Scienza open access e riviste predatorie. Parte II. Il sistema aperto

Nella prima parte di questo reportage (che appare nella Newsletter della Società Italiana di Scienza del Suolo) ho discusso dei limiti del sistema chiuso delle riviste scientifiche. In quella sede, l’aggettivo “chiuso” si riferiva al fatto che le case editrici non permettono l’accesso libero dei ricercatori agli studi che vengono pubblicati: neanche ai loro stessi lavori. Quante volte mi è capitato, per esempio, di dover chiedere il favore a qualche collega straniero di scaricare per me i miei stessi lavori e di inviarmene una copia in pdf? Ormai non le conto più. Le conclusioni del precedente articolo (le trovate qui sotto) erano che il sistema chiuso sul quale si è basata la diffusione delle ricerche scientifiche fino ad ora, non è sostenibile sotto l’aspetto economico.

Scienza open access e riviste predatorie. Parte I. Il sistema chiuso

Meglio l’open access, allora? La pubblicazione open access è quel tipo di articolo per cui chi legge non ha bisogno di pagare nulla. In altre parole, se tutti noi che, a vario titolo, ci occupiamo di scienza cominciassimo a pubblicare in maniera “open”, tutte le università e centri di ricerca risparmierebbero un bel po’ di soldi che potrebbero essere investiti in ben altro: borse di studio, nuovi reclutamenti di ricercatori e docenti, apparecchiature scientifiche e…chi più ne ha, più ne metta.

Devo dire che questa è la realtà ideale. Vado nel mio ufficio, mi siedo alla scrivania, accendo il computer e faccio la mia ricerca bibliografica. Dal momento che tutti pubblichiamo in open access, la mia università non ha necessità di pagare alcun abbonamento (esoso) ed io posso accedere e scaricare tutto quello che voglio.

Bello il mondo ideale, vero?

Il problema è che le case editrici tutto sono tranne che enti filantropici. Da qualche parte devono pure far soldi. Ed in effetti il problema economico si è spostato: non sono più le università a dover pagare per gli abbonamenti in modo da consentire ai ricercatori di poter essere aggiornati, ma sono i ricercatori che, per poter pubblicare su una rivista open access, devono pagare una tassa di pubblicazione. Questa tassa è dovuta solo se il lavoro supera il processo di peer review e viene accettato per la pubblicazione.

A questo punto, il più scafato tra noi ha già capito quale è l’inghippo. Ma andiamo con ordine.

Vi riporto qui sotto una tabella in cui è possibile leggere il costo (in dollari statunitensi per omogeneità di riferimento) che dovrei sostenere per pubblicare in maniera open su alcune delle riviste del mio settore o su alcune di quelle che si adattano meglio alla tipologia di ricerca che faccio (chimica-fisica ambientale):

Queste sono solo alcune delle riviste serie che sono completamente open (ACS Omega) oppure ibride (tutte le altre della lista), ovvero consentono all’autore di scegliere se pubblicare col sistema chiuso o quello open.

Ormai anche le pietre sanno che per il biennio 2018-2020 (prorogato fino a giugno 2021) sono uno dei commissari per l’abilitazione scientifica nazionale (ASN) per il mio settore concorsuale. Perché vi dico questo? Semplicemente per farvi capire che sono uno di quelli che conoscono abbastanza bene le regole che devono essere applicate sia per avere l’abilitazione che per superare un qualsiasi concorso universitario. Ebbene, tra queste regole (che non vengono stabilite dai commissari, ma calate dall’alto dal Ministero dell’Università) c’è il cosiddetto h-index – di cui ho parlato nel mio blog qui – nonché la somma degli impact factor delle riviste su cui un candidato ha pubblicato.

Non voglio aprire un altro fronte per cui non voglio discutere dell’aberrazione di una valutazione basata sui parametri anzidetti. Il mio scopo è solo quello di farvi capire che l’h-index di un ricercatore aumenta con l’aumentare delle citazioni e della visibilità dei suoi lavori.

Quando un articolo pubblicato diviene visibile e può avere alte possibilità di citazione? Ovvio…quando è open access, naturalmente.

Ed eccoci arrivati al punto: se ho tante pubblicazioni open access, a meno di non essere una capra e pubblicare sciocchezze sesquipedali, ho una ottima possibilità di essere visibile e di veder citati i miei lavori. Oddio…anche se pubblico sciocchezze sesquipedali ho ottime possibilità di essere citato…ma in negativo. E non è esattamente bello per la reputazione. Basta prendere in considerazione le sciocchezze pubblicate negli ultimi anni da un premio Nobel come Luc Montagnier, per rendersi conto che egli è oggi solo una patetica figura che cerca di riguadagnare quella visibilità che lo ha abbagliato – soddisfacendo il suo ego – quando ha vinto il premio Nobel nel 2008.

