Così parlò Bellavite: quando la retorica si traveste da scienza

Introduzione

Di recente Paolo Bellavite, professore associato presso l’Università di Verona, in pensione dal 2017 e noto per le sue posizioni critiche verso le vaccinazioni e per la promozione dell’omeopatia, ha pubblicato un post sui social (Figura 1) in cui denuncia presunte “censure” e un rifiuto del confronto scientifico da parte delle istituzioni sanitarie. Il pretesto è lo scioglimento del comitato NITAG (National Immunization Technical Advisory Group) da parte del Ministero della Salute.

Il NITAG fornisce indicazioni basate su prove per le strategie vaccinali a livello nazionale, valutando costantemente rischi e benefici in relazione a età, condizioni di salute e contesto epidemiologico. Di questo tema ho già parlato in un mio precedente articolo (Nomine e cortocircuiti: quando l’antiscienza entra nei comitati scientifici).

Al di là della cronaca, però, il post di Bellavite si rivela soprattutto un insieme di slogan e artifici retorici non supportati da evidenze scientifiche solide, costruito sui più classici argomenti cari ai critici delle vaccinazioni. Ed è proprio qui che torna utile un altro parallelismo: le stesse strategie comunicative – indipendentemente dal campo, che si tratti di vaccini o di agricoltura – le ritroviamo nell’universo della “scienza alternativa”. Ne ho dato esempio in un altro articolo, Agricoltura biodinamica e scienza: il dialogo continua… con i soliti equivoci.

I toni retorici possono apparire convincenti a chi non ha dimestichezza con il metodo scientifico ma non reggono alla prova dei fatti. Proviamo dunque a smontare, punto per punto, le argomentazioni dell’ex professore Paolo Bellavite.

Figura 1. Screenshot dalla pagina facebook del Dr. Bellavite.

Il mito della “censura”

Uno degli argomenti più frequenti nella retorica tipica dei critici dei vaccini è l’idea che la comunità scientifica “censuri” le voci “fuori dal coro” per paura o per difendere interessi di un qualche tipo.

Per rafforzare questa immagine, viene spesso evocata la vicenda di Ignác Semmelweis, il medico che nell’Ottocento intuì l’importanza dell’igiene delle mani per ridurre la febbre puerperale. Il paragone, però, è fuorviante. Semmelweis non fu osteggiato perché considerato “eretico” ma perché il contesto scientifico dell’epoca non disponeva ancora degli strumenti teorici e sperimentali necessari a comprendere e verificare le sue osservazioni. La teoria dei germi non era stata ancora formulata e l’idea che “qualcosa di invisibile” potesse trasmettere la malattia appariva inconcepibile. Nonostante ciò, i dati raccolti da Semmelweis erano solidi e difficilmente confutabili: nelle cliniche in cui introdusse il lavaggio delle mani la mortalità scese in maniera drastica. Quei numeri, alla lunga, hanno avuto la meglio.

Oggi, il confronto scientifico avviene tramite peer-review, conferenze specialistiche e comitati di valutazione sistematica delle evidenze (ne ho parlato qualche tempo fa in un articolo semiserio dal titolo Fortuna o bravura? osservazioni inusuali sul metodo scientifico). In definitiva, la scienza non mette a tacere: filtra. Ogni idea può essere proposta e discussa, ma per sopravvivere deve poggiare su dati riproducibili, verificabili e coerenti con l’insieme delle conoscenze disponibili. In mancanza di queste condizioni, non viene esclusa per censura, bensì perché non regge al vaglio delle prove.

Trasformare questo processo di selezione in un racconto di “persecuzione” significa confondere il metodo scientifico con un tribunale ideologico, quando in realtà è solo il meccanismo che permette alla conoscenza di avanzare.

La falsa richiesta di “prove definitive”

Un espediente retorico molto diffuso tra chi vuole mettere in discussione i vaccini è quello di pretendere “prove definitive” – come se esistesse una singola evidenza in grado di dimostrare in modo assoluto l’utilità di un vaccino. La verità è che nessuna terapia medica è vantaggiosa sempre e comunque, ma le raccomandazioni vaccinali si basano su analisi robuste e ben documentate di rapporto rischio/beneficio.
Ecco alcuni esempi concreti e supportati da fonti autorevoli:

Chiedere quindi una singola prova assoluta significa distogliere l’attenzione da un ampio corpus di evidenze solide e riproducibili, e puntare invece su un vuoto nella narrazione che non corrisponde alla realtà scientifica.

“I bambini vaccinati non sono più sani”

Alcuni insinuano che non esistano prove che i bambini vaccinati siano “più sani” o addirittura suggeriscono l’opposto. Ma qui il trucco retorico sta nella vaghezza del concetto di “salute” che può essere interpretato in molti modi.
I dati concreti parlano chiaro: i bambini vaccinati hanno un rischio nettamente ridotto di contrarre malattie infettive gravi e le evidenze epidemiologiche mostrano riduzioni significative della mortalità, delle complicanze e degli accessi ospedalieri.

Questi dati si legano strettamente al paragrafo precedente in cui si evidenziava che vaccinare i bambini – come con il caso del vaccino anti-COVID e la prevenzione del morbillo – non solo limita le infezioni specifiche, ma contribuisce a migliorare la salute complessiva della popolazione infantile.

La retorica dei “vaccini meno tossici”

Un argomento ricorrente tra chi mette in dubbio le vaccinazioni è l’appello a “vaccini meno tossici, monovalenti e senza alluminio”. In realtà, gli adiuvanti a base di alluminio – utilizzati da oltre 90 anni per potenziare la risposta immunitaria – sono presenti in quantità molto inferiori a quelle assunte quotidianamente con l’alimentazione: tra 7 e 117 mg nei primi 6 mesi di vita, a seconda dell’alimentazione, mentre un singolo vaccino ne contiene tra 0.125 e 0.85 mg. In particolare, numerosi studi e monitoraggi hanno evidenziato che, sebbene possano causare arrossamento, dolore o un piccolo nodulo nel sito di iniezione, non esistono evidenze di tossicità grave o effetti duraturi legati ai sali di alluminio. Anche la Fondazione Veronesi conferma: non c’è motivo di dubitare della sicurezza degli adiuvanti, che hanno superato con successo gli studi di sicurezza.

Va, inoltre, sottolineato che proporre vaccini monovalenti (cioè che proteggono da una sola malattia) in alternativa a quelli combinati riduce l’efficacia complessiva delle campagne vaccinali. Le formulazioni polivalenti (come l’esavalente) permettono di proteggere contemporaneamente da più malattie con meno somministrazioni, semplificando i calendari vaccinali e migliorando la copertura.

Questo si traduce in una maggiore efficienza delle campagne, minori costi logistici e un impatto complessivo più forte sulla salute pubblica. Lo confermano anche diversi studi su riviste di settore. Per esempio, un trial pubblicato su Lancet ha documentato un’efficacia del 94.9 % contro la varicella e fino al 99.5 % contro altre forme virali moderate o severe, mentre una meta-analisi del 2015 ha evidenziato che le formulazioni combinate mantengono un profilo di sicurezza e immunogenicità paragonabile, ma più efficiente rispetto alle somministrazioni separate. Infine, in un recente studio caso-controllo, il vaccino Priorix‑Tetra (MMRV) ha mostrato un’efficacia dell’88‑93 % contro la varicella dopo una sola o due dosi, e del 96 % contro le ospedalizzazioni.

Come ogni farmaco, i vaccini possono avere effetti collaterali, ma sono rari e attentamente monitorati tramite sistemi di farmacovigilanza che possono intervenire tempestivamente in caso di sospetti. Definire i vaccini “tossici” senza distinguere fra effetti lievi e transitori (come febbre o gonfiore locale) e eventi gravi, ma estremamente rari, è un artificio retorico che induce confusione. In realtà, i benefici delle vaccinazioni – prevenire malattie gravi, complicanze e morti – superano di gran lunga i rischi, grazie anche a un sistema di sicurezza ben strutturato.

Le “analisi pre-vaccinali”

Uno dei cavalli di battaglia dei critici dei vaccini è l’utilizzo di analisi pre‑vaccinali – come test genetici, tipizzazione HLA o dosaggi di anticorpi – per valutare il rischio individuale o l’immunità naturale. A prima vista può sembrare una precauzione intelligente ma in realtà è un’idea infondata e controproducente. Gli eventi avversi gravi legati alle vaccinazioni sono estremamente rari e non correlabili a marcatori genetici o immunologici conosciuti. Al momento non esistono esami in grado di prevedere in anticipo chi potrebbe sviluppare una reazione avversa significativa.

Studi su varianti genetiche e reazioni avverse da vaccino (come studi su polimorfismi MTHFR o antigeni HLA) hanno dimostrato che l’uso di questi test non è scientificamente rilevante, né affidabile per prevenire eventi avversi.
La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici ha ribadito con forza che:
«La richiesta di esami diagnostici da eseguire di routine prima della vaccinazione non ha alcuna giustificazione scientifica».
In altre parole, valutare il rischio da vaccinazione è responsabilità del medico curante, basata su anamnesi e valutazioni cliniche, non su test di laboratorio preliminari.

Nel suo magazine di divulgazione, la Fondazione Veronesi – attraverso l’esperto Pier Luigi Lopalco – risponde chiaramente alla domanda “Esistono test pre‑vaccinali per valutare possibili effetti collaterali?”, la risposta è netta: non esistono.

L’introduzione obbligatoria di esami prevaccinali renderebbe logisticamente impossibili le campagne, ostacolando la copertura diffusa necessaria per l’immunità di gregge. Le vaccinazioni funzionano proprio perché applicate su larga scala, creando uno scudo comunitario che riduce la circolazione dei patogeni.

L’inversione retorica: “noi siamo la vera scienza”

Un tratto distintivo della comunicazione di chi contesta le vaccinazioni è la pretesa di incarnare la “vera scienza”, accusando al tempo stesso le istituzioni di rifiutare il confronto. È un vero rovesciamento di prospettiva: si imputa alla comunità scientifica un atteggiamento dogmatico, mentre ci si propone come gli unici detentori delle “vere prove”. In pratica, si pretende di cambiare le regole del gioco scientifico, così che affermazioni prive di fondamento possano essere messe sullo stesso piano delle evidenze prodotte e validate dall’intera comunità. È come voler riscrivere le regole del Monopoli per far sì che a vincere non sia chi accumula dati e dimostrazioni, ma chi urla di più o pesca la carta giusta al momento opportuno.

La realtà è un’altra: il confronto scientifico non si svolge sui social o nei talk show, ma nelle riviste peer-reviewed, nei congressi specialistici e nei comitati di valutazione delle evidenze. Ed è in questi contesti che certe tesi non trovano spazio, non per censura, ma per una ragione molto più semplice: mancano dati solidi che le sostengano.

Conclusione: la scienza contro gli slogan

Il caso Bellavite mostra come il linguaggio della scienza possa essere piegato e trasformato in uno strumento di retorica ideologica: un lessico apparentemente tecnico usato non per chiarire ma per confondere; non per spiegare ma per insinuare dubbi e paure privi di basi reali.

I vaccini rimangono uno dei più grandi successi della medicina moderna. Hanno ridotto o eliminato malattie che per secoli hanno decimato intere popolazioni. Certo, come ogni atto medico comportano rischi, ma il rapporto rischi/benefici è da decenni valutato e aggiornato con metodi rigorosi ed è incontrovertibile: il beneficio collettivo e individuale supera enormemente i rari effetti collaterali.

