente lezioncina a chi si oppone alla pseudoscienza biodinamica: Chiunque abbia partecipato a congressi scientifici di qualsiasi disciplina sa che in essi vengono a volte presentate relazioni in disaccordo tra loro, che sollevano accesi dibattiti e discussioni; solo ricerche successive potranno stabilire quale sia la tesi corretta. Il compito della comunità̀ scientifica è comunicare, dialogare, non disdegnare la pratica del dubbio, far circolare le idee e metterle alla prova con mente aperta e senza pregiudizi. Ci si dimentica però che il disaccordo in ambito scientifico è tipicamente confinato non al metodo scientifico e ai dati sperimentali, ma semmai alla loro interpretazione, quando esistano spiegazioni plausibili di paragonabile potere esplicativo che siano in concorrenza fra loro; invece, sul perché la biodinamica dovrebbe funzionare non esistono nemmeno ipotesi – a meno di non voler prendere per buone le farneticazioni di Steiner – e i dati in supporto della superiorità su qualunque parametro ragionevole sono perlomeno fragili, se devono essere ricercati in un massimo di 147 pubblicazioni, delle quali non tutte discutono davvero di biodinamica. Dunque, chiediamo di sapere: quale sarebbe il dibattito acceso, ed in particolare su quali argomenti dovrebbe vertere, giacché, almeno per il momento, non esiste teoria scientifica alla base del funzionamento della biodinamica, né una sufficiente mole di dati per supportare una qualunque discussione degna di nota?
  5. I firmatari della lettera ci ricordano poi che L’approccio scientifico non sta nella scelta dell’oggetto, ma nel metodo che viene utilizzato. Per questo, rifiutare l’indagine su certi argomenti sarebbe segno di dogmatismo. Si tratta tuttavia di un non sequitur: infatti, sebbene possiamo essere ben d’accordo sulla prima parte di questa affermazione – ed anzi, chiediamo proprio che ogni teoria agronomica sia sottoposta al vaglio del metodo sperimentale – tuttavia, dall’assunzione di un rigoroso sperimentalismo non discende affatto che ogni ipotesi, per quanto balzana, sia sottoponibile all’analisi scientifica o sia degna di essere scrutinata. Dalla teiera di Russel in poi, tutti sappiamo che la ricerca scientifica si occupa innanzitutto di controllare ipotesi razionali. Queste discendono o dalla raccolta di fatti coerentemente osservabili oppure per derivazione da teorie scientifiche già consolidate; invece il processo di formulare ipotesi a caso e poi pretendere che siano sottoposte al vaglio sperimentale è il modo tipico di procedere degli avversari della scienza, che accusano i ricercatori di dogmatismo per il semplice fatto di non voler fare uso di una simile fallacia logica. Chiediamo quindi ai firmatari della lettera: chi sono i veri dogmatici, coloro che rifiutano di argomentare su teorie non scientifiche e in assenza di dati sperimentali, oppure coloro che, pur di difendere ad ogni costo delle fantasie intrise di pensiero magico, sono disposti ad inventare continuamente nuove ipotesi ad hoc, cercando di mantenere vivo un dibattito senza senso?
  6. Ancora, i firmatari ricordano che l’agricoltura biologica, in tutte le sue manifestazioni, continua a crescere con un ritmo inimmaginabile solo pochi anni fa e rappresenta uno dei pochi settori di successo del sistema agroalimentare italiano, così come aumenta il numero di uomini e donne di scienza interessati a studiarne meccanismi, processi e effetti sulla produzione e sull’ambiente. Di nuovo, per non affrontare il tema imbarazzante della biodinamica, ci si rifugia nella più confortevole e per certi versi razionale categoria del biologico; ma con questa logica, potremmo parlare di agricoltura tout-court negli stessi termini degli autori della lettera, senza nemmeno preoccuparci di indicare quella biologica. Tuttavia, qui ci interessa chiedere ai firmatari della lettera: in che cosa il successo dell’agricoltura biologica nel sistema agroalimentare italiano dovrebbe rappresentare un criterio di verità scientifica utile per definire l’agricoltura biodinamica, e non piuttosto lo specchio di una ottima operazione di marketing e propaganda, che ha portato al successo di certi prodotti presso il consumatore? Da quando in qua si stabilisce la fondatezza scientifica di una pratica, attraverso il numero di consumatori finali o il numero di aziende in essa impegnate?
  7. Per finire, i firmatari della lettera chiudono con un elogio dell’agricoltura, laddove scrivono che Oggi l’agricoltura, (integrata, di precisione, conservativa, biologica, biodinamica, agroecologica) ha il gravoso compito di nutrire il pianeta, di erogare servizi ecosistemici ed essere nello stesso tempo economicamente, ambientalmente e socialmente sostenibile. Il ruolo del mondo della ricerca è di fornire il supporto scientifico a questo importante percorso, senza sposare acriticamente posizioni di parte. Non potremmo essere più d’accordo, ma agli autori chiediamo: su quale base si è stabilito che la biodinamica – senza fare confusione con altre pratiche – sarebbe in assoluto la pratica più sostenibile, conveniente e sufficiente a sfamare il pianeta, vista la scarsità di pubblicazioni, la base pseudoscientifica e i dati che indicano esattamente il contrario?

