7 domande ai firmatari della “Lettera aperta sulla libertà della scienza”

di Enrico Bucci e Pellegrino Conte

Quando un gruppo di oltre 50 ricercatori ha annunziato la firma di una lettera aperta in sostegno della libertà della scienza, siamo rimasti molto favorevolmente impressionati: finalmente – abbiamo pensato – in questi tempi bui di conformismo e pressioni per indirizzare, controllare e mortificare la ricerca scientifica nel nostro Paese, il mondo accademico si sta ridestando e sta facendo sentire la sua autorevolezza per la salvaguardia della libertà di pensiero.

Con grande stupore, invece, ci siamo accorti che il contenuto della lettera, lungi dall’essere una difesa del diritto costituzionale di investigare e comunicare i propri risultati senza limitazione alcuna, rappresenta un tentativo, peraltro maldestro, di proteggere una pratica pseudoscientifica quale è la cosiddetta agricoltura biodinamica.

Qui di seguito il testo completo della “Lettera aperta sulla libertà della Scienza”

Quest’anno, dal 15 al 17 novembre, l’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica ha promosso il 35° congresso dedicato a “Innovazione e ricerca, alleanze per l’agroecologia” presso il Politecnico di Milano, sotto il patrocinio, tra gli altri, dello stesso Politecnico, del Comune di Milano e della Regione Lombardia. Si tratta di un congresso cui partecipano rappresentanti di centinaia di aziende e, come relatori del settore agrario, anche docenti di università italiane, ricercatori di centri di ricerca italiani e stranieri oltre al vicepresidente della commissione ambiente del Parlamento europeo, Paolo de Castro (pure lui accademico) e una serie di rilevanti personalità.

A seguito della pubblicazione dell’evento, un gruppo di docenti dell’Università di Milano ha diffuso una lettera indirizzata al Rettore del Politecnico, al Sindaco e ad altri, con considerazioni pesanti contro l’agricoltura biodinamica e sollecitandoli a non portare i saluti all’apertura del congresso, in modo da non avallare con la loro presenza i contenuti dell’evento.

L’invito a intervenire al convegno, successivamente inoltrato ai firmatari della lettera da parte dell’Associazione per Agricoltura Biodinamica, è stato rifiutato.

Negli ambienti accademici sono state diffuse altre lettere, anche di non esperti nei settori scientifici in oggetto [ndr: Elena Cattaneo] , nelle quali si evita accuratamente di prendere in considerazione i risultati delle numerose sperimentazioni disponibili, mentre ci si attacca a frasi di testi di altri tempi, accomunando così la biodinamica a posizioni antiscientifiche, come quelle dei No-vax.

Premesso che nessuno di noi fa parte dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica e non ci interessa, in questo caso, entrare nel merito dei risvolti filosofici di questa associazione, dissentiamo profondamente da questo comportamento anzitutto perché denigra associazioni di agricoltori il cui modello di agricoltura, sensibile ai temi della salute e della sostenibilità, è comunque una realtà diffusa e riconosciuta istituzionalmente; in secondo luogo perché è scorretto nei confronti di quei colleghi, ottimi ricercatori italiani e stranieri anche di fama internazionale, competenti in materia, che senza pregiudizi hanno condotto ricerche sull’agricoltura biodinamica e biologica e pubblicato i risultati su riviste internazionali, anche di altissimo impatto (PLOS ONE, Nature).

 Chiunque abbia partecipato a congressi scientifici di qualsiasi disciplina sa che in essi vengono a volte presentate relazioni in disaccordo tra loro, che sollevano accesi dibattiti e discussioni; solo ricerche successive potranno stabilire quale sia la tesi corretta. Il compito della comunità scientifica è comunicare, dialogare, non disdegnare la pratica del dubbio, far circolare le idee e metterle alla prova con mente aperta e senza pregiudizi.

 L’approccio scientifico non sta nella scelta dell’oggetto, ma nel metodo che viene utilizzato. Il vero atteggiamento antiscientifico è semmai il dogmatismo di chi non vuole occuparsi di argomenti che ha personalmente condannato a priori come “ridicoli”.

 La comunità scientifica spesso lamenta il fatto di godere di scarso credito da parte della società civile. A nostro avviso questi comportamenti possono solo peggiorare la situazione, anche perché l’agricoltura biologica, in tutte le sue manifestazioni, continua a crescere con un ritmo inimmaginabile solo pochi anni fa e rappresenta uno dei pochi settori di successo del sistema agroalimentare italiano, così come aumenta il numero di uomini e donne di scienza interessati a studiarne meccanismi, processi e effetti sulla produzione e sull’ambiente.

 Oggi l’agricoltura, (integrata, di precisione, conservativa, biologica, biodinamica, agroecologica) ha il gravoso compito di nutrire il pianeta, di erogare servizi ecosistemici ed essere nello stesso tempo economicamente, ambientalmente e socialmente sostenibile. Il ruolo del mondo della ricerca è di fornire il supporto scientifico a questo importante percorso, senza sposare acriticamente posizioni di parte.

Per leggere le firme degli accademici che hanno concordato col testo su riportato basta leggere qui.