In politica, come nei discorsi attraverso cui si criticano le vaccinazioni, accade spesso che a prevalere siano slogan facili e interpretazioni personali. Il dibattito si trasforma così in un’arena di opinioni precostituite, dove il volume della voce sembra contare più della solidità delle prove. Ma la scienza non funziona in questo modo: non si piega alle opinioni, non segue le mode e non obbedisce agli slogan. È un processo collettivo, autocorrettivo e guidato dai dati, che avanza proprio perché seleziona ciò che resiste alla verifica e scarta ciò che non regge all’evidenza.

Chi tenta di manipolare questo processo dimentica un punto essenziale: la verità scientifica non appartiene a chi urla più forte, ma a chi misura, dimostra e sottopone i risultati al vaglio della comunità. È questo meccanismo che, tra errori e correzioni, consente alla scienza di progredire e di migliorare la vita di tutti.

Nota a margine dell’articolo

Sono perfettamente consapevole che questo scritto non convincerà chi è già persuaso che i vaccini siano dannosi o chi si rifugia dietro un malinteso concetto di “libertà di vaccinazione”. Desidero però ricordare ai miei quattro lettori che l’Art. 32 della nostra Costituzione recita:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La Corte Costituzionale, interpretando questo articolo, ha più volte ribadito che la salute pubblica può prevalere su quella individuale. Già con la sentenza n. 307/1990 e la n. 218/1994 ha chiarito che l’obbligo vaccinale è compatibile con la Costituzione se proporzionato e giustificato dall’interesse collettivo. La sentenza n. 282/2002, pur riguardando i trattamenti sanitari obbligatori in ambito psichiatrico, ribadisce il principio generale: un trattamento sanitario può essere imposto per legge, purché rispettoso della dignità della persona. Infine, la più recente sentenza n. 5/2018 ha confermato la piena discrezionalità del legislatore nell’introdurre obblighi vaccinali a tutela della salute pubblica.

Il mio intento non è convincere chi non vuole ascoltare, ma offrire strumenti a chi esita, a chi è spaventato. La paura è umana, comprensibile, ma non ha fondamento: i dati dimostrano che vaccinarsi significa proteggere sé stessi e, soprattutto, la comunità di cui facciamo parte. È questo il senso profondo dell’art. 32: la salute non è mai solo un fatto privato, ma un bene comune.

Le interviste impossibili: incontriamo Benjamin Franklin

Ed eccomi a volare con la fantasia nel nuovo mondo. Sono verso la fine del Settecento, e mi ritrovo in un ambiente completamente diverso dal laboratorio di Faraday. Qui tutto profuma di carta, inchiostro e… ozono. È il tipico studio settecentesco con scaffali pieni di libri, strumenti per esperimenti elettrici, penne d’oca e un calamaio ancora macchiato di lampi. Di fronte a me, un uomo dallo sguardo vivace, i capelli incorniciati da una parrucca bianca, gli occhi pieni di una curiosità che sembra non aver conosciuto stanchezza. È Benjamin Franklin.

– Dr. Franklin, grazie per avermi accolto. Come sa, sto facendo un reportage di interviste impossibili. Ho già incontrato i Professori Boyle, Lavoisier e Faraday. Immagino che lei abbia un’idea chiara del loro ruolo nello sviluppo della chimica.
– Eccome se ce l’ho! Boyle ha fatto ordine nel caos, Lavoisier ha messo la logica sopra i miti, Faraday ha liberato l’elettricità dalle catene del mistero. Io, modestamente, sono stato il più impaziente: mentre loro costruivano i palazzi della chimica, io mi divertivo a bussare alle porte della natura con un aquilone in mano. Non sarà accademico, ma ha funzionato.

– L’aquilone… ma come le è venuto in mente?
– Guardi, io non avevo un laboratorio attrezzato come i vostri scienziati moderni. Ma avevo occhi, mani e fantasia. L’aquilone era un gioco da bambini, e io lo usai come un filo teso fra cielo e terra: bastò un po’ di coraggio per trasformarlo in esperimento. In fondo la scienza è questo: prendere ciò che sembra un passatempo e scoprire che nasconde una legge dell’universo.

– Sa che oggi esperimenti del genere sarebbero liquidati come estremamente pericolosi e verosimilmente non verrebbero autorizzati?
– Ne sono certo! Se avessi chiesto un permesso ufficiale per far volare un aquilone sotto un temporale, mi avrebbero rinchiuso prima ancora di spiegare il progetto. Ma vede, la conoscenza non nasce dall’attesa di un timbro: nasce dall’osservazione e dal coraggio. Senza un po’ di rischio, non avremmo mai imparato che il fulmine e la scintilla erano fratelli.

– Cosa pensa, allora, delle normative attuali che impongono l’uso di strumenti sicuri, sia per l’ambiente che per gli umani per realizzare esperimenti?
– Penso che siano un segno di maturità. Io ho corso rischi che oggi giudico folli: la curiosità mi salvò, ma avrei potuto perderci la vita. E nessuna scoperta vale quanto una vita umana. Indiana Jones può far sorridere sullo schermo, ma nella realtà un uomo che gioca costantemente con la morte non è un eroe, è uno sciocco. La vera grandezza della scienza sta nel proteggere e migliorare la vita, non nel sacrificarla per un colpo di fortuna.

– Il parafulmine è stata una delle sue invenzioni più utili. È curioso che anche qui ci fu chi si oppose, accusandola quasi di voler interferire con la volontà divina.
– Già! Alcuni predicatori sostenevano che fermare il fulmine significasse ribellarsi a Dio. Io replicai che Dio ci aveva dato l’intelligenza proprio per proteggerci. Non vedo differenza fra un tetto che ripara dalla pioggia e un parafulmine che ripara dal fuoco celeste.

– Lei ha fatto chiarezza, molta chiarezza, nel “decodificare” i fulmini. Alla fine, lei ha capito che si trattava di fenomeni naturali legati all’elettricità. In qualche modo ha aperto un varco nella comprensione di fenomeni che venivano associati all’ira divina: una volta Zeus, poi il Dio dei cristiani.
– Esatto. E non mi pare che Dio si sia offeso perché abbiamo capito come funziona un fulmine. Se la pioggia non è più vista come il pianto degli dèi ma come il ciclo dell’acqua, nessuno si scandalizza. Io credo che l’Onnipotente ci abbia dato la ragione proprio per usarla: ignorare i fenomeni naturali in nome della paura non è fede, è superstizione. E una società che resta prigioniera della superstizione non cresce, resta in ginocchio davanti al tuono.

– Ma le sue scoperte hanno fatto comprendere che la religione interviene solo quando non riusciamo a spiegarci qualcosa. Noi abbiamo bisogno di comprendere e, se non ci riusciamo, invochiamo un dio…
– È vero: gli uomini hanno sempre chiamato “divino” ciò che non sapevano spiegare. Ogni tuono era Zeus, ogni fulmine l’ira del Cielo. Il guaio è che, a forza di scoprire, gli dèi si sono ritrovati con meno lavoro: ecco perché dico che la scienza, in fondo, li mette in pensione anticipata. Ma questo non toglie dignità alla fede: anzi, la libera dalla superstizione. Un Dio ridotto a tappabuchi della nostra ignoranza è un Dio fragile; un Dio che ci ha dato intelletto e curiosità, invece, si aspetta che li usiamo. Perché la vera bestemmia non è capire il fulmine: è restare in ginocchio davanti al tuono senza mai volerlo capire.

– La capisco, Dr. Franklin. Io però sono ateo, e non riesco a vedere Dio neppure come ipotesi di lavoro. Mi tornano in mente le parole di Margherita Hack: “Dio è un’ipotesi non necessaria”.
– Non mi scandalizza affatto. Io vivevo in un tempo in cui la religione era il linguaggio comune: negarla avrebbe significato isolarsi dal dialogo civile. Ma vede, il bello della scienza è proprio questo: non impone a nessuno la fede o l’ateismo, chiede solo la voglia di capire. Che uno veda in quell’ordine la mano di Dio, o che lo chiami semplicemente Natura, poco importa: la verità resta verità, e il fulmine non obbedisce né al prete né all’ateo.

– Dr. Franklin, lei è passato alla storia come un individuo molto versatile: scienziato, inventore, diplomatico, politico, editore. Chi è lei, in realtà?
– Sono stato tutte queste cose e, al tempo stesso, nessuna soltanto. Non ho mai sopportato le etichette: erano i problemi concreti a chiamarmi, e io rispondevo come potevo. Se serviva un esperimento, facevo lo scienziato; se serviva un accordo, il diplomatico; se serviva chiarezza, scrivevo da editore. Ironia della sorte, mi sentivo più un apprendista della Natura che un maestro, un uomo con troppi mestieri e troppe poche tasche per contenerli. Se dovessi scegliere una definizione, direi che sono stato questo: un curioso ostinato, convinto che la vera identità dell’uomo non stia nel titolo che porta, ma nella scintilla che lo spinge a capire e migliorare il mondo.

– Lei dice giustamente: “la vera identità dell’uomo non è nel titolo che porta, ma nella scintilla che lo spinge a capire e migliorare il mondo”. Allora le rivolgo la medesima domanda che ho fatto al Professor Faraday: sa che una frase del genere nella mia epoca potrebbe essere usata dai complottisti di ogni risma? Questi interpreterebbero la sua dichiarazione come uno sdoganamento dell’ignoranza.
– E allora che lo facciano pure: non sarà certo il loro gracchiare a spegnere il fulmine. Ma sia chiaro: la scintilla che muove l’uomo non è la superbia di credere alle proprie fantasie, è l’umiltà di inchinarsi davanti ai fatti. I complottisti, invece, si fermano al lampo: gridano di aver visto la luce, ma non scaldano nessuno. Non sono ribelli coraggiosi: sono pigri travestiti da profeti, che scambiano il sospetto per pensiero critico e l’ignoranza per libertà. La curiosità autentica smonta i dogmi, anche quelli comodi: chi rifiuta prove e ragione non è un cercatore di verità, è un ciarlatano che preferisce restare al buio.

– Lei non fu solo scienziato. Fu anche diplomatico a Parigi e padre fondatore degli Stati Uniti. Crede che la scienza debba sempre dialogare con la politica?
La politica senza scienza è cieca, la scienza senza politica è muta. Ma attenzione: quando un governante chiude gli occhi davanti ai fatti, non è soltanto cieco, è pericoloso. Governa con l’illusione, e l’illusione uccide più del ferro e del fuoco. Un politico che ignora la scienza è come un capitano che butta la bussola in mare e pretende di guidare la nave “a sentimento”: può anche ingannare i passeggeri per un po’, ma alla fine li porterà sugli scogli. La scienza, se resta chiusa nei laboratori, non salva nessuno; ma la politica che la calpesta condanna un popolo all’ignoranza, alla malattia e alla fame. La verità non si vota e non si compra: un virus non chiede il permesso a un ministro, il clima non attende il consenso di un parlamento. Chi governa contro la scienza governa contro la vita stessa, e questo non è solo un errore politico: è un tradimento morale.

