Dopo aver lasciato il Professor Boyle, mi reco a Parigi, in una primavera inoltrata di un anno qualsiasi della seconda metà del Settecento. Entro in un salone elegante, illuminato da candelabri e impreziosito da cristalli, dove incontro un uomo in giacca di velluto che sembra appena uscito da un dipinto di David. Nonostante la data sul calendario, lui è qui per noi: Antoine-Laurent de Lavoisier, padre della chimica moderna. Sorriso cortese, sguardo analitico. E, sì, la testa è ancora al suo posto.
— Buon pomeriggio, Monsieur Lavoisier, grazie per aver acconsentito a questa intervista impossibile. Sono appena stato dal Professor Boyle, che lei sicuramente conosce.
— Come potrei non conoscerlo? Il signor Boyle ha dato alla chimica fondamenta solide, anche se il suo flogisto… pardon, le sue idee sull’aria avrebbero avuto bisogno di una piccola revisione. Ma, senza il suo lavoro, il mio sarebbe stato molto più difficile.
— Monsieur Lavoisier, partiamo dalla domanda che tutti si fanno: è vero che ha “inventato” la chimica moderna?
— “Inventare” è un termine troppo presuntuoso, e la scienza non è mai opera di un uomo solo. Diciamo che ho messo un po’ d’ordine in un mestiere che, all’epoca, era un bazar di nomi pittoreschi, teorie fumose e descrizioni poetiche ma imprecise. Molti parlavano di “aria infuocata”, “terra fissa”, “spiriti”, senza una base quantitativa solida. Io ho cercato di sostituire questa confusione con misure accurate, esperimenti ripetibili e una nomenclatura chiara. Ho avuto la fortuna di vivere in un’epoca in cui il metodo sperimentale stava finalmente scalzando il dogma, e in cui la matematica poteva sposare il fornello: bilance accanto agli alambicchi, calcoli accanto alle osservazioni. È così che la chimica è uscita dalla bottega dell’alchimista per entrare nel laboratorio dello scienziato.
— E così è nata la famosa Legge di conservazione della massa.
— Esatto. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. È una verità semplice a dirsi, ma non scontata da dimostrare. All’epoca molti credevano ancora che durante una combustione o una reazione chimica qualcosa “sparisse” o “nascesse” dal nulla. Io ho mostrato, bilancia alla mano, che la somma delle masse dei reagenti è sempre uguale a quella dei prodotti, anche se il calore o i gas davano l’illusione del contrario. Era un principio tanto fondamentale quanto rivoluzionario, perché significava che la chimica, per essere scienza, doveva basarsi su misure precise e verificabili. E poi, si sa, una buona legge scientifica è come un buon aforisma: resta impressa nella memoria, ma deve poggiare su dati solidi per non diventare solo una frase ad effetto.
— Ci racconta della riforma della nomenclatura chimica?
— Oh, quella è stata la mia vera rivoluzione, e forse l’eredità più duratura del mio lavoro. Dare nomi logici e universali alle sostanze non è una questione di pignoleria, ma di sopravvivenza per la scienza: se non ci capiamo tra noi, non possiamo progredire. Prima di noi, ogni sostanza aveva un’infinità di nomi locali, legati alle tradizioni o alle fantasie di chi li usava: lo stesso composto poteva essere chiamato “vetriolo di Marte” in un laboratorio, “fior di ferro” in un altro e “sale verde” altrove. Per capire una reazione, bisognava prima tradurre il linguaggio dell’autore — e non sempre era possibile. Con Guyton de Morveau, Berthollet e Fourcroy abbiamo ideato un sistema basato sulla composizione chimica, in cui il nome descriveva la sostanza e non la sua storia folcloristica. È stato come passare da un dialetto confuso a una lingua comune: all’improvviso, la chimica parlava la stessa lingua da Parigi a Londra, da Berlino a Stoccolma.
— E l’ossigeno?
— Ah, il mio “bambino prediletto”! Ho dimostrato che era lui, e non qualche misteriosa sostanza immaginaria, il responsabile della combustione e della respirazione. Prima di me, molti chimici erano affezionati alla teoria del flogisto: un’entità invisibile che si sarebbe liberata durante la combustione. Era una spiegazione comoda, ma non resisteva alla prova della bilancia e dell’esperimento. Studiando i gas di Priestley e di Scheele, compresi che quella “aria particolarmente pura” non era un curiosità da collezione, ma un elemento fondamentale per sostenere la vita e il fuoco. Non tutti furono felici di sentirselo dire: cambiare paradigma è sempre doloroso, specie quando si devono abbandonare idee in cui si è investita la carriera. Ma la chimica non è un’arte di compromesso: segue le prove, non le abitudini. E l’ossigeno, con i suoi comportamenti, era una prova vivente… o, se preferisce, respirante.
— E cosa mi dice dell’azoto?
— Lo chiamai azote, “senza vita”, perché questo gas non sosteneva né la combustione né la respirazione: un’aria inerte, capace di spegnere il fuoco e soffocare gli animali. Era un nome descrittivo, figlio del mio approccio alla nomenclatura. In Inghilterra, però, preferirono chiamarlo nitrogen, “generatore di nitrati”, per via della sua presenza nei salnitri. Non mi offendo per la differenza: i nomi cambiano con le lingue e le tradizioni, ma l’importante è che tutti sappiano di cosa si sta parlando. Certo, a volte questa varietà linguistica genera confusione… ma non più di quanto non faccia la politica.
— A proposito di politica e vita pubblica, lei era anche un funzionario delle tasse. Non esattamente il lavoro più amato dal popolo…
— Vero, e non ha certo contribuito alla mia popolarità durante la Rivoluzione. Ma non ero un esattore medievale con il forcone alla porta: ero un membro della Ferme générale, un’istituzione privata che raccoglieva le imposte per conto dello Stato, e mi impegnavo soprattutto nella riforma del sistema fiscale. Sapevo bene che un’imposta mal congegnata soffoca l’economia, e che un’amministrazione corrotta soffoca la fiducia. Una parte di quelle entrate, peraltro, finiva a sostenere attività scientifiche: laboratori, strumenti, ricerche. La chimica costa, e senza risorse non si può fare. Certo, in tempi di turbolenza politica, essere associato alla riscossione delle tasse era come indossare un bersaglio sulla schiena… e il resto della mia storia dimostra quanto il bersaglio fosse ben visibile.
— Infatti, poi arrivò il 1794…
— Sì, il processo. In tre ore fui condannato a morte. Non era un’udienza, era un atto politico. Un mio collega pronunciò quella frase passata alla storia: “La Repubblica non ha bisogno di scienziati”. Peccato che invece ne avesse un disperato bisogno, allora come oggi. La ghigliottina non è mai stata un buon laboratorio, e nemmeno il sospetto ideologico, il pregiudizio o la paura del pensiero critico. Vedo che in certi Paesi, ancora oggi, si smantellano istituzioni scientifiche, si sostituiscono esperti con fedelissimi politici, si ignorano dati scomodi in nome di un’ideologia o di un calcolo elettorale. Cambiano i metodi — oggi non è più la lama di una ghigliottina, ma decreti, nomine pilotate, tagli di fondi — ma il principio è lo stesso: eliminare la scienza quando contraddice il potere. E così si condanna la società intera, perché senza conoscenza si resta in balìa dell’ignoranza e delle illusioni.
— Se potesse vedere la chimica di oggi, cosa direbbe?
— Che è meravigliosa e spaventosa al tempo stesso. Mai nella storia dell’umanità la conoscenza chimica ha avuto un potenziale così vasto: potete progettare farmaci su misura per salvare vite, creare materiali avanzatissimi, catturare l’energia del sole e del vento, ripulire acque e suoli inquinati. Allo stesso tempo, avete la capacità di alterare interi ecosistemi, accumulare sostanze tossiche che non scompaiono per secoli, e produrre armi in grado di annientare città in pochi secondi. La chimica è un linguaggio universale che la natura comprende, ma non fa sconti: ogni reazione ha conseguenze. Il problema non è la chimica in sé — che è neutrale — ma le scelte politiche, economiche e morali di chi la impiega. Una formula sulla carta è innocente; la sua applicazione, invece, può essere una benedizione o una condanna.
— E a chi inquina, cosa direbbe?
— Direi che la mia legge vale ancora: la massa non sparisce. Quello che immettete nell’ambiente, sotto forma di fumi, scorie o sostanze tossiche, non si dissolve per magia: resta, si trasforma, si accumula. I metalli pesanti finiscono nei sedimenti e nelle catene alimentari, la plastica si frantuma in particelle che respiriamo e ingeriamo, i gas serra restano intrappolati nell’atmosfera per decenni. Prima o poi, tutto vi torna indietro — nell’aria che respirate, nell’acqua che bevete, nel cibo che mangiate. In chimica, come nella vita, il bilancio deve tornare: potete rinviare il conto, ma non potete cancellarlo. La natura è un contabile inflessibile, e non concede condoni.
— Grazie Monsieur Lavoisier. È stato un onore averla potuta incontrare
— L’onore è stato mio, monsieur. Ricordate: la scienza è un’opera collettiva, non il monumento di un solo uomo. Difendetela sempre perché, quando la scienza tace, la superstizione e l’arbitrio parlano più forte. E ora… il mio tempo è finito, ma le mie leggi restano.
Mi stringe la mano, elegante come quando è arrivato. E sparisce, lasciandomi la sensazione che la sua testa, oggi, servirebbe ancora.
Mi avvio verso il prossimo appuntamento impossibile. Lì, tra la fiamma tremolante di una candela, scopriremo che la luce può illuminare molto più della stanza in cui arde.
Come i miei quattro lettori sanno, sono un appassionato di chimica. Ne ho fatto la mia professione, unendo la passione per la ricerca – il mio giocattolo preferito, con cui smonto la realtà, ne indago i segreti e poi la rimonto – a quella per la didattica che, nel tempo, mi ha rivelato un lato inatteso: la voglia di rendere “digeribili” agli studenti concetti chimici anche molto complessi.
C’è poi un’altra passione: la storia della chimica. Sono convinto che solo conoscendo ciò che è accaduto in passato si possa capire come e perché una disciplina si sia sviluppata in una direzione piuttosto che in un’altra.
Da queste premesse nasce questa rubrica dal titolo: Le interviste impossibili. Si tratta una serie di incontri – ovviamente immaginari – con grandi scienziati del passato, principalmente chimici, con i quali intavolerò discussioni che potranno spaziare dalla scienza alla politica, dall’etica ad altre questioni che il dialogo potrà far emergere. Saranno conversazioni interamente frutto della mia immaginazione, ispirate alla filosofia scientifica e al pensiero della persona intervistata.
E per cominciare, chi meglio di Robert Boyle? Un uomo che, nel 1661, con Il chimico scettico, ha segnato la nascita della chimica moderna, abbandonando le nebbie dell’alchimia per abbracciare la luce della sperimentazione. Sarà lui il primo ospite di questa serie, e vi assicuro che, nonostante i suoi 400 anni portati con una certa eleganza, ha ancora parecchie cose da dire.
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Buongiorno, professor Boyle.
— Buongiorno a lei, signore. Mi perdoni se non mi alzo: questa pompa pneumatica è un po’ capricciosa e non vorrei perdere il vuoto proprio adesso.
— Vedo che la tratta con grande cura.
— Cura? Direi venerazione. È stata la mia chiave per scardinare vecchie idee. Con essa ho mostrato che l’aria non è un concetto filosofico, ma una sostanza reale, con peso, volume, pressione. Ai miei tempi, molti pensavano che la natura fosse governata da qualità misteriose, imponderabili. Io ho voluto misurare, pesare, verificare.
— E questo cambiò la chimica?
— Cambiò il modo di guardare alla materia. Prima si parlava di “aria”, “fuoco”, “acqua” e “terra” come entità quasi mistiche. Io ho voluto trattarle come sostanze concrete. Senza questa svolta, dubito che la chimica avrebbe potuto diventare lo strumento potente – e pericoloso – che è oggi.
— Pericoloso?
— Oh, sì. Ai miei tempi, il pericolo era limitato dal ritmo lento della ricerca: poche persone, pochi strumenti, pochi esperimenti. Oggi vedo una velocità inaudita: sintetizzate composti che non esistono in natura e li disperdete nell’ambiente prima ancora di comprenderne a fondo le conseguenze. Pensate alla plastica: una meraviglia della chimica moderna, ma anche un nuovo sistema chimico, onnipresente nei mari e nei corpi degli animali. Noi scienziati dobbiamo ricordare che ogni “creazione” lascia un’impronta.
