È da tanto tempo che mi interrogo sulle enormi differenze culturali che esistono tra gli Stati Uniti e l’Europa. Gli USA sono sempre stati l’emblema della realizzazione dei sogni più audaci. Io stesso ho una parte della mia famiglia dislocata in diversi stati di quel paese: persone che sono emigrate per inseguire i propri sogni e realizzare una vita migliore rispetto a quella che avrebbero avuto in Italia. A questo aggiungiamo pure il fatto che gli USA hanno contribuito notevolmente alla liberazione del nostro Paese dal nazi-fascismo, lasciando un segno profondo e positivo nella nostra storia collettiva.
Eppure, proprio questo contrasto tra l’immagine luminosa dell’America dei sogni e alcune sue ombre mi ha sempre colpito. Pur riconoscendo la vitalità e l’influenza americana, non ho mai potuto ignorare una contraddizione: come può un Paese che mantiene la pena di morte proporsi come esempio di libertà e democrazia? Una domanda che diventa ancora più urgente se pensiamo alla qualità — talvolta pirandelliana — della sua classe politica attuale.
Ma c’è un altro aspetto che rende gli Stati Uniti culturalmente distanti dall’Europa: la forte coscienza religiosa che attraversa la società americana. Secondo il Pew Research Center (2025), più del 60% degli adulti si definisce cristiano, quasi la metà prega quotidianamente e un terzo frequenta regolarmente i servizi religiosi. Oltre l’80% dichiara di credere in Dio o in una forza spirituale, e circa due terzi affermano che la religione ha un ruolo importante nella propria vita. Numeri che mostrano come la religione, pur in un contesto di crescente pluralismo e presenza di “non affiliati”, rimanga un pilastro dell’identità nazionale e della vita pubblica.
È proprio da qui che parte la mia riflessione: come spiegare una divergenza così marcata tra due rami dello stesso ceppo culturale occidentale, Europa e Stati Uniti? Una divergenza che, a ben vedere, somiglia molto a un processo di speciazione culturale.
Nota a margine:
Non sono un sociologo né un filosofo. Questo articolo non pretende quindi rigore accademico in quei campi: è piuttosto una riflessione personale che nasce dal mio sguardo di scienziato applicato a un terreno diverso dal solito.
Un’analogia evolutiva per capire la divergenza religiosa
In biologia evolutiva, quando una popolazione viene separata da una barriera naturale, inizia spesso un processo detto speciazione allopatrica. Isolate in ambienti diversi, le popolazioni non condividono più le stesse pressioni selettive e, col tempo, accumulano differenze genetiche e comportamentali.
Un esempio classico riguarda le lucertole mediterranee (Podarcis siculus). Studi condotti su popolazioni introdotte artificialmente in piccole isole dell’Adriatico e del Tirreno hanno mostrato cambiamenti sorprendenti in poche decine di generazioni. Alcuni gruppi hanno sviluppato crani più robusti e mascelle più larghe, adattamenti che permettono di sfruttare risorse alimentari diverse, come piante e semi in aggiunta agli insetti. In parallelo, è comparsa una maggiore lunghezza dell’intestino, necessaria per digerire materiale vegetale più fibroso. Anche la colorazione della pelle è cambiata, diventando talvolta più scura o con disegni differenti, per mimetizzarsi meglio nei nuovi ambienti (Figura 1). Persino i comportamenti sociali hanno subito modifiche: in alcune popolazioni si è osservata una minore aggressività territoriale, probabilmente favorita dalla necessità di condividere risorse limitate.
Stessa origine, dunque, ma adattamenti diversi: la spinta selettiva di ambienti distinti ha prodotto fenotipi riconoscibilmente differenti, pur restando nello stesso genere.
Questa immagine si presta bene a descrivere — in senso metaforico — la divergenza culturale tra Europa e Stati Uniti, in particolare nel rapporto tra religione e vita pubblica.