– Negli ultimi anni, anche negli Stati Uniti che lei ha contribuito a fondare, ci sono state politiche definite “antiscientifiche”. L’amministrazione Trump, in particolare, è stata accusata di negare l’evidenza del cambiamento climatico e di ostacolare la ricerca ambientale. Come vede tutto questo?
– Con sgomento. Vede, un politico che rinnega la scienza non è solo ignorante, è colpevole. Trump tratta i fatti come se fossero merce da mercato: accettabili quando tornano comodi, rifiutati quando disturbano i suoi affari. Questo non è governo, è ciarlataneria. Negare il cambiamento climatico non ferma lo scioglimento dei ghiacci, come negare una malattia non guarisce un malato. La politica che finge di non vedere i dati condanna il proprio popolo a pagare il prezzo della menzogna. Io dico che un leader che calpesta la scienza non tradisce solo i suoi contemporanei: tradisce anche le generazioni future, perché lascia in eredità un mondo più fragile, più povero e più ingiusto.

– Quindi la negazione del cambiamento climatico le sembra un grave errore politico?
– Non è un errore: è un atto di irresponsabilità criminale. Perché negare l’evidenza non rallenta il riscaldamento globale, ma lo accelera. Un governante che finge che il problema non esista non solo inganna il suo popolo: lo espone consapevolmente a catastrofi che si potevano prevenire. E questo non è politica, è complicità con il disastro.

– Oggi un tema che divide molto l’opinione pubblica è quello dei vaccini. Alcuni li vedono come una conquista di civiltà, altri come una minaccia alla libertà personale. Lei da che parte starebbe?
– Dalla parte della ragione. La libertà individuale non è mai licenza di danneggiare gli altri. Io stesso mi sono battuto per la libertà politica e religiosa, ma non avrei mai confuso la libertà con il diritto di mettere in pericolo la comunità. Un vaccino protegge non solo chi lo riceve, ma chi gli sta accanto. Rifiutarlo senza motivo è come gettare scintille in una polveriera e chiamarlo “atto di coraggio”: non è coraggio, è incoscienza.

– E come si combatte la disinformazione che avvelena il dibattito pubblico?
– Con la stessa arma che usavo io: rendendo la verità semplice e utile. Io pubblicavo almanacchi pieni di proverbi e osservazioni quotidiane, perché sapevo che la gente non leggeva i trattati, ma capiva benissimo un consiglio chiaro. Oggi dovreste fare lo stesso: spiegare la scienza in modo diretto, farne vedere l’utilità concreta. Una bugia urlata può sedurre, ma una verità spiegata bene è inespugnabile. Chi continua a diffondere fake news non è un ribelle della verità: è un avvelenatore del pozzo comune.

– Una curiosità: se fosse vivo oggi, su cosa avrebbe lavorato?
– Avrei un laboratorio pieno di pannelli solari e aquiloni per misurare l’inquinamento atmosferico! Mi divertirei a trasformare il vento e il sole in energia pulita: perché solo un folle preferirebbe restare schiavo del carbone quando il cielo offre elettricità gratis.

– Sì, ma oggi oltre al sole e al vento abbiamo a disposizione anche il nucleare
– E allora usatelo con intelligenza. Non c’è nulla di “immorale” nell’atomo, immorale è sprecarne il potere o trasformarlo in arma. Io non ho mai avuto paura dell’elettricità: l’ho studiata, imbrigliata, resa utile. Con il nucleare dovreste fare lo stesso. Chi rifiuta l’atomo per pregiudizio è miope quanto chi lo idolatra come panacea. Se il vostro obiettivo è liberare il mondo dalla dipendenza dai combustibili fossili, non potete permettervi dogmi: ogni fonte sicura e sostenibile è un alleato. E ricordatevi che l’ignoranza uccide più di qualsiasi radiazione.

– Prima di salutarla, Dr. Franklin, una battuta finale per chi oggi lotta contro politiche antiscientifiche, magari con la sua ironia pungente.
Dite ai vostri contemporanei che gli ignoranti sono come aquiloni senza filo: volano un attimo, poi si perdono. Ma noi dobbiamo essere parafulmini: attrarre la verità e scaricarla sulla paura. Quanto a chi rifiuta i fatti, lasciatelo gridare al vento: cadrà da solo. Voi intanto costruite scuole, vaccini, energie pulite. Perché il futuro non lo fanno i ciarlatani: lo fanno i coraggiosi che hanno scelto di restare dalla parte della ragione.

E con un sorriso complice, Franklin solleva la penna e lascia un tratto di fulmine tra le righe: non un addio, ma un invito a custodire la scintilla della scienza, sempre.

E mentre il lampo si spegne sulla carta, capisco che la conoscenza non vive soltanto nei laboratori e negli strumenti, ma anche nei libri, nei versi, negli sguardi di chi cerca la verità nel cuore dell’uomo e nella natura. È lì che mi attende il mio prossimo viaggio…

Note Bibliografiche

B. Franklin (2022). Autobiography of Benjamin Franklin. Philadelphia

B. Franklin (1751). Experiments and Observations on Electricity. London: E. Cave

B. Franklin (1751). Observations Concerning the Increase of Mankind, Peopling of Countries, etc. Philadelphia

B.  Franklin (2023). Poor Richard’s Almanack. Philadelphia

 

 

Nomine e cortocircuiti: quando l’antiscienza entra nei comitati scientifici

È di queste ore la notizia che il ministro della salute, Orazio Schillaci, ha nominato nel Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni (NITAG) due tecnici, Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle, dalle posizioni, in più occasioni espresse pubblicamente, in contrasto con quanto riportato nella letteratura scientifica più accreditata (quest’ultima può essere rappresentata dagli articoli riportati qui, qui, qui e qui).

Che cos’è il NITAG?

Dal sito del Ministero della Salute apprendiamo che: Il NITAG è un Organo indipendente col compito di supportare, dietro specifica richiesta e su problematiche specifiche, il Ministero della Salute nella formulazione di raccomandazioni “evidence-based” sulle questioni relative alle vaccinazioni e alle politiche vaccinali, raccogliendo, analizzando e valutando prove scientifiche.

In altre parole, si tratta di un comitato scientifico che, sulla base di prove scientifiche inoppugnabili, consente al Ministero della Salute e, quindi, al Governo di prendere decisioni importantissime in merito a problematiche relative alla salute pubblica.

Chi è Paolo Bellavite

Bellavite è un medico che fino a qualche anno fa ha ricoperto il ruolo di Professore Associato in Patologia Generale presso l’Università di Verona. Le sue posizioni in merito ai vaccini sono riportate sia in interviste che nei libri che ha scritto e pubblicato. In particolare, egli dice di non essere contrario ai vaccini in quanto tali, ma critica duramente quella che definisce una “ideologia vaccinista”. A suo avviso, la narrazione dominante che presenta i vaccini come soluzione unica e infallibile si configura come un dogma che soffoca il dibattito scientifico e il pensiero critico. “Non ha nulla a che fare con la scienza”, ha affermato in un’intervista, parlando di un clima in cui “l’odio vaccinale è la tomba della medicina”.

Autore del libro “Vaccini sì, obblighi no”, Bellavite contesta soprattutto l’obbligatorietà della vaccinazione, sostenendo che il consenso informato debba restare alla base di ogni trattamento sanitario. Il professore ha anche espresso dubbi sull’efficacia a lungo termine dei vaccini anti-Covid e sulla loro capacità di limitare la diffusione del virus, ricordando che “i vaccinati possono infettarsi e trasmettere il virus, a volte anche più dei non vaccinati”.

Dal punto di vista immunologico, Bellavite mette in guardia contro le possibili conseguenze di una stimolazione eccessiva del sistema immunitario attraverso dosi ripetute. E sull’aspetto etico sottolinea: “Siamo ancora nella fase sperimentale. Ha ragione chi ha paura”.

Naturalmente, egli è anche un forte sostenitore della pratica omeopatica. Infatti, Paolo Bellavite sostiene che l’omeopatia non sia una moda passeggera, ma l’espressione di un profondo cambiamento culturale e scientifico che mette in discussione i limiti dell’attuale paradigma medico meccanicistico e molecolare. Questo approccio tradizionale, pur avendo ottenuto importanti risultati, non ha saputo affrontare efficacemente la complessità biologica e clinica, spesso riducendo la medicina a una frammentazione iperspecialistica. L’omeopatia, al contrario, propone una visione sistemica del paziente, centrata sull’individualità, sulla totalità dei sintomi e sulla stimolazione dei processi endogeni di guarigione, concetti che si allineano con la scienza della complessità. Bellavite rivendica per l’omeopatia una dignità scientifica, sostenendo che essa possa essere studiata con metodi sperimentali avanzati e integrata razionalmente nella medicina moderna. Si oppone con forza a ciò che definisce una campagna denigratoria nei confronti dell’omeopatia da parte dei media e di alcuni esponenti del mondo accademico, accusandoli di diffondere affermazioni false senza consentire un contraddittorio serio e competente. Pur riconoscendo il valore di farmaci convenzionali e vaccini in determinate circostanze, Bellavite li considera soluzioni alternative da adottare solo dopo aver tentato approcci più naturali e fisiologici, come omeopatia, fitoterapia, agopuntura, corretta alimentazione e igiene. In questa visione, l’omeopatia non è solo una medicina possibile, ma una medicina vera e prioritaria, da contrapporre a un uso troppo disinvolto e sintomatico della farmacologia convenzionale.

Chi è Eugenio Serravalle

Serravalle è laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Pediatria Preventiva, Puericultura e Patologia Neonatale. Egli ha più volte preso posizione contro la vaccinazione di massa dei bambini, soprattutto in relazione al Covid-19. Secondo lui, l’infezione da SARS-CoV-2 non rappresenta un’emergenza sanitaria tra i più piccoli e i potenziali rischi della vaccinazione superano i benefici. “Tutti gli studi scientifici affermano che non vi è alcuna emergenza Covid tra i bambini”, ha dichiarato in un’intervista.

Serravalle contesta anche l’efficacia dei vaccini nel prevenire il contagio, soprattutto con l’avvento delle varianti come Omicron. Secondo la sua analisi, in alcuni casi i vaccinati si infettano più dei non vaccinati e l’immunità acquisita naturalmente sarebbe più duratura. Per questo, a suo dire, non sussistono i presupposti per raggiungere l’immunità di gregge né per giustificare obblighi o pressioni vaccinali.

Oltre ad essere un medico, Eugenio Serravalle risulta diplomato in Omeopatia Classica presso la Scuola Omeopatica di Livorno e svolge attività didattica come professore presso l’Accademia di Omeopatia Classica Hahnemanniana di Firenze.

Come Bellavite, quindi, anche Serravalle è un forte sostenitore dell’omeopatia.

In un articolo intitolato “Il Dr. Eugenio Serravalle risponde a Maurizio Crozza sull’Omeopatia”, Serravalle replica alle battute ironiche del comico Crozza sostenendo con fermezza l’efficacia e la correttezza della pratica omeopatica. Scrive:

“Abbiamo una regolare laurea in medicina… e se abbiamo adottato la terapia omeopatica è perché, evidentemente, ne abbiamo sperimentato l’efficacia.”

“Non si può essere venditori di fumo quando si curano pazienti… e tra questi pazienti sono numerosi i bambini e gli animali che non sono influenzabili dall’effetto placebo.”

Con questa risposta, Serravalle rigetta la critica secondo cui l’omeopatia sarebbe solo “fumo” o priva di efficacia, affermando invece di aver osservato personalmente risultati tangibili, anche in soggetti difficilmente influenzabili da placebo.

Quando i conti non tornano

A leggere le dichiarazioni dei due nominati, si potrebbe pensare di essere davanti a voci “fuori dal coro” che invitano alla cautela. Ma basta andare oltre la superficie per capire che non si tratta di sano scetticismo scientifico: siamo, piuttosto, di fronte a posizioni che, alla luce delle evidenze scientifiche disponibili, risultano in contrasto con il consenso della comunità scientifica. Ed è qui che inizia il vero problema.

