Le frodi scientifiche (Parte III)

Reading Time: 2 minutes

Le frodi scientifiche (Parte III)

Ho già scritto in merito alle frodi scientifiche. Basta andare a leggere ai links riportati nei riferimenti [1] e [2]. Sono i comportamenti scorretti di scienziati, che appellare con questo aggettivo è offensivo nei confronti di chi fa onestamente il proprio lavoro, a rendere un cattivo servizio alla scienza e permettere il proliferare di pseduoscienza come antivaccinismo ed omeopatia. Nel mondo moderno in cui i non addetti ai lavori si sono allontanati dalle religioni tradizionali e pretendono dalla scienza e dagli scienziati quelle risposte certe che, in realtà, nessuno scienziato serio è in grado di dare, frodare in ambito scientifico significa solo alimentare il terreno di coltura dell’antiscientificità.

Ho appena appreso la notizia che dei colleghi di due Istituzioni pubbliche del Sud (Potenza, nella fattispecie) hanno commesso l’illecito più grave che uno scienziato potesse compiere. Tra l’altro è la prima volta che accade una cosa del genere. La fonte da cui ho tratto la notizia è al riferimento [3], ma ho controllato ed ai riferimenti [4] e [5] si trovano i fatti descritti in [3].

Cosa è accaduto?

Uno dei compiti di tutti noi coinvolti in ambito scientifico è prestarsi a fare da revisori per lavori che rientrino nel proprio ambito di competenze. E’ una grande responsabilità perché si tratta di valutare le congruenze tra i dati sperimentali e i modelli descritti, oltre che suggerire modelli alternativi a quelli proposti dagli autori. E’ un lavoro gravoso ed anonimo per il quale non si viene pagati. Più si viene richiesti per effettuare revisioni, più elevato è il nostro credito nella comunità scientifica di riferimento. In altre parole, fare da revisori è, sì, un lavoro “seccante”, ma denota che il nostro lavoro di ricerca è riconosciuto anche a livello internazionale.

Ebbene, i colleghi della Fondazione Stella Maris Mediterraneum e dell’ospedale di Lagonegro, hanno pensato bene di rifiutare un lavoro sottoposto da Michael Dansinger a Annals of Internal Medicine, di sostituire il loro nome a quello di Dansinger e di pubblicarlo su EXCLY Journal.

Nella sua normale attività lavorativa Dansinger ha scoperto il suo lavoro su cui comparivano altri nomi ed ha scritto ad Annals of Internal Medicine denunciando il misfatto.

Ritengo che questo comportamento sia veramente inqualificabile. Oltre a sporcare l’attività scientifica di tutti noi, getta l’ombra di molti dubbi sulla serietà non solo delle riviste su cui vengono inviati i lavori, ma anche sull’onestà intellettuale di chi è chiamato a fare da revisore.

Come può una persona al di fuori del mondo scientifico avere fiducia in chi fa un lavoro che dovrebbe essere alla base dello sviluppo della società? Come possiamo pretendere di alzare la voce quando non ci vengono assegnati fondi per fare ricerca? Come possiamo permetterci di suggerire in scienza e coscienza cose che non ci appartengono?

Penso che queste persone debbano essere severamente punite. La mia opinione è che dovrebbero essere allontanate dal posto che ricoprono. Sono severo? Sì. Lo sono. Non ammetto una disonestà di questo tipo. Io NON sono un loro collega. Anzi meglio: loro NON sono miei colleghi. Loro appartengono a quella piccola schiera di disonesti a cui NON appartiene la maggior parte di chi fa scienza. Purtroppo, è proprio questa piccola minoranza di disonesti che fa più rumore e opera a detrimento di uno dei lavori più affascinanti che ci sia: lo sviluppo della conoscenza umana.

Riferimenti

[1]https://www.facebook.com/RinoConte1967/photos/a.1652785024943027.1073741829.1652784858276377/1873586482862879/?type=3&permPage=1
[2]https://www.facebook.com/RinoConte1967/photos/a.1652785024943027.1073741829.1652784858276377/1843890612499133/?type=3
[3] http://motherboard.vice.com/…/plagio-scientifico-dansinger-…
[4] http://annals.org/…/dear-plagiarist-letter-peer-reviewer-wh…
[5] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5138495/

Perché si diventa scienziati? Considerazioni personali sullo sviluppo di una personalità scientifica