Radici comuni
Europa e Stati Uniti condividono un patrimonio culturale di partenza che può essere visto come il terreno comune da cui sono germogliate due piante destinate a crescere in direzioni diverse. Alla base vi è la tradizione giudaico-cristiana, che per secoli ha fornito il linguaggio morale e simbolico con cui interpretare il mondo. A questo si aggiungono le grandi eredità giuridiche: da un lato il diritto romano, con le sue strutture codificate che hanno dato stabilità e ordine alle società europee, dall’altro il diritto anglosassone, fondato più sulla prassi e sul precedente che sulla norma scritta, ma capace di influenzare profondamente la nascente America. Infine, non si può dimenticare l’Illuminismo europeo, che con la sua enfasi sulla libertà, la razionalità e la fiducia nel progresso ha fornito l’impalcatura intellettuale di quella che chiamiamo modernità.
Su queste basi comuni, Europa e Stati Uniti hanno costruito la loro civiltà. Alexis de Tocqueville, osservatore attento della giovane democrazia americana, aveva già colto nel XIX secolo un aspetto sorprendente: negli Stati Uniti la religione non si contrapponeva alla libertà, ma la sosteneva. La fede, lungi dall’essere vista come un ostacolo, era parte integrante della vita pubblica, un collante che dava senso e coesione alle comunità. In Europa, invece, la stessa radice religiosa si intrecciava spesso con i poteri monarchici e con istituzioni secolari, generando conflitti e suscitando movimenti di contestazione. Così, pur partendo dallo stesso ceppo culturale, i due continenti hanno cominciato a prendere strade diverse, guidati da ambienti storici e politici che avrebbero portato a esiti divergenti.
L’“habitat” europeo: secolarizzazione
In Europa, per molti secoli, la religione non è stata solo una questione di fede personale ma una vera e propria istituzione politica. Papi, vescovi e chiese nazionali hanno avuto un ruolo determinante non solo nell’orientare la vita spirituale, ma anche nel decidere le sorti di regni e imperi. Basti pensare all’alleanza tra trono e altare: i sovrani traevano legittimità dalle benedizioni ecclesiastiche, mentre le chiese godevano di privilegi e potere grazie alla protezione dei monarchi.
Questa vicinanza al potere secolare, però, ha avuto un effetto collaterale importante: quando le istituzioni religiose si sono mostrate troppo oppressive o conservatrici, sono diventate il bersaglio diretto delle contestazioni. La Riforma protestante del Cinquecento, la Rivoluzione francese con la sua spinta anticlericale, il Risorgimento italiano con la lotta al potere temporale del papato: tutti momenti in cui la religione istituzionalizzata è stata percepita come un ostacolo al cambiamento.
Secondo il sociologo Peter Berger e altri teorici della secolarizzazione, questo processo si è intensificato con la modernità. Con l’avanzare delle rivoluzioni industriali e sociali, lo Stato ha progressivamente assorbito molte delle funzioni che un tempo erano affidate alle chiese: l’educazione dei giovani, l’assistenza ai poveri, la cura dei malati. Ciò che un tempo era prerogativa religiosa è diventato un compito dello Stato moderno e, più tardi, dello Stato sociale.
Il risultato è che, in gran parte dell’Europa occidentale, la religione ha perso centralità pubblica. Non è scomparsa, ma si è ritirata sempre di più nella sfera privata, diventando per molti individui una scelta personale, senza più un ruolo decisivo nella vita politica e civile. In alcuni Paesi, come la Francia, questa separazione è stata addirittura sancita come principio fondante: la laïcité non solo separa lo Stato dalla religione, ma diffida dell’ingerenza del religioso nello spazio pubblico.
In altre parole, l’habitat europeo ha favorito un processo di secolarizzazione profondo: la religione resta come radice culturale e tradizione, ma la sua influenza quotidiana sulla vita politica e sociale si è progressivamente attenuata.
L’“habitat” americano: pluralismo religioso
Negli Stati Uniti il contesto era profondamente diverso da quello europeo. Molte delle colonie furono fondate da gruppi di dissidenti religiosi in fuga dalle persecuzioni del Vecchio Mondo. Per questi coloni la religione non era un apparato di potere che controllava le coscienze, ma la ragione stessa della loro ricerca di libertà. Questo tratto originario rimase impresso a lungo nella mentalità americana: la fede come esperienza di emancipazione, non come vincolo.