Il punto centrale è che un organismo tecnico chiamato a esprimere pareri qualificati in materia di salute pubblica deve basarsi su conoscenze aggiornate e scientificamente inoppugnabili. Non può diventare il ricettacolo di discussioni inutili fatte in nome di una presunta “pluralità di opinioni”. Il concetto di democrazia politica è completamente diverso  – e molto lontano – da quello di democrazia scientifica. In una democrazia politica è legittimo avere opinioni diverse su come affrontare un problema di gestione della res publica. In ambito tecnico-scientifico, invece, un’opinione non qualificata non ha lo stesso peso di quella di chi possiede competenze specifiche e fondate sull’evidenza.

Ecco perché, per esempio, ci fu la levata di scudi del mondo accademico agrario quando si paventò l’ingresso di esponenti della biodinamica in tavoli tecnici per l’assegnazione di fondi all’agricoltura.

A mio avviso, il Ministro ha preso decisioni discutibili, in nome di una pluralità di opinioni che, in ambito scientifico, non ha alcun senso. Sta ora tentando di mettere delle pezze a questa scelta, dimenticando che anche lui è un medico e ha responsabilità che vanno ben oltre la sua funzione politica.

Se mai un responsabile istituzionale si trovasse nella condizione di dover cedere a compromessi, la scelta più coerente con la difesa della scienza sarebbe quella di rassegnare le dimissioni. Servirebbe, come nel caso della biodinamica, una sollevazione compatta del mondo scientifico e medico. Nel frattempo, nel mio piccolo, continuo a far sentire la mia voce e auspico che tutti gli organismi professionali – dagli ordini alle società scientifiche – facciano sentire la loro, in difesa della medicina basata sulle prove e della salute pubblica.

Il cortocircuito dell’antiscienza

Le posizioni di Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle non sono semplicemente “opinioni alternative” in un dibattito tra pari. Non si tratta di ricercatori che presentano dati nuovi, pronti a essere vagliati e discussi dalla comunità scientifica: qui non c’è nessun dato nuovo. C’è, piuttosto, un riciclo di tesi contestate e smentite dalla letteratura scientifica, che riaffiorano come vecchie erbacce tra le crepe del discorso pubblico.

Con l’omeopatia il copione lo conosciamo bene: una pratica nata oltre due secoli fa, costruita su concetti come “similia similibus curentur” e “dinamizzazione”, mai dimostrati in modo riproducibile. Nei miei articoli – dalla presunta memoria dell’acqua (link) alle più recenti fantasie agronomiche (link) – ho mostrato come la letteratura scientifica di qualità non abbia mai trovato un effetto dell’omeopatia superiore al placebo. Chi la difende, spesso, non lo fa su basi sperimentali, ma su convinzioni personali, esperienze aneddotiche o richiami a un presunto “cambiamento di paradigma” che non trova riscontro in alcun dato.

Sul fronte dei vaccini, il meccanismo è simile: si selezionano singoli studi, si estrapolano dati fuori contesto, si enfatizzano le incertezze inevitabili di ogni processo scientifico per far passare l’idea che “non sappiamo abbastanza” o che “i rischi superano i benefici”. Nei miei pezzi – da antivaccinisti ed immunità di gregge a vaccini e corretta informazione scientifica – ho spiegato come l’evidenza accumulata su milioni di dosi mostri una riduzione netta di ospedalizzazioni e decessi.

Quando Bellavite parla di “fase sperimentale” per i vaccini anti-Covid, non sta facendo un’osservazione prudente: formula un’affermazione che non trova riscontro nei dati scientifici, perché quei vaccini hanno completato tutte le fasi di sperimentazione necessarie per l’autorizzazione. Quando Serravalle afferma che “i vaccinati si infettano più dei non vaccinati”, non menziona i dati che mostrano come, pur con una protezione dall’infezione che diminuisce nel tempo, la vaccinazione resti una barriera fondamentale contro le forme patologiche gravi e le loro complicanze.

La contraddizione diventa lampante quando entrambi propongono l’omeopatia come alternativa o complemento “prioritario” alla farmacologia. Il mandato del NITAG è basato sull’evidence-based medicine, e l’omeopatia non rientra in alcuna linea guida internazionale sul trattamento o la prevenzione di malattie infettive. È paragonabile, per incoerenza, a nominare un negazionista del cambiamento climatico in un comitato per la transizione ecologica: il risultato è solo quello di minare la credibilità dell’organo stesso.

Il problema, però, non è solo tecnico. È culturale. Dare spazio istituzionale a posizioni non supportate da dati scientifici significa legittimare un messaggio pericoloso: che le evidenze scientifiche siano opinioni e che la sanità pubblica possa essere guidata da convinzioni personali. È il cortocircuito dell’antiscienza: quando la politica apre la porta a teorie già confutate, la fiducia nelle istituzioni si sgretola e i cittadini restano più esposti a bufale e disinformazione. Come ho scritto altrove  – qui e qui – quando la pseudoscienza entra dalla porta principale, la salute pubblica rischia di uscire dalla finestra.

Di vaccini, feti e nanoparticelle di wolframio e tungsteno

di Enrico Bucci, Pellegrino Conte e Pierluigi Lopalco

Gli antivaccinisti italiani, a corto di argomenti scientifici ma non certo retorici, stanno creando un nuovo mostro nella loro fucina di memi: la preparazione dei vaccini richiederebbe aborti su commissione, per ottenere feti da utilizzare come materiale di partenza.

Inutile dire che per produrre i vaccini NON si usano feti umani, come spiegato in dettaglio in questo articolo.

Ma gli antivaccinisti, si sa, scelgono i propri argomenti non perché siano aderenti alla realtà, ma per i vantaggi che la propria causa potrebbe ottenere: ed il meme creato è utilissimo perché dal presunto uso di feti umani, assolutamente condannabile sotto l’aspetto etico generale, seguirebbe in particolare e senza dubbio che l’uso dei vaccini sarebbe incompatibile con la morale cattolica. Pertanto – questo è sottinteso – i cattolici osservanti dovrebbero sollevarsi in massa contro una pratica degna di scomunica.

Alla guida di questa nuova riscoperta religiosa dell’empietà delle vaccinazioni, seppure da posizioni apparentemente laiche, troviamo l’illustre dott. Stefano Montanari, che così scriveva per esempio il 31 gennaio:

Da un po’ di tempo, in realtà pochissimo, è venuta alla ribalta una pratica tecnica che esiste da decenni e che, tuttavia, pare essere sempre passata inosservata. Mi riferisco all’uso dei feti umani nel processo di produzione di alcune decine di tipi di vaccino, quasi tutti di larghissimo impiego e non di rado addirittura di somministrazione obbligatoria.
Come ripetuto più volte e come è ovvio, quei feti devono essere sani perché non è saggio usare materie prime che potrebbero rivelarsi deleterie alla buona riuscita del processo di produzione. E, allora, si ricorre alla pratica più elementare: si acquistano i feti da signore o signorine che si prestano ad abortire materiale conforme.

E poco più avanti, tuonando contro il Papa (a suo giudizio empio?)

Il Sommo Pontefice, allora, avrebbe potuto regalare un’indulgenza plenaria: tutti gli aborti sono cancellati dalla fedina penale celeste. Ma ci sarebbe stato il problema dell’oggi in poi. Se il passato risultava inesistente come nella società immaginata da George Orwell, che ne sarebbe stato del futuro? Sì, perché il business legato ai feti abortiti ed accuratamente sezionati (filetto, controfiletto, lombata…) mica poteva essere interrotto. Ecco, allora, il colpo di genio. Sul volo che lo riportava a Roma dal Centro America, il Sommo Pontefice dà a tutti i preti la facoltà di cancellare il peccato mortale di aborto.

Ora, che uno come Stefano Montanari scriva cose del genere potrebbe pure non destare meraviglia, viste le sue posizioni ed i suoi trascorsi.

Ci si chiede però chi sia quel dottor Stefano Montanari che pubblicava nel 2011 un lavoro dal titolo “Heavy metals nanoparticles in fetal kidney and liver tissues” (traduzione: Nanoparticelle di metalli pesanti in tessuti fetali da rene e fegato) [1].

Come possiamo già ricavare dal titolo, il lavoro verte sull’analisi dei tessuti di 16 feti umani, i quali risultano descritti nell’abstract come feti “whose mothers obtained the authorization for abortion between 21-23 weeks of gestation”, cioè derivati da aborti in fase avanzata di gestazione, grazie ad una autorizzazione concessa alle madri.

Intanto, ci si chiede come chi accusa (senza fondamento) i produttori dei vaccini di alimentare un mercato per “fare a fettine” feti umani, sia lo stesso che partecipa ad un lavoro in cui 16 feti (8 “sani” e 8 con un difetto genetico, secondo il lavoro) si fanno davvero “a fettine” per scopi di ricerca.

Andando avanti nella lettura del lavoro, però, le domande aumentano: infatti, nella legenda della tabella 1 si legge che gli 8 feti sani utilizzati sarebbero ottenuti da “spontaneous miscarriages“, cioè aborti spontanei; ma, nell’abstract, non si parlava di procedure autorizzative all’aborto per tutti i 16 feti nello studio? E quale sarebbe allora la “procedura autorizzativa” richiesta per gli 8 aborti di feti sani, visto che nella legenda della tabella 1 sono dichiarati essere “spontanei?

Stando così le cose, sorge spontanea una ulteriore domanda. Siccome si legge nel lavoro che “The study protocol was approved by the local
ethics committee and pregnant women gave informed and signed consent
”, che razza di consenso informato è stato dato, se nemmeno si sa se gli 8 feti sani siano stati abortiti dopo induzione autorizzata o derivino da aborti spontanei? E il locale comitato etico ha approvato uno studio su quali feti?

Ma lasciamo perdere i particolari. Appurato che chi lancia terribili accuse agli altri, di fatto partecipa a studi in cui i feti si fanno davvero a fettine (in bella mostra, sotto forma di microfotografie, nell’articolo citato), uno si potrebbe chiedere il perché di tali studi.

La ragione, come possiamo aspettarci visti gli autori coinvolti, è la verifica degli eventuali effetti patogenetici di eventuali nanoparticelle trovate nei tessuti fetali.

Per capire di quale livello scientifico si parli, affascinati dall’argomento siamo ricorsi ad un altro lavoro del duo Montanari-Gatti, pubblicato nel 2004, dal titolo “Detection of micro- and nano-sized biocompatible particles in the blood” (traduzione: Rilevamento di micro- e nano-particelle biocompatibili nel sangue). In questo lavoro, si afferma che, con una nuova tecnica di microscopia elettronica, si sarebbe riusciti a rivelare una quantità di particelle molto varie per composizione nei tessuti di pazienti affetti da disordini ematologici. Anzi, la varietà chimica di tali particelle è tale che proprio nell’abstract gli autori scrivono (grassetto aggiunto):

The chemistry of these particles was different and varied, and unusual compounds containing non-biocompatible elements like bismuth, lead, wolfram, tungsten were also detected

È qui che uno di noi, professore di chimica, ha avuto uno svenimento, per poi unirsi ad un irrefrenabile e contagioso attacco di risa, che ci ha coinvolti tutti per qualche minuto.