Reading Time: 4 minutes

Chi di noi non ha mai letto la biografia, magari romanzata, di un grande scienziato? Io ho letto, per esempio, quella di Born (sapevate che era il nonno di Olivia Newton John, l’attrice protagonista di Grease di cui tutti quelli della mia età erano innamorati da piccoli?), quella di Rutheford, quella di Feynman e tante altre ancora. In genere, si impara molto leggendo queste biografie. Forse è anche dalla lettura delle vite di queste persone assurte all’Olimpo della scienza che ho ricevuto l’input per la passione per la chimica, oltre alla curiosità più profonda di capire come è fatto il mondo e quali sono i meccanismi che lo muovono al di là delle semplici risposte di natura religiosa che non mi hanno mai soddisfatto. Avrei potuto essere un fisico, ma, a dire la verità, ai tempi in cui ho fatto le mie scelte di vita, la fisica non mi attirava molto. Ero molto più attratto dagli intrugli e da come essi si combinavano tra loro.

Ciò a cui, però, il mondo della lettura e della fantasia non preparano è la quantità enorme di delusioni, intervallate da sporadici successi, che costituiscono il pane quotidiano per chi fa scienza. Sono più le domande che rimangono senza risposta che quelle alle quali si riesce a rispondere. Ed anche quando viene data una risposta, essa è sempre aleatoria; non si sa mai se la risposta è arrivata perché è solo una costruzione delle proprie aspirazioni o perché, fatti salvi gli errori che tutti possono commettere, si è giunti ad una conclusione oggettiva.

Solo il tempo può dire se una certa risposta è sbagliata ed è soggetta al pregiudizio di conferma.

Che cosa spinge una persona a percorrere una strada irta di difficoltà fin da quando intraprende i suoi studi? Sì, perché se uno decide di non “parcherggiarsi” all’università, deve sacrificare vita sociale, divertimento e tutto quello che può attirare un ragazzino di una ventina di anni, sull’altare di un futuro incerto fatto solo di aspirazioni. Venticinque anni fa, quando mi sono laureato, non avrei mai pensato che oggi sarei stato un professore ordinario in una università Italiana intento a fare ricerca, didattica e, da poco, anche tentativi di divulgazione scientifica generalista.

Forse la risposta alla mia domanda l’hanno già data in molti. Ci sono certamente diversi fattori che concorrono. Uno l’ho già citato. La curiosità di scoprire come funziona la “macchina” mondo. Ho trovato una risposta? Sì, ma non è questo il momento di parlarne.

L’altro fattore che spinge una persona ad incamminarsi nel mondo scientifico è la sua voglia di non crescere mai. Quello che accomuna tutti gli scienziati, ed io non faccio eccezione, è l’eterno fanciullo che è in noi che ci fa chiedere sempre la stessa cosa: “perché?”. Il punto è che mentre da piccoli abbiamo come riferimento gli adulti (nella maggioranza dei casi i genitori) nel nostro giochetto dei perché, man mano che cresciamo (e le domande diventano sempre più complesse) i punti di riferimento vengono a mancare. Per questo motivo siamo costretti a rispondere noi stessi alla nostra eterna domanda. Da qui nasce l’esigenza di fare esperimenti e di “giocare” in laboratorio.

Ma proprio come tutti i bambini, abbiamo dei comportamenti e dei difetti che sappiamo mascherare più o meno bene.

Cosa fa un bambino quando gli viene offerto un giocattolo? Se ne appropria e lo abbraccia evidenziandone il possesso con “è mio!”. Uno scienziato si comporta nello stesso modo. Una delle più grandi soddisfazioni di uno scienziato è la consapevolezza di essere l’unico detentore di una data conoscenza (la sua scoperta) nell’intervallo di tempo che occorre tra il momento della scoperta e la sua divulgazione mediante una pubblicazione scientifica. Lo scienziato abbraccia virtualmente il suo “giocattolo” e tra sé e sé urla “è mio!”.

Proprio come un bambino, però, la consapevolezza del possesso non basta. Un bambino ha bisogno di ribadire al mondo che l’oggetto è suo. Per questo motivo il bambino cerca di richiamare l’attenzione dei “grandi” facendo i capricci. Il bambino si sente osservato e con piglio deciso grida “è mio”. Gli scienziati fanno lo stesso. Mentre nei bambini, entro certi limiti, questo comportamento può essere divertente, negli adulti si tratta di personalità narcisistica.