La Costituzione, con il Primo Emendamento, proibì esplicitamente l’istituzione di una religione di Stato. Questa scelta non indebolì la fede, anzi: permise a ciascuna comunità di vivere la propria religiosità senza interferenze governative, creando un terreno fertile per la nascita di un pluralismo religioso senza precedenti. In America non c’era una chiesa nazionale, ma decine, poi centinaia di chiese e denominazioni, tutte in competizione fra loro per attirare fedeli.
Il sociologo Max Weber sottolineò come l’etica protestante, con il suo richiamo al lavoro, alla sobrietà e alla responsabilità individuale, avesse alimentato lo spirito del capitalismo. Negli Stati Uniti questa connessione si manifestò con particolare intensità: il successo economico non era visto solo come un traguardo terreno, ma anche come segno di benedizione divina.
Questa vitalità è stata spiegata, in tempi più recenti, con la cosiddetta teoria del “mercato religioso” proposta da Rodney Stark: la competizione fra chiese funziona come un motore che mantiene viva la religione. Ogni comunità deve offrire qualcosa – un senso di appartenenza, servizi di sostegno, attività culturali e caritative – per convincere le persone a farne parte. In questo modo, le chiese americane sono diventate non solo luoghi di culto, ma veri centri di socialità, di solidarietà e persino di mobilitazione politica. Un esempio famoso è quello delle Chiese battiste afroamericane, che hanno avuto un ruolo decisivo nel movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King.
A questa dimensione comunitaria si aggiunge un altro elemento: la religione si è intrecciata con il mito fondativo della nazione. L’idea del manifest destiny, la convinzione che il popolo americano avesse una missione speciale da compiere, quasi un disegno provvidenziale, ha trasformato la fede in un elemento di legittimazione patriottica. Essere religiosi, in America, ha significato per lungo tempo non solo credere in Dio, ma anche sentirsi parte integrante del destino nazionale.
Così, mentre in Europa la religione perdeva influenza pubblica, negli Stati Uniti la fede diventava parte della vita civile e politica, contribuendo a forgiare un’identità collettiva che ancora oggi resta profondamente segnata dal riferimento religioso.
Divergenze oltre la religione: giustizia e punizione
Le differenze tra Europa e Stati Uniti non si fermano al rapporto con la religione: emergono anche in altri campi fondamentali della vita collettiva. Uno degli ambiti più significativi è quello della giustizia penale.
Negli Stati Uniti, il sistema giudiziario conserva una forte impronta punitiva. Le pene sono spesso pensate in termini di deterrenza e vendetta sociale: l’idea è che chi ha commesso un crimine debba “pagare” in modo esemplare, così da scoraggiare altri a seguire la stessa strada. È in questo contesto che si spiega la persistenza della pena di morte in diversi Stati della federazione, una pratica che in Europa è ormai vista come inaccettabile. La carcerazione di massa, con pene molto lunghe e spesso inflessibili, riflette la stessa mentalità.
In Europa – e in Italia in particolare – prevale invece un approccio diverso, che affonda le radici nella tradizione giuridica e umanistica del continente. Le pene non vengono pensate soltanto come retribuzione o vendetta, ma soprattutto come strumenti di recupero e reinserimento del reo nella società. La Costituzione italiana, all’articolo 27, è molto chiara: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È un principio che, almeno nelle intenzioni, sposta l’attenzione dalla punizione alla possibilità di cambiare, di ricostruire un percorso di vita.
Questa differenza riflette due mentalità culturali distinte: da un lato un approccio più pragmatico e spesso implacabile, dall’altro una visione che si richiama a valori di umanesimo e di fiducia nel cambiamento dell’individuo. Due modi diversi di intendere la giustizia, nati da radici comuni ma plasmati da storie, società e sensibilità culturali differenti.
Le radici storiche: la frontiera americana
Per capire da dove nasca questa diversa concezione della giustizia, bisogna guardare alle origini della società americana. I coloni che lasciarono l’Europa si trovarono immersi in un ambiente percepito come selvaggio e ostile, privo delle istituzioni consolidate del Vecchio Continente. La sopravvivenza dipendeva dall’autorganizzazione delle comunità e dalla capacità di difendere le risorse con fermezza. In questo contesto, la legge non era tanto uno strumento di recupero, quanto un mezzo immediato per mantenere l’ordine e scoraggiare i trasgressori.