Ma sto divagando…

Considerando i costi che un ricercatore deve sostenere per poter pubblicare in open access, cosa si può concludere dalla disamina di questa seconda puntata?

Se sono un ricercatore che studia un ambito scientifico per cui è difficile reperire fondi, mi conviene il sistema chiuso. Faccio il mio lavoro col minimo di soldi che riesco a trovare, scrivo il mio rapporto scientifico e invio il lavoro ad una delle riviste che non mi chiedono di pagare per la pubblicazione. Pagherà chi ha bisogno di sapere cosa ho fatto, fermo restando che, come autore, posso inviare gratuitamente il lavoro pubblicato a chiunque me ne faccia richiesta.

Se sono un ricercatore che è in grado di attrarre molti fondi, mi conviene pubblicare sulle riviste open. Parte dei miei fondi sono, in ogni caso, destinati alla mia università per spese di gestione; mettiamo tra queste anche il libero accesso alle informazioni scientifiche. Questo implica una maggiore visibilità ed una maggiore penetrazione delle mie ricerche nel mondo scientifico, anche quello non direttamente collegato al mio specifico settore disciplinare. Maggiore visibilità per il ricercatore significa anche maggiore visibilità per l’istituzione di appartenenza che, quindi, ha tutto l’interesse a privilegiare l’open access invece che la pubblicazione chiusa. Ed infatti, attualmente molte, se non tutte, le università in Italia chiedono che i lavori scientifici vengano pubblicati anche sulle riviste open access.

Il problema è che quando il mercato diventa libero si innesca la concorrenza ed è possibile, anzi certo, che si possa incorrere in delle truffe.

Ma questo sarà oggetto del prossimo articolo nel prossimo numero della Newsletter.


Questo articolo è apparso nella Newsletter n. 13 della SISS (qui)

2 risposte a “Scienza open access e riviste predatorie. Parte II. Il sistema aperto”

  1. Buongiorno Prof. Conte,

    grazie per l’articolo. Sono un ricercatore anch’io (sono stato anche suo studente), e mi sono sempre posto il problema della scelta tra open access e sistema chiuso. La mia scelta è quasi sempre ricaduta sul sistema chiuso e su riviste Elsevier. Ho cercato però sempre di sfruttare al massimo il diritto dell’autore, quasi sempre garantito dagli editori, di pubblicare la propria ricerca su un proprio spazio di archiviazione sul web.
    Per essere più chiaro le faccio un esempio.
    Ammettiamo che un mio lavoro sia stato accettato sulla rivista Journal of Hydrology (Elsevier).
    Il primo passo consiste nel verificare la policy della rivista in merito al copy right.
    Per questo esiste una piattaforma, Sherpa Romeo, che consente, mediante una rapida ricerca, di consultare la policy della rivista.
    Ad esempio, per Journal of Hydrology leggiamo quanto segue (http://sherpa.ac.uk/romeo/search.php?issn=0022-1694):

    General Conditions:
    Authors pre-print on any website, including arXiv and RePEC
    Author’s post-print on author’s personal website immediately
    Author’s post-print on open access repository after an embargo period of between 12 months and 48 months
    Permitted deposit due to Funding Body, Institutional and Governmental policy or mandate, may be required to comply with embargo periods of 12 months to 48 months
    Author’s post-print may be used to update arXiv and RepEC
    Publisher’s version/PDF cannot be used
    Must link to publisher version with DOI
    Author’s post-print must be released with a Creative Commons Attribution Non-Commercial No Derivatives License

    Nelle condizioni leggiamo che l’autore può pubblicare su un pagina web personale una propria versione del lavoro immediatamente dopo la pubblicazione sulla rivista.

    Rimane comunque il problema dell’indicizzazione sui motori di ricerca della proprio sito web. Infatti, è lecito pensare che solo pochi ricercatori o studenti riusciranno a trovare nei motori di ricerca la mia pagina web e a scaricare il lavoro.
    Personalmente ho risolto il problema caricando su http://www.researchgate.net una versione del lavoro in cui riporto solo l’abstract e un link alla mia pagina personale per scaricare gratuitamente e legalmente l’articolo.

    In questo modo riesco a sfruttare al massimo il mio diritto a divulgare i miei lavori e il potere di indicizzazione sul web di una piattaforma social come researchgate.

    Spero che questo mio approccio possa essere utile anche ad altri ricercatori.

    Un saluto a lei e ai suoi lettori.

    Simone Di Prima.

    1. Ciao Simone,
      Grazie per il tuo contributo. Il tuo metodo è utile, come quello che consente di archiviare su Arxiv, solo se, come fai tu, metti una versione preprint definitiva del lavoro accettato per la pubblicazione. Purtroppo, però, molti indicizzano anche lavori che non vengono accettati e questi lavori, spesso, vengono usati come prova di fatti scientifici che non sono condivisi. È da qui che nasce la pseudoscienza.
      A presto

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