Certo divulgare le proprie scoperte implica l’accrescimento delle conoscenze umane. Questa è la giustificazione etica che ognuno di noi dà del proprio comportamento perché non ammette che, in realtà, tutti noi, come i bambini, siamo dotati di un ego, più o meno sviluppato, che ci impedisce di “stare buoni”. Dobbiamo primeggiare; dobbiamo richiamare l’attenzione; odiamo essere trascurati. Proprio come i bambini che fanno i capricci per richiamare l’attenzione dei grandi appartati a parlare di cose “da grandi”, noi abbiamo bisogno del nostro mondo scientifico e dei nostri “giochetti” (è il nostro modo di fare i capricci) per rigenerare continuamente la nostra autostima. Insomma abbiamo quella che ho prima definito “personalità narcisistica”.

Se il giochetto ci viene tolto, facciamo i capricci, gridiamo “dammelo è mio”. Da qui nasce, per esempio, una certa disonestà intellettuale che fa agire certi revisori in modo scorretto ritardando la peer review di lavori di “bambini” concorrenti che sono arrivati prima al possesso del “giocattolo” o addirittura bocciando lavori per impossessarsene mediante la sostituzione del nome dei veri autori col proprio [1]. “Il giocattolo è mio!”

Perché si diventa scienziati? Perché non si vuole uscire dal mondo dei sogni e si vuole restare bambini. Questo, tuttavia, comporta che, accanto alla capacità di “volare alto”, si acuiscono, piuttosto che scomparire, i difetti legati all’egocentrismo ed all’autostima tipici dei bambini.

Quanti dei miei colleghi che mi leggono sono d’accordo con questa analisi?

Riferimenti

[1]https://www.facebook.com/RinoConte1967/photos/a.1652785024943027.1073741829.1652784858276377/1905050496383144/?type=3&theater

FAO e cattiva informazione

Reading Time: 1 minute

La foto che uso a corredo di questa nota mostra un post sulla pagina Facebook della FAO e la uso in merito alla cattiva informazione che sovente capita di leggere anche nelle pagine più titolate. Non ho bisogno di spiegare cosa sia la FAO. Perché questo post merita una nota? Per il semplice motivo che è l’esempio perfetto di come si propagano le sciocchezze. L’intestazione del post riporta di chemical-free pesticides. Tradotto vuol dire pesticidi non chimici. Sono perplesso, se non addirittura offeso, per il fatto che una organizzazione internazionale usi in modo inopportuno la parola “chimica”. Tutto è “chimica”. La semplice acqua è una sostanza chimica; la nostra pelle è fatta di sostanze chimiche; il nostro sangue contiene sostanze chimiche; insomma tutto quanto ci circonda contiene sostanze il cui comportamento segue delle leggi chimiche ben precise e sono classificate come “sostanze chimiche”. Cosa vuol dire, allora, chemical-free pesticides? Nulla. Non vuol dire nulla. È solo un modo molto populistico di indicare delle sostanze potenzialmente tossiche. Diciamolo. I pesticidi, ma più in generale i fitofarmaci, sono tossici, ma diventano un problema se usati in modo inopportuno nella comune pratica agricola.

Questo modo di fare comunicazione da parte dei social media manager della FAO denota tanta ignoranza, cosa che non mi sarei mai aspettato da tale organizzazione internazionale.

Riusciamo a sbucciare un’arancia senza sporcarci?

Reading Time: 1 minute

Riusciamo a sbucciare le arance senza sporcarci?
Inverno, tempo di freddo e di agrumi. Buone le arance, i mandarini ma buone soprattutto le clementine senza semi. Per uno come me, non dover “sputazzare” semi in giro per la stanza, è una gran cosa!

Avete mai fatto caso che quando si sbuccia un frutto del genere le mani si sporcano di succo? C’è stato qualcuno che si è chiesto se sia possibile trovare un metodo per evitare di sporcarsi quando si sbucciano gli agrumi. La notizia è apparsa nelle news di Science [1]. Ebbene è stato evidenziato che non c’è modo di non sporcarsi quando si sbucciano gli agrumi. Pare che basti una minima pressione per far schizzare via gocce di succo ad una velocità di circa 10 m/s, ovvero una velocità più elevata di quella degli insetti, con una accelerazione circa 1000 più intensa di quella che “sentono” gli astronauti quando lasciano la Terra.