Dopo la lettura di un simile testo, alcuni interrogativi sono immediatamente occorsi ad entrambi. Ve li proponiamo nella speranza che qualcuno ci possa aiutare a trovare qualche risposta.

  1. I firmatari della lettera giocano continuamente di rimando tra agricoltura biologica e agricoltura biodinamica, accusando chi si oppone a quest’ultima di attaccarsi a frasi di testi di altri tempi. Lungi dall’essere priva delle vestigia di tempi passati, tuttavia, la biodinamica è definita da un disciplinare come una pratica che, integrando tutte quelle dell’agricoltura biologica senza modifiche, ad esse aggiunge l’influsso a distanza degli astri (specialmente quello lunare) e l’uso di alcuni preparati – tra cui anche il cornoletame – direttamente derivati dagli scritti di Rudolph Steiner, un esoterista del secolo scorso. Sono, quindi, i proponenti della biodinamica, non i suoi oppositori, che si aggrappano a scritti del secolo passato, così come fanno i proponenti di altre pseudoscienze quali l’omeopatia (che infatti ha molto influenzato la nascita della biodinamica). Dunque: dire che l’agricoltura biodinamica ha una sua ragion d’essere, significa ammettere che questi preparati esoterici e le rispettive pratiche magiche abbiano un effetto aggiuntivo rispetto alle pratiche diffuse in agricoltura biologica. Ma questo non è mai – e ribadiamo mai – stato accertato scientificamente. I motivi sono essenzialmente due: innanzitutto non è possibile sottoporre a controllo scientifico qualcosa di indefinito e non misurabile come le influenze astrali o altri effetti esoterici. In altre parole, quella che è la base teorica della biodinamica, laddove essa si differenzia dall’agricoltura biologica, non è sottoponibile a test scientifici. Inoltre, come dimostrato in tutte le più recenti analisi della magra letteratura disponibile sul tema (ovvero di quella in cui si parla esplicitamente dell’uso di preparati biodinamici), anche gli effetti, che in assenza di magia ed esoterismo potrebbero ancora essere addebitati a qualche “variabile sconosciuta”, scompaiono completamente se si paragona il trattamento biodinamico con il trattamento di controllo opportuno (per esempio, con un campo condotto in regime biologico concimato con uguale o superiore quantità di concime organico). Quindi chiediamo: di quale agricoltura realmente parlano i firmatari della lettera, quando usano il termine biodinamico?
  2. I firmatari della lettera accusano chi si oppone alla biodinamica di denigrare le associazioni di agricoltori il cui modello di agricoltura, sensibile ai temi della salute e della sostenibilità, è comunque una realtà diffusa e riconosciuta istituzionalmente. Tuttavia, compito della scienza è specialmente stabilire cosa sia falso (oltre che cosa sia vero almeno in via provvisoria); per questo, essa si fonda su un metodo che è in grado di limitare i nostri bias cognitivi quando proviamo ad acquisire conoscenza. Lo scienziato non si cura del fatto che molte aziende abbiano adottato un certo tipo di modello di produzione, giacché quest’ultimo, per esempio, potrebbe essere spinto puramente da ragioni di mercato, rinforzate dal messaggio del marketing al consumatore finale che, nel consumare biodinamico, parteciperebbe al benessere del pianeta insidiato dall’agroindustria speculativa (sono così sfruttati i cosiddetti bias emotivi nell’acquirente finale). L’etica dello scienziato consiste nel rifiutare ciò che è dimostrabilmente infondato o non provato; e se questo in ipotesi richiedesse la denuncia di una speculazione di mercato fondata su menzogne o su mezze verità, lo scienziato avrebbe il dovere di far sentire la sua voce, senza scartare di lato per non perturbare le vendite. Per questo chiediamo: se le maggiori associazioni di categoria in un determinato settore dovessero sostenere con false ragioni la superiorità di un certo modo di coltivare, aumentando i prezzi per il consumatore finale, utilizzando più suolo per ottenere la stessa produzione e fornendo prodotti che non sono superiori a quelli ottenibili con altri mezzi, la denuncia di questa pratica sarebbe denigrazione, o non piuttosto il campanello di allarme per bloccare l’ennesimo sfruttamento di una pseudoscienza per fini commerciali?
  3. I firmatari della lettera accusano gli oppositori della biodinamica di scorrettezza, perché nel chiedere che un’istituzione scientifica non legittimi una pseudoscienza, si colpirebbero ingiustamente quei colleghi, ottimi ricercatori italiani e stranieri anche di fama internazionale, competenti in materia, che senza pregiudizi hanno condotto ricerche sull’agricoltura biodinamica e biologica e pubblicato i risultati su riviste internazionali, anche di altissimo impatto (PLOS ONE, Nature). Ora, vorremmo innanzitutto sottolineare che, a dar retta per esempio ad uno dei firmatari (Gaio Cesare Pacini, professore associato di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso l’Università̀ di Firenze), dal 1990 ad oggi è possibile reperire al massimo (cioè essendo di manica larga) non più di 147 pubblicazioni scientifiche sul tema; questo numero è inferiore a quello che anche singoli ricercatori riescono a pubblicare nel corso della loro carriera, figuriamoci se basta a costituire un supporto scientifico di rilievo per una pratica che, se confermata nei suoi risultati, mostrerebbe addirittura l’efficacia di succussione, energie astrali, influenze cosmogoniche e altri esoterismi (oppure dimostrerebbe che vi è qualcosa di completamente sconosciuto alla scienza, in grado per esempio di far funzionar meglio il letame di vacca se trattato e applicato in certi modi). In ogni modo, per poter esprimere un giudizio su quanto sostengono vorremmo chiedere ai firmatari della lettera: quali sono le pubblicazioni scientifiche, di stretta pertinenza della biodinamica, che ne dimostrino la miglior efficacia in studi possibilmente in cieco, ma in cui certamente i controlli siano scelti nel modo più appropriato (cioè eliminando dal controllo solo ed esclusivamente le pratiche biodinamiche)? Ed in particolare, quali sarebbero gli studi pubblicati su Nature, visto che, senza dubbio per la nostra imperizia, non siamo riusciti a reperirne nessuno sul sito della rivista?
