Ormai i miei quattro lettori mi conoscono tutti e sanno che quando sono in vacanza non riesco a fermare i miei pensieri. Devo sempre mantenere il “motore” in movimento. Quindi, leggo oppure scrivo. Ma dal momento che mi sono imposto che in vacanza bisogna staccare dal lavoro, la scrittura è dedicata alle mie elucubrazioni che derivano da tante esperienze, tra le quali la navigazione in rete fa la parte del leone.
Come ormai avrete “intuito” sono ateo e mi sono iscritto a diversi gruppi Facebook in cui si tratta questo argomento. Confesso di non pensare molto bene della maggior parte di essi: non tanto per l’ignoranza che a volte vi si respira, quanto per una certa sesquipedale arroganza di fondo – gli stessi toni da sacerdoti di un credo diverso da quelli canonici, ma pur sempre un credo.
Recentemente, per esempio, mi sono imbattuto in un intervento che, con tutta la sua ingenuità grammaticale e concettuale (confondeva l’arte antica con il Medioevo, e si chiedeva se le arti si sarebbero potute sviluppare anche senza l’input religioso), mi ha fatto riflettere su qualcosa che va oltre il singolo episodio: la differenza tra un ateismo pensato e un ateismo semplicemente reagito.
Secondo me, quel genere di domanda, ovvero se l’arte sarebbe esistita anche senza la religione, è un sintomo di “disagio profondo” e non di semplice ignoranza. Tradisce, infatti, la ricerca ansiosa di una conferma dal proprio “gregge”, il bisogno di sentirsi dire “siamo noi i buoni/intelligenti, vero?” e si incastra in una dinamica che nei gruppi atei online vedo ripetersi spesso: l’appartenenza che si irrigidisce in identità, il pensiero critico che si sostituisce con un nuovo catechismo, l’etichetta “ateo” vissuta come un’immunità automatica dall’ignoranza. Quando il rifiuto del dogma diventa esso stesso un dogma incontestabile, non è più libero pensiero: è proselitismo con il segno cambiato.
In effetti credo che esistano, semplificando, due strade verso l’ateismo – anche se nella pratica raramente sono così nette.
La prima è una scelta culturale fatta in età adulta, dopo un percorso non banale: mettere in discussione l’impalcatura simbolica ereditata dall’infanzia, confrontarsi con la storia delle idee, la filosofia, la critica biblica o le scienze naturali, accettare la complessità e il vuoto esistenziale senza scivolare nel nichilismo. È un atto di maturità intellettuale, radicato nella responsabilità del singolo.
La seconda nasce invece da una delusione: la religione vissuta in modo utilitaristico, come distributore di conforto o risposte facili, che a un certo punto smette di funzionare. In questo caso non cambia il metodo di pensiero, cambia solo la “bandiera”: si passa dal tifo per una confessione al tifo contro di essa, mantenendo la stessa struttura mentale manichea – noi illuminati contro loro oscurantisti. Ed è proprio qui, quando manca il bagaglio storico e concettuale per distinguere la critica teologica dal valore storico e artistico del fenomeno religioso, che nascono le confusioni come quella della domanda da cui sono partito.
C’è poi una terza via, forse la più diffusa oggi: l’ateismo come semplice sfondo culturale, lo “stato di default” di chi cresce in un ambiente dove il sacro è già evaporato, senza percorso intellettuale né rottura traumatica.
Un conto, insomma, è l’ateismo come filosofia della conoscenza; altro è l’ateismo come reazione identitaria. Il primo arricchisce la mente e rispetta la storia dell’uomo; il secondo finisce per somigliare, in modo un po’ imbarazzante, proprio a ciò da cui dichiara di volersi liberare.
E sapete chi paga il conto di questo secondo tipo di ateismo – quello non sorretto da un vero percorso epistemologico? La scienza.
Chi non ha fatto la fatica di liberarsi davvero dai preconcetti religiosi, pur restando pervaso da una mentalità dogmatica, semplicemente cambia poltrona: dalla ricerca di verità assolute della religione passa alla ricerca di verità assolute “di tipo scientifico”. E così trasforma la scienza in una nuova religione. Ma non avendo capito che in ambito scientifico non esistono verità assolute e dogmatiche, scivola facilmente nelle pseudoscienze che quelle certezze, invece, le offrono eccome. L’omeopatia, per esempio, ha una risposta per tutto: non si spiegherebbe altrimenti come mai negli ultimi 250 anni sia rimasta identica a sé stessa, mentre il mondo scientifico e tecnologico cambiava e ci portava sulla Luna e su Marte.
In altre parole: quando l’ateismo non è sorretto da una cultura epistemologica – dalla comprensione di come la scienza funzioni davvero – la mente umana fatica a reggere il peso dell’incertezza, del limite, della complessità. E succede questo:
- Lo scientismo come surrogato religioso. La scienza viene caricata di un’aspettativa soteriologica, di salvezza. Non la si guarda più come un insieme di ipotesi falsificabili e modelli provvisori, ma come un’entità astratta (“La Scienza dice…”) che sostituisce il “Così sta scritto” delle Scritture. Si cerca la Verità Rivelata, immutabile e rassicurante – esattamente ciò che il metodo scientifico, per costruzione, non può dare.
- Il cortocircuito delle pseudoscienze. Il vero metodo scientifico procede per tentativi, dubbi, revisioni tra pari, probabilità: non offre il conforto dell’assoluto. Chi cerca risposte definitive e immediate, e resta deluso dal rigore della scienza, scivola facilmente nelle pseudoscienze o nell’esoterismo moderno che offrono proprio la struttura del dogma: spiegazioni semplici, verità rivelate da “guru”, la promessa di una salvezza personale.
- Il clima da “fine impero”. Nei periodi di decadenza o di forte transizione culturale, quando le grandi narrazioni tradizionali crollano e si abbassa il livello della formazione critica di massa, la società tende a polarizzarsi tra un razionalismo caricaturale (e spesso aggressivo) e il rifugio nel magismo e nel pensiero irrazionale. È la perdita di un baricentro culturale condiviso.
L’ateismo “superficiale”, disarmato di strumenti filosofici e storici, finisce così per alimentare esattamente il fenomeno opposto a quello che dice di combattere: non il trionfo della ragione, ma una nuova forma di credulità, in cui l’atto di fede cambia solo destinatario.