Interessante, vero? Immagino che se qualcuno ha fatto uno studio del genere, c’è stato un committente che ha fatto una specifica richiesta. Magari in futuro potranno essere prodotti agrumi che non sporcano le mani mentre vengono sbucciati, con buona pace di quelli come me a cui piace sentire l’odore “agrumoso” sulle dita.

Riferimenti
[1] http://www.sciencemag.org/…/video-reveals-why-there-s-no-cl…

Come fanno gli animali a scambiare informazioni?

Reading Time: 2 minutes

Come fanno gli animali a scambiare informazioni?

È da un po’ troppo tempo che non faccio post. Il lavoro di quest’ultimo periodo mi tiene un po’ occupato per cui non ho molto tempo da dedicare alla divulgazione. Ho letto una notizia su National Geographic che mi ha molto incuriosito [1].

Facebook, twitter, instagram e chi più ne ha più ne metta sono i classici social systems che usiamo per scambiarci informazioni o semplicemente “cazzeggiare”.

Ebbene anche gli animali superiori come i mammiferi si scambiano informazioni. Come fanno? Attraverso le urine. È noto fin dalle elementari che i gatti, per esempio, marcano il loro territorio con la pipì. Se un gatto estraneo arriva in zona, riconosce l’odore lasciato dal “padrone” del territorio e si defila [2].

Tuttavia, a quanto pare i mammiferi non usano solo l’urina per marcare il territorio, ma anche le feci. Sì, proprio la cacca. Un recente studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B [3] sulle componenti volatili delle feci di rinoceronte bianco (una specie protetta) ha evidenziato che tre molecole particolari hanno un significato ben preciso nell’organizzazione sociale di questi mammiferi. Il 2,3-dimetil-undecano (un idrocarburo alifatico) serve per il riconoscimento del sesso dell’individuo, l’eptanale (una aldeide) discrimina per la classe sociale, mentre il 2,6-dimetil-undecano (altro idrocarburo, isomero del precedente) serve per riconoscere lo stato estrale delle femmine del branco.

I ricercatori che hanno effettuato lo studio concludono che dal momento che i rinoceronti bianchi defecano comunitariamente, i cumuli di feci, probabilmente, servono come centri di informazione, ovvero: alte concentrazioni di 2,3-dimetil-undecano indicano potenziale minaccia per la presenza di un maschio concorrente nelle vicinanze; alte concentrazioni di 2,6-dimetil-undecano indicano presenza di femmine in calore per cui il maschio deve essere vigile per trovare la potenziale compagna.

Interessante, vero?

Riferimenti

[1] http://news.nationalgeographic.com/…/rhinoceroses-poop-mi…/…
[2] http://www.aspca.org/…/common-cat-behavi…/urine-marking-cats
[3] http://rspb.royalsocietypublishing.org/cont…/…/1846/20162376

Fonte dell’immagine: http://www.agraria.org/faunaselvatica/rinoceronte-bianco.htm

Dalla natura spunti per migliorare la tecnologia

Reading Time: 2 minutes

Un po’ più di un anno fa ho scritto un post sul geco in cui spiegavo i segreti legati alla sua capacità di vincere la forza di gravità [1].

Il mondo che ci circonda è molto complesso e da esso possiamo attingere non poco per migliorare la qualità della nostra vita.

Leggo ora che chimici hanno messo a punto un adesivo che è in grado di fornire le proprietà antigravità tipiche delle zampette del geco [2, 3].

In pratica, un materiale fotosensibile (ovvero sensibile alla radiazione luminosa ed in particolare a quella UV) è stato inserito tra due strati di un materiale polimerico a base di silicio (il polimetilsilossano [4]). Il materiale fotosensibile (si tratta di elastomeri a cristalli liquidi [5] dopati con azobenzene [6]) quando sottoposto alla radiazione luminosa cambia velocemente forma e dimensione permettendo la flessione del polimero a base di silicio.
Questa flessione consente al tessuto su cui è il polimero è “spalmato” di staccarsi dalle superfici esattamente come fanno le zampette dei gechi che perdono velocemente adesività durante il movimento.
In assenza di luce, il sistema fotosensibile si trasforma di nuovo consentendo l’adesione del polimetilsilossano.

Qual è la novità? La rapidità con cui le trasformazioni anzidette possono avvenire. Si tratta di pochi istanti, un intervallo di tempo molto più breve di quello necessari ad altri materiali adesivi per fornire le stesse caratteristiche. A parte i costumi da uomo ragno, questi sistemi possono essere usati anche per il trasporto di grossi pesi.