  4. Nel prosieguo della lettera, si pretende di dare la seguente lezioncina a chi si oppone alla pseudoscienza biodinamica: Chiunque abbia partecipato a congressi scientifici di qualsiasi disciplina sa che in essi vengono a volte presentate relazioni in disaccordo tra loro, che sollevano accesi dibattiti e discussioni; solo ricerche successive potranno stabilire quale sia la tesi corretta. Il compito della comunità̀ scientifica è comunicare, dialogare, non disdegnare la pratica del dubbio, far circolare le idee e metterle alla prova con mente aperta e senza pregiudizi. Ci si dimentica però che il disaccordo in ambito scientifico è tipicamente confinato non al metodo scientifico e ai dati sperimentali, ma semmai alla loro interpretazione, quando esistano spiegazioni plausibili di paragonabile potere esplicativo che siano in concorrenza fra loro; invece, sul perché la biodinamica dovrebbe funzionare non esistono nemmeno ipotesi – a meno di non voler prendere per buone le farneticazioni di Steiner – e i dati in supporto della superiorità su qualunque parametro ragionevole sono perlomeno fragili, se devono essere ricercati in un massimo di 147 pubblicazioni, delle quali non tutte discutono davvero di biodinamica. Dunque, chiediamo di sapere: quale sarebbe il dibattito acceso, ed in particolare su quali argomenti dovrebbe vertere, giacché, almeno per il momento, non esiste teoria scientifica alla base del funzionamento della biodinamica, né una sufficiente mole di dati per supportare una qualunque discussione degna di nota?
  5. I firmatari della lettera ci ricordano poi che L’approccio scientifico non sta nella scelta dell’oggetto, ma nel metodo che viene utilizzato. Per questo, rifiutare l’indagine su certi argomenti sarebbe segno di dogmatismo. Si tratta tuttavia di un non sequitur: infatti, sebbene possiamo essere ben d’accordo sulla prima parte di questa affermazione – ed anzi, chiediamo proprio che ogni teoria agronomica sia sottoposta al vaglio del metodo sperimentale – tuttavia, dall’assunzione di un rigoroso sperimentalismo non discende affatto che ogni ipotesi, per quanto balzana, sia sottoponibile all’analisi scientifica o sia degna di essere scrutinata. Dalla teiera di Russel in poi, tutti sappiamo che la ricerca scientifica si occupa innanzitutto di controllare ipotesi razionali. Queste discendono o dalla raccolta di fatti coerentemente osservabili oppure per derivazione da teorie scientifiche già consolidate; invece il processo di formulare ipotesi a caso e poi pretendere che siano sottoposte al vaglio sperimentale è il modo tipico di procedere degli avversari della scienza, che accusano i ricercatori di dogmatismo per il semplice fatto di non voler fare uso di una simile fallacia logica. Chiediamo quindi ai firmatari della lettera: chi sono i veri dogmatici, coloro che rifiutano di argomentare su teorie non scientifiche e in assenza di dati sperimentali, oppure coloro che, pur di difendere ad ogni costo delle fantasie intrise di pensiero magico, sono disposti ad inventare continuamente nuove ipotesi ad hoc, cercando di mantenere vivo un dibattito senza senso?
  6. Ancora, i firmatari ricordano che l’agricoltura biologica, in tutte le sue manifestazioni, continua a crescere con un ritmo inimmaginabile solo pochi anni fa e rappresenta uno dei pochi settori di successo del sistema agroalimentare italiano, così come aumenta il numero di uomini e donne di scienza interessati a studiarne meccanismi, processi e effetti sulla produzione e sull’ambiente. Di nuovo, per non affrontare il tema imbarazzante della biodinamica, ci si rifugia nella più confortevole e per certi versi razionale categoria del biologico; ma con questa logica, potremmo parlare di agricoltura tout-court negli stessi termini degli autori della lettera, senza nemmeno preoccuparci di indicare quella biologica. Tuttavia, qui ci interessa chiedere ai firmatari della lettera: in che cosa il successo dell’agricoltura biologica nel sistema agroalimentare italiano dovrebbe rappresentare un criterio di verità scientifica utile per definire l’agricoltura biodinamica, e non piuttosto lo specchio di una ottima operazione di marketing e propaganda, che ha portato al successo di certi prodotti presso il consumatore? Da quando in qua si stabilisce la fondatezza scientifica di una pratica, attraverso il numero di consumatori finali o il numero di aziende in essa impegnate?
  7. Per finire, i firmatari della lettera chiudono con un elogio dell’agricoltura, laddove scrivono che Oggi l’agricoltura, (integrata, di precisione, conservativa, biologica, biodinamica, agroecologica) ha il gravoso compito di nutrire il pianeta, di erogare servizi ecosistemici ed essere nello stesso tempo economicamente, ambientalmente e socialmente sostenibile. Il ruolo del mondo della ricerca è di fornire il supporto scientifico a questo importante percorso, senza sposare acriticamente posizioni di parte. Non potremmo essere più d’accordo, ma agli autori chiediamo: su quale base si è stabilito che la biodinamica – senza fare confusione con altre pratiche – sarebbe in assoluto la pratica più sostenibile, conveniente e sufficiente a sfamare il pianeta, vista la scarsità di pubblicazioni, la base pseudoscientifica e i dati che indicano esattamente il contrario?