Frammenti di Chimica è su “Gravità Zero”

Gravità Zero è un blog che riporta sempre delle interessantissime informazioni in ambito scientifico-tecnologico. Oggi pubblicano un’intervista che mi ha fatto Walter Caputo che, qualche giorno fa, ha anche recensito il mio “Frammenti di Chimica” per il blog “Cibo al microscopio“.

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INTERVISTA AL PROF. PELLEGRINO CONTE, AUTORE DI “FRAMMENTI DI CHIMICA”

di Walter Caputo

Ho recentemente letto il libro “Frammenti di Chimica“, scritto dal Prof. Pellegrino Conte, Ordinario di Chimica Agraria presso l’Università degli Studi di Palermo, e pubblicato da C1V Edizioni. Ho poi scritto una recensione – inerente soprattutto le bufale sullo zucchero – sul blog Cibo al microscopio.

Successivamente ho pensato a delle questioni generali che interessano tutti i lettori non chimici, e quindi ho posto alcune domande al Prof. Conte. Qui sotto potete leggere le sue risposte. Spero vi siano utili per individuare le bufale, capire quando un articolo scientifico è attendibile e – infine – trovare una strada per comprendere la chimica

Quando leggiamo una qualunque notizia, quali sono i principali elementi che ci fanno sospettare che si tratti di una bufala?

Non è facile. Le bufale ben costruite mescolano notizie vere, verosimili e false in modo tale che l’insieme appaia molto credibile. Chi non ha una preparazione tecnica, non è in grado di distinguere il vero dal falso e, di conseguenza, non è in grado di capire se ciò che legge/sente sia reale oppure no…[continua]

 

Frammenti di chimica. La recensione di Walter Caputo

Anche il mio amico Walter Caputo ha recensito “Frammenti di Chimica” per il blog “Cibo al Microscopio”.

GLI ZUCCHERI SPOGLIATI DI MITI, LEGGENDE E FAKE NEWS

di Walter Caputo

Quante persone entrano in un bar e scelgono di bere un caffè con zucchero di canna? Credo che siano molte, ma credo anche che non sappiano perché evitano lo zucchero bianco, ovvero il comune saccarosio. Probabilmente alcuni rifiutano lo zucchero bianco perché è raffinato e sono convinti che faccia male. Sicuramente tali persone non hanno conoscenze chimiche adeguate e hanno deciso di informarsi sullo zucchero da chi non è chimico o da chi ha interesse a vendere determinati prodotti o da chi mette in circolazione fake news su una certa categoria di prodotti, per avvantaggiare i prodotti “concorrenti” o alternativi. C’è poi anche chi si perde in mille commenti e sottocommenti di facebook, scritti da soggetti che non hanno alcun titolo inerente la materia e anche da qualcuno che il titolo ce l’ha, e magari anche le competenze e l’esperienza, ma viene attaccato ai polpacci da tutti gli altri, che sono tanti, agguerriti e spesso maleducati[continua]

Fonte dell’immagine di copertinahttps://ciboalmicroscopio.blogspot.com/

Frammenti di Chimica. La recensione di Nicola Porro

“Frammenti di chimica. Come smascherare falsi miti e leggende” è stato recensito da Nicola Porro, vicedirettore de Il Giornale. La recensione è apparsa il 4 Novembre 2018 sia in forma cartacea (Figura 1) che on line, qui.