La natura non finisce mai di stupirci…ma devo aggiungere che neanche la fantasia dei chimici è da meno!

Riferimenti

[1] https://www.facebook.com/RinoConte1967/photos/a.1652785024943027.1073741829.1652784858276377/1835671356654392/
[2] https://www.chemistryworld.com/…/gecko-insp…/2500275.article
[3] http://robotics.sciencemag.org/content/2/2/eaak9454
[4] http://www.fao.org/…/jecf…/specs/Monograph1/Additive-315.pdf
[5] http://nlcmf.lci.kent.edu/About_the_NLCMF/whatR1.htm
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Azobenzene

Fonte dell’immagine: https://www.chemistryworld.com/…/gecko-insp…/2500275.article

Sui pregiudizi di conferma

Reading Time: 3 minutes

Gestisco da un po’ di tempo diverse pagine e gruppi di carattere scientifico e aiuto, per il poco che so fare, nella pagina Bufale e Dintorni a “sbufalare” quelle pochissime cose di cui mi intendo e che sono legate esclusivamente alla chimica.

Ho notato che tutti i gruppi e le pagine sono animate da persone che hanno un atteggiamento scettico di fronte a cose improbabili e tutti si dicono amanti della scienza.

Ultimamente, però, sto ponendo particolare attenzione all’omeopatia e al fatto che si basa sul nulla. Ciò che salta subito agli occhi quando vado a visualizzare le statistiche delle pagine è un deflusso di “like” ogni volta che si affronta questo argomento. Si osserva quello che studiosi del settore definiscono “polarizzazione”, ovvero rimangono ad “ascoltare” ciò che c’è da dire solo coloro che la pensano nello stesso modo del/dei gestore/i della pagina. Ne viene che anche le persone che si dicono scettiche ed amanti della verità scientifica hanno difficoltà ad accettare discussioni oggettive su argomenti che vanno a toccare certi aspetti della loro sensibilità.

Mi sono sempre chiesto perché accada una cosa del genere. Perché persone che si dicono amanti della scienza si comportano come i “complottari” contro cui in altre circostanze e per altri argomenti si scagliano?

Non sono uno psicologo, né uno studioso di comportamento umano per cui le mie riflessioni sono solo soggettive e non hanno nessuna pretesa.

Da ingenuo, ho sempre pensato che tutti quelli che sono senza adeguata preparazione scientifica sono anche coloro che per primi non sono in grado di sostenere argomentazioni oggettive. Ma non è così. Ho potuto notare che anche tra gli insospettabili miei colleghi ci sono quelli che non accettano il contraddittorio su certe argomentazioni o prendono sul personale dei miei commenti che non hanno alcuna velleità ad hominem (per non parlare di quelli che sono iper specializzati nel loro settore ma pensano di poter mettere bocca su tutto facendo poi figure barbine quando dimostrano la loro incompetenza in campi di cui conoscono solo il nome). Anche io stesso mi rendo conto di avere difficoltà ad accettare certe posizioni contrarie alle mie convinzioni.

Rispetto a chi non ha una adeguata preparazione scientifica, chi si occupa di scienza è un po’ più allenato a riconoscere i pregiudizi di conferma, ma c’è comunque un punto oltre il quale non si riesce ad andare. È perché oltre una certa età ci si innamora delle proprie idee e dei propri modelli? Si è troppo innamorati di se stessi come ho già detto altrove [1]? Forse la molla narcisistica è accentuata in tutti noi?

Qualcuno ha risposto evidenziando che le persone tendono a ritenere come poco importanti le contro argomentazioni alle loro convinzioni selezionando in questo modo solo i dati sperimentali che consentono di confermare il proprio modo di pensare [2]. Si tratta di ciò che viene definito cherry picking. Altri, studiando il comportamento nei social network, hanno raccolto un gran numero di dati in base ai quali è possibile riconoscere nel comportamento di ognuno una selezione della propria echo chamber (camera dell’eco in cui risuona un solo modo di pensare) in modo tale da sentirsi al sicuro e protetti [3].