— Quindi anche nel XVII secolo si poteva parlare di impatto ambientale?
— Certo, ma in forme diverse. I metallurgi avvelenavano i fiumi con le scorie, nelle città si bruciava carbone liberando fumi tossici. Noi non usavamo la parola “inquinamento”, ma ne sentivamo gli effetti: miniere abbandonate, aria irrespirabile nelle botteghe, malattie croniche tra i lavoratori. Solo che nessuno collegava questi effetti alle cause chimiche: mancava il concetto stesso di “responsabilità scientifica verso l’ambiente”.
— E come ci si è arrivati?
— È stato un percorso lento, nato dall’osservazione e dall’accumulo di prove. Con l’Ottocento e la rivoluzione industriale, l’aumento di fumi e scorie divenne innegabile; nel Novecento, con la chimica capace di produrre composti mai visti in natura, si cominciò a capire che ogni reazione ha conseguenze non solo in laboratorio, ma anche nei fiumi, nei campi e nei corpi. Gli esempi non mancano: le piogge acide dovute alle emissioni industriali, il DDT che si accumulava nelle catene alimentari, il buco nello strato di ozono causato dai clorofluorocarburi. Fu allora che l’umanità iniziò a capire che l’ambiente non era un contenitore infinito, ma un sistema delicato, capace di spezzarsi sotto il peso delle nostre stesse invenzioni. Oggi chiamate questo approccio “valutazione dell’impatto ambientale”: è la naturale estensione del metodo scientifico. Osservare, misurare e trarre conclusioni, ma applicato non solo all’esperimento, bensì alle sue conseguenze sul mondo reale. E, cosa ancora più importante, farlo prima di introdurre su larga scala una nuova sostanza o tecnologia. Tanto che in molti Paesi questo esame preventivo è diventato un obbligo di legge: un modo per ricordare che la prudenza non è un freno al progresso, ma la sua assicurazione.
— Come vede il rapporto tra scienza e politica oggi?
— Non troppo diverso da allora: la politica ama la scienza quando porta vantaggi immediati, ma la ignora – o la ostacola – quando chiede pazienza e prudenza. Ai miei tempi, un re o un mecenate finanziava un esperimento se prometteva ricchezza o prestigio; oggi, un governo o un’azienda lo finanziano se promette profitto o consenso. La differenza è che oggi gli effetti sono globali, non locali.
— E anche la scienza stessa è cambiata.
— Oh, sì. Mi avete parlato di questa massima: publish or perish, pubblica o scompari. Ai miei tempi pubblicare era un atto ponderato, spesso il lavoro di una vita. Ora vedo un’esplosione di articoli, ma molti sono come bolle di sapone: luccicanti per un attimo, poi svaniscono. Alcuni dicono poco o niente, altri celano errori gravi, e vi sono perfino casi di falsità intenzionali. Mi avete raccontato di un certo Jan Hendrik Schön, che riempì riviste prestigiose di risultati entusiasmanti sui transistor molecolari… peccato che fossero artefatti. Grafici identici per esperimenti diversi, dati “cancellati” per mancanza di spazio…
— E la comunità scientifica?
— Ha fatto ciò che doveva: ha verificato, smascherato e ritirato quegli studi. Ma il danno d’immagine resta: basta un imbroglione per far credere a molti che tutta la scienza sia marcia.
— E non è solo un problema di chi scrive articoli. Anche chi siede nei comitati scientifici ha responsabilità enormi.
— Certamente. Mettere in un comitato tecnico persone che rifiutano le basi stesse della disciplina che dovrebbero consigliare è come nominare un astrologo direttore di un osservatorio astronomico, o un alchimista a capo di un laboratorio chimico. Ai miei tempi, la Royal Society aveva un motto: Nullius in verba, “non fidarti della parola di nessuno”. Oggi dovreste aggiungere: “ma fidati dei dati”.
— E invece?
— Invece vedo che talvolta si preferisce dare spazio a voci che piacciono al pubblico, o che creano polemica, piuttosto che a quelle fondate sulla prova. È un cortocircuito pericoloso: si confonde il dibattito scientifico, che nasce dall’evidenza, con l’opinione personale, che nasce dal pregiudizio.
— Torniamo un attimo al suo Chimico scettico: il suo invito era a dubitare, a verificare.
— Sì. Lo scetticismo è la virtù cardinale dello scienziato. Senza di esso, si scivola nell’illusione. Oggi, a quanto vedo, convivono scoperte straordinarie e credenze assurde: si creano vaccini in pochi mesi e allo stesso tempo si vendono boccette di acqua “miracolosa” che pretendono di curare tutto.
— Omeopatia.
— Già. La chiamerei “chimica dell’assenza”: meno sostanza c’è, più miracoli si promettono. È un concetto che mi lascia perplesso: ho passato la vita a misurare e qui si celebra ciò che non si può misurare.
— Se potesse dare un consiglio agli scienziati di oggi?
— Non dimenticate che ogni molecola che “create” entrerà in qualche ciclo della natura. E ricordatevi che la scienza non è una collezione di verità scolpite nella pietra, ma un cantiere aperto, dove ogni scoperta deve essere messa alla prova, anche – e soprattutto – quando sembra troppo bella per essere vera.
— Ultima domanda, professore: se le offrissi un bicchiere di acqua “omeopatica” per la salute?
— (Sorride) Lo accetterei… ma solo se avessi sete.
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Saluto il professor Boyle e mi avvio verso il prossimo appuntamento impossibile. Il mio interlocutore, ghigliottinato nel 1794, aveva una convinzione incrollabile: nulla si crea, nulla si distrugge. Ma, come scopriremo presto, non tutto si conserva…
È di queste ore la notizia che il ministro della salute, Orazio Schillaci, ha nominato nel Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni (NITAG) due tecnici, Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle, dalle posizioni, in più occasioni espresse pubblicamente, in contrasto con quanto riportato nella letteratura scientifica più accreditata (quest’ultima può essere rappresentata dagli articoli riportati qui, qui, qui e qui).
Che cos’è il NITAG?
Dal sito del Ministero della Salute apprendiamo che: Il NITAG è un Organo indipendente col compito di supportare, dietro specifica richiesta e su problematiche specifiche, il Ministero della Salute nella formulazione di raccomandazioni “evidence-based” sulle questioni relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali, raccogliendo, analizzando e valutando prove scientifiche.
In altre parole, si tratta di un comitato scientifico che, sulla base di prove scientifiche inoppugnabili, consente al Ministero della Salute e, quindi, al Governo di prendere decisioni importantissime in merito a problematiche relative alla salute pubblica.
Chi è Paolo Bellavite
Bellavite è un medico che fino a qualche anno fa ha ricoperto il ruolo di Professore Associato in Patologia Generale presso l’Università di Verona. Le sue posizioni in merito ai vaccini sono riportate sia in interviste che nei libri che ha scritto e pubblicato. In particolare, egli dice di non essere contrario ai vaccini in quanto tali, ma critica duramente quella che definisce una “ideologia vaccinista”. A suo avviso, la narrazione dominante che presenta i vaccini come soluzione unica e infallibile si configura come un dogma che soffoca il dibattito scientifico e il pensiero critico. “Non ha nulla a che fare con la scienza”, ha affermato in un’intervista, parlando di un clima in cui “l’odio vaccinale è la tomba della medicina”.
Dal punto di vista immunologico, Bellavite mette in guardia contro le possibili conseguenze di una stimolazione eccessiva del sistema immunitario attraverso dosi ripetute. E sull’aspetto etico sottolinea: “Siamo ancora nella fase sperimentale. Ha ragione chi ha paura”.
Naturalmente, egli è anche un forte sostenitore della pratica omeopatica. Infatti, Paolo Bellavite sostiene che l’omeopatia non sia una moda passeggera, ma l’espressione di un profondo cambiamento culturale e scientifico che mette in discussione i limiti dell’attuale paradigma medico meccanicistico e molecolare. Questo approccio tradizionale, pur avendo ottenuto importanti risultati, non ha saputo affrontare efficacemente la complessità biologica e clinica, spesso riducendo la medicina a una frammentazione iperspecialistica. L’omeopatia, al contrario, propone una visione sistemica del paziente, centrata sull’individualità, sulla totalità dei sintomi e sulla stimolazione dei processi endogeni di guarigione, concetti che si allineano con la scienza della complessità. Bellavite rivendica per l’omeopatia una dignità scientifica, sostenendo che essa possa essere studiata con metodi sperimentali avanzati e integrata razionalmente nella medicina moderna. Si oppone con forza a ciò che definisce una campagna denigratoria nei confronti dell’omeopatia da parte dei media e di alcuni esponenti del mondo accademico, accusandoli di diffondere affermazioni false senza consentire un contraddittorio serio e competente. Pur riconoscendo il valore di farmaci convenzionali e vaccini in determinate circostanze, Bellavite li considera soluzioni alternative da adottare solo dopo aver tentato approcci più naturali e fisiologici, come omeopatia, fitoterapia, agopuntura, corretta alimentazione e igiene. In questa visione, l’omeopatia non è solo una medicina possibile, ma una medicina vera e prioritaria, da contrapporre a un uso troppo disinvolto e sintomatico della farmacologia convenzionale.
Chi è Eugenio Serravalle
Serravalle è laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Pediatria Preventiva, Puericultura e Patologia Neonatale. Egli ha più volte preso posizione contro la vaccinazione di massa dei bambini, soprattutto in relazione al Covid-19. Secondo lui, l’infezione da SARS-CoV-2 non rappresenta un’emergenza sanitaria tra i più piccoli e i potenziali rischi della vaccinazione superano i benefici. “Tutti gli studi scientifici affermano che non vi è alcuna emergenza Covid tra i bambini”, ha dichiarato in un’intervista.
“Abbiamo una regolare laurea in medicina… e se abbiamo adottato la terapia omeopatica è perché, evidentemente, ne abbiamo sperimentato l’efficacia.”
“Non si può essere venditori di fumo quando si curano pazienti… e tra questi pazienti sono numerosi i bambini e gli animali che non sono influenzabili dall’effetto placebo.”
Con questa risposta, Serravalle rigetta la critica secondo cui l’omeopatia sarebbe solo “fumo” o priva di efficacia, affermando invece di aver osservato personalmente risultati tangibili, anche in soggetti difficilmente influenzabili da placebo.
Quando i conti non tornano
A leggere le dichiarazioni dei due nominati, si potrebbe pensare di essere davanti a voci “fuori dal coro” che invitano alla cautela. Ma basta andare oltre la superficie per capire che non si tratta di sano scetticismo scientifico: siamo, piuttosto, di fronte a posizioni che, alla luce delle evidenze scientifiche disponibili, risultano in contrasto con il consenso della comunità scientifica. Ed è qui che inizia il vero problema.
Il punto centrale è che un organismo tecnico chiamato a esprimere pareri qualificati in materia di salute pubblica deve basarsi su conoscenze aggiornate e scientificamente inoppugnabili. Non può diventare il ricettacolo di discussioni inutili fatte in nome di una presunta “pluralità di opinioni”. Il concetto di democrazia politica è completamente diverso – e molto lontano –da quello di democrazia scientifica. In una democrazia politica è legittimo avere opinioni diverse su come affrontare un problema di gestione della res publica. In ambito tecnico-scientifico, invece, un’opinione non qualificata non ha lo stesso peso di quella di chi possiede competenze specifiche e fondate sull’evidenza.
A mio avviso, il Ministro ha preso decisioni discutibili, in nome di una pluralità di opinioni che, in ambito scientifico, non ha alcun senso. Sta ora tentando di mettere delle pezze a questa scelta, dimenticando che anche lui è un medico e ha responsabilità che vanno ben oltre la sua funzione politica.
Se mai un responsabile istituzionale si trovasse nella condizione di dover cedere a compromessi, la scelta più coerente con la difesa della scienza sarebbe quella di rassegnare le dimissioni. Servirebbe, come nel caso della biodinamica, una sollevazione compatta del mondo scientifico e medico. Nel frattempo, nel mio piccolo, continuo a far sentire la mia voce e auspico che tutti gli organismi professionali – dagli ordini alle società scientifiche – facciano sentire la loro, in difesa della medicina basata sulle prove e della salute pubblica.