Figura 1. “La biblioteca Liberale” di Nicola Porro. Il Giornale 04.11.2018
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La vera scienza ha solo un metodo corretto.

di Nicola Porro

Indro Montanelli aveva definito i bordelli come le uniche istituzioni italiane in cui la tecnica venisse rispettata e la competenza riconosciuta. Oggi che l’istituzione non esiste più (regolamentata, voglio dire), a seguire Montanelli non ve n’è alcuna ove la tecnica sia rispettata o la competenza, quando c’è, riconosciuta. Anzi, se ricordiamo che oltre trent’anni fa, ai tempi del primo referendum sul nucleare, ai competenti del tema era inibito parlare perché, in quanto competenti, erano considerati anche “di parte”, se ne deduce che si avesse titolo a tanto più “discettare su” e “occuparsi di” un problema solo quanto più incompetenti si fosse stati. Ma allora non c’era internet: oggi, dal basso di una tastiera, chiunque può assurgersi a competente di qualsiasi cosa. Potremmo chiamarla demcrazia dell’esternazione. Grazie a essa, casalinghe annoiate possono disquisire di vaccini e irriducibili santoni dire che il bicarbonato è ottimo per curare il cancro.

La democrazia è un delicatissimo fiore e, se non è maneggiato con la massima cura, appassisce fino a marcire. In particolare, la democrazia non si applica alla scienza, intendendo con ciò il metodo scientifico. E negli odierni tempi di malintesa democrazia, i rischi di deterioramento crescono col crescere degli incompetenti, alla cui voce internet concede ampia eco. Per fortuna ogni tanto siamo deliziati dalla voce, anche se non sufficientemente possente, dei veri competenti. Una di queste rare e flebili voci è quella del Prof. Pellegrino Conte, ordinario di Chimica Agraria dell’Università di Palermo, che ci aiuta a “smascherare falsi miti e leggende”, come recita il sottotitolo del suo “Frammenti di Chimica” (C1V edizioni).

Non è un libro di chimica tradizionale, sennò non saremmo qui a scriverne (diciamo che il sottotitolo è più appetitoso del titolo), ma è una cassetta degli attrezzi per distinguere il vero dal verosimile, o dal palesemente falso. Bisogna sempre diffidare, avverte l’autore, dei santoni che dicono di essere dei novelli Giordano Bruno o redivivi Galileo Galilei e che lamentano di essere vittime della scienza ufficiale: non esiste alcuna scienza ufficiale! Così come non esiste il consenso scientifico: esiste solo il metodo scientifico. Ed è proprio sulla natura del metodo scientifico che l’autore ci illumina, in modo accattivante e piacevole. Gli esempi trattati sono molteplici, dall’immancabile omeopatia (che ogni buon chimico vede come il fumo negli occhi), alle acque in bottiglia, allo zucchero (sapete la differenza tra zucchero bianco e zucchero bruno?). Il libro è un prontuario che insegna a leggere le etichette, ma che può anche essere un salvavita, come salvavita sono, ci stupisce l’autore, alcuni esplosivi. Eh, già, perché a volte crogiolarsi in fasle credenze è come pretendere di usare una mappa di Roma quando ci si trova a Milano: esercizio forse divertente, ma che può essere fatale a chi si è veramente perduto.

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Salute e Società. Tra scienza e pseudoscienza: lo streaming

Il 25 Ottobre 2018, presso il Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Palermo, si è concluso il primo CNMP workshop dal titolo “Salute e Società. Tra scienza e pseudoscienza”. Tanti i relatori: il Prof. Dobrilla, il Prof. Fuso, il Dr. De Vincentiis,  il Prof. Cappello, il Prof. Burioni, il Dr. Saia, il Prof. Bonaccorsi, il Dr. Cartabellotta, il Dr. Mercadante, ed io stesso.

In Figura 1 si riporta il programma completo col titolo degli interventi.

Figura 1. Programma dettagliato del Workshop

Obiettivo dell’evento è stato quello di avvicinare il mondo accademico alla società civile per far comprendere in cosa consista il lavoro scientifico e in che modo poter riconoscere le fake news (o bufale, che dir si voglia). Tra i partecipanti oltre a professionisti di ogni settore, anche tantissimi studenti (Figura 3).