Sebbene non sia detto esplicitamente da nessuna parte, forse perché gli autori che ho citato non sono specialisti in biologia evolutiva (nemmeno io lo sono, ma su Facebook mi posso spingere oltre per innescare un dialogo con i miei lettori più esperti), mi sono convinto che un comportamento del genere, ovvero la creazione delle echo chambers, sia qualcosa di atavico legato alle epoche in cui l’essere umano si aggregava in micro società in cui tutti avevano come obiettivo comune la sopravvivenza del gruppo attraverso la protezione dei singoli individui della comunità. La trasposizione in chiave internettiana delle tribù primitive si traduce, quindi, nella cosiddetta polarizzazione che porta ognuno di noi a spegnere la razionalità su certi particolari argomenti e circondarsi solo di persone che la pensano come noi.

Si può fare qualcosa? Forse solo lo sviluppo culturale può contrastare una esigenza primordiale, ma occorre tempo e, per quanto ne posso capire io che esperto non sono, siamo ancora agli inizi.

Riferimenti
[1] https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1911049185783275:0
[2] https://phys.org/…/2017-01-facts-beliefs-identity-seeds-sci…
[3] W. Quattrociocchi et al 2016, Misunderstanding, Edagricoke

Nuove frontiere nella NMR in fase solida

Reading Time: 2 minutes

NMR in fase solida
Ho avuto l’onore di conoscere Lyndon Emsley in un’altra vita, quando ancora mi occupavo di risonanza magnetica nucleare in fase solida in alta risoluzione. Oggi mi occupo sempre di risonanza magnetica nucleare, ma sono passato alla rilassometria a ciclo di campo. Tuttavia, mi tengo, quando posso, sempre informato sulle ultime novità del mio vecchio campo di applicazioni. Ed ho appena letto di una trovata geniale di Lyndon Emsley per aumentare di circa 200 volte la sensibilità della spettroscopia di risonanza magnetica nucleare in fase solida per le analisi di superficie. In soldoni, l’aumento di sensibilità per le analisi di superficie viene effettuato trasferendo le informazioni dagli elettroni spaiati al nucleo. Tuttavia, quando il sistema da analizzare non contiene elettroni spaiati, come il silicio, la tecnica anzidetta non si può usare. Emsley ed il suo team hanno pensato bene di far assorbire sulla superficie solida di un sistema a base di silicio un diradicale contenente azoto ad una temperatura di circa -173 gradi centigradi. In questo modo il diradicale che risente della superficie su cui è assorbito, viene usato per trasferire le informazioni al nucleo del silicio il cui spettro NMR viene poi acquisito ed analizzato. La portata tecnologica di una tale trovata è notevole. Si possono fare esperimenti che di solito richiedono tempi lunghissimi (si parla di anni), in pochissime ore ed è possibile non solo investigare sistemi naturali contenenti silicio (per esempio il suolo) ma anche tanti catalizzatori. Si apre un mondo nuovo.

So di non essere stato chiaro e di aver utilizzato un linguaggio molto tecnico per i non addetti ai lavori e poco definito per gli addetti ai lavori. Mi scuso con tutti, ma il mio entusiasmo in merito a questa scoperta è veramente oltre ogni soglia ed avevo voglia di comunicarlo.

La notizia si trova qui: https://www.chemistryworld.com/…/solid-3d-n…/2500289.article

Il lavori originale è pubblicato su JACS una delle riviste chimiche più prestigiose.

Anche agli scienziati piace scherzare: lo strano caso del Dr. Bestiale

Reading Time: 2 minutes

Chi di voi non ha mai sentito parlare del Dottor Bestiale? Si tratta di uno scienziato che di nome fa Stronzo. Ebbene sì, si tratta dello Stronzo Bestiale coautore di tre lavori pubblicati su altrettante riviste di fisica e chimica fisica nel 1987. Potete scaricare i lavori ai riferimenti [1-3].

Non è difficile da comprendere, per noi che siamo Italiani, che il Dr. Stronzo Bestiale non esiste e non è mai esistito (quale genitore chiamerebbe il proprio figlio col nome di Stronzo?), sebbene la conferma della sua non esistenza tra il personale dell’Università di Palermo, istituzione in cui – in prima istanza – egli fu collocato, è venuta anche dal recentemente scomparso Prof. Melisenda, all’epoca Rettore dell’Università degli Studi di Palermo [4].

Si tratta di uno scherzo architettato da Hoover (uno dei coautori dei tre lavori) che nei riferimenti [4] e [5] racconta di come sia nata la cosa.