Il cortocircuito dell’antiscienza
Le posizioni di Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle non sono semplicemente “opinioni alternative” in un dibattito tra pari. Non si tratta di ricercatori che presentano dati nuovi, pronti a essere vagliati e discussi dalla comunità scientifica: qui non c’è nessun dato nuovo. C’è, piuttosto, un riciclo di tesi contestate e smentite dalla letteratura scientifica, che riaffiorano come vecchie erbacce tra le crepe del discorso pubblico.
Con l’omeopatia il copione lo conosciamo bene: una pratica nata oltre due secoli fa, costruita su concetti come “similia similibus curentur” e “dinamizzazione”, mai dimostrati in modo riproducibile. Nei miei articoli – dalla presunta memoria dell’acqua (link) alle più recenti fantasie agronomiche (link) – ho mostrato come la letteratura scientifica di qualità non abbia mai trovato un effetto dell’omeopatia superiore al placebo. Chi la difende, spesso, non lo fa su basi sperimentali, ma su convinzioni personali, esperienze aneddotiche o richiami a un presunto “cambiamento di paradigma” che non trova riscontro in alcun dato.
Sul fronte dei vaccini, il meccanismo è simile: si selezionano singoli studi, si estrapolano dati fuori contesto, si enfatizzano le incertezze inevitabili di ogni processo scientifico per far passare l’idea che “non sappiamo abbastanza” o che “i rischi superano i benefici”. Nei miei pezzi – da antivaccinisti ed immunità di gregge a vaccini e corretta informazione scientifica – ho spiegato come l’evidenza accumulata su milioni di dosi mostri una riduzione netta di ospedalizzazioni e decessi.
Quando Bellavite parla di “fase sperimentale” per i vaccini anti-Covid, non sta facendo un’osservazione prudente: formula un’affermazione che non trova riscontro nei dati scientifici, perché quei vaccini hanno completato tutte le fasi di sperimentazione necessarie per l’autorizzazione. Quando Serravalle afferma che “i vaccinati si infettano più dei non vaccinati”, non menziona i dati che mostrano come, pur con una protezione dall’infezione che diminuisce nel tempo, la vaccinazione resti una barriera fondamentale contro le forme patologiche gravi e le loro complicanze.
La contraddizione diventa lampante quando entrambi propongono l’omeopatia come alternativa o complemento “prioritario” alla farmacologia. Il mandato del NITAG è basato sull’evidence-based medicine, e l’omeopatia non rientra in alcuna linea guida internazionale sul trattamento o la prevenzione di malattie infettive. È paragonabile, per incoerenza, a nominare un negazionista del cambiamento climatico in un comitato per la transizione ecologica: il risultato è solo quello di minare la credibilità dell’organo stesso.
Il problema, però, non è solo tecnico. È culturale. Dare spazio istituzionale a posizioni non supportate da dati scientifici significa legittimare un messaggio pericoloso: che le evidenze scientifiche siano opinioni e che la sanità pubblica possa essere guidata da convinzioni personali. È il cortocircuito dell’antiscienza: quando la politica apre la porta a teorie già confutate, la fiducia nelle istituzioni si sgretola e i cittadini restano più esposti a bufale e disinformazione. Come ho scritto altrove – qui e qui – quando la pseudoscienza entra dalla porta principale, la salute pubblica rischia di uscire dalla finestra.
Recentemente Nature Communications ha pubblicato un articolo che ha fatto il giro del web: la scoperta di una molecola ritenuta “impossibile” secondo la chimica classica. Si tratta del methanetetrol, con formula C(OH)₄, cioè un atomo di carbonio legato a quattro gruppi ossidrilici. Se avete familiarità con la chimica organica, vi sarà già scattato un campanello d’allarme.
Un carbonio, quattro ossidrili
In chimica organica, anche due gruppi -OH sullo stesso carbonio (dioli germinali) sono instabili: tendono a disidratarsi spontaneamente, formando un carbonile più stabile. Con quattro ossidrili, il carbonio è sottoposto a forte repulsione elettronica e alta reattività: la molecola è intrinsecamente instabile nelle condizioni terrestri.
esposizione a radiazione energetica, simile a quella dei raggi cosmici.
In queste condizioni la molecola non riceve abbastanza energia per reagire o disidratarsi. Resta quindi “congelata” in uno stato metastabile, come se fosse bloccata nel tempo.
Instabile ≠ impossibile
Il methanetetrol non è “impossibile”: è semplicemente troppo instabile per durare a lungo alle condizioni ambientali della Terra. Ma nel vuoto cosmico, dove le collisioni tra molecole sono rarissime e la temperatura è prossima allo zero assoluto, anche le molecole più reattive possono esistere per tempi lunghissimi.
Un esempio quotidiano: l’acqua sovraraffreddata
Un buon esempio di metastabilità è l’acqua sovraraffreddata: se si raffredda dell’acqua molto pura lentamente e senza disturbarla, può restare liquida anche sotto gli 0 °C. Basta però un urto o l’aggiunta di un cristallo di ghiaccio perché si congeli all’istante, liberando calore.
Il methanetetrol nello spazio si comporta allo stesso modo: esiste in uno stato “delicato”, che può durare milioni di anni solo finché non interviene qualcosa a modificarlo.
Un’eredità cosmica
È importante ricordare che le molecole presenti oggi sulla Terra — comprese quelle che hanno contribuito all’origine della vita — sono in parte eredi di queste molecole “cosmiche”. Nei primi miliardi di anni, comete, meteoriti e polveri interstellari hanno portato sulla Terra materiali formatisi in ambienti estremi, spesso metastabili.
Queste molecole, una volta inglobate nel giovane pianeta, si sono trasformate: alcune sono sopravvissute, altre si sono degradate, altre ancora hanno reagito dando origine a sistemi sempre più complessi. La chimica della vita, in questo senso, è figlia della chimica dello spazio, anche se si è evoluta in condizioni molto diverse.
Anche la Terra ha i suoi estremi
Non dobbiamo però pensare che condizioni “impossibili” esistano solo nello spazio. Anche sulla Terra troviamo ambienti estremi in cui si manifestano forme di chimica — e persino di biologia — del tutto inattese.
Nellesaline di Trapani, ad esempio, vivono microrganismi capaci di resistere a concentrazioni di sale che ucciderebbero qualsiasi cellula “normale”.
Nei pressi delle bocche vulcaniche sottomarine, dove temperature e pressioni sono altissime, esistono comunità microbiche che metabolizzano zolfo e metalli.
In ambienti acidi, alcalini, radioattivi o privi di ossigeno, prosperano organismi estremofiliche mettono in crisi i nostri criteri su cosa è “compatibile con la vita”.
Anche qui la natura ci insegna che la stabilità è relativa: ciò che sembra impossibile in una condizione può essere perfettamente normale in un’altra.
Uno sguardo all’origine della complessità
L’interesse principale di questa scoperta non è nella molecola in sé, ma nei meccanismi di formazione. L’esperimento ha mostrato che partendo da semplici ghiacci di CO₂ e H₂O si possono generare:
I calcoli teorici confermano che, se c’è sufficiente CO₂ nello spazio, il methanetetrol potrebbe già esistere là fuori — congelato nei ghiacci cosmici, in attesa di una nuova reazione.
Conclusione
La chimica nello spazio non viola le regole: le applica in modo diverso. Il methanetetrol ci ricorda che non possiamo giudicare la plausibilità di una molecola solo dalle condizioni terrestri. E ci insegna una lezione ancora più importante: la chimica, come la vita, nasce dove trova spazio per esistere — anche se quel luogo è a 10 Kelvin, nel vuoto cosmico o in una salina siciliana.
Qualche giorno fa ho pubblicato il terzo e, speravo, ultimo articolo di un reportage sui cambiamenti climatici. In questo articolo, intitolato “I cambiamenti climatici? Sì, siamo noi i responsabili”, ho discusso delle prove oggettive – corredate da riferimenti puntuali – che hanno portato l’intera comunità scientifica alla conclusione che i responsabili di quanto sta accadendo attualmente sulla superficie terrestre, ovvero l’aumento delle temperature globali e la conseguente alterazione degli ecosistemi, siamo noi esseri umani.
In quel testo ho cercato di mostrare, in modo accessibile ma rigoroso, perché la tesi dell’origine antropica dell’attuale riscaldamento globale non sia più un’ipotesi, ma una conclusione supportata da una mole imponente di dati.
Ho parlato del ruolo dei gas serra, in particolare della CO₂ prodotta dalla combustione di combustibili fossili, la cui impronta isotopica è ben riconoscibile in atmosfera. Ho discusso anche delle fonti indipendenti che confermano il trend in atto – dalle carote glaciali agli anelli degli alberi, dai sedimenti oceanici alle misurazioni satellitari – e delle ragioni per cui né l’attività solare né le eruzioni vulcaniche possono spiegare ciò che osserviamo oggi.
Infine, ho evidenziato come la rapidità del riscaldamento attuale – oltre un grado in appena un secolo – sia senza precedenti nella storia recente del pianeta, e come l’intero corpo scientifico internazionale, sintetizzato nei report dell’IPCC, abbia ormai raggiunto un consenso solido e ben documentato su questo punto.
Non è necessario riproporre qui tutti i riferimenti bibliografici: si trovano nell’articolo appena riassunto (qui il link).
Eppure, eccomi di nuovo a scrivere sull’apporto antropico all’effetto serra. Non per aggiungere nuove evidenze, ma per riflettere sul modo estremamente fallace – e sempre più diffuso – di ragionare dei negazionisti del cambiamento climatico. Non si tratta, in questo caso, di negazionisti tout court: anche loro, ormai, devono riconoscere l’evidenza dell’aumento delle temperature globali. Si tratta piuttosto dei negazionisti dell’origine antropica, coloro che rifiutano di accettare che la causa principale del riscaldamento sia l’attività umana.
In un gruppo Facebook che aiuto a gestire – Bufale e dintorni gruppo – sono comparsi i primi commenti al mio post con cui pubblicizzavo l’articolo (potete farvene un’idea a questo link).
Poiché si tratta di un gruppo privato – quindi i post non sono visibili pubblicamente – e considerando che non tutti hanno un account Facebook attivo, riporto di seguito gli screenshot della discussione.
La Figura 1 riporta la condivisione dalla mia pagina Facebook “Rino Conte”.
Figura 1. Screenshot relativo alla condivisione del mio articolo sull’effetto antropico nei cambiamenti climatici. Questo thread ha dato la stura a una discussione con un negazionista di tale effetto.
La Figura 2 riporta (spero in modo leggibile, altrimenti è necessario da parte dei volenterosi scaricare l’immagine ed effettuarne uno zoom) la discussione in corso tra me ed il negazionista dell’effetto antropico sul clima.
Figura 2. Discussione in corso tra me ed il negazionista dell’effetto antropico sul clima.
E proprio mentre sto scrivendo questo articolo la discussione continua (Figura 3).
Figura 3. Proseguimento della discussione mentre scrivo questo articolo.
Come si evince dagli screenshot, il tutto ha inizio dall’inserimento di un link a un articolo giornalistico in cui si riporta un filmato che mostra il comportamento di certi ghiacciai negli ultimi 800 000 anni. Questo filmato è tratto da un lavoro scientifico dal titolo “Modelling last glacial cycle ice dynamics in the Alps” pubblicato nel 2018 sulla rivista The Cryosphere della European Geoscience Union, associazione per la quale anche io ho organizzato in passato dei miniconvegni nell’ambito delle attività congressuali più generali che si fanno ogni anno a Vienna in Austria (per esempio, uno è qui).
Chi ha condiviso questo studio nella discussione lo ha fatto con l’intento – più o meno esplicito – di suggerire che, dal momento che i ghiacciai alpini si sono espansi e ritirati ciclicamente nel passato, il cambiamento climatico attuale potrebbe essere semplicemente parte di una lunga variabilità naturale. È un’inferenza del tutto errata, che nasce da un fraintendimento delle finalità e dei contenuti del lavoro scientifico citato.
Infatti, lo studio in questione (Seguinot et al., 2018) non parla di cambiamenti climatici attuali né tantomeno ne discute le cause. Si tratta di un lavoro di modellizzazione numerica della dinamica glaciale delle Alpi durante l’ultimo ciclo glaciale (da 120.000 a 0 anni fa), che ha lo scopo di testare la coerenza tra ricostruzioni geologiche e simulazioni del comportamento dei ghiacciai su scala millenaria. Non c’è nel testo alcuna analisi delle cause del riscaldamento moderno, né alcun confronto con l’evoluzione recente del clima terrestre.