Figura 2. Il pubblico di studenti e professionisti intervenuti al Workshop

È stata una grande soddisfazione vedere un numero così elevato di studenti. Questo vuol dire che anche le menti più giovani sono curiose ed hanno voglia di apprendere i meccanismi attraverso cui si possono riconoscere le pseudoscienze così da poter dare esse stesse un contributo attivo alla lotta contro maghi, imbonitori e truffatori.

L’evento è stato condiviso in diretta streaming dalla pagina facebook della C1Vedizioni.

Qui di seguito trovate i filmati caricati sul mio canale YouTube personale delle singole presentazioni. Nello stesso canale potete anche trovare lo streaming completo nel caso aveste voglia e tempo di (ri)vivere tutte le emozioni e gli errori tecnici che, inevitabilmente, accompagnano l’organizzazione di un evento complesso come un Workshop.

Introduzione della Dr.ssa Tocci e intervento del Prof. Giorgio Dobrilla

 Medicina insolita nell’era 2.0

Intervento del Prof. Silvano Fuso

Chimica buona e chimica cattiva

Intervento del Dr. Armando De Vincentiis

Scienza e autoinganni

Intervento del Prof. Roberto Burioni

I vaccini, la scienza e le bugie

Intervento del Prof. Francesco Cappello

Il ruolo dell’anatomia umana nella battaglia contro la pseudoscienza

Intervento del Prof. Gugliemo Bonaccorsi

Prevenire le bufale con l’Health Literacy

Intervento del Dr. Nino Cartabellotta

Miti, presunzioni ed evidenze: un mix di ingredienti e le fake news sono servite!

Intervento del Dr. Sergio Saia

Le bufale scientifiche sul frumento e sui derivati

Intervento del Dr. Francesco Mercadante

Incubatori di devianze. Il linguaggio dei social network tra paradossi, cattiverie e mondi impossibili

Intervento Prof. Pellegrino Conte e conclusioni

La chimica contro le bufale

I patrocini

L’evento ha ricevuto il patrocinio morale dell’Università degli Studi di Palermo (UNIPA), del Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali (SAAF), del Dottorato di Ricerca in Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali, della Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie (AISSA), della Società Italiana di Chimica Agraria (SICA), della Associazione Italiana di Ingegneria Agraria (AIIA), della Società Italiana di Pedologia (SiPE), della Società Italiana di Scienza del Suolo (SISS), del CICAP Puglia, della Fondazione GIMBE, della Società Italiana di Biologia Sperimentale (SIBS), dell’associazione dei Biologi Forensi (BIOFOR), dell’Associazione Studentesca Agraria Palermo (ASAP) e Intesa Universitaria (Figura 3).

Figura 3. Loghi delle Società ed Associazioni che hanno dato il patrocinio morale al Workshop “Salute e Società. Tra scienza e pseudoscienza”

 

Il Workshop “Società e Salute: tra scienza e pseudoscienza” sui giornali

Il 25 Ottobre 2018 si è concluso il primo CNMP Workshop dal titolo “Società e Salute. Tra scienza e pseudoscienza”. Obiettivo dell’evento è stata la sollevazione del mondo scientifico contro la diffusione delle pseudoscienze. Spettatori attenti, non solo professionisti di ogni settore, ma anche studenti. Ed è proprio a questi ultimi che il Workshop è dedicato. Bisogna fornire proprio ai più giovani gli strumenti adatti per riconoscere le fake news o bufale che si presentano ovunque: dai siti web alla carta stampata.

Diversi gli interventi tra cui quello del Dr. Nino Cartabellotta presidente dell’Osservatorio GIMBE. La sua lezione è stata oggetto di un articolo su LiveSicilia

Uno dei temi toccati si riassume in queste parole del Dr. Cartabellotta: “Siamo cresciuti nella cultura dell’aneddoto, quello che fa notizia è il sensazionalismo del trattamento straordinario e non i risultati della ricerca media”.

In attesa del montaggio dei filmati relativi ad ogni intervento, si può avere un sunto della lezione del Dr. Cartabellotta al link della redazione di LiveSicilia qui.