Lasciamo all’arguto lettore il compito di verificare che wolframio e tungsteno sono lo stesso elemento chimico, indicato con il simbolo “W”, su quella tavola periodica – a cui non a caso è stato dedicato il 2019 – allegata a tutti i testi scolastici, ma evidentemente negletta dagli autori del lavoro, i quali, a quanto pare, considerano la varietà di nanoparticelle rivelata nei tessuti analizzati aumentabile anche alla luce dei sinonimi del vocabolario che descrivono un dato elemento chimico.

Mentre il lettore verifica, noi ci chiediamo: possibile che questo sia il livello di chi va in giro a parlare di nanoparticelle metalliche nei vaccini?

E come si combineranno le accuse di “fare i feti a fettine”, rivolte agli altri, con la partecipazione ad un lavoro di ricerca in cui si è fatto proprio quello (anche se non è ben chiaro su quali feti)?

E soprattutto, di cosa si parlerà nel prossimo evento del 13 marzo intitolato “Scienza e coscienza – l’utilizzo dei feti abortiti per la produzione farmaceutica”, in cui Montanari discetterà con Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Raymond Leo Burke?

Forse delle “fettine di feto” presenti nel suo lavoro, di cui riproduciamo in basso la figura numero 1? [2]

Note

[1] Caso strano, poi, l’autore primo nome di questo lavoro risulta essere quella dottoressa Antonietta Gatti, ricercatrice – fino al 2011 – dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e mai al lavoro in un inesistente “laboratorio dei biomateriali” di tale università (come dichiarato qui dal Rettore). La dottoressa, moglie del già citato dottor Montanari, incidentalmente non è da meno del marito quando si tratta di illustrare l’empietà, l’immoralità e la pericolosità dell’uso dei feti umani o dei vaccini.

[2] I dubbi e le riserve che abbiamo sollevato sui due lavori scientifici citati in questo articolo sono stati con poche differenze, ma molto prima di noi, riscontrati anche dal sito antifrode PubPeer, insieme a molte altre osservazioni critiche che riguardano anche altri lavori di Gatti e Montanari, che tralasciamo per il loro livello più tecnico, ma non per mancanza di validità.

Qui il link allo stesso articolo sul blog di Enrico Bucci (www.cattiviscienziati.com)

Nell’immagine di copertina della Organizzazione Mondiale della Sanità (Fonte Wikimedia Commons) la preparazione del vaccino contro il morbillo



Un nuovo scoop

 

di Enrico Bucci e Pellegrino Conte

Il Tempo, che in questi giorni ci ha abituato ai suoi rilanci in tema di sicurezza di vaccini, riporta oggi a pagina 6 l’ennesimo articolo a firma dell’ex senatore e presidente dell’ordine dei biologi D’Anna, che ancora una volta ritorna a modo suo sulla questione della sicurezza vaccinale.

Il titolo recita così:

Ecco lo studio segreto sui vaccini

Segreto? Davvero? Trattasi di un lavoro così segreto da essere stato pubblicato nel 2013 su una rivista scientifica ad accesso libero, cosiddetta “OpenSource” (PlosOne), scaricabile qui; una presentazione da parte del dott. Pellegrino, uno degli autori, è presente pure sul sito di EpiCentro (AIFA), qui.

Giusto per essere chiari, al tempo della pubblicazione l’articolo fu ampiamente condiviso dalla comunità scientifica, è citato ed è ben noto a chi lavora nel settore.

Di cosa parla la pubblicazione? Di uno dei possibili effetti collaterali della vaccinazione, la cosiddetta ADEM, encefalomielite acuta disseminata, che può insorgere in soggetti probabilmente predisposti a seguito dell’esposizione ad antigeni diversi (non necessariamente quelli presenti in un vaccino). Ricordiamo che i vaccini sono farmaci, e come tali non son esenti da effetti collaterali (anche se per esempio molti di meno dell’aspirina).

Peraltro, nel lavoro di PlosOne gli autori onestamente ammettono che lo studio:

“suffers from lack of rigorous case verification due to the weakness intrinsic to the surveillance databases used”

Per chi non avesse dimestichezza con l’Inglese, vuol dire che i dati riportati nel lavoro vanno presi con le pinze.

In ogni caso, a dar retta agli autori dello studio cui fa riferimento l’ex senatore nel suo articolo di oggi sul Tempo, si parla di 205 e 236 casi di encefalomielite acuta disseminata riportati nel periodo 2005-2012 in due diversi database che contengono tutti gli eventi avversi da vaccino registrati negli USA e in Europa.

Ed ecco che qui si comincia a capire: poche centinaia di casi (di cui ancor meno fatali), in tutte le nazioni occidentali, in un periodo di 8 anni, su un insieme che contiene dati, a detta degli stessi autori, di questa dimensione:

“information on adverse events having occurred in over one billion people”

ovvero informazioni ottenute su più di un miliardo di persone.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che su oltre un miliardo di persone che hanno denunciato almeno un evento avverso, sono stati rilevati solo 441 casi di encefalomielite acuta disseminata. In altre parole, l’evento avverso preso in considerazione si presenta nello 0.0000441 % dei casi di evento avverso – circa 4-5 persone ogni 10 milioni di persone che hanno denunciato almeno un evento avverso.

Naturalmente, come è ben noto le persone che hanno riportato negli anni almeno un evento avverso da vaccino sono una piccola minoranza del totale dei vaccinati; per cui la domanda che sorge spontanea è quella relativa a quanti eventi di encefalomielite acuta disseminata si osservano sul totale dei vaccinati (non su quelli che riportano eventi avversi).

La risposta è contenuta in un apposito studio, che potete trovare qui: su un campione di 64 milioni di dosi vaccinali (di tutti i tipi di vaccini), si sono osservati 8 casi di encefalomielite acuta disseminata.

Sono tanti? Sono pochi?

Andiamo un attimo sulla pagina dell’ISTAT (qui). Si può vedere che nel 2016, per l’Italia, l’incidenza di incidenti domestici è stata di circa l’1.1 %. Questo numero vuol dire che su mille persone che svolgono una qualche attività domestica, 11 subiscono un qualche incidente più o meno grave.

Non è difficile a questo punto comprendere che fare una qualsiasi attività casalinga sia molto ma molto più pericoloso rispetto al rischio di incorrere in encefalomielite acuta disseminata dopo un qualsiasi vaccino.

Ma lasciamo stare le casalinghe: qual è la probabilità di morire colpiti da un fulmine in Italia? Ogni anno, secondo i dati disponibili, 10-15 persone muoiono per fulminazione (come riportato anche qui), che come abbiamo visto sono molte di più di quelle che rischiano di prendersi una encefalomielite acuta disseminata dopo un vaccino (considerando il numero di dosi di vaccino somministrate ogni anno in Italia). Aspettiamo quindi di vedere su “Il Tempo” il pubblicato quindi un articolo di cui ci sentiamo di suggerire il titolo: “Studio segreto sui fulmini”.

A questo punto si potrebbe obiettare che, sebbene il rischio di subire incidenti domestici o quello di essere fulminati siano molto maggiori dei rischi discussi da Il Tempo nell’articolo di oggi, essi sono rischi inevitabili, mentre la vaccinazione è comunque in linea di principio un atto che avviene per scelta del legislatore o dell’individuo.

Consideriamo allora la più blanda forma di trattamento volontario possibile, uno di quelli che abbiamo spesso entrambi criticato per la sua base pseudoscientifica: qual è il rischio di eventi avversi connesso all’assunzione di una pillola omeopatica, un prodotto cioè completamente privo di principi attivi e che in linea di principio dovrebbe essere assolutamente innocuo? Qui, per esempio, si riporta che circa 3 persone su 100 possono sperimentare effetti avversi anche molto gravi e potenzialmente letali, dovuti ad esempio all’allergia al lattosio delle pillole omeopatiche.

In conclusione: lancereste un allarme mettendo in guardia le persone dal bere acqua, perché l’acqua fresca può a volte avere effetti letali?

Link alla pagina di Enrico Bucci (qui)

Avventure di un paleopatologo. I casi del Prof. Francesco M. Galassi

Un mistero si aggira per I cimiteri d’Europa*

È una notte buia e tempestosa. Un’ombra si aggira per Frankfurt am Mein e si immette in Ratt-beil-straße. È il famoso paleopatologo e cacciatore di misteri irrisolti Prof. Francesco Maria Galassi chiamato ad indagare su alcuni misteri della simpatica ed attivissima città tedesca. Da alcuni mesi gli abitanti odono tonfi sordi, scricchiolii, gemiti e lamenti. Sono sicuri che provengano dal locale cimitero.

Cosa succede? Come mai da un po’ di tempo non si riesce più a dormire ed il terrore serpeggia infido negli animi di adulti e bambini?

WOSHHHHHHHH SBAM AHHHHHHIIIIIIIIIIII

Sono solo alcuni dei suoni che raggelano I cittadini di Frankfurt am Mein.

Il Prof. Francesco Maria Galassi si dirige intrepido tra i sentieri del cimitero ed arriva finalmente davanti al sepolcro che contiene i resti mortali di Emil Adolph von Behring, scopritore sia del siero che del vaccino antidifterico ed antitetanico. Grande scienziato, il Dr. Emil Adolph von Behring è stato il primo medico a essere insignito del neocostituito Premio Nobel.

Il sommovimento dei suoi resti mortali sembra essere la sola e unica causa del putiferio che spaventa i cittadini di Frankfurt am Mein. La situazione, già tesa da qualche tempo, è precipitata quando il povero Erlich ha saputo come si sia espresso un genitore italiano, tal Maurizio, su faccialibro.

Post preso da un gruppo di antivaccinisti

Per nostra fortuna Herr Professor non conosce l’italiano e ha letto il post tradotto in tedesco, cosicché ci siamo risparmiati almeno la vergogna legata agli svarioni grammaticali. Tuttavia le affermazioni surreali di Maurizio hanno lasciato il segno. In particolare, per mezzo del suo stimato collega Galassi, il Professore vorrebbe dirci che somministrare immunoglobuline per ottenere una protezione passiva (come vorrebbe fare Maurizio) non è poi un gran colpo di genio. Il siero antitetanico, infatti, si ottiene da plasma di donatori immuni e potrebbe, almeno in via teorica, essere veicolo di gravi malattie infettive: AIDS, epatite da virus B o C e altre ancora. Insomma, il prode antivax ha fatto come quel tale che “Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim”

Intanto anche a Milano, Ravenna, Arquà e Certaldo…

L’attività investigativa del Prof. Francesco Maria Galassi si sta intensificando. Nei cimiteri di mezza Europa si segnalano tonfi sordi, scricchiolii, gemiti e lamenti.

Al Famedio del celebre Cimitero monumentale presso la tomba del Manzoni si odono echi di antiche litanie e profonde preghiere.

Da bravo cattolico praticante e osservante, il celebre scrittore invoca tutti i Santi del Paradiso, un po’ perché leggere il post di Maurizio (così zeppo di strafalcioni) lo sconvolge, un po’ perché teme (per ottime ragioni) un’altra epidemia simile a quella che ha descritto ne I Promessi sposi.

A Ravenna, ove riposa il Sommo Poeta, risuonano invettive e grida scomposte.

Ad Arquà il grande Francesco Petrarca piange e si dispera per la prematura dipartita dell’amata Laura, uccisa dalla peste.

Non parliamo poi delle ingiurie che si odono presso la tomba di Ser Giovanni Boccaccio: da buon toscano l’autore del Decameron impreca senza freni, anche perché il suo libro più famoso è incentrato proprio su una epidemia di peste che colpisce Firenze. Avendone avuto esperienza il Boccaccio paventa il ripetersi di cotale sciagura.