32 risposte a “7 domande ai firmatari della “Lettera aperta sulla libertà della scienza””

  1. Prof. Conte,
    Secondo me esiste una sorta di correlazione tra necessità di trattamento chimico e grado di “selvatichezza” della frutta. Mi spiego: nel mondo delle prugne si passa dal prugnolo, spontaneo, selvatico, alle prugne che mangiavo da piccolo, grosse come mele, delicatissime, destinate solo all’uso domestico, non commerciabili. Credo che non esistano più.
    In mezzo stavano le San Lorenzo, le palle di montone (in dialetto borsa ‘d brecc, simili alle california, molto più grosse). E’ come se esistesse un grado di fragilità biologica variabile nelle diverse cultivar. I trattamenti richiesti da ogni varietà erano molto variabili, sempre critici. Da almeno sessanta anni non mangio pere butirre e mele “rosa” (pammros, in dialetto modenese). Semplicemente non ci sono più contadini che sappiano coltivarle.
    Il problema del biologico è che trascura tutte le varietà più delicate, perché rinuncia ai fitofarmaci. C’è un rischio reale di perdere frutta deliziosa, perché si rinuncia agli strumenti chimici per farla resistere a una molteplicità di aggressori. Stesso pericolo per le olive la cui capacità di resistenza alla mosca varia con il cultivar. Da me le olive più adatte alla salamoia richiedono più attenzioni, forse perché sono più grosse delle olive da frantoio.
    E’ in grado il biologico di preservare la mirabile varietà di prodotti che i contadini ci hanno lasciato in eredità? Su questo non bisogna scherzare, perché una cultivar persa non si recupera. I bio si assumono la responsabilità di ridurre la varietà delle specie coltivate. Infatti i mercati bio esibiscono solo poca roba.

    1. Beh caro Camillo,
      Quello che lei scrive si può riassumere dicendo che le piante domesticate sono quanto di più lontano sia dalla “natura”. In altre parole, senza l’intervento umano sono destinate all’estinzione. Proprio oggi leggevo un articolo su Nature in merito ai danni che fa l’agricoltura biologica all’ambiente. Glielo allego a questo link: https://www.nature.com/articles/s41586-018-0757-z Mi faccia sapere se riesce a scaricarlo, altrimenti glielo invio al suo indirizzo e mail

      1. @Pellegrino Conte
        Grazie Professor Conte, l’ho scaricato e più tardi lo leggerò.
        So per esperienza che cura si deve avere per indurre un ciliegio a produrre buoni frutti e abbondanti. Immagino che il suo antenato selvatico avesse solo bisogno del suolo dove mettere radici. Nel bosco di Tirrenia crescono meli selvatici, che producono frutti commestibili anche se aspri, non confrontabili con le sofisticate Melinda. I bio vogliono mele selvatiche o Melinda?
        Le colture che hanno accompagnato la storia dell’umanità sono un valore prezioso da trattare con cura e competenza.

        1. Grazie a lei per questo confronto. Mi fa molto piacere discutere con un chimico che ha un background culturale molto vasto come il suo.

  2. Lei scrive:
    l’agricoltura biologica (che da un bel po’ di anni è al centro dell’agenda politica della Comunità Europea) è una delle tante pratiche agricole sostenibili. “Sostenibile” vuol dire che si cerca di conservare la fertilità del suolo in modo tale da lasciare alle generazioni future la risorsa suolo adatta ancora alla produzione alimentare.
    Non posso essere d’accordo. Proprio oggi leggo su Venerdì di Repubblica di questa settimana un’osservazione del Prof. Luigi Mariani dell’Università di Milano: “Entrambi i metodi di coltivazione [biologico e biodinamico] sembrano fertilizzare troppo poco, deprivando progressivamente il terreno di azoto, fosforo e potassio, il che solleva dubbi sull’obiettivo di arrivare a una fattoria-organismo, che funzioni senza apporti esterni.
    La rinuncia all’uso dei concimi di sintesi porta fatalmente all’impoverimento di un terreno agricolo e alla sua devitalizzazione. In ogni caso il costo dell’azoto bioassimilabile prodotto per sintesi è infinitamente inferiore a quello dell’azoto introdotto da scarti di produzione (sovescio, rotazione delle colture e che so altro). Consideri che 25 kg di nitrophoska costano meno di 30 euro. Quanti quintali di sovescio e quanto lavoro servono per produrre l’azoto, il fosforo, il potassio di un chilo di concime chimico?
    Solo quando (metà ottocento circa) si è cominciato a importare fosforiti dal Marocco e nitrati dal Cile, le famiglie contadine sono state in grado si produrre vegetali d’uso dallo stesso appezzamento di terreno per un tempo indefinito. Prima praticavano un biologico inconsapevole, patendo la fame.