Quello che il mio interlocutore ha fatto è un tipico esempio di bias di conferma: ha estrapolato da un articolo tecnico una conclusione che non c’è, perché questa coincide con la propria convinzione preesistente. È un meccanismo comune tra i cosiddetti “negazionisti soft” – persone che, pur riconoscendo che il clima sta cambiando, rifiutano l’idea che l’essere umano ne sia il principale responsabile.
La dinamica della discussione su Facebook lo conferma: ogni volta che si porta un dato, una misura, una ricostruzione paleoclimatica, l’interlocutore non contesta la validità della fonte, ma sposta il piano, relativizza, introduce “dubbi” storici o filosofici. E infine si rifugia nel mito del “Galileo solitario”, come se ogni minoranza fosse destinata a diventare verità solo perché è minoranza. Ma Galileo non aveva ragione perché era solo: aveva ragione perché aveva i dati e un metodo.
Ecco il punto: il problema non è tanto avere un’opinione diversa, quanto non saper distinguere tra opinione personale e conoscenza scientifica. E non è un caso che questo tipo di retorica si ritrovi spesso in altri ambiti della disinformazione scientifica: chi si sente “eretico” rispetto al sapere ufficiale tende a sopravvalutare le proprie intuizioni e a sottovalutare il lavoro, faticoso e rigoroso, di chi fa scienza sul serio.
Discutere con chi rifiuta le conclusioni della scienza può essere faticoso, ma è anche necessario. Non per convincere chi ha già deciso di non ascoltare, ma per fornire strumenti a chi legge in silenzio, a chi cerca chiarezza in mezzo al rumore. La scienza non ha bisogno di essere difesa come un dogma: si difende da sé, con i dati, con la trasparenza dei metodi, con la disponibilità al confronto critico. Ma proprio per questo va protetta dalle distorsioni, dalle semplificazioni, e soprattutto dal relativismo delle opinioni travestite da verità.
Il cambiamento climatico attuale è un fenomeno reale, misurabile e in larga parte causato dalle attività umane. Continuare a negarlo non è esercizio di pensiero critico, ma una forma di resistenza ideologica che rischia di ritardare l’unica cosa che oggi dovremmo fare: affrontare il problema con serietà, competenza e senso di responsabilità.
EDIT
Mentre mi accingevo a pubblicare questo articolo, il mio interlocutore ha pubblicato un’ultima risposta che ho deciso di riportare integralmente per completezza. Qui sotto trovate anche la mia replica con cui ho deciso di concludere la discussione pubblica.
Interlocutore:
Pellegrino…
Lei stesso parla di “stime solide”; che sono appunto stime, non misurazioni dirette.
“Sappiamo perché”, è un’altra forzatura. In realtà abbiamo delle interpretazioni plausibili per molte di esse, ma ciò non equivale a una certezza assoluta. Anche nelle osservazioni attuali, ci si imbatte in anomalie impreviste, tipo l’impatto dello scioglimento del permafrost, temperature previste che poi non si sono verificate… E parliamo di osservazioni dirette; figuriamoci sulle “stime” di fenomeni non osservati direttamente. Per non parlare dell’infinito dibattito su quanto influiscano o meno le macchie solari…
Stesso discorso sul fatto che le oscillazioni in passato non avvenissero in decenni, trascurando che non possiamo sapere se gli strumenti che abbiamo a disposizione siano davvero affidabili con tale precisione. Mancando l’osservazione diretta, non possiamo verificarlo.
Dire che “potrebbero esserci state” significa semplicemente dire che il modello generale è ancora soddisfatto; per dimostrare l’anomalia bisogna dimostrare che davvero non ci siano precedenti. È un discorso di presunzione d’innocenza: per dare la colpa all’uomo bisogna dimostrarla; il “ragionevole dubbio” è a favore dell’imputato. Foss’anche solo per mancanza di prove.
Il moto dei pianeti era noto da sempre (“planities” significa appunto “errante”), ma lui (anzi, Copernico) fornì solo un modello di calcolo semplificato. Infatti, a dirla tutta, il sole non è affatto al centro dell’universo ma si muove pure lui… In questo ha ragione l’insegnante del prof. Barbero che diceva che il card. Bellarmino era più moderno di Galileo.
A “negazionista” si potrebbe contrapporre “fideista”, ovvero uno che sposa senz’altro ciò che dice la maggioranza stigmatizzando il dubbio. Ma io continio a ricordare che la stessa comunità scientifica oggi certa del riscaldamento globale appena quarant’anni fa era ugualmente certa dell’imminenza di un’era glaciale. Un cambio di rotta di 180 gradi in meno di mezzo secolo, e si dovrebbe prendere per oro colato anche l’attribuzione di responsabilità? Anche a fronte di numerose previsioni rivelatesi poi errate?
Su un punto, concordo senz’altro: sulla separazione netta tra dissertazione scientifica e azione concreta (e non potrei dire diversamente, dato che come ho già detto opero nella Protezione Civile).
Il punto certo è che vi sia in atto un cambiamento climatico che attualmente va verso un aumento delle temperature, che il problema è serio e che la cosa va affrontata. Ridurre il più possibile (e possibilmente azzerare) l’impatto antropico non ha controindicazioni, e quindi va benissimo farlo; e infatti ne sono da sempre un convinto sostenitore.
A mio modesto parere, non servirà a granché, perché se Madre Natura ha deciso che è tempo di un nuovo Eocene, Eocene sarà; che ci piaccia o no.
Quindi, oltre ad azzerare le emissioni, miglioriamo l’efficienza dei condizionatori, perché ne avremo comunque bisogno. Tutto qui.
Io:
grazie per aver chiarito ulteriormente il suo punto di vista. Le rispondo un’ultima volta, per chi ci legge e non per la soddisfazione di “avere l’ultima parola”, che non mi interessa.
Sì, le proxy sono stime, ma sono stime calibrate, validate e incrociate da molte fonti indipendenti. Nessun climatologo confonde una proxy con una misura diretta, ma la scienza lavora ogni giorno per rendere sempre più affidabili quelle stime. E il fatto che convergano tutte sul medesimo trend dà forza alla ricostruzione. Questo è il normale funzionamento della scienza, non una debolezza.
Nessuno pretende certezze assolute, né le scienze naturali le promettono. Lei invece sembra richiedere una prova “oltre ogni dubbio”, come se fossimo in un’aula di tribunale. Ma la scienza si basa sulla probabilità, sul peso delle evidenze, sulla capacità predittiva dei modelli. Oggi, la quantità di prove che puntano all’origine antropica del riscaldamento è così ampia da rendere l’ipotesi alternativa – quella esclusivamente naturale – altamente improbabile. Ed è su questo che si fondano le politiche, non sull’attesa della perfezione epistemologica.
Il paragone con Galileo e Bellarmino è affascinante ma fuori luogo. Galileo non aveva solo un modello “più semplice”: aveva anche l’evidenza delle fasi di Venere e delle lune di Giove. Il suo valore non sta nel ribellarsi alla maggioranza, ma nell’aver offerto dati e osservazioni migliori. Lei invece continua a proporre “dubbi” senza portare nessun dato nuovo, solo generalizzazioni.
La comunità scientifica non era “certa” dell’era glaciale negli anni ’70. Questa è una leggenda urbana, smentita dai dati storici: all’epoca la maggior parte degli articoli già indicava un riscaldamento, non un raffreddamento. Se guarda i paper dell’epoca, lo vede chiaramente.
Quanto agli errori previsionali: il fatto che un modello venga corretto o raffinato è normale in ogni scienza. Non è un fallimento, è progresso. Non confondiamo fallibilità con inattendibilità.
Mi fa piacere leggere che riconosce l’urgenza del problema e sostiene l’azione per ridurre le emissioni. Su questo ci troviamo d’accordo. Tuttavia, dire “tanto non servirà a nulla” è una rinuncia mascherata da fatalismo. La scienza climatica non dice che siamo condannati, ma che abbiamo una finestra temporale per ridurre gli impatti futuri. La differenza tra +1,5 °C e +4 °C non è affatto irrilevante. E anche se non possiamo evitare ogni effetto, possiamo evitare quelli peggiori. Questa è responsabilità, non fideismo.
Chiudo qui il mio intervento, perché i fatti, i dati e il consenso scientifico sono pubblici e verificabili. Il resto è opinione personale – legittima – ma non equiparabile alla conoscenza prodotta dalla scienza.
Nota finale: ho riportato per esteso questo scambio non per dare visibilità a una posizione pseudoscientifica, ma per mostrare, in modo documentato, come ragiona chi nega l’origine antropica del cambiamento climatico, e perché queste argomentazioni non reggano al vaglio della scienza.
Ma poi ci sono quelli che ammettono sì, il clima sta cambiando, però non è colpa nostra. “È il Sole!”, “Sono i vulcani!”, “È sempre successo!”.
Ecco, è a loro che è dedicato questo articolo.
Perché sì, il clima è sempre cambiato: durante le ere glaciali e le fasi interglaciali, le grandi estinzioni, le migrazioni dei continenti, ma mai così, e mai così in fretta.
La temperatura media globale è aumentata di oltre un grado in poco più di un secolo. La concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha superato le 420 parti per milione, un valore che non si era mai visto negli ultimi 800.000 anni e probabilmente nemmeno negli ultimi tre milioni.
E questo non lo dicono gli opinionisti, ma le carote di ghiaccio estratte dall’Antartide e dalla Groenlandia, dove ogni bolla d’aria intrappolata è una macchina del tempo (Staffelbach et al., 1991; Berends et al., 2021; Bauska, 2024).
La traccia dell’uomo
Quando osserviamo il passato del clima, vediamo che le sue variazioni sono state guidate da forzanti naturali: cicli orbitali (i cosiddetti cicli di Milanković), variazioni dell’attività solare, grandi eruzioni vulcaniche. Questi meccanismi hanno regolato per millenni l’alternarsi di periodi glaciali e interglaciali. Tuttavia, nessuna di queste spiegazioni è sufficiente a giustificare l’aumento repentino e marcato della temperatura media globale registrato negli ultimi 150 anni.
“It is unequivocal that human influence has warmed the atmosphere, ocean and land.”
È la prima volta che l’IPCC utilizza il termine “inequivocabile” per descrivere l’influenza umana sul sistema climatico. Questo non è frutto di una singola analisi o di un’interpretazione soggettiva, ma il risultato di milioni di osservazioni, migliaia di simulazioni indipendenti e centinaia di studi scientifici pubblicati su riviste peer-reviewed. Un risultato convergente, robusto e statisticamente solido, ottenuto da comunità scientifiche di tutto il mondo.
In altre parole, senza introdurre l’uomo nelle equazioni, il riscaldamento osservato non si spiega.
La firma fossile
Anche la chimica ci aiuta a riconoscere con chiarezza il responsabile. Il carbonio che proviene dai combustibili fossili ha una composizione isotopica distinta rispetto a quello attivamente scambiato tra atmosfera, biosfera e oceani. In particolare, il rapporto tra gli isotopi stabili del carbonio (13C/12C) è un indicatore chiave: i combustibili fossili, derivati dalla sostanza organica vegetale antica, sono naturalmente poveri in 13C. Quando bruciamo carbone, petrolio o gas naturale, questo carbonio “leggero” si riversa nell’atmosfera, abbassando il δ13C atmosferico in modo misurabile (Keeling et al., 1979; Francey et al., 1999).
Questo segnale isotopico rappresenta una vera e propria firma chimica dell’origine fossile della CO2 in eccesso. È come se la Terra ci stesse restituendo lo scontrino della nostra attività industriale.
Un’ulteriore conferma arriva dal monitoraggio del radiocarbonio (14C): essendo un isotopo radioattivo con un’emivita di circa 5.700 anni, è completamente assente nei combustibili fossili, che hanno milioni di anni. L’immissione massiccia di CO2 fossile diluisce il contenuto di 14C nell’atmosfera, un fenomeno noto come Suess effect (Suess, 1955; Graven et al., 2012).
Ma la CO2 non è l’unico gas climalterante in aumento. A questo si aggiungono due gas serra minori ma molto più potenti per unità di massa: il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O). Il metano è rilasciato da fonti naturali, ma in misura crescente anche da allevamenti intensivi, risaie e attività estrattive (Kirschke et al., 2013), mentre il protossido di azoto deriva principalmente dall’uso agricolo di fertilizzanti azotati (Syakila & Kroeze, 2011). Entrambi i gas contribuiscono in modo sostanziale al riscaldamento globale, con un potere climalterante rispettivamente 28–34 volte (CH4) e circa 265 volte (N2O) superiore a quello della CO2 su scala centennale (IPCC AR6, 2021).