Insomma, Maurizio ha sconvolto post-mortem i nostri più importanti scrittori e poeti. Un risultato di cui vantarsi!

* Da un’idea di Annalisa Neviani. Riadattato per il blog da Pellegrino Conte. Si ringrazia per la sua disponibilità il Prof. Francesco M. Galassi che è autore del famoso libro divulgativo edito dalla C1V dal titolo “Un mondo senza vaccini? La vera storia

Matematica, fisica e medicina: debunking e fact checking

Viaggio tanto. In aereo, in treno, in autobus e porto sempre con me qualche libro da leggere per evitare di annoiarmi e tenere acceso, per quanto possibile, il cervello. Nel mio ultimo viaggio ho portato con me l’ultimo di Walter Quattrociocchi ed Antonella Vicini dal titolo “Liberi di crederci” (Figura 1). In esso gli autori  focalizzano la loro attenzione sulla loro ipotesi in base alla quale debunking e fact checking sono inutili. Il motivo è che queste due pratiche non fanno altro che rafforzare le convinzioni di chi è già orientato ideologicamente verso certe posizioni politiche, scientifiche o altro.

Figura 1. Copertina del libro del Dr. Walter Quattrociocchi e della Dr.ssa Antonella Vicini

Ho, tuttavia, notato che gli autori nella loro disamina commettono a mio modesto parere un paio di ingenuità.

Ad un certo punto essi scrivono a proposito di vaccinazioni in questi termini:  “La legge ha innalzato l’obbligo a dieci vaccinazioni, pena il divieto di frequentare l’asilo nido e la scuola dell’infanzia per i non vaccinati”.
Ecco. Questo è il tipico modo di esprimersi dei no-vaxx. Non sto dicendo che Quattrociocchi/Vicini lo siano. Sto solo dicendo che hanno usato una terminologia non corretta. Le vaccinazioni non sono 10. Dieci sono le patologie contro cui si viene vaccinati. Le vaccinazioni che bisogna fare sono solo due: vaccino esavalente e vaccino MPRV. In totale, seguendo il calendario vaccinale, le iniezioni che bisogna fare sono cinque, diluite nei primi 5/6 anni di vita del bambino. In particolare, il vaccino esavalente (che copre per difterite, tetano, pertosse, polio, Hib, epatite B) viene fatto dopo il secondo mese di vita (ed ha 2 richiami); il vaccino MPRV (che copre per morbillo, parotite, rosolia e varicella) viene fatto dopo l’anno di età (con richiamo singolo dopo i 5/6 anni). In definitiva, quindi, non si fanno 10 iniezioni con relativi richiami (come verrebbe da dedurre dalla terminologia usata da Quattrociocchi/Vicini), ma 3 + 2 iniezioni. Giusto per completezza non è neanche vero che il numero di antigeni è enorme (a onor del vero Quattrociocchi/Vicini non ne discutono, ma lo faccio io per completare il discorso vaccini in questa sede). Infatti, i due vaccini che vengono inoculati e che coprono per 10 patologie contengono circa 260 antigeni contro, per esempio, i 3000 che anni fa erano contenuti nel solo vaccino anti morbillo.

Leggere questa inesattezza mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Non potevano chiedere informazioni a qualche esperto (come ho fatto io per scrivere queste poche righe) prima di pubblicare il loro libro? Quando trattano dei propri argomenti Quattrociocchi/Vicini sono veramente pignoli. Perché non lo sono altrettanto quando si riferiscono a campi scientifici che prevedono competenze diverse dalle loro? O non è una distrazione e questa frase con relativo linguaggio è voluta?

Ma andiamo oltre.

A parte ciò che ho appena evidenziato, nella loro discussione in merito alle echo chamber, Quattrociocchi/Vicini scrivono: “Un altro errore comune è confondere le scienze come la fisica o la matematica, i cui risultati si ottengono con metodologie rigorose, con la medicina”.

Qui entriamo in un campo minato perché tutti quelli che si occupano di scienza e di filosofia della scienza possono avere idee differenti.
Io qui dico la mia con la consapevolezza di innescare una miccia.

Innanzi tutto: cos’è la scienza? È il complesso di conoscenze che si ottiene applicando un metodo, quello scientifico, alle osservazioni fisiche che si fanno: vedo; faccio un’ipotesi; sulla base di questa ipotesi faccio una previsione; verifico la previsione mediante degli esperimenti; se la risposta sperimentale è sì, l’ipotesi è corretta; se la risposta è no, l’ipotesi va riformulata. Questo, in sintesi, il metodo scientifico (ne avevo parlato anche qui). Sulla base di quanto scritto, può la matematica essere definita scienza? Diciamo che la matematica è nata per risolvere problemi concreti legati al commercio in senso lato (mi perdonino i miei amici matematici se sono un po’ troppo superficiale). Quindi, usando il pensiero moderno, mi sento di dire che la matematica è nata come una forma di scienza. Tuttavia, da quando abbiamo imparato a contare per risolvere problemi concreti, è passata tanta acqua sotto ai ponti. La matematica ha subito una evoluzione che altre discipline scientifiche non hanno ancora avuto. La matematica, per come la vedo io, è diventata una struttura del pensiero. Non ha più bisogno delle osservazioni fisiche (come quelle legate al commercio in senso lato) per poter avanzare.

Ad oggi, come sovrastruttura del pensiero, la matematica è al di sopra di quelle che possono essere indicate come scienze (ovvero tutti quei campi che hanno bisogno di osservazioni sperimentali per poter avanzare) e fornisce gli strumenti (logici e fisici) ad ognuna di esse. Esistono scienze che sono come la matematica? Qualcosa che ci si avvicina sono la fisica e la chimica teorica. Tuttavia, entrambe hanno poi bisogno di procedure sperimentali per poter validare ciò che sono le conclusioni del pensiero. Senza esperimenti sia la chimica che la fisica teorica sono fini a se stesse e non hanno validità alcuna.

E la medicina? In quanto forma di conoscenza basata sul metodo induttivo – cioè trarre un giudizio generale o universale partendo dall’osservazione di uno o più fatti particolari, di dati contingenti, v. vocabolario Treccani – (esattamente come fisica e chimica), anche la medicina è una scienza. Gli strumenti logici e fisici con cui procedere vengono forniti alla medicina dalla matematica (proprio come nel caso di fisica e chimica). Quali sono le metodologie rigorose che accomunerebbero matematica e fisica, ma non la medicina come scritto da Quattrociocchi/Vicini nel loro libro? Forse la statistica, su cui si basa principalmente la medicina, non è ritenuta rigorosa? Ed allora la termodinamica statistica elaborata da Boltzmann? E la meccanica quantistica (che fornisce gli strumenti per la diagnostica per immagini) basata sulla statistica? E potrei continuare perché anche la biologia, altra branca della conoscenza scientifica, si basa sulla statistica. Forse l’autore si riferisce alla discrezionalità umana che sembra essere presente nella medicina ma non nella fisica? Non è così. Entrambe le forme di conoscenza sono soggette a discrezionalità umana: un medico può sbagliare una diagnosi, così come un fisico può sbagliare l’impianto sperimentale oppure, pur avendo un impianto sperimentale corretto, non riuscire a “vedere” ciò che ha “sotto il naso”. In altre parole, anche un fisico può sbagliare la diagnosi.
In definitiva, secondo me, nella loro affermazione, gli autori sono stati un po’ superficiali (come lo sono stati nel caso dei vaccini). Questa superficialità può avere conseguenze notevoli perché chi non è avvezzo al metodo scientifico può essere portato a pensare che la medicina sia roba da stregoni, mentre la fisica sia una materia con dignità superiore. Non è così. Entrambe le discipline hanno pari dignità ed entrambe fanno buon uso di tutti gli strumenti, egualmente rigorosi, messi a disposizione dalla sovrastruttura matematica. E tanto per evidenziare che il lavoro medico prevede un approccio rigoroso ed interdisciplinare, inserisco la notizia che potete leggere ingrandendo la Figura 2 (oppure cliccando qui).

Figura 2. La medicina riesce a salvare la vita ad un bambino con rara patologia

È finita qui? No. Perché basandosi sulle loro osservazioni, come scritto nel paragrafetto introduttivo, Quattrociocchi/Vicini evidenziano l’inutilità del fact checking. Mi sembra allora interessante riportare una notizia apparsa recentemente su La Gazzetta di Modena (qui e Figura 3) e su altri siti minori (per esempio qui).

Figura 3. Un fact checking test ha avuto successo tra gli studenti di un istituto professionale

Una professoressa di un istituto tecnico industriale di Modena ha ideato un fact checking test con cui si sono cimentati i suoi allievi. A quanto pare il fact checking ha funzionato. Alcuni pregiudizi sono stati rimossi. Mi rendo conto che questo è un fatto isolato rispetto ai grandi numeri di cui dispone Quattrociocchi. Mi permetto di pensare, però, che c’è qualcosa di positivo. Da un punto di vista scientifico posso dire che il fact checking ha funzionato date le condizioni al contorno utilizzate (ragazzini di un istituto tecnico industriale costretti ad imparare). Se riformulassimo le condizioni al contorno in modo da adattarle ai grandi numeri, sarebbe possibile un esito positivo del fact checking e, di conseguenza, la rimozione dell’ipotesi di inutilità dello stesso evidenziata dagli studi di Quattrociocchi? Non lo so e qui mi fermo. Non è il mio campo ma qualcun altro con più competenze di me potrebbe anche farci un pensiero sopra e dire a noi se questa ipotesi di lavoro potrebbe funzionare o meno.

Fonte dell’immagine di copertina: https://www.insidemarketing.it/fact-checking-strumenti-verifica-notizie/

Anche i vaccini fanno oh!

È di queste ore la notizia che il nostro Ministro degli Interni (Salvini) nella sua campagna elettorale permanente ha strizzato gli occhi alla fazione antivaccinista presente in Italia nel tentativo di racimolare voti per le elezioni che si terranno nel momento in cui egli deciderà di far cadere questo governo: “Alcuni vaccini salvano la vita ma dieci vaccini per alcuni bambini sono inutili ed alcuni pericolosi. Non sono un ‘no vax’ e ci sono tante reazioni avverse documentate. Io ritengo che la salute dei bambini spetti alla mamma e al papà e quindi alcuni vaccini sono fondamentali, troppi vaccini rischiano di far male” (qui il link alla notizia).

Opinioni in ambito scientifico da parte di non addetti al settore lasciano il tempo che trovano, ma quando certe cose vengono dette da un esponente politico che ricopre una carica istituzionale importante come quella di Ministro degli Interni, le cose cambiano.

Se i vaccini sono pericolosi, non è certo togliendo l’obbligo vaccinale che essi diventano meno pericolosi.  Siano essi uno, due o dieci,  restano comunque pericolosi. Ed allora dovere delle istituzioni, incluso quello del Ministro degli Interni, è la salvaguardia della salute pubblica (Art. 32 della Costituzione). Alla pericolosità dei vaccini si risponde non solo togliendo l’obbligo ma anche eliminando del tutto le vaccinazioni. Perché se i vaccini sono pericolosi, più pericolosi delle malattie da cui si pretende essi ci proteggano, allora ne va impedita la somministrazione a tutti e non solo ai pochi illuminati ai quali si consentirebbe, abolendo l’obbligo vaccinale attualmente in vigore,  la libera scelta di non vaccinare.