    1. Gentile Camillo,
      innanzitutto grazie per i suoi commenti. Tuttavia non posso non notare che lei fa riferimento ad un’intervista al Prof. Mariani su Il Venerdì di Repubblica che non mi pare possa essere annoverato tra i giornali scientifici autorevoli. Comincio col dire che è vero che la comunità Europea stanzia fondi per l’agricoltura biologica dietro cui si nasconde anche la biodinamica con le sue pratiche esoteriche. Se è curioso basta andare sul sito della EU al seguente link: https://ec.europa.eu/agriculture/organic/index_en e da lì navigare per vedere quanti e quali progetti sono stati finanziati proprio per studiare l’agricoltura biologica. Per quanto riguarda le sue critiche in merito al fatto che l’agricoltura biologica non sia sostenibile sotto il profilo ambientale, posso dirle che la sua opinione contrasta con quanto riportato in letteratura. Per esempio in Kirchmann & Bergström (2007) Do organic farming practices reduce nitrate leaching? Communications in Soil Science and Plant Analysis (https://doi.org/10.1081/CSS-100104101) è scritto che “Organic farming systems had on average a lower N input and more legumes in rotation. Average leaching of NO3-N from organic farming systems over a crop rotation period was somewhat lower than in conventional agriculture” ed aggiungono che “If the different input intensities of N between organic and conventional systems were taken into account and corrected for, no differences in leaching losses between systems were found”. Tuttavia, notano anche che “Reduction of nitrate leaching is not a question of organic or conventional farming, but rather of introduction and use of appropriate counter-measures”.
      In Tuomisto & al. (2012) Does organic farming reduce environmental impacts? – A meta-analysis of European research, Journal of Environmental Management, 112: 309-320 si riporta che “The results show that organic farming practices generally have positive impacts on the environment per unit of area, but not necessarily per product unit” e notano come “Organic farms tend to have higher soil organic matter content and lower nutrient losses (nitrogen leaching, nitrous oxide emissions and ammonia emissions) per unit of field area. However, ammonia emissions, nitrogen leaching and nitrous oxide emissions per product unit were higher from organic systems. Organic systems had lower energy requirements, but higher land use, eutrophication potential and acidification potential per product unit”. Che è in netto contrasto con le dichiarazioni, prive di riferimento, del Prof. Mariani. In ogni caso basta mettersi on line e cercare i vantaggi/svantaggi dell’agricoltura biologica vs l’agricoltura convenzionale per vedere che non è esattamente vero quello che ha letto su Il Venberdì di Repubblica. Per quanto riguarda la sostenibilità economica del biologico posso essere anche d’accordo con lei, ma in questa sede non si sta discutendo di costi, bensì di scienza e si critica la componente esoterica della biodinamica di cui tutti sanno ma che tutti fanno finta che non esista.

      1. Sono sincero, non conosco esattamente cosa recitino i disciplinari nazionali ed europei sul biologico.

        MI pare, tuttavia, correggetemi se sbaglio, che abbiate (Camillo e Rino) preso solo un aspetto della questione : quello della fertilizzazione dei terreni.

        Il biologico attuale se non sbaglio prevede fra le altre cose il divieto degli ogm, il divieto di gran parte dei fitofarmaci moderni e di contro l’impiego di Verderame.

        Sarà anche vero come dimostrano gli Studi Scientifici più accreditati che attraverso questa pratica si riesca a mantenere il suolo più fertile ma è anche vero, che a parità di produzione si è costretti ad utilizzarne tra il 20 ed il 30% in più. Discorso ancora più “oscuro” per quanto concerne la maggiore salubrità dei prodotti (vero motore del marketing attuale) e per i costi di produzione ingenerale.

        Faccio una semplice domanda da dilettante:
        non si potrebbero combinare gli aspetti positivi delle pratiche cosiddette sostenibili per ottenere il meglio dai processi agricoli-produttivi?
        E’ possibile che debba finire sempre in una sorta di guerra di religione?
        La biodinamica non merita, invece, nessun commento. Mi sento male solo a pensarla.