La loro crescita, documentata in registrazioni atmosferiche e bolle d’aria nei ghiacci, segue l’espansione delle attività agricole e industriali umane, non eventi naturali. Anche qui, la firma è inequivocabile.
Gli alibi non reggono
C’è chi punta il dito contro i vulcani, sostenendo che siano loro a rilasciare enormi quantità di CO₂. Ma questa affermazione è smentita dai dati: le emissioni vulcaniche annue di anidride carbonica sono stimate intorno ai 0,26 gigatonnellate, contro le oltre 36 gigatonnellate prodotte ogni anno dalle attività umane (Andres et al., 2012; Burton et al., 2013). In altre parole, le emissioni antropiche superano quelle vulcaniche di almeno 100 volte. I vulcani, inoltre, spesso hanno effetti raffreddanti temporanei sul clima, a causa degli aerosol solforici che riflettono la luce solare (come accadde dopo l’eruzione del Pinatubo nel 1991; Soden et al., 2002).
Altri tirano in ballo il Sole. Ma le osservazioni satellitari dal 1978 in poi mostrano che l’irraggiamento solare totale (TSI) è rimasto sostanzialmente stabile o ha addirittura subito una lieve diminuzione. Se il Sole fosse il responsabile del riscaldamento, ci aspetteremmo un riscaldamento uniforme in tutta l’atmosfera. Invece, ciò che si osserva è un riscaldamento netto nella troposfera e un raffreddamento nella stratosfera — una firma tipica dell’effetto serra (Santer et al., 2013).
Altri ancora evocano vaghi “cicli naturali”, ma senza mai specificare quali. I cicli oceanici come El Niño o la PDO (Pacific Decadal Oscillation) possono modulare il clima a livello regionale e su scala interannuale o decadale, ma non spiegano la tendenza globale e persistente all’aumento delle temperature. Sono fluttuazioni attorno a una curva che, negli ultimi decenni, ha una pendenza chiaramente positiva.
La verità è che ogni singolo grande ente scientifico mondiale — dalla NASA alla NOAA, dal Met Office britannico fino al Centro Europeo Copernicus, e naturalmente l’IPCC — concorda su questo punto:
la causa principale del riscaldamento globale osservato dal 1850 a oggi è l’attività umana.
Non è tutta colpa nostra?
Certo, i sistemi climatici sono complessi. Una componente naturale è sempre presente.
Ma i modelli climatici sono in grado di isolare le diverse forzanti: senza introdurre le emissioni antropiche, non si riesce a riprodurre l’aumento delle temperature globali osservato nel XX e XXI secolo (Weart, 2009; IPCC AR5, 2013; Rosenzweig & Neofotis, 2013; White, 2025). Senza l’uomo, questo riscaldamento non ci sarebbe stato. E senza l’uomo, non sarà possibile fermarlo.
Una responsabilità storica
Siamo la prima generazione a vedere, misurare e comprendere gli effetti del cambiamento climatico su scala planetaria. Ma siamo anche — con ogni probabilità — l’ultima che ha ancora tempo per intervenire e limitare i danni più gravi.
Non parliamo di proiezioni astratte o scenari lontani: le ondate di calore, gli incendi fuori scala, la fusione dei ghiacci, le migrazioni forzate per siccità o inondazioni sono già realtà, e sono il frutto diretto di decenni di emissioni accumulate.
A causare il cambiamento climatico è stata l’attività dell’uomo moderno, non l’uomo in quanto specie.
Abbiamo costruito un modello economico basato sull’uso massiccio di combustibili fossili, sull’espansione urbana, sull’agricoltura intensiva, sull’estrazione incessante di risorse. Questo sistema ci ha dato energia, mobilità, benessere. Ma ha anche rotto l’equilibrio termico del pianeta.
Il clima sta cambiando per colpa nostra. Ma proprio per questo, possiamo ancora cambiarlo noi.
Non basta più ridurre “un po’” le emissioni o piantare qualche albero. Serve una trasformazione sistemica:
Decarbonizzare i trasporti, l’energia e l’industria, puntando su fonti rinnovabili come l’eolico e il solare, ma senza pregiudizi ideologici nei confronti del nucleare, che – come ho già discusso nell’articolo L’atomo della pace – resta una delle poche fonti capaci di fornire energia a basse emissioni su larga scala.
rivedere le pratiche agricole e alimentari, riducendo l’impatto ambientale della produzione primaria attraverso un uso più razionale di risorse come acqua, fertilizzanti e suolo, e promuovendo sistemi colturali e zootecnici improntati alla sostenibilità. L’agricoltura integrata, che prevede un equilibrio tra coltivazioni e allevamenti, può contribuire a mantenere la fertilità dei suoli, ridurre le emissioni climalteranti e garantire una produzione alimentare efficiente e resiliente. Anche la lotta agli sprechi resta fondamentale lungo tutta la filiera.
proteggere e ripristinare gli ecosistemi naturali, perché foreste, zone umide e suoli ricchi di sostanza organica svolgono un ruolo chiave come serbatoi di carbonio. Intervenire su scala paesaggistica significa rafforzare la capacità del pianeta di tamponare gli effetti del riscaldamento globale, rallentando i feedback più pericolosi.
adattare città e territori agli eventi estremi già in corso, ripensando la gestione del rischio, l’urbanizzazione selvaggia e l’impermeabilizzazione del suolo. L’aumento delle temperature e la frequenza di fenomeni meteorologici estremi impongono infrastrutture più resilienti, spazi verdi urbani, reti idriche e sistemi di allerta progettati per il clima che verrà – non per quello che avevamo.
E accanto alle scelte politiche e industriali, anche le azioni individuali contano: ridurre gli sprechi, consumare meno e meglio, informarsi, partecipare, votare con consapevolezza.
Non è una colpa da espiare.
Non serve sentirsi inadeguati o sopraffatti. È una responsabilità storica che possiamo ancora scegliere di assumerci.
Perché, se il problema è stato causato dall’uomo, la soluzione può venire solo da noi.
Per capire davvero cosa significhi “riscaldamento globale”, dobbiamo prima capire come funziona il sistema che, da sempre, modera il clima della Terra: gli oceani. Sono loro, infatti, il gigantesco ingranaggio nascosto che regola la distribuzione del calore, l’equilibrio dell’umidità e la circolazione dell’energia termica sul nostro pianeta.
Le acque oceaniche non stanno mai ferme. Si muovono in superficie, spinte dai venti; si muovono in profondità, guidate da variazioni di temperatura e salinità. In questo continuo rimescolamento – silenzioso, ma potentissimo – si nasconde il segreto della nostra stabilità climatica. Ogni corrente trasporta calore dai tropici verso i poli e viceversa, mitiga le temperature, distribuisce nutrienti e sostiene la vita marina.
È un equilibrio delicato, raffinato, essenziale. E proprio per questo vulnerabile.
Se le acque si muovono meno, se non si mescolano più come dovrebbero, l’intero sistema comincia a rallentare, a scompensarsi. Il clima si fa più estremo, le piogge più irregolari, le stagioni meno distinguibili.
Ecco perché non possiamo davvero comprendere il cambiamento climatico senza prima esplorare i meccanismi che governano il movimento delle acque nei grandi corpi idrici: oceani, mari, fiumi, laghi.
A partire da qui, cercherò di spiegare – con l’aiuto della fisica e della chimica – come funzionano i movimenti orizzontali e verticali delle acque e perché sono così importanti per la regolazione del clima. Solo dopo, potremo affrontare il nodo centrale: cosa succede quando, a causa dell’aumento delle temperature globali, questi meccanismi si inceppano.
Le grandi correnti: il vento comanda
Partiamo dalla superficie. Le acque degli oceani sono spinte dai venti, ma non in modo casuale. Intorno all’equatore, ad esempio, gli Alisei soffiano da est verso ovest e trascinano con sé le acque superficiali. Alle latitudini medie (tra 30° e 60°), i venti occidentali spingono invece le correnti verso est.
Quando queste correnti incontrano i continenti, vengono deviate. Ed è qui che entra in gioco la forza di Coriolis: un effetto legato alla rotazione terrestre che curva i flussi d’acqua verso destra nell’emisfero nord e verso sinistra in quello sud. Il risultato? Enormi vortici oceanici che formano veri e propri “nastri trasportatori” d’acqua calda e fredda.
Uno degli esempi più noti è la Corrente del Golfo, che trasporta acque tropicali lungo la costa orientale del Nord America fino all’Europa occidentale, regalando inverni miti a paesi come il Regno Unito e la Norvegia.
Come illustrato in Figura 1, le acque superficiali degli oceani (fino a circa 100 metri di profondità) si muovono orizzontalmente, spinte soprattutto dai venti. La presenza dei continenti ne modifica il percorso, generando ampie correnti che si piegano e si avvolgono in vortici permanenti, visibili in tutti i principali bacini oceanici.
Figura 1. Rappresentazione delle principali correnti oceaniche superficiali. A causa della presenza dei continenti, le correnti deviano dal loro percorso originale, generando grandi vortici oceanici. Immagine scaricata liberamente da: https://www.freepik.com/free-photos-vectors/ocean-currents-map.
Le correnti profonde: il ruolo del sale e della temperatura
Ma c’è un altro motore, più lento, silenzioso e profondo: il rimescolamento verticale. È un processo meno visibile rispetto alle correnti superficiali, ma non meno importante. In alcune regioni del pianeta, come le zone tropicali aride o le aree polari, l’acqua in superficie subisce trasformazioni che ne modificano profondamente la densità.
Nelle aree calde, per esempio, l’evaporazione intensa concentra i sali nell’acqua residua. Più sale significa maggiore densità: e un’acqua più densa tende naturalmente ad affondare verso gli strati profondi dell’oceano.
Al contrario, in altre zone l’acqua può essere diluita da piogge abbondanti o dallo scioglimento dei ghiacci, diventando più dolce e meno densa, e quindi destinata a risalire.
Anche la temperatura gioca un ruolo cruciale. Quando l’acqua marina si raffredda intensamente – come accade ai poli – tende a ghiacciarsi. Durante il congelamento, però, il ghiaccio espelle i sali: ciò che resta intorno ai blocchi di ghiaccio è un’acqua estremamente salina e fredda. Questo liquido denso sprofonda verso il fondo oceanico, innescando così un flusso verticale che alimenta la circolazione delle acque a grandi profondità.
Questo meccanismo prende il nome di circolazione termoalina: un termine che unisce l’effetto della temperatura (“termo”) a quello del sale (“alina”, dal greco halos). È grazie a questa lenta ma continua danza tra acque fredde, salate e profonde, e acque più calde e superficiali, che l’oceano riesce a rimescolarsi in profondità, mantenendo in equilibrio il trasporto di calore, nutrienti e anidride carbonica tra gli strati più esterni e quelli abissali.
Il grande nastro trasportatore globale
Combinando i movimenti orizzontali delle acque – spinti dai venti – con quelli verticali – governati da differenze di temperatura e salinità – si ottiene un colossale circuito planetario che i climatologi chiamano Global Conveyor Belt, ovvero nastro trasportatore oceanico globale.
È un sistema mastodontico, profondo e lentissimo. Le acque che oggi affondano nel Nord Atlantico, gelide e ricche di sale, possono impiegare fino a mille anni per completare il loro viaggio nei fondali oceanici e riaffiorare in superficie dall’altra parte del mondo. Una corrente profonda che scorre a pochi centimetri al secondo, eppure fondamentale per la vita sul pianeta.
Quello che si viene a creare è un ciclo continuo: le correnti calde e superficiali (come la Corrente del Golfo) trasportano calore dai tropici verso i poli; lì, l’acqua si raffredda e sprofonda, diventando corrente fredda e profonda che scivola silenziosamente nei meandri degli oceani, fino a riemergere in zone tropicali o subtropicali, dove riprende il viaggio in superficie.
Questo meccanismo globale è illustrato nella Figura 2.
Figura 2. Rappresentazione semplificata della circolazione termoalina, nota anche come Global Conveyor Belt. Le correnti calde e superficiali (in rosso) scorrono verso le regioni polari, dove l’acqua raffreddata e più salina sprofonda, originando correnti fredde profonde (in blu) che si muovono attraverso gli oceani fino a riemergere nelle regioni tropicali, completando il ciclo. Immagine liberamente disponibile su https://www.freepik.com/free-photos-vectors/ocean-currents-map.