Lo storico Frederick Jackson Turner, con la sua celebre Frontier Thesis, ha descritto la frontiera americana come il laboratorio in cui si è forgiata l’identità nazionale: un confine mobile, sempre da conquistare, dove individualismo, pragmatismo e uso della forza diventavano virtù necessarie. Col tempo, questa esperienza ha lasciato un’impronta culturale duratura: l’idea che la giustizia debba essere severa, esemplare, capace di garantire sicurezza prima ancora che rieducazione. Non è un caso che ancora oggi il linguaggio politico statunitense evochi con forza il motto law and order.
In termini evolutivi, si potrebbe dire che la “frontiera” abbia agito come una barriera ecologica: lo stesso patrimonio culturale europeo, trapiantato in un nuovo habitat, ha dovuto adattarsi a condizioni radicalmente diverse. Così, come accade alle popolazioni animali separate da un ostacolo geografico, anche qui i tratti originari hanno preso strade divergenti: da una parte, in Europa, l’orientamento verso la rieducazione e il recupero; dall’altra, in America, una giustizia temprata dal bisogno di sopravvivere in un mondo percepito come incerto e pericoloso.
Religione e giustizia: due volti della stessa divergenza
Se osserviamo insieme il ruolo della religione e quello della giustizia, emerge con chiarezza come entrambi riflettano la stessa logica di adattamento agli ambienti originari. In Europa, dove le istituzioni erano antiche, stratificate e spesso intrecciate con il potere politico, la religione ha finito per secolarizzarsi e la giustizia per assumere un volto rieducativo, più attento all’individuo che alla punizione. Negli Stati Uniti, al contrario, la condizione della frontiera ha richiesto comunità coese, capaci di trovare forza e identità nella religione, e leggi dure che garantissero l’ordine in un contesto incerto.
Religione e giustizia, dunque, non sono ambiti separati, ma due espressioni dello stesso processo di divergenza culturale. Come in natura popolazioni della stessa specie, poste in habitat diversi, sviluppano tratti distinti per sopravvivere, così i due rami del ceppo occidentale hanno maturato risposte differenti: in Europa l’indebolimento dell’autorità religiosa e la fiducia nel recupero del reo, in America la vitalità delle comunità di fede e un sistema penale improntato alla severità. Due adattamenti diversi, nati da un’origine comune ma selezionati da ambienti culturali opposti.
Divergenze accumulate
Nel corso dei decenni, Europa e Stati Uniti hanno seguito traiettorie culturali sempre più distinte, proprio come popolazioni isolate che, pur partendo dallo stesso ceppo, si adattano in modi diversi. Oggi, in Europa molti percepiscono la religione come una scelta privata, che ha perso parte della sua influenza pubblica e politica. Le politiche secolari, l’emergere di una sfera laica e il calo della partecipazione religiosa hanno ridisegnato il ruolo della fede nella vita civile.
I numeri confermano questa trasformazione. In base ai dati Eurobarometer, circa il 64% degli europei si identifica come cristiano, ma una parte significativa – tra il 17% e il 27%, a seconda dei Paesi – si dichiara non religiosa o agnostica. In Italia, ad esempio, il 74% dei cittadini crede in un qualche Dio, mentre il 6% esplicitamente nega l’esistenza di una forza spirituale.
Negli Stati Uniti, invece, la religione continua a svolgere un ruolo di grande visibilità pubblica. Circa il 62% degli adulti si definisce cristiano, con un 29% che si descrive come «non affiliato» (agnostico, ateo o “niente in particolare”). Le pratiche religiose sono inoltre più radicate: circa il 44% delle persone prega quotidianamente e il 33% partecipa mensilmente ai riti religiosi. Questo divario si osserva anche nell’intensità della spiritualità: negli USA una forte maggioranza crede in un’anima, in un anteriore all’esistenza e in una forza divina oltre il tangibile.
In sintesi, mentre in gran parte dell’Europa la religione tende a essere vissuta in modo più simbolico, culturale o rituale – spesso relegata alla sfera privata – negli Stati Uniti continua a rappresentare un ingrediente centrale dell’identità nazionale, della politica, del senso civico. È una distinzione che riflette quella “speciazione culturale” di cui parliamo: due rami evolutivi dello stesso albero, plasmati da ambienti storici diversi, che hanno prodotto adattamenti profondi e duraturi.