        Ps: Ciao Camillo, è un piacere vederti da queste parti

        1. Caro Sandro,
          Tu sai cosa pensò realmente del biologico puro (lasciamo perdere il biodinamico che è solo magia). In realtà l’agricoltura moderna è quella che fa uso delle tecniche più efficienti per conservare le proprietà dei suoli. Non è un caso che non bisognerebbe parlare di agricoltura biologica o tradizionale, bensì di agricoltura conservativa di cui trovi un po’ di cose qui https://terraevita.edagricole.it/macchine-agricole-trattori/agricoltura-conservativa-fa-rima-con-sostenibilita/

        2. @Sandro
          Piacere di incontrarti qui.
          Ho esperienza diretta di bio, in quanto a Tirrenia ho dato in comodato parte di un terreno destinato ad orto con debita autorizzazione da parte del comune di Pisa. Lo conducono per hobby una biologa dipendente del CNR di Pisa e suo fratello, laureato in agraria. Per sfida hanno voluto applicare il bio, rinunciando a input chimici. Il risultato è che l’appezzamento è diventato un allevamento di cimici verdi e brune, bruchi, insetti nocivi di ogni tipo. I due tentano di lottare con macerato di ortica e altri intrugli che preparano da soli, credo a base di piretro e nicotinoidi. I pomodori e i fagilini verdi sono mangiati dalle cimici, di vari colori e dimensioni. Si salvano alla meglio il cavolo nero e la bietola.
          C’è un danno collaterale, consistente nel fatto che gli insetti vanno a invadere i campi altrui.
          Il problema del rispetto per i vicini si pone anche a San Gimignano, dove ho un uliveto. E’ norma di buon vicinato irrorare le piante in agosto contro la mosca olearia. Si cerca di raggiungere una sorta di effetto gregge, agendo in sincronia in tutta l’area. Se l’intervento fosse a macchia di leopardo risulterebbe inutile. Per fortuna da quelle parti nessun olivicoltore è di passione bio, almeno tra quelli che conosco. Per concludere, il bio va bene a chi non ha bisogno di campare di quello che produce. Ci sono colture delicatissime; le mele cotogne cadono tutte, se non sono trattate. In compenso il fico non ha bisogno di nulla.
          Ora ti saluto e saluto tutti

      2. @Pellegrino Conte
        Riporto per esteso quanto ho letto su Venerdì di Repubblica, dato che si fa riferimento a uno studio scientifico rintracciabile.
        Uno dei migliori studi di confronto disponibili è il trial Dok, condotto nel 1978 dal Research Institute of Organic Agriculture svizzero, coltivando terreni simili in modo convenzionale, biologico e biodinamico: mentre il convenzionale è risultato produrre un 20 % in più, ma con una perdita di circa il 25 % di humus del suolo, rispetto biologico e biodinamico, fra queste due non sono state rilevate differenza in termini di resa. Entrambi i metodi di coltivazione sembrano invece fertilizzare troppo poco, deprivando progressivamente il terreno di azoto, fosforo e potassio, il che solleva dubbi sull’obiettivo biodinamico di arrivare a una fattoria organismo, che funzioni senza apporti esterni.
        L’articolo è firmato da Alex Saragosa, 7 dicembre 2019

        1. Gentile Camillo,
          credo che uno studio del 1978 sia un po’ datato. In 40 anni sono stati fatti passi da gigante in termini di sviluppo di tecniche agricole. Tralasciamo il biodinamico. In quanto pratica magica non è neanche da prendere in considerazione. Sul biologico ci sarebbe da argomentare in termini di ammontare di suolo da utilizzare per produrre quantità di alimenti paragonabili a quelli di una agricoltura intensiva. Anche chi difende il biologico perché migliorerebbe la biodiversità, legge solo quello che gli piace. Lavori piuttosto recenti (Winqvist et al. Ann. N.Y. Acad. Sci., 2012, 1249: 191–203; Gabriel et al. Journal of Applied Ecology 2013, 50: 355–364; Rundlöf et al. Effects of Organic Farming on Biodiversity. In: eLS. John Wiley & Sons, Ltd: Chichester. 2016, DOI: 10.1002/9780470015902.a0026342) dimostrano che le affermazioni degli ortodossi sono quanto meno troppo ottimistiche. Come ho scritto a Sandro, attualmente bisognerebbe parlare di agricoltura conservativa di cui può leggere qui: http://www.fao.org/conservation-agriculture/en/

  3. Se al mattino mi alzo, mi lavo il viso sprecando poca acqua e vado al lavoro a piedi per non inquinare l’ambiente sono ‘biologica’.
    Se al mattimo mi alzo, leggo l’oroscopo che dice che avrò una giornata lavorativa eccellente e per arrivare prima in un ufficio dimentico di lavare il viso e uso l’auto sono ‘biodinamica’.
    Spero si colga l’ironia sulla differenza tra biologico e l’assurdità della parola stessa biodinamica. Un agricoltore biologico serio studia, studia, studia, studia e studia l’interazione tra vegetali e ambiente. Posso capire che studi la metereologia e le previsioni del tempo, non l’oroscopo! Non ha bisogno di leggere l’oroscopo e di fare il ‘diverso’ con parole diverse. Se poi si fa riferimento a Steiner e all’antroposofia, beh…roba ritrita, si sa che i ciarlatani ripescano dal cestino dell’immondizia tutto quello che la Scienza ha già buttato in quanto inutile e inefficace.

      1. Per amor di verità, nel nome usato non c’è nessuna ironia, la psicobiologia è una Scienza seria, come la chimica e la medicina, oppure non ho capito io la risposta. Ma se vuole un nome, eccomi. Cordialità.