Naturalmente la mia è una provocazione. Bene hanno fatto il Prof. Burioni ed il Prof. Lopalco ad alzare gli scudi contro questa infelice uscita del Ministro Salvini evidenziandone tutta l’inconsistenza scientifica (qui e qui le posizioni di Burioni e Lopalco, mentre qui quelle del Ministro della Salute).

Su cosa poggia l’idea sulla pericolosità dei vaccini del Ministro Salvini? La risposta la dà lui stesso quando loda Gatti e Montanari per il loro coraggio nel denunciare il contenuto tossico dei vaccini da essi analizzati mediante microscopia elettronica (qui la notizia).

Veniamo, quindi, al punto.

Non voglio entrare nel merito scientifico della validità dei vaccini.  Fior di medici (Burioni e Lopalco sono solo i front men) ne sanno molto più di me e  sono bravissimi a fugare ogni dubbio in merito.

Come chimico  voglio, invece, entrare nei dettagli del lavoro di Gatti e Montanari che è preso come riferimento dagli anti-vaccinisti e dal Ministro Salvini che, nonostante le sue dichiarazioni, si dice non anti-vaccinista (caro Ministro, la sua opinione di padre in merito all’utilità dei vaccini, purtroppo per lei, non è significativa. Non è lei, non virologo e non medico, a poter dire “i vaccini sono utili” oppure “alcuni vaccini sì, tanti altri no”. Sono gli addetti ai lavori che hanno passato anni sui libri e nelle corsie degli ospedali ad avere l’ultima parola sulla parte tecnica della prevenzione vaccinale, non lei. Lei può indicare la strada da percorrere in senso politico per le cose che le competono; ma, mi dispiace per lei, in merito agli aspetti tecnici sui vaccini e sulla validità del lavoro di Gatti e Montanari, le sue opinioni non hanno alcuna consistenza).

Nel 2016, I dottori Antonietta Gatti e Stefano Montanari hanno pubblicato un lavoro dal titolo “New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination” su una rivista che si chiama International Journal of Vaccines and Vaccination. Questa rivista è inserita nella lista Beall degli editori e delle riviste predatorie. Una rivista predatoria è tale quando, a fronte di una tassa più o meno elevata, pubblica un lavoro senza una attenta valutazione in peer review. Per questo motivo articoli di natura pseudo scientifica appaiono in letteratura e diventano il baluardo di tante persone che, non abituate al pensiero razionale, non sono in grado di comprendere che le conclusioni riportate in questi lavori sono completamente sbagliate. Tuttavia, come ho avuto già modo di scrivere (qui), non bisogna focalizzarsi sul contenitore per giudicare un lavoro scientifico, bensì sul contenuto del lavoro stesso.

Ed eccoci qui. Leggiamo il lavoro assieme (qui).

Lasciamo da parte i fronzoli dell’introduzione. Questa in genere è scritta per riassumere i punti salienti che spingono una ricerca in una certa direzione. A noi non interessa. Sappiamo che gli autori vogliono trovare conferma ai loro bias cognitivi, ovvero vogliono dimostrare che i vaccini sono pericolosi perché contengono sistemi chimici di natura tossica. Soffermiamoci, invece, sull’aspetto tecnico e valutiamone la consistenza scientifica.

Dopo la lista delle preparazioni vaccinali che hanno deciso di analizzare, gli autori scrivono:

we performed a new kind of investigation based on observations under a Field Emission Gun Environmental Electron Scanning Microscope (FEG-ESEM, Quanta 200, FEI, The Netherlands) equipped with the X-ray microprobe of an Energy Dispersive Spectroscope (EDS, EDAX, Mahwah, NJ, USA) to detect the possible presence of inorganic, particulate contaminants and identify their chemical composition“.

La tecnica, i cui dettagli sono descritti qui,  qui e qui, consente di “vedere” e “quantificare” il contenuto elementare di sistemi inorganici presenti in micro-campioni rappresentativi dei sistemi sotto indagine.

La Figura 1 mostra il risultato quali- quantitativo ottenuto dall’analisi di una microgoccia (20 μL) di uno dei vaccini presi in considerazione (la microgoccia viene seccata prima di ogni analisi per cui quest’ultima viene effettuata sulla fase solida che si ottiene dal trattamento del campione).

Figura 1. Cristalli di vari sali identificati mediante spettroscopia EDS (Fonte)

Gli autori scrivono:

Figure 1a shows a layer of crystals of Sodium chloride (NaCl) embedding salts of Aluminum phosphate (AlPO4) in a drop of Gardasil (anti-HPV vaccine by Merck) as the EDS spectrum (Figure 1b) shows. Saline is the fluid base to any vaccine preparation and Aluminum salts or Aluminum hydroxide [Al(OH)3] are the adjuvants which are usually added. Looking at the area outside these precipitates but inside the liquid drop, we identified other things: single particles, clusters of particles and aggregates (organic-inorganic composites) that are due to an interaction of the inorganic particulate matter with the organic part of the vaccine“.

In altre parole, Gatti e Montanari, dicono di aver trovato cristalli di cloruro di sodio (il normale sale da cucina) assieme a fosfato di alluminio la cui presenza è giustificata dal fatto che, come adiuvante vaccinale, vengono utilizzati sia sali di alluminio che idrossido di alluminio. Oltre a quanto già riportato,  gli autori evidenziano come abbiano trovato anche complessi metallo-organici come conseguenza delle interazioni tra le componenti inorganiche e quelle organiche presenti nei vaccini.

Subito dopo la fotografia mostrata in Figura 1, gli autori riportano tutta una serie di foto al microscopio elettronico dalle quali affermano di aver trovato tanti altri metalli pesanti e tante altre sostanze addirittura non dichiarate nella composizione dei vaccini che di solito si legge sui bugiardini. Per esempio, riportano della presenza di ferro, rame, cromo, silicio, titanio, piombo etc etc etc.

Sono veramente informazioni che fanno paura, vero? Una persona a digiuno di chimica quando legge che nei vaccini sono stati trovati miscele di metalli pesanti come quelli indicati, ha ragione a preoccuparsi. Ma come? Si parla tanto dei pericoli dei metalli pesanti e ce li ritroviamo nei vaccini che vengono iniettati in esserini indifesi come sono i neonati?

Che dire. Le preoccupazioni sarebbero fondate se non ci fosse un “ma”. Prendiamo per esempio il cromo. Simbolo Cr, il cromo è un metallo di transizione (Figura 2) con due stati di ossidazione importanti sotto l’aspetto biochimico: Cr3+ (anche indicato come Cr(III)) e Cr6+ (anche indicato come Cr(VI)).

Figura 2. Tavola periodica degli elementi (Fonte)

Come indicato in tutti i testi di farmacologia, l’attività biochimica delle due forme di cromo è diversa. Il Cr(III) è un microelemento essenziale per la vita dell’uomo. Esso è coinvolto nel metabolismo del glucosio cosicché una sua carenza può provocare il diabete oltre che problemi cardiaci. Un suo eccesso nella nostra dieta può portare a problemi di salute come l’insorgenza di macchie cutanee. Il Cr(VI), a differenza del Cr(III), non è un micronutriente e l’esposizione al cromo (VI)  provoca eruzioni cutanee, problemi di stomaco e ulcera, problemi respiratori, indebolimento del sistema immunitario, danni a fegato e polmoni, alterazione del materiale genetico, cancro ai polmoni e morte.

Questa breve disamina sul cromo mi serve solo per far capire che non basta dire che in un sistema chimico ci sono metalli pesanti per aver paura. Per potersi preoccupare è necessario che si conosca anche sotto quale forma è presente quel determinato metallo pesante. Nei vaccini non è presente il cromo nello stato di ossidazione +6.

È vero che alte concentrazioni di uno qualsiasi dei metalli anzidetti, anche se biochimicamente non tossico, può provocare danni alla salute. Tuttavia, sono gli stessi autori del lavoro che ci aiutano a capire che non dobbiamo preoccuparci. Vediamo perché.

Leggiamo la tabella 3 del lavoro di Gatti e Montanari. In particolare, facciamo attenzione alla seconda colonna, quella indicata come “Total Debris n.”, ovvero numero di particelle sotto forma di precipitato. Si legge che gli autori hanno individuato nelle diverse tipologie di vaccino un numero di particelle solide che va da 2 (in Anatetall) a 2723 (in Varilrix). Sono veramente tante, vero? Direi di si. Trovare ben 2723 particelle solide in 20 μL di vaccino (questa è la quantità usata per le analisi) vuol dire che in 1 mL di una dose vaccinale ci sono 136150 particelle solide. È un numero veramente grande. Perché dovremmo consentire che ad un neonato vengano iniettate queste enormi quantità di particelle solide? Chi ci può assicurare che questo numero così alto di particelle solide non porti problemi ai bambini?

A questo punto bisogna ricorrere alle conoscenze di chimica elementare e ricordare che il parametro che ci consente di valutare l’effetto di una sostanza sulla salute umana è la concentrazione. La concentrazione in chimica si riferisce al numero di moli di una sostanza per unità di volume. In altre parole la concentrazione è un parametro che ci consente di dire quanto di una data sostanza è presente in dato volume di soluzione.

Ricordo anche che un parametro molto importante in chimica è il numero di Avogadro. Esso ci dice che una mole di sostanza contiene 6.022 x 1023 particelle elementari. In altre parole, per esempio, una mole di acqua pesa 18 g e contiene 6.022 x 1023 molecole del tipo H2O.

A questo punto ci possiamo chiedere: 136150 particelle differenti a che concentrazione corrispondono?

Semplice. Basta dividere il numero di particelle per il numero di Avogadro e per il volume iniettato. Supponiamo, allora, di fare un’iniezione di 1 mL (cioè 1 x 10-3 L), si ottiene:

[136150/6.022 x 1023]/1 x 10-3 mol/L = 2.26 x 10-16 mol/L

In altre parole, la concentrazione di sostanza corrispondente a 2723 particelle solide ottenute per evaporazione di 20 μL di vaccino è al di sotto delle femto moli (< 10-15 mol, oppure fmol) per litro. Si tratta, insomma, di una quantità di materia che è assolutamente innocua sotto il profilo farmacologico.

Gli autori del lavoro giocano semplicemente col modo di esprimere le misure. 2723 particelle in 20 μL sembra un numero elevatissimo. Ma se lo esprimiamo  in unità mol/L, che sono quelle normalmente utilizzate in farmacologia, ne viene che i vaccini sono assolutamente puri sotto l’aspetto chimico.

Conclusioni

Gatti e Montanari, col loro lavoro, hanno semplicemente dimostrato che i vaccini hanno una elevatissima purezza chimica. Caro Ministro Salvini, forse farebbe meglio a far leggere certi riferimenti ai suoi consulenti scientifici prima di fare le dichiarazioni che ho letto.

Altre letture

I love it when an antivax study meant to show dirty vaccines are backfires so spectacularly

 

Fonte immagine di copertina: Wikimedia Commons. Photo Credit: James GathanyContent Providers(s): CDC – This media comes from the Centers for Disease Control and Prevention’s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #2674.

 

Antivaccinisti ed immunità di gregge

Antivaccinisti

Molte volte si sente dire da parte degli antivaccinisti: “ma se una persona è vaccinata contro una patologia, perché dovrebbe temere i non vaccinati? Questi non possono trasmettere la patologia ai vaccinati”.

Sembra intuitivo, vero? Ma quante volte ho dovuto evidenziare che la scienza è contro intuitiva?

Sebbene quanto affermato dagli antivaccinisti sembri logico, in realtà denota solo una scarsa conoscenza della biochimica di base.