 

Omeopatia, scienza e linguaggio

Oggi sul nostro canale scientifico abbiamo parlato del significato delle parole prese dal linguaggio scientifico e decontestualizzate. Tra gli esempi abbiamo discusso di omeopatia,  pratica pseudoscientifica che, nonostante lo sviluppo scientifico occorso negli ultimi 300 anni, viene ancora presa in considerazione come valida alternativa alla  pratica medica che fa uso del metodo scientifico per la cura di patologie più o meno gravi. Di omeopatia ho già scritto sia nel mio libro (Frammenti di Chimica. Come smascherare falsi miti e leggende) che in una serie piuttosto cospicua di articoli in questo blog (qui).

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.telegraph.co.uk/news/health/alternative-medicine/8844461/Parents-face-inquiry-for-treating-son-with-alternative-medicine.html

Numeri, numerielli e numericchi: la qualità dei dati scientifici (Parte III)

Nelle prime due parti del reportage sulla qualità dei dati scientifici ho posto l’attenzione sulla differenza tra riviste chiuse e riviste aperte (qui) e ho evidenziato che la scarsa qualità dei dati scientifici non riguarda solo i predatory journal, ma anche giornali ritenuti molto affidabili (qui). In altre parole ho puntualizzato che la cosiddetta bad science, ovvero ciò che sfocia nella pseudo-scienza, è trasversale; ne sono pervase un po’ tutte le riviste: siano esse predatory journal oppure no; siano esse open-access oppure no. Ne ho discusso anche altrove (per esempio qui e qui), quando ho evidenziato che lavori poco seri sono apparsi su Nature e Science (riviste al top tra quelle su cui tutti noi vorremmo pubblicare) e che più che dal contenitore, ovvero dalla rivista, bisogna giudicare la qualità di un lavoro scientifico sulla base di ciò che viene scritto. Nonostante questo, tutte le istituzioni accademiche e non, riconoscono che la probabilità di avere bad science in un predatory journal è più alta che nelle riviste considerate non predatory; per questo motivo tutte le istituzioni formulano delle linee guida per tenersi lontani da riviste di dubbia qualità.

In che modo difendersi dalla bad science delle riviste predatorie?

Esistono tanti siti al riguardo. Per esempio, la mia Università, l’Università degli Studi di Palermo, mette a disposizione una pagina (qui) in cui elenca una serie di siti web da cui attingere per valutare se una rivista è seria oppure no. In particolare, se la rivista in cui si desidera pubblicare è compresa negli elenchi dei link riportati ed è anche nella Beall’s list of predatory journals and publishers, con molta probabilità si tratta di un predatory journal a cui si raccomanda di non inviare il proprio rapporto scientifico. Se, invece, la rivista o l’editore sono negli elenchi citati ma non nella  Beall’s list of predatory journals and publishers, con buona probabilità si tratta di riviste non predatorie. Qual è il limite di queste raccomandazioni? I predatory journal spuntano come funghi per cui  è possibile che ci si imbatta in una rivista che non è stata ancora catalogata come predatoria. Cosa fare in questo caso? Bisogna ricordarsi che tutte le riviste predatorie hanno in comune alcuni caratteri essenziali che le distinguono dalle riviste più accreditate:

  1. Comitati editoriali anomali, non determinati o inesistenti
  2. Tendenza a pubblicare lavori scientifici in settori molto eterogenei tra loro
  3. Tasse per la pubblicazione estremamente basse (in genere meno di 150 €)
  4. Presenza di immagini sfocate o non autorizzate presenti nei loro siti web
  5. Richiesta di invio dei lavori mediante posta elettronica, spesso a indirizzi e-mail non professionali o non accademici, e non attraverso un sistema di invio on-line
  6. Mancanza di qualsiasi politica sulle ritrattazioni, correzioni, errata corrige e plagio (più della metà delle riviste più accreditate descrive nei propri siti web come comportarsi in ognuna delle quattro circostanze)
  7. Basso o inesistente valore di impact factor (IF)