        1. No, non conosco la psicobiologia. È la prima volta che ne sento parlare. Grazie per avermi fatto notare questa branca che non conoscevo

          1. Di nulla, è un piacere. La Treccani rende il senso, la psicobiologia è una Scienza di sintesi che collega tra loro le Scienze, considerando ogni essere vivente non solo individualmente ma come interagente con quanto lo circonda. E’ l’approccio dell’olismo, un individuo o un evento è un fenomeno emergente ovvero più delle singole parti di cui è composto, pertanto deve appoggiarsi a tutte le scienze collegate, con rigore e metodo scientifico. Per stare in tema di pseudo-cose, purtroppo anche noi, che ce ne occupiamo scientificamente, dobbiamo denunciare ogni giorno i truffatori e ciarlatani del nostro settore, i cd. operatori olistici, proprio come voi nell’ambiente chimica e medicina dovete combattere ogni giorno contro le assurdità degli omeopati e via dicendo. Per quanto mi riguarda, denunciare chi rifiuta il metodo scientifico è parte essenziale del mio lavoro e mi troverete sempre a sostenere le battaglie per la razionalità e l’intelligenza contro la stupidità attualmente di moda.

  4. Difendere scientificamente una operazione di marketing è difficilissimo. Anzi impossibile.
    Provate voi a dimostrare che la benzina ESSO ” Mette una tigre nel motore”.
    Lo stesso per chi produce ” con solo grano italiano” e così via.
    Questa è la prima cosa che ti insegnano.
    Il marketing si basa su regole semplici e la prima è quella del ” valore aggiunto”.
    Non puoi competere per il prezzo?
    Trova il tuo valore aggiunto.
    Prova ne sia che è allo studio un “bollino verde” supplementare da aggiungere alla fogliolina europea, per superare i prodotti della grande distribuzione che si è organizzata per occupare anche quella ” nicchia” di mercato.
    Il marketing è più semplice del metodo scientifico ma se lo ingoia tutto intero.

  5. Io penso che un convegno sulla biodinamica sia uno dei modi possibili per provare a rispondere alla vostra ultima domanda, la più importante delle 7. E’ molto probabile che non siano uscite risposte per il momento. Ma è anche vero che se non si prova a fare qualche esperimento, difficilmente avremo pubblicazioni in numero sufficiente per poter dire qualcosa di definitivo. Al momento ci sono pochi studi per cui il giudizio non può che essere sospeso. C’è tuttavia un set di esperimenti che dura da una decina d’anni e limitato alla sola viticoltura di qualità ( quindi nulla a che vedere con lo sfamare il pianeta ) svolto all’Università di Geisenheim, di cui avrete certo sentito parlare; tale esperimento fornisce risultati interessanti sui quali, secondo me, vale la pena continuare ad indagare. Aggiungo che – in base alla mia esperienza – chi pratica la biodinamica, almeno in viticoltura, si fa beffe di tutta la parte esoterica ( e meno male ), ma cerca solo di migliorare la propria produzione: ecco perché sarebbe bene che la comunità scientifica se ne occupasse, anche perché i contadini non hanno tempo, competenza e risorse per scrivere articoli su Nature.

    1. Intanto grazie per questo commento. Però se è vero quello che dice, cioè che “chi pratica la biodinamica, almeno in viticoltura, si fa beffe di tutta la parte esoterica” allora non si può parlare di biodinamica propriamente detta, ma di biologico su cui esistono lavori in letteratura. A questo punto che senso ha fare esperimenti se non c’è la componente esoterica che è la base della biodinamica?

      1. Secondo me no. La biodinamica non è una scienza o un sistema filosofico; è una pratica, così come l’agricoltura. Se in fisica abolissi il secondo principio della termodinamica, cadrebbe tutta la costruzione. Se in biodinamica me ne frego dell’esoterismo e dei deliri di Steiner, quella rimane sempre biodinamica. La biodinamica non esiste a priori, ma solo nella pratica; esiste laddove c’è un contadino che la pratica. Il biologico non può essere assimilato alla biodinamica, perché, almeno fino a pochi anni fa, non mette il suolo al centro delle sue pratiche, come fa la BD. Quindi l’unica cosa che la comunità scientifica può fare, se ha interesse, tempo e risorse, è progettare ed eseguire degli esperimenti così come hanno fatto a Geisenheim. Per esempio si scoprirebbe che non c’è bisogno di mettere i preparati nel corno di vacca… E via discorrendo.