Una speciazione incompleta
Nonostante le differenze accumulate nei secoli, Europa e Stati Uniti non possono essere considerati due mondi del tutto separati. Entrambi restano parte dello stesso “genoma culturale occidentale”, fatto di valori condivisi, scambi continui e una rete fitta di influenze reciproche. La scienza, ad esempio, parla una lingua comune su entrambe le sponde dell’Atlantico: università, laboratori e centri di ricerca collaborano costantemente, dando vita a scoperte che appartengono a un patrimonio globale. Lo stesso si può dire per la tecnologia, per il diritto internazionale e persino per la cultura popolare: cinema, musica, letteratura e moda circolano senza confini, creando un immaginario collettivo in cui è difficile distinguere ciò che è nato a Los Angeles da ciò che è stato elaborato a Berlino o a Parigi.
Eppure, dentro questo fondo comune, la divergenza sul ruolo pubblico della religione resta marcata. In Europa il processo di secolarizzazione ha portato le istituzioni a dichiararsi neutrali, quando non apertamente diffidenti verso ogni ingerenza del religioso nella sfera politica. Negli Stati Uniti, invece, la religione continua a presentarsi come una forza vitale e pluralista: non un ostacolo, ma un elemento che alimenta identità, comunità e perfino legittimazione politica. Si tratta, in un certo senso, di una speciazione incompleta: due rami dello stesso albero che, pur riconoscendosi affini e dialogando costantemente, hanno ormai sviluppato tratti distintivi difficilmente reversibili.
Conclusione
L’Atlantico, più che un oceano, ha agito come una barriera evolutiva. Dalle stesse radici culturali sono nate due traiettorie distinte: da un lato un’Europa che ha progressivamente secolarizzato le proprie istituzioni, relegando la religione a fatto privato; dall’altro un’America in cui la fede è rimasta vitale, competitiva e parte integrante della sfera pubblica.
La metafora evolutiva ci aiuta a capire che queste differenze non sono il frutto di superiorità o arretratezza, ma di ambienti diversi che hanno selezionato tratti diversi. Come accade alle specie animali, che pur condividendo un antenato comune sviluppano adattamenti peculiari in risposta al proprio habitat, così Europa e Stati Uniti hanno maturato risposte divergenti alle sfide della modernità.
Eppure, nonostante queste distanze, i due mondi non sono estranei l’uno all’altro. La scienza, la tecnologia, l’economia globale, la cultura pop e i sistemi politici continuano a intrecciarsi in mille modi. Si può dire che Europa e America appartengano ancora allo stesso ecosistema, anche se i loro fenotipi culturali sono ormai chiaramente distinti.
In definitiva, due rami dello stesso albero hanno imparato a vivere in mondi separati, ma restano legati da una radice comune. Capire questa “speciazione incompleta” non significa scegliere quale modello sia migliore, ma riconoscere la ricchezza della diversità culturale e imparare a leggerla come il risultato di storie, ambienti e adattamenti differenti. È forse proprio in questa pluralità di percorsi che risiede la forza dell’Occidente: la capacità di restare una famiglia, pur nella differenza delle sue voci. C’è chi ammira la vitalità americana: io, personalmente, preferisco di gran lunga l’Europa.
Riferimenti essenziali
- de Tocqueville, La democrazia in America (1835–1840).
- European Forum for Restorative Justice
- Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905).
- Berger, The Sacred Canopy (1967).
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- M. Miller, (2025). The Two Faces Of Justice: Retribution And Rehabilitation In Contemporary Society. IOSR Journal of Humanities and Social Science, 30, 70-81
- Palermo, (2023). Conflict and crime. Restorative justice in Italy. Frontiers in Sociology, 8: 1175291
- Pew Research Center, Religious Landscape Study: Executive Summary, 26 febbraio 2025.
- Pew Research Center, Decline of Christianity in the U.S. Has Slowed, and May Have Leveled Off, 26 febbraio 2025.
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- Prb.org / Sentencing Project
- Prison Policy Initiative
- Stark & W. Bainbridge, The Future of Religion (1985).
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