Tutti questi caratteri possono essere presenti contemporaneamente o in parte in una data rivista. Tuttavia, la loro presenza non necessariamente deve essere indice di predazione. Infatti, per esempio, una rivista nuova non ha l’impact factor che si calcola confrontando il numero di citazioni di tutti gli studi pubblicati in un biennio col numero totale di studi pubblicati nello stesso biennio (qui). Questo significa che una rivista può cominciare ad avere un IF solo a partire dal terzo anno di vita. Se la rivista è di nuova fondazione, può attuare una politica di incentivazioni alla pubblicazione fornendo agevolazioni ai ricercatori che decidono di inviare il loro lavoro. Per esempio, la ACS Omega (una rivista ancora senza IF della American Chemical Society, ACS) permette la pubblicazione gratuita a chiunque disponga di voucher (del valore di circa 750 $) elargiti dalla ACS a ricercatori di paesi in via di sviluppo o con problemi di fondi di ricerca per la pubblicazione in open access. C’è anche da dire che attualmente è abbastanza facile costruire siti web accattivanti ed attraenti. Per questo motivo, a meno che non si tratti di truffe molto evidenti, è abbastanza difficile trovare riviste predatorie con siti web fatti male. Infine, in passato ho pubblicato su riviste molto importanti del mio settore (quindi non predatorie, non open access e con ottimo IF), il cui editor rispondeva ad un indirizzo e-mail con dominio gmail.com.

Ma adesso sto diventando prolisso. Basta annoiarvi.

Ho aperto questo articolo scrivendo che tutte le istituzioni accademiche (e non) si raccomandano di seguire le linee guida appena indicate per evitare di pubblicare su riviste dalla scarsa qualità. In altre parole, le linne guida riportate sono un modo per riconoscere l’attendibilità dei contenitori in cui “versare” le conoscenze scientifiche che noi raccogliamo dalla nostra attività di ricercatori. Per ora non vi voglio annoiare di più. Nella quarta ed ultima parte di questo reportage dimostrerò che, in realtà, la qualità della ricerca non dipende dalla tipologia di rivista, ma da ben altri fattori tra cui le istituzioni che finanziano la ricerca e che, nello stesso tempo, si raccomandano di tenersi lontani da certi giornali.

Altre letture

https://www.enago.com/academy/identifying-predatory-journals-using-evidence-based-characteristics/

https://bmcmedicine.biomedcentral.com/track/pdf/10.1186/s12916-015-0423-3

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.efsa.europa.eu/it/press/news/170803

”Acqua che squilli, acqua che brilli, dacci l’ossigeno senza rovelli”, ovvero sul perché l’acqua ricca di ossigeno è una bufala

Sì, lo so. Come poeta non sono un granché. Niente al confronto con D’Annunzio che scriveva:

Acqua di monte,
acqua di fonte,
acqua piovana,
acqua sovrana,
acqua che odo,
acqua che lodo,
acqua che squilli,
acqua che brilli,
acqua che canti e piangi,
acqua che ridi e muggi.
Tu sei la vita
e sempre sempre fuggi.

(“Acqua” di G. D’Annunzio)

Ma se io sono una scarpa come poeta, ci sono persone che possono essere considerate delle vere e proprie ciabatte in ambito scientifico ed in particolare nel settore chimico.

In questi giorni sto intervenendo su una pagina facebook di una ditta che produce acqua arricchita di ossigeno. Addirittura nella loro pagina internet affermano di solubilizzare fino al 3000 % di ossigeno rispetto alle normali acque da tavola. Ad onor del vero, sembra che le acque ricche di ossigeno siano di moda attualmente. Basta andare in Google e digitare “acqua ricca di ossigeno” perché vengano trovate pagine internet di aziende che mettono in vendita questa acqua ritenuta più salutare della normale acqua da rubinetto, sia che l’ossigeno sia presente in modo “naturale”, sia che questo vi sia stato aggiunto.

Ma perché si sente l’esigenza di porre l’accento sul contenuto di ossigeno disciolto nelle acque?

Il BOD ed Il COD

Da un punto di vista squisitamente chimico spiego ai miei studenti (insegno sia ”Chimica del Suolo“ che ”Recupero di aree degradate”) che il contenuto di ossigeno disciolto nell’acqua è un parametro molto importante per la qualità (in termini positivi) di questo comparto ambientale. Infatti, anche gli organismi marini hanno bisogno di ossigeno per sopravvivere, esattamente come noi organismi terrestri. La differenza è che mentre noi siamo adatti a vivere in un fluido gassoso, ovvero l’aria fatta da circa il 79% di azoto molecolare, il 20% di ossigeno molecolare e l’1% di altri gas come l’anidride carbonica e l’argon, gli organismi marini sono adatti a vivere in un  liquido, cioè l’acqua, da cui riescono ad estrarre l’ossigeno che occorre per i loro processi metabolici.