        1. Gentile Fabio, l’agricoltura è una pratica, è vero. Ma nel momento stesso in cui miglioro la produzione agricola utilizzando le conoscenze scientifiche, si può dire che la pratica fa uso della scienza, ovvero che rendo “scientifica” la pratica. Tanto per fare un esempio banale, l’azoto è un elemento indispensabile per gli organismi viventi. Grazie al processo Haber-Bosch, oggi si possono sintetizzare concimi contenenti azoto a partire dalla molecola di azoto che è disponibile a basso costo. Quindi, risolvo il problema della carenza di azoto nei suoli, fornendo azoto in un certo modo. In altre parole, rendo “scientifica” quella che lei ha definito solo una pratica. Nel momento stesso in cui lei mi dice che i viticoltori se ne fregano della parte esoterica di Steiner (sono d’accordo quando dice “Per esempio si scoprirebbe che non c’è bisogno di mettere i preparati nel corno di vacca”), lei mi sta dicendo che danno importanza al portato biologico delle regolamentazioni della biodinamica. Non dimentichiamo che la biodinamica è regolamentata. In altre parole fa uso a piene mani di quelle che sono le pratiche biologiche. Se lei non fa uso dell’oroscopo, se lei non fa uso della agro-omeopatia, allora, mi scusi, qui stiamo giocando con le parole. Non può chiamare “biodinamica” una pratica da cui ha eliminato la parte esoterica prendendo in considerazione solo quella che funziona e che appartiene alla pratica dell’agricoltura biologica. Mettiamoci d’accordo: cosa è biodinamica e cosa è agricoltura biologica? Peraltro questa è una delle 7 domande alla quale lei non sta rispondendo. Le contesto anche la sua affermazione: “Il biologico non può essere assimilato alla biodinamica, perché, almeno fino a pochi anni fa, non mette il suolo al centro delle sue pratiche, come fa la BD”. Questa è una sciocchezza. E lo sa perché? semplicemente perché l’agricoltura biologica (che da un bel po’ di anni è al centro dell’agenda politica della Comunità Europea) è una delle tante pratiche agricole sostenibili. “Sostenibile” vuol dire che si cerca di conservare la fertilità del suolo in modo tale da lasciare alle generazioni future la risorsa suolo adatta ancora alla produzione alimentare. Ma il termine sostenibilità si applica anche all’agricoltura intensiva. E’ finito il tempo degli agricoltori che producono senza preoccuparsi di conservare la risorsa da cui traggono sostentamento. Considerando il fatto che la popolazione mondiale è in aumento e che il suolo deve essere usato sia per la logistica che per la produzione alimentare, ne viene che l’agricoltore che non pratica una agricoltura sostenibile, intensiva che sia o meno, è destinato al fallimento.

          1. Grazie per le risposte esaustive. Continuo a seguirla qui. Buon lavoro.

          2. l’agricoltura biologica (che da un bel po’ di anni è al centro dell’agenda politica della Comunità Europea) è una delle tante pratiche agricole sostenibili.
            Non posso essere d’accordo sulla sostenibilità della coltura biologica, in quanto depriva progressivamente il terreno di azoto, fosforo e potassio, non reintegrabili con semplici pratiche biologiche. Serve nitrophoska o qualsiasi altro concime di sintesi; una confezione di 25 kg costa meno di 30 € è di pronta applicazione.

        2. Alla già completa risposta di Conte aggiungerei solamente, al fine di contribuire a definire la biodinamica, che oggi il termine è con forza rivendicato dalla internazionale Demeter, società che ha depositato la parola come marchio registrato un po’ in tutto il mondo. La società in questione detta i disciplinari in maniera rigorosa, consentendo o vietando impiego di determinati prodotti chimici ( sono ad esempio consentiti i metabisolfiti nella produzione enologica), ma al tempo stesso mantenendo pratiche che i disciplinari definiscono obbligatorie onde poter beneficiare della dizione “biodinamico” che sono tuttora direttamente mediate dai dettati di Steiner, senza che nessuno dia ad intendere di considerarli deliri.
          Leggasi ad esempio, nel documento on-line in lingua italiana sullo standard di produzione 2017 in agricoltura, relativamente ai concimi:
          “Essi sono una parte integrante fondamentale e non sostituibile dell’agricoltura biodinamica, perciò le Norme
          Direttive DEMETER ne impongono l’uso obbligatorio.
          I preparati vengono allestiti nell’azienda agricola utilizzando organi vegetali (ad esempio fiori di camomilla,
          corteccia di quercia triturata e tarassaco), letame bovino o farina di quarzo ed interrando questi, dopo averli
          avvolti in involucri di origine animale, per almeno sei mesi nel suolo. Quando il processo di allestimento è
          concluso, gli involucri costituiti da organi animali vengono separati dai preparati e consegnati a norma di
          legge agli impianti di smaltimento delle carcasse animali.
          Le quantità usate di preparati nel caso dei preparati da spruzzo corrispondono a 50-300 g/ha (cornoletame),
          a 2,5-5 g/ha (cornosilice) e a 1-2 cc dei preparati da cumulo per 10 mc di composto o di letame/liquame.”
          ..omissis..
          “Gli involucri di origine animale usati, hanno la funzione di concentrare
          durante il processo di allestimento le forze vitali costruttive e plasmatrici che provengono dal cosmo nella
          sostanza che è contenuta in quel determinato organo.”
          …omissis..
          “Tramite questo specifico metodo di preparazione, viene originato l’immateriale potenziale di forze dei
          preparati. Il modo in cui essi agiscono può essere paragonato a quello dei medicinali omeopatici.”
          Secondari sono i miei dubbi sulla legittimità, ai fini delle leggi sanitarie in agricoltura, dell’interramento di parti di carcasse prima dello smaltimento, più pregnante l’evidenza della diretta derivazione steineriana, che in un’agricoltura ormai condizionata da diritti, disciplinari, brevetti e marchi utilizzabili solo dietro pagamento di profumate royalties, risulta fondante e non opzionale per la definizione di agricoltura biodinamica.

          1. Più chiaro di così…mi sembra, quindi, fuor di dubbio che per poter essere certificati occorre usare pratiche magiche. Grazie 🙂

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