Quando il nastro si inceppa
Tutto questo sistema – perfetto, lento, ma vitale – può essere compromesso. Il riscaldamento globale sta alterando proprio quei meccanismi che regolano la circolazione termoalina, interferendo con la densità delle acque superficiali nelle zone chiave del pianeta.
Nelle regioni dove si formano le acque profonde, come il Nord Atlantico, il processo dipende dalla capacità dell’acqua superficiale di diventare abbastanza densa da affondare. Ma con l’aumento delle temperature globali, entrano in gioco due fattori destabilizzanti:
lo scioglimento dei ghiacci artici immette enormi quantità di acqua dolce nei mari;
l’intensificarsi delle precipitazioni diluisce ulteriormente le acque superficiali.
Il risultato? L’acqua resta più dolce, più calda, e quindi meno densa. Non affonda più come dovrebbe. E se non affonda, il motore si spegne.
Questo porta a un fenomeno ben noto in oceanografia: la stratificazione delle acque. Gli strati superficiali diventano sempre più stabili, separati da quelli profondi da un gradiente di densità così marcato da impedire ogni rimescolamento. È come se l’oceano fosse “bloccato a strati”, con uno strato leggero e caldo che galleggia sopra uno freddo e denso, ma senza più scambi attivi tra i due (Figura 3).
Le conseguenze sono profonde:
Il nastro trasportatore globale rallenta o si indebolisce, fino al rischio – non solo teorico – di un blocco parziale o totale.
Il calore non viene più redistribuito: i tropici si surriscaldano, le regioni temperate (come l’Europa nord-occidentale) rischiano un paradossale raffreddamento.
L’acqua profonda non riceve più ossigeno né nutrienti, danneggiando la vita marina.
In superficie, mancano i nutrienti che sostengono il plancton: cala la produttività biologica degli oceani.
E soprattutto: l’oceano assorbe meno anidride carbonica per due motivi. Da un lato, l’aumento della temperatura riduce la solubilità della CO₂ in acqua; dall’altro, la stratificazione blocca il rimescolamento, impedendo il trasporto della CO₂ in profondità. Il risultato è che più CO₂ resta nell’atmosfera, accelerando ulteriormente il riscaldamento globale.
È una spirale pericolosa, un meccanismo di retroazione in cui l’effetto rafforza la causa: più caldo → più stratificazione → meno rimescolamento → meno assorbimento di CO₂ → ancora più caldo.
Un classico cane che si morde la coda, ma su scala planetaria.
Figura 3. Meccanismo della stratificazione degli oceani. Il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento delle precipitazioni rendono l’acqua superficiale più calda e dolce, quindi meno densa. Questo riduce il rimescolamento verticale con gli strati profondi, limitando lo scambio di calore, nutrienti e la capacità dell’oceano di assorbire CO₂.
Conclusioni
Gli oceani non sono solo grandi riserve d’acqua: sono ingranaggi dinamici e complessi che regolano il clima terrestre, trasportano calore, rimescolano nutrienti e assorbono anidride carbonica. La loro capacità di farlo dipende dal delicato equilibrio tra venti, salinità e temperatura. Quando questo equilibrio si spezza — a causa dell’aumento delle temperature globali — il sistema si inceppa: le acque si stratificano, il rimescolamento si blocca, la circolazione rallenta.
Le conseguenze, anche se lente a manifestarsi, sono profonde: clima più estremo, ecosistemi marini impoveriti e maggiore accumulo di CO₂ in atmosfera. È una crisi silenziosa, ma già in atto.
Per capire e affrontare il cambiamento climatico, non basta guardare al cielo: dobbiamo guardare al mare, e comprendere come funziona — e come sta cambiando — il grande mescolamento degli oceani.
Questo articolo è parte di un percorso dedicato al riscaldamento climatico.
Nel primo appuntamento ci siamo chiesti perché, in un mondo sempre più caldo, possano verificarsi fenomeni estremi come piogge torrenziali e temporali improvvisi (leggi qui).
Oggi abbiamo esplorato il ruolo nascosto ma fondamentale degli oceani nella regolazione del clima.
Nel prossimo articolo parleremo invece di come l’attività umana stia alterando questi equilibri, e perché il riscaldamento globale non può più essere considerato un semplice fenomeno naturale.
Negli ultimi anni, gli eventi meteorologici estremi sono diventati sempre più frequenti, sia in Italia che nel resto del mondo.
Una mappa interattiva dell’ISPRA, consultabile online, mostra chiaramente dove questi eventi si sono verificati in Italia tra il 2020 e il 2024. Si osservano piogge torrenziali, grandinate eccezionali, ondate di calore anomale e prolungate. Tutti segnali di un sistema climatico sempre più instabile.
Come conseguenza di queste anomalie, è sempre più comune imbattersi – soprattutto sui social – in discussioni o thread in cui si afferma che fenomeni come le alluvioni, seguite da bruschi cali di temperatura, smentirebbero l’esistenza del riscaldamento globale.
Una frase ricorrente è:
“Altro che riscaldamento globale: ieri grandinava e oggi ci sono 18 gradi!”
Chi vive in zone come Palermo – dove, negli ultimi anni, si sono registrati picchi termici estremi e livelli di umidità superiori all’80%, anche in pieno giorno – tende invece a riconoscere, in modo molto concreto, la realtà del cambiamento climatico.
“Orpo… che caldo. Veramente stiamo andando verso qualcosa che non abbiamo mai vissuto.”
Ma come si concilia tutto questo?
Come può il riscaldamento globale provocare temporali violenti, grandinate e persino abbassamenti improvvisi della temperatura?
Dobbiamo innanzitutto ricordare che la logica scientifica è controintuitiva. Non possiamo applicare al metodo scientifico la logica che usiamo tutti i giorni per collegare ciò che vediamo con ciò che pensiamo sia vero: la realtà fisica spesso sorprende e non si lascia interpretare con impressioni o sensazioni.
Sulla base di queste premesse, chiediamoci cosa accade sulla superficie terrestre quando la temperatura aumenta di un solo grado Celsius. Un grado può sembrare poco. Se tocchiamo una pentola a 70 °C proviamo lo stesso bruciore che a 71 °C. E non distinguiamo tra il freddo di 0 °C e quello di -1 °C.
Ma il pianeta non è il nostro palmo, né il nostro naso.
Nel sistema Terra, un solo grado può fare una differenza gigantesca: significa più energia, più evaporazione, più acqua nell’atmosfera. E più acqua nell’aria significa, potenzialmente, più pioggia, più violenza, più squilibrio.
Per capire quanto sia concreta questa affermazione, facciamo un semplice calcolo: stimiamo quanta acqua in più evapora dagli oceani quando la loro temperatura superficiale sale di un solo grado come, per esempio, da 25 °C a 26 °C.
Effetti della temperatura sull’equilibrio H2Oliquido = H2Ovapore
Per semplicità, consideriamo solo una porzione di oceano estesa per 100 milioni di metri quadrati (pari a 100 km²) e limitiamoci al primo metro d’aria immediatamente sovrastante. Vogliamo capire quanta acqua in più finisce nell’aria subito sopra l’oceano quando la sua temperatura sale di un solo grado, da 25 °C a 26 °C.
L’equazione di Antoine
Per stimare la pressione di vapore dell’acqua alle due temperature, usiamo la formula empirica di Antoine, valida tra 1 e 100 °C:
log₁₀(P) = A − B / (C + T)
dove:
P è la pressione di vapore in mmHg,
T è la temperatura in gradi Celsius,
A, B, C sono coefficienti specifici per ciascuna sostanza (ad esempio, acqua, etanolo, acetone…) e validi solo entro certi intervalli di temperatura. Nel caso specifico dell’acqua: A = 8.07131; B = 1730.63; C = 233.426 (valori specifici per l’acqua in questo intervallo). Il riferimento per i valori numerici di A, B e C è qui.
Convertiamo poi la pressione in Pascal (1 mmHg = 133.322 Pa).
I risultati
Applicando i valori:
a 25 °C si ottiene P ≈ 23.76 mmHg, cioè circa 3158 Pa;
a 26 °C si ottiene P ≈ 25.13 mmHg, cioè circa 3351 Pa.
Calcolo della densità del vapore
Convertiamo ora la pressione parziale in densità di vapore acqueo (ρ), usando l’equazione dei gas ideali:
ρ = (P × M) / (R × T)
dove:
P è la pressione in pascal,
M è la massa molare dell’acqua (18.015 g/mol),
R è la costante dei gas (8.314 J/mol·K),
T è la temperatura assoluta in Kelvin.
Calcolando:
a 25 °C (298.15 K) si ottiene ρ ≈ 0.02295 kg/m³;
a 26 °C (299.15 K) si ottiene ρ ≈ 0.02431 kg/m³.
L’aumento netto di vapore
La differenza di densità è:
0.02431 − 0.02295 = 0.00136 kg/m³
Moltiplichiamo per il volume d’aria (100 000 000 m³):
0.00136 × 100 000 000 = 136.000 kg
In altre parole, un aumento di temperatura di 1 °C (da 25 a 26 °C) genera 136 tonnellate di vapore in più, solo su una superficie di 100 km² e solo nello strato d’aria immediatamente sopra l’oceano.
157 800 000 000 kg, ovvero 158 milioni di tonnellate di vapore acqueo in più.
E questo, lo ripeto, solo nello strato d’aria immediatamente sopra la superficie, per un singolo grado in più.
Ma quei numeri non restano sulla carta. Entrano in circolo nell’atmosfera, e da lì comincia il loro impatto reale.
Dall’oceano alla pioggia: il viaggio del vapore
Ma cosa succede a tutta quest’acqua una volta entrata in atmosfera?
Viene trasportata dalle correnti. Quando incontra masse d’aria più fredde, condensa formando nubi e poi pioggia. Se la quantità di vapore è anomala, lo saranno anche le precipitazioni: brevi, violente, improvvise.
Inoltre, il vapore acqueo è attivo nell’infrarosso: è un gas serra molto più potente della CO₂, anche se molto più effimero. In climatologia si parla di feedback positivo: l’aumento della temperatura fa evaporare più acqua → il vapore trattiene più calore → aumenta ancora la temperatura → e così via.
Quella pioggia non è “contro” il riscaldamento: è il riscaldamento
Piogge torrenziali, grandinate e cali locali della temperatura non smentiscono il riscaldamento globale. Al contrario, ne sono una conseguenza. Il sistema Terra si scalda in media, ma localmente può produrre raffreddamenti temporanei proprio in risposta a squilibri energetici più ampi.
Conclusioni
Il calcolo che ho presentato è, ovviamente, una semplificazione. Non tiene conto del vento, della turbolenza, della salinità, né della reale dinamica verticale dell’atmosfera. Non pretende di descrivere con esattezza tutto ciò che accade nell’interazione tra oceano e cielo. Ma ha un obiettivo chiaro: rendere visibile, con i numeri, una verità che l’intuizione fatica a cogliere.
Perché la logica scientifica non coincide con il senso comune.
Come ho già scritto, nel nostro vissuto quotidiano, un solo grado in più non è nulla. Non percepiamo differenze tra 0 °C e -1 °C, tra 70 °C e 71 °C. Ma il sistema Terra non funziona secondo ciò che sentiamo sulla pelle: funziona secondo leggi fisiche. E in fisica, un solo grado può significare miliardi di tonnellate d’acqua in più nell’atmosfera. Significa più energia, più instabilità, più violenza meteorologica.
Paradossalmente, quello che percepiamo come una smentita del riscaldamento globale – la grandine, il temporale, il crollo improvviso delle temperature – ne è invece una manifestazione diretta.
Il clima risponde con intensità e disordine proprio perché è fuori equilibrio. E lo è, in parte, per colpa di quell’apparente “piccolo” grado in più.
La scienza ci dà gli strumenti per misurare, per capire, per anticipare.
Sta a noi scegliere se vogliamo continuare a confondere il temporale con una tregua, o iniziare a leggere in quelle piogge il segnale di un sistema che sta cambiando – e lo sta facendo sotto i nostri occhi.
Quella pioggia che ti ha fatto dire “ma quale riscaldamento globale?” è esattamente il motivo per cui dovremmo iniziare a preoccuparci.
Che cosa possono raccontarci i nostri capelli? Molto più di quanto immaginiamo. Non sono soltanto un segno di identità o di stile personale, ma vere e proprie architetture biologiche capaci di custodire informazioni preziose: sulla nostra salute, sulle sostanze a cui siamo stati esposti e persino sulle tracce lasciate da trattamenti cosmetici.