In termini fisiologici, l’ossigeno di cui abbisognano le nostre cellule viene “catturato” dai polmoni, “legato” all’emoglobina e trasportato dove serve (Figura 1).

Figura 1. Schema della respirazione polmonare (Fonte)

La stragrande maggioranza degli organismi marini è dotata, invece, di branchie (Figura 2).

Figura 2. Meccanismo di funzionamento delle branchie (Fonte)

L’acqua passa attraverso le branchie venendo a contatto con delle sottilissime membrane al di là delle quali si trova il sangue. L’ossigeno disciolto nell’acqua diffonde attraverso queste sottilissime membrane per diffondere nel sangue povero di ossigeno.
I diversi meccanismi con cui gli organismi terrestri e quelli marini assorbono l’ossigeno per la realizzazione dei propri processi metabolici, fanno in modo che noi non possiamo sopravvivere in acqua, né gli organismi marini possono sopravvivere al di fuori dell’acqua (mi scuso con i miei lettori biologi se non sono stato troppo corretto nella descrizione dei processi di assunzione dell’ossigeno).

Fatta questa premessa semplicistica, due dei parametri che i chimici usano per valutare la qualità di un’acqua riferita alla sua capacità di sostenere la vita marina sono il Biochemical Oxygen Demand (o BOD) ed il Chemical Oxygen Demand (anche indicato come COD).

Il “BOD” è una misura della quantità di ossigeno che i microorganismi presenti nelle acque usano per la decomposizione aerobica della sostanza organica. Più elevato è il BOD, meno ossigeno è disponibile per il sostentamento della vita degli organismi marini (per es. i pesci).

Il “COD” è una misura della quantità di ossigeno richiesta per l’ossidazione della sostanza organica presente nelle acque sia per effetto di reazioni di natura microbiologica che di reazioni in cui non sono coinvolti i microorganismi. Come per il BOD, più elevato è il valore del COD, meno ossigeno è disponibile per il sostentamento della vita acquatica.

L’ossigeno disciolto riguarda gli organismi terrestri?

Da quanto appena scritto, si capisce che la quantità di ossigeno molecolare disciolto in acqua è importante per la vita acquatica. Ma cosa c’entriamo noi? Perchè l’ossigeno disciolto dovrebbe riguardarci? Una risposta la si trova in rete cercando nei vari siti di aziende produttrici di acqua ad alto contenuto di ossigeno:

  1. l’ossigeno disciolto migliora le prestazioni lavorative
  2. l’ossigeno disciolto favorisce la digestione
  3. l’ossigeno disciolto esalta il gusto delle pietanze
  4. l’ossigeno disciolto aumenta la resistenza fisica

etc etc etc

Insomma, come si legge, sembra che l’ossigeno disciolto nelle acque che beviamo sia come l’olio di serpente, ovvero una panacea per tutti i mali. Peccato che non avendo branchie come i pesci, l’ossigeno disciolto nell’acqua a noi non serva assolutamente a nulla.  In altre parole, le acque cosiddette ricche di ossigeno non sono altro che acque potabili in grado di toglierci la sete e mantenerci idratati esattamente come tutte le acque potabili di questo mondo, incluse quelle dal rubinetto.

Quanto ossigeno può essere disciolto in acqua?

Chi studia la chimica, anche al livello di scuola superiore, sa benissimo che esiste una relazione diretta tra pressione parziale di un gas, temperatura e solubilità del gas in un liquido.

La Figura 3 mostra l’andamento della solubilità dell’ossigeno molecolare in acqua deionizzata.