In breve, pare che egli tentasse da tempo di pubblicare senza successo una teoria innovativa in merito alla dinamica molecolare nelle condizioni di non equilibrio. Le sue ipotesi, però, erano così innovative per l’epoca che le riviste a cui il suo lavoro veniva inviato puntualmente ne rifiutavano la pubblicazione. In alcuni viaggi in aereo, Hoover ebbe modo di ascoltare le parole “stronzo” e “stronzo bestiale”. Dopo averne chiesto il significato a dei colleghi Italiani, decise di aggiungere il Dr. Stronzo Bestiale tra gli autori dei tre lavori che, stranamente, vennero accettati dalle riviste e pubblicati.

Egli stesso rimase colpito da questo fatto perché il suo scherzo riuscì ad evidenziare quelli che, nel linguaggio informatico di oggi, possono essere indicati come dei bug nel sistema dei processi di revisione dei lavori scientifici. In poche parole, negli anni Ottanta del XX secolo era possibile inventarsi dei nomi da mettere tra i co-autori e nessuno se ne sarebbe accorto.

Oggi sarebbe possibile una cosa del genere? In base alla mia esperienza, no. Non è possibile inventare dei co-autori di fantasia. I controlli, grazie a procedure identificative di vario genere (ORCID e ResearchID sono solo alcune di esse), sono veramente stringenti. Occorre essere una persona fisica realmente esistente perché un lavoro possa essere preso in considerazione da una qualsiasi rivista.

Intanto, però, il Dr. Bestiale è ancora lì e pare sia anche abbastanza citato.

Riferimenti

[1] http://www.williamhoover.info/Scans1980s/1987-3.pdf
[2] http://aip.scitation.org/doi/abs/10.1063/1.453402
[3] http://www.williamhoover.info/Monterey.pdf
[4] http://www.parolacce.org/…/the-true-story-of-stronzo-besti…/
[5] https://www.timeshighereducation.com/…/who-…/2016568.article

Anche agli scienziati piace scherzare: il caso del Dr. ter Tisha

Reading Time: 2 minutes

È vero. Avevo promesso che solo ogni tanto mi sarei dedicato agli scherzi degli scienziati. Tuttavia il mio amico Giorgio Castiglioni (se non lo conoscete potete dare una lettura alla sua pagina https://www.facebook.com/Mah-1529060910698693/) oggi mi ha informato di un caso veramente singolare del quale non si può tacere a lungo.

Sapete chi è Andre Geim? In realtà pochi lo sanno a meno di non essere del settore. Si tratta di un fisico russo che nel 2010 ha vinto il premio Nobel per i suoi studi sul grafene con la seguente motivazione:

“for groundbreaking experiments regarding the two-dimensional material graphene” [1].

Tuttavia, il Dr. Geim ha vinto un altro prestigioso premio nel 2000 [2]. Si tratta del famoso IgNobel assegnato agli scienziati che si sono distinti per gli studi più improbabili. Andre Geim ha vinto l’IgNobel grazie allo studio sulla levitazione delle rane. Gli esperimenti sulla levitazione gli hanno consentito di pubblicare, nel 2001, un lavoro su Physica B: Condensed Matter tra gli atti di un simposio dedicato alla ricerca sui campi magnetici [3]. Coautore di questo lavoro è il Dr H.A.M.S. ter Tisha. Di chi si tratta? Semplice. È il criceto (hamster) di nome Tisha che Andre Geim ha usato, assieme alle rane, per gli esperimenti sulla levitazione. Proprio un giocherellone, vero?

Nell’altra nota relativa agli scherzi degli scienziati [4] mi chiedevo se fosse possibile oggi mettere tra gli autori un fake. La mia risposta è stata un no convinto a causa dei rigidi controlli a cui siamo tutti sottoposti. Eppure nel 2001, ben quattordici anni dopo i lavori del Dr. S. Bestiale, un altro fake è apparso in letteratura. Come è possibile? Chi non è addentro al mondo scientifico non può saperlo, ma la pubblicazione degli atti di convegno non è soggetta a peer review, ovvero revisione, e non è necessario indicare i dati di tutti gli autori. Insomma, le maglie per pubblicare sono piuttosto larghe e un “criceto” è diventato uno scienziato.

Riferimenti

[1] http://www.nobelprize.org/…/…/laureates/2010/geim-facts.html
[2] http://www.science20.com/…/wacky_world_andre_geim_ig_nobel_…
[3] http://www.sciencedirect.com/…/article/pii/S0921452600007535
[4] https://www.facebook.com/RinoConte1967/posts/1923961591158701:0