È proprio per raccontare questa dimensione scientifica, spesso trascurata, che voglio parlare di tricochimica: uno studio chimico del capello in tutti i suoi aspetti, dall’estetica alla tossicologia e fino all’analisi forense.
La chimica, infatti, non è una disciplina astratta. È uno strumento concreto per capire fenomeni quotidiani. Capire come funzionano le tinture, le permanenti o i trattamenti liscianti significa comprendere reazioni chimiche precise. Allo stesso modo, analizzare i capelli per individuare droghe o metalli pesanti richiede metodiche chimico-analitiche raffinate, fondamentali in medicina legale e nelle indagini forensi.
In questo articolo proverò a esplorare questo campo affascinante e multidisciplinare. Vedremo come sono fatti i capelli, quali trasformazioni chimiche possono subire e come la chimica ci aiuta a leggerne la storia. Un viaggio che unisce bellezza e scienza, con uno sguardo attento anche alle implicazioni sociali ed etiche di queste conoscenze.
Il significato evoluzionistico dei capelli
Per affrontare la chimica dei capelli in modo completo è utile partire da una domanda più profonda: perché l’essere umano ha ancora i capelli sulla testa? A differenza della maggior parte dei mammiferi, che conservano un pelame diffuso sul corpo, la nostra specie si caratterizza per una pelle glabra salvo alcune aree strategiche, come il cuoio capelluto.
Le ipotesi evolutive più accreditate interpretano i capelli come una reliquia evolutiva che ha progressivamente perso molte delle funzioni originarie di isolamento termico. Tuttavia, la loro conservazione sul cranio potrebbe aver offerto vantaggi adattativi. Un ruolo plausibile è la protezione dal surriscaldamento diretto, agendo da schermo contro la radiazione solare intensa, specialmente in climi aperti e soleggiati. Allo stesso tempo, il cuoio capelluto riccamente vascolarizzato favorisce la dispersione di calore in eccesso. La distribuzione e la densità dei capelli umani sono quindi il risultato di una pressione selettiva che ha equilibrato protezione e termoregolazione.
Inoltre, il capello ha mantenuto importanti valenze sociali e sessuali. Il colore, la forma e la consistenza dei capelli variano tra individui e popolazioni, diventando segnali di riconoscimento, età, salute e persino desiderabilità sessuale. Queste caratteristiche hanno stimolato la selezione sessuale e culturale, contribuendo a fare del capello un elemento centrale dell’identità personale.
A conferma della sua rilevanza evolutiva, studi recenti hanno identificato correlazioni genetiche di fine scala con la morfologia del capello, evidenziando la selezione naturale e la divergenza adattativa in diverse popolazioni umane.
Comprendere queste dimensioni evolutive non è solo una curiosità: ci ricorda che la chimica del capello studia un tessuto vivo di storia biologica e culturale. Anche la tricochimica si deve confrontare con questa eredità evolutiva, che plasma le caratteristiche fisiche e chimiche della fibra capillare così come le funzioni sociali che ancora oggi attribuiamo ai nostri capelli.
Nascita e crescita del capello: la biologia del follicolo pilifero
Per comprendere davvero la chimica del capello – la tricochimica – è fondamentale partire dalla sua biologia. Il capello non è soltanto la fibra che vediamo spuntare dalla cute, ma il risultato di un processo di crescita complesso che avviene all’interno del follicolo pilifero, una struttura specializzata immersa nella pelle.
Il follicolo pilifero è una piccola tasca di epitelio che avvolge la parte viva del capello e ne dirige la formazione. Al suo interno si trova la papilla dermica, ricca di vasi sanguigni, che fornisce nutrienti, ossigeno e, non meno importante, trasporta farmaci e metalli pesanti che possono incorporarsi nella fibra in formazione. È proprio grazie a questa connessione vascolare che il capello diventa un archivio biologico capace di registrare, nel tempo, esposizioni a sostanze esterne.
Tradizionalmente, il ciclo di vita del capello si suddivide in tre fasi principali:
Anagen: fase di crescita attiva, che può durare anni. In questa fase le cellule della matrice germinativa si moltiplicano rapidamente e si cheratinizzano progressivamente, formando il fusto del capello che emerge dalla cute. È qui che avviene l’incorporazione più stabile di sostanze esogene, rendendo questa fase cruciale per l’analisi tossicologica.
Catagen: breve fase di regressione (2–3 settimane) in cui l’attività proliferativa si arresta e il follicolo si contrae.
Telogen: fase di riposo (2–6 mesi) al termine della quale il capello smette di crescere e rimane “in attesa” prima di essere espulso.
Un altro aspetto importante del follicolo è la presenza di strutture di supporto come la guaina epiteliale interna, che avvolge la fibra nelle sue prime fasi di formazione. In questa guaina si esprime la trichohyalin(in italiano la tradurrei come tricoialina), una proteina ricca di glutammina che svolge un ruolo cruciale nel conferire resistenza meccanica e nell’ordinare la cheratinizzazione delle cellule. Questa proteina agisce come una sorta di “impalcatura molecolare”, indispensabile per ottenere la struttura finale della fibra capillare.
Capire la biologia del follicolo è dunque essenziale per spiegare non solo la struttura del capello che osserviamo a occhio nudo, ma anche la sua capacità di registrare esposizioni chimiche durante la crescita. Solo conoscendo questo processo si possono comprendere appieno sia la chimica cosmetica (che deve penetrare e modificare la fibra), sia le analisi tossicologiche (che leggono la storia di queste incorporazioni).
Struttura e composizione del capello
Un capello non è un semplice “filo” uniforme: è un materiale biologico complesso, progettato per resistere, proteggere e comunicare caratteristiche individuali come colore, forma e lucentezza.
Architettura della fibra: cuticola, corteccia e midollo
Il capello è costituito da tre parti principali (Figura 1). All’esterno si trova la cuticola, formata da cellule appiattite e sovrapposte a tegola, che proteggono gli strati interni e conferiscono lucentezza grazie alla loro disposizione ordinata. Subito sotto si trova la corteccia, la parte più voluminosa, composta da fibre di cheratina organizzate in macrofibrille e pigmenti melanici che determinano il colore. Qui si stabiliscono i legami chimici (come i ponti disolfuro) che influenzano la forma del capello. Al centro si trova il midollo, una regione meno definita e spesso discontinua nei capelli più fini, che contribuisce all’isolamento termico e alla rigidità.
Figura 1. Struttura schematica di un capello umano.
Composizione chimica: membrana interna, cheratina, lipidi e acqua
A livello chimico, la fibra capillare è un materiale stratificato e sofisticato. La componente principale è la cheratina, una proteina fibrosa costituita da filamenti polipeptidici ricchi di cisteina, che si organizzano in strutture a coiled-coil di tipo α-elica. Queste eliche si associano in filamenti intermedi, che a loro volta formano macro-fibrille, dando alla corteccia un’architettura gerarchica e resistente. Studi recenti di diffrazione a raggi X hanno confermato questa architettura gerarchica, evidenziando distanze caratteristiche tra filamenti intermedi (90, 45 e 27 Å) che si mantengono costanti in individui con tipi di capelli diversi.
Tra le cellule della corteccia e della cuticola si interpone il Cell Membrane Complex (CMC), una struttura lipidica e proteica laminare che funge da collante idrofobo, regolando la coesione cellulare e la permeabilità all’acqua e alle sostanze chimiche. Esperimenti di microdiffrazione hanno dimostrato che il CMC è sensibile all’umidità, mostrando rigonfiamento al contatto con l’acqua: un aspetto che spiega la sua importanza nei trattamenti cosmetici e nella penetrazione di agenti idrosolubili.
La cuticola, oltre alla funzione protettiva, contiene lamelle ben stratificate che includono β-cheratina, distinta dall’α-cheratina della corteccia, conferendole maggiore compattezza e impermeabilità. Inoltre, la composizione chimica complessiva del capello include lipidi liberi (circa 1-9%), acqua (10-15% circa in condizioni normali), minerali come magnesio, zinco, ferro e rame, oltre a tracce di aminoacidi e vitamine. Questa miscela complessa fornisce al capello proprietà di robustezza, elasticità e resistenza agli stress ambientali, anche se può essere danneggiata in modo irreversibile da trattamenti cosmetici aggressivi, calore e radiazioni UV.
Le proprietà fisiche e cosmetiche del capello dipendono infine dai legami chimici che ne stabilizzano la struttura. I legami a idrogeno sono deboli ma numerosi, si rompono e si riformano facilmente con umidità o calore, ed è grazie a loro che si ottiene l’effetto temporaneo della piega (phon, piastra). Per approfondire la natura e la forza di questi legami nell’acqua e nelle soluzioni, è possibile leggere due articoli che ho scritto sul blog: qui e qui. I legami salini, di tipo ionico, dipendono dall’interazione tra cariche opposte presenti sulle catene laterali degli amminoacidi e sono sensibili al pH. I legami disolfuro, molto più forti, uniscono in modo stabile le catene di cheratina grazie ai ponti tra residui di cisteina e sono i bersagli principali dei trattamenti chimici come permanenti o lisciature.
Conoscere questa struttura complessa è fondamentale per capire come e perché i capelli reagiscono ai trattamenti cosmetici, all’umidità ambientale o ai processi analitici usati in tossicologia e scienze forensi. È il primo passo del nostro viaggio nella tricochimica.
Ulteriori approfondimenti sono disponibili anche qui.
La chimica cosmetica del capello
La chimica cosmetica applicata ai capelli è un settore complesso e affascinante che si occupa di trasformare la fibra capillare attraverso reazioni controllate, con l’obiettivo di modificare colore, forma e aspetto. Uno degli esempi più noti è la colorazione permanente, che si basa su un processo di ossidazione ben studiato. In questo caso si usano due componenti principali: un agente alcalino (come l’ammoniaca o la etanolammina) e un ossidante (generalmente perossido di idrogeno o acqua ossigenata). Il composto alcalino serve ad aprire le squame della cuticola, permettendo al perossido e ai precursori del colore (come la p-fenilendiammina) di penetrare nella corteccia. Lì, il perossido ossida i precursori in intermedi reattivi che, legandosi a opportuni “couplers” (come il resorcinolo), formano grandi molecole di colorante intrafibra, responsabili della tonalità stabile e duratura. Questo processo, come ricorda anche la letteratura recente, è pressoché invariato da oltre un secolo, ma rimane il più efficace per coprire i capelli bianchi e schiarire tonalità naturali. La Figura 2 mostra le strutture chimiche di alcune molecole usate per il trattamento di colorazione permanente.
Figura 2. Molecole usate nei processi di colorazione permanente dei capelli.
I trattamenti per permanenti e lisciature chimiche agiscono invece modificando i legami disolfuro tra le catene di cheratina all’interno della corteccia. Nelle permanenti tradizionali si usa un riducente (come l’acido tioglicolico, Figura 3) per rompere questi ponti, consentendo di avvolgere i capelli su bigodini e fissare la nuova forma. Successivamente si applica un ossidante (solitamente ancora perossido di idrogeno) per riformare i legami disolfuro nella configurazione desiderata. Anche le lisciature chimiche sfruttano lo stesso principio, ma con tecniche e formulazioni diverse per spezzare i ponti disolfuro e fissare una fibra capillare più lineare. Questi processi, pur efficaci, indeboliscono la struttura del capello e ne aumentano la porosità, con conseguenze estetiche e meccaniche rilevanti.
Figura 3. Struttura dell’acido tioglicolico.
Un capitolo delicato è quello dei trattamenti liscianti con formaldeide (Figura 4) o con rilascio di formaldeide, molto discussi per i potenziali rischi per la salute. Il cosiddetto “Brazilian Blowout” e trattamenti simili usano formaldeide (o precursori che la rilasciano a caldo) per creare ponti metilenici tra le catene di cheratina, bloccandole in configurazioni lisce. Tuttavia, l’esposizione ai vapori di formaldeide è un noto rischio cancerogeno e può causare irritazioni acute e sensibilizzazioni. Per questo motivo, normative come quelle dell’Unione Europea vietano o limitano severamente l’uso di formaldeide libera o rilasciata oltre soglie minime, imponendo test e dichiarazioni specifiche sui cosmetici (riferimenti qui, qui e qui).
Figura 4. Struttura della formaldeide.
La cosmetica dei capelli si muove così su un crinale tecnico e normativo importante: da un lato c’è la ricerca di prodotti sempre più efficaci e personalizzati, dall’altro la crescente attenzione alla sicurezza dell’utilizzatore e del professionista. Negli ultimi anni, inoltre, si osserva un forte interesse per alternative più delicate e sostenibili, come colorazioni a basso contenuto di ammoniaca o a base di derivati naturali, e trattamenti liscianti privi di formaldeide, che sfruttano polimeri cationici o derivati di aminoacidi per un effetto condizionante e disciplinante meno aggressivo (riferimenti qui e qui).