Batteri e virus sono in grado di moltiplicarsi molto velocemente, più velocemente di quanto facciano gli esseri umani ed in numero nettamente superiore a noi.

Durante le fasi della crescita batterica o della replicazione dei virus, tra i miliardi di batteri e virus che si producono, se ne otterrà sempre un piccolo numero che ha subito delle mutazioni genetiche.

Queste ultime sono tali da non consentire la “sopravvivenza” di questo sparuto numero di mutanti nelle condizioni ambientali in cui essi si trovano. Tuttavia, se le condizioni cambiano, saranno proprio questi pochi mutanti a sopravvivere e a produrre la popolazione in grado di resistere alle mutate condizioni ambientali.

Ognuno di noi è portatore di batteri e virus. Il nostro organismo è un vero e proprio laboratorio chimico in cui questi minuscoli “esserini” prosperano e si moltiplicano.

Il compito dei vaccini è quello di permettere al nostro organismo di sviluppare delle squadre di sorveglianza in grado di riconoscere tra i miliardi di esserini anzidetti quelli che possono portare a delle patologie serie. Una volta individuati i “cattivi”, le squadre di sorveglianza (ovvero i carabinieri all’interno del nostro organismo) procedono all’isolamento ed alla neutralizzazione di questi portatori di patologie.

In altre parole quando ci vacciniamo è come se dotassimo le squadre di carabinieri che controllano lo stato di salute del nostro corpo delle foto segnaletiche dei “cattivi”.

Quando i “cattivi” penetrano dentro di noi, vengono individuati  dai carabinieri grazie alle foto segnaletiche  che abbiamo fornito tramite i vaccini. I carabinieri, quindi, si muovono e  provvedono all’isolamento ed alla neutralizzazione dei “cattivi”.

Se il numero di persone non vaccinate è molto alto, diciamo per comodità al di sotto del 95% che è un numero che in questi giorni abbiamo spesso letto, accade che anche i vaccinati rischiano di essere preda delle patologie dei non vaccinati.

Perché?

Ricordate che ognuno di noi contiene miliardi di esserini? Ebbene più aumenta il numero di individui non vaccinati, più il numero di esserini portatori di patologie aumenta. Più questo numero aumenta più aumenta la possibilità che si sviluppino esserini cattivi mutati. Questi cattivi mutati non corrispondono più alle foto segnaletiche che abbiamo inviato ai carabinieri che controllano lo stato di salute del nostro corpo. La conseguenza è che quando i cattivi mutati penetrano nell’organismo vaccinato, non vengono riconosciuti come “cattivi” e fanno danni.

Capito ora perché è importante portare la percentuale di vaccinati al di sopra di certe soglie? In questo modo impediamo che avvengano le trasformazioni che consentono a batteri e virus cattivi di “mimetizzarsi” e di non essere riconosciuti come tali dal nostro sistema immunitario che è stato “abituato” a riconoscerli senza la maschera dovuta alla mimetizzazione.

Gli antivaccinisti hanno torto. Non è vero che chi è vaccinato non deve preoccuparsi dei non vaccinati. Se il numero dei non vaccinati è molto alto, anche i vaccinati possono cadere preda delle patologie per cui sono state effettuate le vaccinazioni. Infatti virus e batteri mutati, grazie all’elevata percentuale di non vaccinati, non sono più riconoscibili dal sistema immunitario dei vaccinati.

Note, commenti e riferimenti 

  1. Tutto quanto illustrato spiega perché, per esempio, ogni anno bisogna rifare il vaccino anti-influenzale. Pur essendo il virus dell’influenza sempre lo stesso, ogni anno si ripresenta con una “maschera” diversa. Il nostro sistema immunitario, che l’anno precedente era stato abituato a riconoscere una certa “maschera”, non è in grado di riconoscere la nuova “maschera”. La conseguenza è che ogni anno dobbiamo inviare al nostro sistema immunitario le foto segnaletiche relative al nuovo aspetto che il virus dell’influenza ha assunto rispetto all’anno precedente.
  2. La velocità con cui i batteri si moltiplicano e subiscono mutazioni rende conto del motivo per cui abbiamo bisogno di nuovi e più efficaci antibiotici ogni anno che passa. Infatti grazie alla loro rapida crescita, la probabilità che mutazioni casuali producano batteri resistenti agli antibiotici che usiamo è molto alta. La conseguenza è che gli antibiotici attualmente in uso diventano sempre meno utili.
  3. Batteri e virus non fanno altro che attuare le normali strategie per la sopravvivenza contro cui noi dobbiamo opporci con gli strumenti che abbiamo, ovvero le vaccinazioni e formulati farmaceutici sempre più nuovi ed efficaci.
  4. Per approfondire: R. Burioni, Il vaccino non è un’opinione; A. Grignolio, Chi ha paura dei vaccini

Fonte dell’immagine di copertinahttp://www.genitoripiu.it/news/allerta-vaccinazioni-dallistituto-superiore-di-sanita

Sull’antivaccinismo dilagante

Antivaccinismo

Premessa

Dunque, vediamo. C’è un’associazione di consumatori, il Codacons, che nasce per dar voce “al singolo consumatore” (è scritto nel sito web del Codacons). Dar “voce al singolo consumatore”, qualunque cosa voglia dire, probabilmente significa far parlare il consumatore quando si sente truffato, imbrogliato, derubato così da poter ristabilire il giusto “equilibrio” tra chi vende e chi compra. E va più che bene. Se un venditore mi vende merce avariata, non funzionante o non all’altezza delle aspettative, io consumatore ho il diritto di recedere dall’acquisto e di pretendere la restituzione di quanto speso. Ci sono leggi al riguardo. Un’associazione di consumatori dovrebbe fornire tutti i mezzi per poter capire quali sono i miei diritti di consumatore e quali i miei doveri. Perché è anche vero che io ho il diritto di pretendere la qualità (in senso positivo) di ciò che acquisto, ma è anche vero che non posso (non ho il diritto) danneggiare il venditore se, dopo essere stato informato, procedo all’acquisto (incauto acquisto). Ma non è solo questo. Un’associazione di consumatori dovrebbe anche fornire gli strumenti per la difesa dei diritti personali o di categorie di persone che hanno subito ingiustizie da parte di grandi operatori.

D’altra parte esiste un mondo, quello scientifico, che è abituato a fornire informazioni alla luce di quanto noto. In campo medico significa raccogliere tutte le informazioni possibili in merito a certe pratiche, analizzarle fin nei minimi particolari e trarre conclusioni.

I vaccini

In campo scientifico è più che nota l’utilità dei vaccini. E’ stata svelata la truffa, basata su un conflitto di interessi, da parte di Wakefield che, qualche anno fa, pubblicò uno studio, poi ritirato dalla letteratura per i motivi anzidetti (truffa a seguito di conflitto di interessi).

Bisogna aggiungere che lo studio di Wakefield, ritirato, fu seguito, per opportuna riproducibilità, da un’altra serie di studi che non ne hanno mai potuto riprodurre i risultati. In altre parole, il mondo scientifico non se ne è stato con le mani in mano. Si è dato da fare. Quando la riproducibilità non è stata ottenuta, si sono fatte le pulci al lavoro ed è venuta fuori la truffa dovuta al conflitto di interessi. Insomma, è stata svelata la non-eticità di Wakefield che, per questo, è stato anche radiato dall’ordine dei medici. Infine, ogni mese vengono pubblicati lavori che attestano della sicurezza dei vaccini. Basta visitare la pagina facebook del Dr. Burioni e di Ulricke Schmidleithner o anche quella di IoVaccino.

Democrazia scientifica

Accade ora che in Italia ci siano “forze” che agiscono al di fuori del mondo scientifico, l’unico ad aver titolo a poter parlare di scienza con cognizione di causa, che spingono per una pari dignità tra chi è contro i vaccini in modo insensato e chi, invece, li consiglia perché, conoscendone il funzionamento, sa perfettamente che questi farmaci sono importantissimi per la prevenzione e la lotta a patologie invalidanti se non mortali.

Sono state bloccate più volte le proiezioni di un film (Vaxxed) che narra la storia di Wakefield facendone un martire: il Davide della medicina che aiuta la gente contro il Golia della medicina che, invece, vuol fare del male. Ma non è così. La storia di Wakefield non è quella di Davide e la medicina, quella seria, non è un Golia malefico. Certo, oggi, con le attività che sono economy-driven (ovvero modulate solo dal guadagno facile sia in termini economici che in termini di produttività), il medico ha perso in parte quella funzione di supporto psicologico che avevano un tempo i cosiddetti medici di famiglia. Dal medico tuttologo di 50 anni fa, si è passati al medico specializzato che sa benissimo e molto meglio rispetto al tuttologo quello che fa. Il modo con cui può comunicare col paziente può essere cambiato, ma questo non è un problema generale, bensì personale. Ci sono medici che hanno empatia e riescono a rassicurare il paziente; ci sono medici che, pur professionalmente molto qualificati, mostrano meno empatia ed il paziente si sente maltrattato. Ma non è così, come tutti quelli che hanno avuto a che fare con persone serie sanno benissimo.

Una delle forze esterne al mondo scientifico che sembrano agire in controtendenza a quella che è la ricerca scientifica è il Codacons.

E’ recente la notizia che un giovane di Treviglio, in provincia di Bergamo, si sia opposto alla proiezione del film “Vaxxed” su menzionato.

E quale è stata la reazione del Codacons? Sì proprio l’associazione nata per la tutela dei consumatori. Beh…la leggete a questo link.

Riporto uno stralcio di quanto scritto nel link:

 “Lo studente d Treviglio che con le sue proteste ha bloccato la proiezione al cinema del film “Vaxxed” è troppo giovane per conoscere la storia dei vaccini in Italia, ma se si fosse documentato sul web come fanno molti ragazzi della sua età avrebbe scoperto alcune analogie tra quanto contenuto nella pellicola e la storia recente dei vaccini in Italia”.

“Conoscenza matura”

Quindi, il Dr. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, ritiene che l’età di una persona sia vincolante per la conoscenza. Senza sapere come questo studente abbia approfondito le sue conoscenze in merito ai vaccini, ritiene che la sua giovane età non gli consenta di esprimere un giudizio di merito. Giudizio che peraltro non è personale, ma è avallato dal mondo scientifico. Tra l’altro il Dr Rienzi attribuisce al web una valenza che non ha perché è pur vero che le notizie si possono cercare in rete, ma è altrettanto vero che nella giungla del web bisogna anche essere capaci di distinguere tra notizie false, verosimili e vere. Non tutto quello che è scritto in rete ha validità scientifica e di certo non l’hanno i siti che sono di carattere anti-vaccinista.

Come si può fare a distinguere tra vero, verosimile e falso?

O si studia oppure ci si affida a chi ne sa di più. Chi ne può sapere di più in campo vaccinale? Ci sono tanti blog e pagine internet gestite da specialisti che NON esprimono opinioni personali, ma divulgano quanto c’è di noto nel mondo scientifico (alcuni esempi sono stati fatti prima).

Ciò che è noto è che tutte le posizioni antivacciniste sono senza senso e denotano solo profonda ignoranza in campo scientifico.

Cosa accade al Codacons? Qui non posso che dare una mia personale opinione alla luce di quanto leggo in rete. Chi dice “non sono antivaccinista, ma…” in realtà denota una vena antivaccinista che si fonda su informazioni pseudoscientifiche, false e certamente incomplete

 

Fonte dell’immagine di copertinahttp://www.butac.it/antivaccinismo-riflessioni/

 

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