Figura 3. Solubilità dell’ossigeno molecolare in acqua deionizzata (Fonte)

Le tre curve indicano la quantità di ossigeno disciolto in acqua deionizzata a tre pressioni differenti: 1 atm (curva blu), 2 atm (curva rossa) e 4 atm (curva gialla). Per spiegare la traslazione delle curve (ovvero perché quella gialla è più in alto e quella blu più in basso) immaginate di dover spingere sott’acqua dei palloncini gonfi di aria. Se ne volete spingere uno solo, dovete applicare una certa forza; per spingerne due, dovete applicare una forza maggiore; questa forza aumenta all’aumentare del numero di palloncini che intendete spingere sotto il pelo dell’acqua.

La Figura 4 mostra la solubiità dell’ossigeno molecolare in un’acqua contenente dei sali.

Figura 4. Solubilità dell’ossigeno molecolare in acqua salata (Fonte)

La posizione delle curve è identica a quella mostrata in Figura 3 (curva gialla in alto, curva blu in basso). Tuttavia, salta subito agli occhi che l’ammontare di ossigeno disciolto nelle stesse condizioni della Figura 3, è inferiore.  Perché? La solubilità di un gas in acqua (o in un liquido qualsiasi) non dipende solo da temperatura e pressione, ma anche dalla presenza di soluti disciolti.

Come ho già avuto modo di scrivere (qui), il processo di solubilizzazione di un soluto in un solvente può essere considerato come una vera e propria reazione chimica in tre stadi:

  1. soluto-soluto → 2 soluto
  2. solvente-solvente → 2 solvente
  3. soluto + solvente → soluto-solvente

in cui l’ultimo stadio descrive la formazione di interazioni tra il soluto ed il solvente. Più affini sono soluto e solvente, maggiore è la solubilità del primo nel secondo. Non discuto in questa sede delle condizioni di saturazione per cui non è possibile sciogliere un soluto in un solvente oltre una certa quantità.

Nel caso dell’ossigeno in acqua deionizzata, tutte le molecole di acqua sono “a disposizione” per l’interazione con l’ossigeno che si scioglie nel solvente. Se, però, nel solvente è già presente un soluto, lo schema di solubilizzazione a tre stadi precedentemente descritto, si arrichisce di due ulteriori stadi:

  1. soluto1-soluto1 → 2 soluto1
  2. soluto2-soluto2 → 2 soluto2
  3. solvente-solvente → 2 solvente
  4. soluto1 + solvente → soluto1-solvente
  5. soluto2 + solvente → soluto2-solvente

Se il secondo soluto corrisponde all’ossigeno molecolare in fase gassosa, lo stadio 2 appena descritto non deve essere preso in considerazione. Quello che accade è che l’ossigeno molecolare in forma di gas compete con il soluto1 disciolto per le interazioni col solvente. Poichè l’affinità tra acqua e sale è maggiore che tra acqua e ossigeno gas,  ne viene che quando l’ossigeno viene “spinto” nell’acqua salata, la quantità di ossigeno gas in grado di sciogliersi (secondo lo schema descritto) è inferiore a quella in grado di sciogliersi in acqua deionizzata.

In definitiva, più basso è il contenuto salino di un’acqua, più elevata è la quantità di ossigeno che si può sciogliere; più alta è la pressione esercitata sulla superficie del liquido, maggiore è la quantità di ossigeno disciolto; a parità di contenuto salino e di pressione, più bassa è la temperatura del sistema e maggiore è la quantità di ossigeno che si può sciogliere.

Conclusioni

Possiamo sciogliere tutto l’ossigeno che ci pare in un litro di acqua adottando gli accorgimenti descritti nella parte finale del paragrafo precedente, tuttavia questo ossigeno non ci serve perché non abbiamo le branchie come gli organismi marini; in ogni caso, una volta che non sono rispettate le condizioni atte a garantire la massima solubilizzazione del gas in acqua, valgono le condizioni di equilibrio alla temperatura ed alla pressione di esercizio. In altre parole, quando apriamo una bottiglia di acqua arricchita di ossigeno alla pressione atmosferica ed alle temperature di questi giorni (oltre i 30 °C) ci dobbiamo aspettare una effervescenza dovuta  alla fuoriuscita del gas per raggiungere le condizioni di equilibrio a quei valori di temperatura e pressione. Il prodotto che si beve è né più né meno che acqua potabile (e ci mancherebbe) con tutte le caratteristiche tipiche di un’acqua qualsiasi venduta al supermercato o presa al rubinetto di casa.

Fonte dell’immagine di copertina