I farmaci e i metalli pesanti si depositano nel capello principalmente durante la fase di crescita (anagen), grazie alla circolazione sanguigna che porta le molecole fino al follicolo, la piccola struttura immersa nella cute dove le cellule del capello si formano, si moltiplicano e si cheratinizzano. Una volta incorporate nella matrice di cheratina in formazione, queste sostanze restano stabilmente legate alla struttura del fusto, resistendo alla degradazione per lungo tempo. Altri percorsi di incorporazione includono il sebo, il sudore e in misura minore l’assorbimento ambientale. Tuttavia, i moderni protocolli di lavaggio e decontaminazione riducono il rischio di contaminazione esterna falsamente positiva.
Dal punto di vista analitico, l’analisi tossicologica del capello richiede tecniche di estrazione sofisticate. La fibra capillare, costituita per il 65–95% da cheratina, oltre che da lipidi, acqua e pigmenti, deve essere digerita o frammentata in modo controllato per liberare i composti target senza degradarli. Tra le tecniche più comuni di preparazione ci sono l’idrolisi acida o enzimatica, l’estrazione in solventi organici e la digestione assistita da ultrasuoni. Dopo l’estrazione, le sostanze vengono analizzate con metodi ad alta sensibilità e specificità come la spettrometria di massa accoppiata alla gascromatografia (GC–MS) o alla cromatografia liquida (LC–MS). Queste metodiche consentono di rilevare quantitativi nell’ordine dei picogrammi di numerosi farmaci e metaboliti, inclusi oppiacei, cocaina, cannabis, amfetamine e benzodiazepine, così come metalli pesanti analizzabili via spettroscopia di assorbimento atomico (AAS).
Uno dei principali vantaggi dell’analisi sul capello è la sua “finestra temporale estesa”: ogni centimetro di lunghezza corrisponde approssimativamente a un mese di crescita, permettendo di segmentare il campione per ricostruire una cronologia dettagliata delle esposizioni. Tuttavia, esistono anche limiti e criticità. Trattamenti cosmetici aggressivi come tinture, decolorazioni o permanenti possono ridurre la concentrazione di sostanze depositate o alterarne la distribuzione, rendendo più difficile l’interpretazione. Anche la variabilità individuale (colore, contenuto di melanina, porosità) può influenzare l’assorbimento dei farmaci, rendendo complessa la traduzione quantitativa dei dati in dosi assunte.
Nonostante queste sfide, l’analisi tossicologica del capello rappresenta uno strumento fondamentale in ambito forense e clinico per la sua capacità di documentare l’esposizione remota a sostanze psicoattive o tossiche, offrendo informazioni preziose che integrano e completano quelle ricavabili da sangue o urina.
Conclusioni, prospettive e sfide future
La tricochimica si propone come un campo di studio davvero interdisciplinare, capace di unire la conoscenza chimica della fibra capillare con esigenze estetiche, implicazioni tossicologiche e applicazioni forensi. Comprendere la composizione, la struttura e le trasformazioni chimiche dei capelli significa poter progettare trattamenti cosmetici più efficaci e sicuri, interpretare correttamente le analisi tossicologiche e persino ricostruire storie di consumo di sostanze o dinamiche criminali.
Tra le sfide principali spicca la necessità di una maggiore standardizzazione delle analisi tossicologiche: solventi, protocolli di estrazione, metodi di decontaminazione e tecniche strumentali richiedono armonizzazione per garantire risultati confrontabili e robusti. Anche i trattamenti cosmetici pongono questioni complesse: mentre il mercato cerca prodotti sempre più performanti e personalizzati, resta fondamentale valutarne l’efficacia in relazione alla salute del capello e della persona, evitando ingredienti aggressivi o potenzialmente dannosi.
Il futuro della tricochimica si muove verso un’integrazione sempre più stretta tra cosmetica e tossicologia: l’obiettivo è sviluppare prodotti “smart” e sicuri, capaci di interagire con la fibra capillare in modo controllato, rispettandone la biologia e la chimica. In questo senso, la ricerca multidisciplinare – che unisce chimica organica, biochimica, tossicologia analitica e scienza dei materiali – sarà essenziale per innovare e rispondere alle nuove esigenze di consumatori, professionisti e legislatori.
La tricochimica non è dunque un semplice esercizio accademico: è una disciplina viva e applicata, che tocca la nostra quotidianità, dalla cura estetica all’identità personale, dalla salute alla sicurezza pubblica. Riconoscerne l’importanza e investire nella sua evoluzione significa contribuire a un approccio più consapevole, informato e sostenibile al mondo dei capelli.
Simplicio, difensore fervente dell’omeopatia e delle medicine alternative.
Salviati, filosofo naturalista e uomo di scienza.
Sagredo, gentiluomo curioso e attento, che modera il discorso.
[Scena: in una loggia, i tre siedono a discorrere. Il sole volge al tramonto.]
Sagredo: Vi prego, signori miei, di proseguire quella disputa che già stamani cominciaste, acciocché io possa intendere meglio la ragione del contendere.
Salviati: Con piacere. Discorrevamo dell’arte medica, e in specie di quella setta che si vanta di guarire con nulla, chiamata omeopatia.
Simplicio: Vi prego di non schernirla, ché molti l’usano con profitto.
Salviati: Profitto spirituale, forse. Giacché altro effetto io non trovo se non quello che ogni placebo ben somministrato produce.
Simplicio: Eppure vi sono testimonianze infinite di chi fu sanato!
Salviati: Testimonianze infinite vi sono anche di chi ha veduto spiriti, eppure niuno spirito fu mai sezionato né posto in provetta.
Sagredo: Io comprendo che voi, Salviati, chiedete esperimento?
Salviati: E metodo. Che si faccia prova, in doppio cieco, con numero sufficiente, con analisi statistica e rigore.
Simplicio: Ah! Ma la scienza moderna non può comprendere i sottili influssi, le energie informate dall’acqua!
Salviati: Voi dite energie informate? Io non vedo che acqua distillata.
Simplicio: È perché non sapete veder oltre la materia!
Salviati: Se il “vedere oltre” vuol dir fingere, vi cedo volentieri il primato.
Sagredo: Oibò, vi prego di moderarvi!
Salviati: Sagredo, vedi che io sono pacato. Sol domando che, se effetto vi sia, si misuri; e se nulla si misura, si taccia.
Simplicio: Ma la medicina convenzionale ha effetti collaterali!
Salviati: E l’omeopatia ne ha così pochi che si contano sulle dita d’una mano amputata.
Sagredo: Questa è mordace!
Salviati: Mordace, ma vera.
Simplicio: Voi ridete, Salviati, ma ignorate che l’acqua possiede memoria!
Salviati: Memoria? Avete visto forse un quaderno in cui ella scriva?
Simplicio: Non di tal fatta! È memoria sottile, quantica! L’acqua si informa della sostanza e ne mantiene l’energia!
Salviati: Oh meraviglia. E quando la bollite, la memoria resta?
Simplicio: Non siate volgare. Vi son regole per non turbarla.
Salviati: Dunque non lavate i panni con acqua calda, ché potreste dimenticare la formula del sapone?
Sagredo: Orsù, Salviati, non lo provocate oltre!
Simplicio: In verità vi dico che scienziati illustri confermano la memoria dell’acqua!
Salviati: Quali? Quelli che stampano riviste in cui essi stessi son revisori?
Simplicio: Voi siete cieco alla Nuova Scienza Energetica!
Salviati: Mi chiamo uomo di prove. Mostratemi la differenza tra due fiale di pura acqua, una “informatizzata” e l’altra no.
Simplicio: Non avete gli strumenti adeguati!
Salviati: Né voi l’effetto.
Simplicio: Vi è però l’acqua C.G.E.!
Sagredo: Che novità è questa?
Simplicio: È acqua trattata con Codice Galattico Energetico!
Salviati: Galattico? Mi par termine assai vasto.
Simplicio: Appunto, abbraccia l’Universo. Si carica di frequenze armoniche inviate da Maestri Cosmo-spirituali!
Salviati: Mi fate intendere che l’acqua, già dotata di memoria, ora riceve telegrammi celesti?
Simplicio: Così è! E guarisce ogni male, dall’ansia alla calvizie.
Salviati: Oimè. Sagredo, non so se io debba replicare o piangere.
Sagredo: Ma questa acqua C.G.E. si vende?
Simplicio: Certamente, ed è ben cara! Ma non pensate al vile denaro: pensate alla salute!
Salviati: Non dubito che a costar molto sembri più mirabile.
Simplicio: Voi rimanete ottuso perché vi manca la fede!
Salviati: Io credo nella ragione. E in un bicchiere d’acqua fresca, purché non informatizzata.
Sagredo: Salviati, diteci in breve che cosa dunque vorreste?
Salviati: Semplice: che ogni rimedio si provi con metodo, che si misuri l’effetto, che si distingua la speranza dal risultato.
Simplicio: Che aridità di spirito!
Salviati: Che chiarezza di pensiero.
Sagredo: Bene, bene… Ma ditemi ora di quest’altra vostra invenzione. Ho sentito bisbigliare di un caffè omeopatico fatto con la vostra Acqua C.G.E.
Simplicio: Ah! Finalmente tocco un tema in cui l’arte mia brilla.
Salviati: Non dubito. Brilla come una lucciola in bottiglia vuota.
Simplicio: Vi spiego. Si prende l’Acqua C.G.E., già potentemente informata del Codice Galattico Energetico, e la si sottopone a energizzazione ulteriore con la firma vibrazionale del caffè.
Sagredo: Firma vibrazionale?
Simplicio: Sì! Basta avvicinare la tazzina di vero caffè alla bottiglia d’acqua. Le onde sottili trasmettono l’informazione aromatica e stimolante.
Salviati: Dunque non serve versarlo nell’acqua?
Simplicio: Che volgarità! Versare? No! Si comunica per risonanza quantica.
Salviati: E questa vostra pozione… stimola davvero?
Simplicio: Più del caffè stesso! È un caffè omeopatico di altissima potenza!
Salviati: Sicché con meno caffè si ottiene più effetto?
Simplicio: Esattamente. Con diluizioni di 30C, cioè una parte di caffè in un oceano, si ottiene energia infinita.
Sagredo: E quale è l’effetto sul bevitore?
Simplicio: Tiene svegli in eterno!
Salviati: In eterno?
Simplicio: Sì! Mai più sonno, mai più stanchezza. Il bevitore si eleva a stato di veglia permanente!
Salviati: Una condanna piuttosto che una cura.
Simplicio: Per voi scettici è sempre tutto negativo.
Salviati: Mi permetto di notare che chi non dorme impazzisce.
Simplicio: Ecco, siete schiavo della vostra scienza materialista. Noi, invece, vogliamo liberarci dal sonno imposto dalle convenzioni terrestri!
Salviati: Convenzioni? È fisiologia.
Simplicio: Schiavitù biologica.
Sagredo: Ma ditemi, il vostro caffè omeopatico ha sapore?
Simplicio: Solo per chi ha l’anima raffinata.
Salviati: E chi non lo sente?
Simplicio: Non è pronto.
Salviati: Ah, dunque il fallimento del rimedio è colpa del paziente.
Simplicio: Ora mi oltraggiate!
Salviati: No, vi studio come fenomeno curioso.
Sagredo: Insomma, lasciatemi capire. Prendete acqua C.G.E., la avvicinate a un caffè vero, la diluite fino a non aver più nulla, e la vendete come elisir di veglia eterna?
Simplicio: Esattamente. Ed è pur certificato dal Gran Collegio Omeopatico Cosmico!
Salviati: Dubito assai dell’accreditamento.
Sagredo: E il prezzo?
Simplicio: Accessibilissimo: solo cento ducati la boccetta.
Salviati: Rapina con garbo.
Simplicio: Innovazione, Salviati. Voi non comprendete il futuro.
Salviati: Se il futuro è questo, mi ritiro nel passato.
Sagredo: Signori miei, basta per oggi. Mi sento confuso. Devo bere un caffè… ma uno vero.
Salviati: Vi accompagno.
Simplicio: Ebbene, rimanete schiavi della caffeina grezza! Io avanzo con l’Acqua C.G.E. verso l’eternità vigile!
[Sipario]
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